JOYCE CAROL OATES.
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UCCELLINO DEL PARADISO.
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Titolo originale: Little Bird of Heaven.
Traduzione di: Giuseppe Costigliola.
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2011. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un romanzo femminista pieno di empatia per i maschi, soprattutto quelli privi di potere, senza voce se non quella della violenza. (The New York Times). 
1983, Sparta, profonda provincia americana. L'affascinante Zoe Kruller, cameriera e cantante che insegue la celebrit,
viene strangolata nella casa dove vive dopo aver lasciato il marito e il figlio Aaron. I sospetti cadono sull'avvenente
Eddy Diehl, che aveva una relazione con lei. E nell'ambiente torbido e soffocante di Sparta l'accusa mette in moto un
meccanismo perverso che distrugger il mnage familiare e la vita di quest'uomo. Testimone silenziosa della vicenda
 Krista, la figlia di Eddy, profondamente legata al padre e convinta della sua innocenza. E lei a rievocare la figura paterna e gli anni trascorsi sotto il segno di un terribile trauma.
La sua esistenza si intreccia anche con quella di Aaron: accomunati dalla dolorosa perdita dei genitori che ha posto
bruscamente fine alla loro infanzia, si ritroveranno coinvolti in un amore acerbo e inespresso, con il quale riusciranno a confrontarsi solo da adulti.
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L'AUTRICE.
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Joyce Carol Oates  nata a Lockport, Stati Uniti, il 16 giugno 1938. Dopo essersi laureata comincia la sua fertilissima attivit di autrice e si stabilisce con il marito a Detroit. Insegna quindi all'Universit di Windsor in Canada e dal 1978 al 2014 all'Universit di Princeton. Dal 1978  anche membro dell'American Academy of Arts and Letters nonch Professor Emerita in the Humanities col corso di Scrittura Creativa. Successivamente  professore alla University of California di Berkeley, dove insegna "short fiction".
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Gi nel 1970 venne consacrata come una delle massime scrittrici del suo paese con il National Book Award, il pi importante premio letterario degli Stati Uniti ed ha vinto anche numerosi altri premi letterari, inclusi due O. Henry Award, la National Humanities Medal e il Jerusalem Prize;  stata inoltre finalista del Premio Pulitzer.
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Autrice e intellettuale americana eclettica, tra le pi prolifiche della letteratura americana. Ha frequentato ogni genere letterario in prosa e in versi: romanzi, racconti, narrativa per l'infanzia, poesie, drammaturgie, saggi; ha pubblicato nell'arco di sessant'anni oltre cento libri. Come ha osservato lo scrittore John Barth "L'opera di Joyce Carol Oates copre ogni angolo della mappa estetica". Oggi  unanimemente annoverata tra i pi importanti autori mondiali.
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UCCELLINO DEL PARADISO.
a Charlie Gross.

Well love they tell me is a fragile thing
It's hard to fly on broken wings
I lost my ticket to the promised land
Little bird of heaven right here in my hand
Little Bird of Heaven
interpretata dai Reeltime Travelers
 
PRIMA PARTE.

Capitolo 1.
Che struggimento nel mio cuore!  passato tanto tempo.
Non posso accompagnarti dentro, Krista. Ma non andr
via fino a quando non sei in casa al sicuro, te lo prometto.
Quella sera di novembre al crepuscolo percorrevamo in
macchina la strada lungo il fiume - il Black River, nella parte
meridionale della contea di Herkimer, nello stato di New
York - a sudovest della citt di Sparta, una remota giornata
avvolta nella nebbia, in cui si percepiva un lieve sentore
umidiccio e metallico: il fiume, la pioggia.
Per noi figlie, per sempre figlie, a qualsiasi et, l'odore
del fumo di tabacco e dell'alcol, che spesso si accompagnavano,
lungi dall'essere sgradevoli erano estremamente invitanti,
seducenti.
La macchina correva lungo il fiume, diretta verso casa.
Alla guida c'era un uomo, mio padre, Edward Diehl - "Eddy
Diehl" lo chiamavano, all'epoca a Sparta era una persona
piuttosto conosciuta - "Eddy Diehl", mio padre, che una
notte fin crivellato di colpi, diciotto pallottole esplose in
una decina di secondi da un improvvisato plotone di esecuzione
di poliziotti del posto.
Quella voce roca, un po' canzonatoria. A una figlia piace
essere presa in giro, sa che  un segno d'amore.
Diciamo che ci hanno bloccato, micetta. Non c' altro
da aggiungere.
Mi misi a ridere. Qualunque cosa dicesse pap mi suscitava
quasi sempre il riso, e rispondevo Certo.
A una sua osservazione bisognava replicare con prontezza,
anche se non era una domanda. Altrimenti ti guardava
storto, non si accigliava ma nemmeno sorrideva. Ti assestava
un colpetto nelle costole Eh? Dico bene?
Naturalmente pap mi stava riportando a casa un po' in
ritardo, non ci badava. In quei casi era chiaro che non avevo
preso l'autobus e mi avevano accompagnato a casa.
Sbadato, ecco com'era Eddy Diehl. Suo malgrado.
Quella sera di novembre, non molto tempo prima di finire
ammazzato da un plotone di esecuzione di poliziotti,
pap mi stava riaccompagnando nella casa dalla quale
mia madre l'aveva scacciato, in circostanze per lui umilianti.
Era una comune abitazione di legno bianca a due piani,
a cui mio padre, forse ancora adesso, era molto affezionato:
l'aveva in parte costruita lui, con le sue mani; aveva diretto
i lavori di tinteggiatura e di posa in opera del tetto; una
casa come tante lungo la strada che costeggiava il fiume;
sulla facciata nord, la pi esposta, la vernice cominciava a
scrostarsi, le imposte e gli infissi necessitavano di manutenzione;
una casa dalla quale molti anni prima Edward Diehl
era stato bandito da un'ordinanza emessa dal tribunale penale
della contea di Herkimer, Sezione servizi familiari. (Io e mio
fratello non avevamo mai visto quel documento, ma sapevamo
che esisteva, nascosto da qualche parte tra le carte
di nostra madre.)
Lei non voleva mostrarci tali documenti, temeva - un timore
irrazionale, tipico di nostra madre - che uno di noi,
presumibilmente io, potesse strappare quell'ordinanza.
Non ero il genere di figlia capace di un gesto simile. Ne
sono convinta. Ma ero il tipo che si aggrappava a una promessa
fatta con noncuranza Non andr via fino a quando non
sei in casa al sicuro, micetta.
Al sicuro da quali pericoli, pap non lo disse.
Ero molto emozionata, pap mi aveva chiamata micetta,
come quand'ero piccola, era un po' che non sentivo quel
vezzeggiativo. Anche se non ero pi una bambina, e pap
doveva saperlo.
Una volta l'avevo sorpreso a osservarmi. Era accaduto
due anni prima, frequentavo la terza media. Avevo tredici
anni ed ero pi bassa di quattro o cinque centimetri di
quanto fossi adesso, che di anni ne avevo quindici, non
ancora un'adolescente ma neanche pi una bambina, piuttosto
una ragazzina che non dimostrava la sua et. Stavo
attraversando una strada del centro, a diversi isolati dalla
scuola, insieme a due compagne di classe. Strillavo, ridacchiavo
e correvo, quando un carro attrezzi punt minaccioso
verso di noi, l'autista (maschio, giovane) si divert a
spaventarci sfrecciandoci (spericolatamente) vicino a tutta
velocit e schizzandoci le gambe nude con l'acqua di una
cunetta; appena raggiunsi il marciapiede, ormai fuori pericolo,
ridendo, col fiato corto dopo quel brivido di paura,
scorsi per caso un uomo che stava salendo su una macchina
parcheggiata lungo il marciapiede, ci fissava con insistenza,
guardava i nostri vestiti e le gambe bagnate; alla
vista di quell'uomo - di profilo, aveva folti capelli color
ruggine, lo intravidi di sfuggita, stavo correndo e non ci
fermammo - pensai Quello  pap?
In seguito mi convinsi che non era lui. Non era pap. La
macchina su cui era salito non l'avevo mai vista.
Naturalmente non mi ero voltata a guardare. Quando
hai tredici anni e un adulto ti fissa per strada, non ti volti
a guardare.
Quel giorno di due anni prima pioveva, come spesso accade
a Sparta. Dal lago Ontario verso nord e verso ovest,
dai Grandi Laghi e oltre - li conoscevo solo per averli visti
sulle carte geografiche, mi piaceva contemplarli: parevano
mirabili formazioni nuvolose concatenate tra loro e avevano
nomi bellissimi, Ontario, Erie, Huron, Michigan, Superiore;
mio padre aveva promesso a me e a Ben che un giorno ci
avrebbe portati l, per una "crociera in yacht" - arrivavano
sempre nubi cariche di pioggia, gigantesche incudini grigio-nerastre
che parevano sorgere per un malevolo incanto.
Che avvolgeva quei luoghi, e i miei cari.
Dunque, quella sera pioveva. E sullo stretto manto d'asfalto
di Huron Pike Road la visibilit era ridotta. Muri di pallida
nebbia simili a un'amnesia si paravano davanti alla
macchina di pap, le luci gialle dei fari che sembravano cos
potenti erano inghiottite dalla foschia. In condizioni del genere
 facile perdere l'orientamento, dimenticare dove si 
diretti e perch; le rade case erano offuscate dalla nebbia e
le cassette postali si profilavano nell'oscurit come braccia
improvvisamente alzate. Pap?  qui... lo avvertii, perch
d'un tratto al limitare del vialetto vidi spuntare nella nebbia
la nostra cassetta delle lettere, e mi sembrava che mio
padre non si fosse accorto di essere arrivato.
Pap emise un grugnito, come a dire S, lo so dove diavolo abiti.
Avrebbe imboccato il vialetto? - quel lungo viottolo costellato
di pozzanghere che si perdeva nell'oscurit, addentrandosi
come una galleria verso la nostra casa che, nel buio
fitto, era appena visibile dalla strada e riluceva d'un bianco
spettrale. Dalle finestre del soggiorno si scorgeva solo una
flebile luce, quelle del piano superiore erano buie. Si sarebbe
detto che a casa non ci fosse nessuno, ma io sapevo che
mia madre era sul retro, in cucina, dove trascorreva la maggior
parte del tempo. Se c'era anche Ben, molto probabilmente
era su nella sua stanza, anch'essa affacciata sul retro.
Prima di andarsene di casa - cio prima che l'ordinanza
del tribunale glielo imponesse - mio padre aveva riparato
il ripido tetto di assicelle, per un'infiltrazione nella soffitta;
aveva risistemato l'impianto elettrico nello scantinato e rimesso
a posto i gradini dell'entrata sul retro. Un tempo faceva
il falegname, ed era in gamba; adesso lavorava come
caposquadra in una impresa edile di Sparta.
Aveva effettuato lavori di falegnameria un po' ovunque
in quella casa, al pianoterra e a quello superiore, segno
della cura che vi riservava. Era evidente l'attaccamento di
Edward Diehl alla propria famiglia.
Pap non imbocc il vialetto, si ferm sulla strada.
Mi sembrava quasi di sentirlo mormorare tra s Maledizione,
non entro.
Altrimenti si sarebbe avvicinato troppo al luogo della
sua vergogna. Al luogo della sua espulsione. Al luogo che
gli suscitava dolore e ira, un'ira a volte omicida, dove per
lui, bandito da quella casa per disposizione del tribunale,
con l'alito che puzzava di whisky e il volto infiammato da
una rabbia profonda, violenta e furibonda, era troppo pericoloso
addentrarsi.
Trovate strano che io, sempre vissuta in Huron Pike Road,
figlia di un uomo come tanti che all'epoca vivevano in quella
strada, lungi dal preoccuparmi per l'alito puzzolente di
whisky di mio padre ne ricavassi una sensazione di conforto?
(Bastava che mia madre non venisse a saperlo. Ma
non c'era bisogno che lo sapesse.) Una sensazione che recava
un certo rischio, tuttavia confortante, in quanto familiare,
visto che si trattava di pap.
D'un tratto si chin per darmi un umido bacio all'angolo della bocca, l'ispida barba sulle guance mi fece il solletico
graffiandomi il viso. I suoi erano i gesti impulsivi e impacciati
di un uomo che aveva sempre seguito l'istinto, del
quale cominciava ormai a diffidare, come della propria capacit
di giudizio e dell'opinione che aveva di s. Non appena
mi baci, in modo rude, un po' troppo energico - voleva
che ricordassi quel bacio - pap mi spinse via, eravamo
entrambi violentemente arrossiti.
Buonanotte, micetta.
Non disse ciao, ma buonanotte. Per me era importante.
Non sembrava che piovesse forte, ma appena scesi dalla
macchina di pap e mi avviai di corsa verso casa una
pioggia gelida prese a venir gi a catinelle. Fui investita
da un'impetuosa raffica di vento che sollevava foglie fradice
d'acqua. Correvo impacciata a capo chino, a perdifiato,
mi veniva da ridere, ero cos goffa, lo zainetto che stringevo
in mano mi sbatteva sulle gambe, e per poco non incespicai.
Mi seccava l'idea che mio padre mi stesse guardando.
A met del vialetto mi voltai e vidi - in qualche modo
me lo aspettavo - i rossi fanalini di coda della macchina di
mio padre svanire nella nebbia.
Buonanotte, pap!...
Magari penserete Ma glielo aveva promesso! Doveva aspettare
fino a quando lei non fosse stata al sicuro in casa.
Se credete che rimasi delusa, ferita, o almeno sorpresa,
sbagliate; non sono mai stata una figlia che giudica il proprio
padre; proprio lui, giudicato a torto in modo cos severo
e crudele dagli altri; e comunque non vorrei ricordare
un'offesa tanto insignificante e banale, un malinteso, un
momento di distrazione da parte di un uomo che aveva per
la mente ben altre preoccupazioni, attratto com'era sempre
pi vorticosamente e inesorabilmente nel gorgo che l'avrebbe
portato alla morte e all'oblio, un episodio avvenuto una
piovosa sera di novembre del 1987, in fondo a quel vialetto
ghiaioso costellato di pozzanghere lucenti, quando avevo
quindici anni e non vedevo l'ora di iniziare a vivere davvero.


Capitolo 2.
Il rimprovero fu come una freccia scoccata da un arco, diretta
al mio cuore.
Una nota di rimprovero appena percettibile, lo si sarebbe
quasi scambiato - se questo fosse un telefilm comico, e
voi spettatori non abituali - per un rimbrotto scherzoso,
birichino.
Sei stata con lui, Krista, vero.
Mia madre non pose l'accento sulla parola lui. Col tono
lievemente accusatorio della mamma di una sitcom, quel
"lui" suonava piatto come cemento.
E non era una domanda. Era un'affermazione: un rimprovero.
Almeno potevi chiamare. Avvertirmi che non prendevi
l'autobus. Se non pensassi solo a te - e a lui - capiresti che...
Che ero in pensiero. Oppure offesa.
 facile ferire l'orgoglio di una madre, non crediate che l'amore
di una madre sia incondizionato.
Ancora col fiatone per la corsa sotto la pioggia, indignata
e con i capelli scarmigliati, mi sfilai gli stivaletti con un calcio
e appesi con gesti maldestri il giaccone al gancio accanto
alla porta, quasi sperando che si strappasse. Era un capo
elegante color porpora, in finta seta, con rifiniture crema, lo
avevo comprato di recente e quando era ancora nuovo mi
piaceva molto, ma ormai lo consideravo dozzinale e troppo
pretenzioso. Cercavo di evitare mia madre, di sfuggire
il suo sguardo accusatorio, in cui si scorgeva un misto di
sollievo - era stata davvero in pensiero per me, non sapendo
che fine avessi fatto - e di rabbia crescente. Nella finestra
quadrata sopra il piano di lavoro, anche quella, come
gran parte della cucina, rifatta da mio padre, per un gioco
di prospettiva si riflessero le nostre immagini; ma eravamo
indistinguibili, non si capiva chi fosse la madre e chi la
figlia. Con voce ingannevolmente calma, mia madre disse:
Krista, almeno guardami. Sei... sei stata... con lui?.
Adesso l'enfasi su quel lui c'era. Inconfondibile.
Una cinghia dello zainetto mi si era impigliata nei piedi.
La scalciai via, sentivo il viso in fiamme. S, mormorai con
un filo di voce, perch non sapevo mentire a mia madre,
conosceva cos a fondo il mio cuore ribelle, e quando mi
chiese cosa avevo detto, con aria colpevole ma spavalda
ripetei: S. Sono stata con... pap.
Pap era una parola che usavo da bambina. Ben non la
pronunciava da anni.
E dove sei stata, con "pap"?
In giro in macchina. Da nessuna parte.
"Da nessuna parte".
Lungo il fiume. In nessun posto speciale.
Invece era speciale. Perch stavo da sola con pap.
Il tradimento  qualcosa di doloroso. Il tradimento  la ferita
pi profonda. Il tradimento  ci che rimane dell'amore,
quando questo finisce.
Mia madre si chiamava Lucille. Nessuno la chiamava
"Lucy". In frangenti simili, e sempre pi mentre crescevo,
sembrava avvinta, tormentata, da un'acuta consapevolezza
della propria autorit e dalla constatazione che adesso andava
scemando; anche nelle discussioni pi banali accampava
misteriose pretese che a quanto pareva non venivano
mai del tutto soddisfatte. Da quando suo marito - ora ex
marito - cio mio padre, ci aveva definitivamente lasciato,
o - questo a me e a Ben non era mai stato chiaro - era stato
costretto a lasciarci, queste pretese si facevano sempre
pi pressanti.
Con "da nessuna parte" intendi anche che vi siete fermati
a bere qualcosa, vero? Forse questo l'hai dimenticato.
Be'... Avevo liberato i piedi dalla cinghia, non avevo
pi scuse per evitare di guardare negli occhi mia madre,
che mi stava accanto. Ci siamo fermati in quel posto in
campagna sulla statale 31, vicino al Ponte delle Rapide...
La County Line. Ti ha portata l?
Gli occhi di mia madre scintillavano come monete di rame.
Adesso mi teneva, non mi avrebbe lasciato andare presto.
Perch non mi hai chiamato, Krista, se eri in un posto
dove c'era un telefono? Sapevi che ti stavo aspettando.
Ti ho chiamato, mamma. Ho provato...
No. Ero qui, sono tornata a casa alle quattro e un quarto.
Avrei sentito il telefono.
Mamma, quando ho chiamato era occupato. Ho provato
due o tre volte, era sempre occupato...
Era vero: avevo provato a chiamare mia madre dalla
County Line. Ma solo due volte. Era sempre occupato. Avevo
desistito, e poi me n'ero dimenticata.
Mia madre ammise di aver fatto una telefonata, ma era
durata solo qualche minuto. Forse per quello avevo trovato
occupato. Ho chiamato Nancy - era una mia compagna
di scuola che viveva a Sparta, ogni tanto mi fermavo a
dormire da lei - per vedere se eri l, o se sapeva dove fossi.
Non lo sapeva.
Mamma, Dio santo! Perch hai chiamato Nancy?
Krista, non bestemmiare in mia presenza.  un linguaggio
rozzo e volgare.  tipico di tuo padre dire "Dio santo"
- o anche peggio - ma non voglio sentire simili espressioni
in bocca a mia figlia.
Vaffanculo, mamma. Questo almeno lo posso dire.
Il cuore mi batteva per lo sdegno, agli occhi di mia madre
ero ancora una bambina, ma io sapevo di non esserlo
pi da tempo.
Quanto ha bevuto? Parecchio?
No.
E poi ha guidato. Era... ubriaco?
Mi voltai. Non lo sopportavo. Non facevo la spia su mio
padre, e nemmeno a lui su mia madre.
Eravamo uscite quasi a tentoni dalla cucina, con la sua
luce calda, la credenza con gli sportelli in legno d'acero bello lustro e cardini d'ottone e un piano di lavoro in formica
color zucca, adesso eravamo in un angolo buio, dove ristagnava
un odore di muffa, vicino alla scala che portava al
piano superiore. Mia madre mi stava mettendo alle strette,
in una sorta di danza aggressiva. Sentivo sul viso il suo
alito acre, affannoso.
Lucille non beveva, ma assumeva un farmaco dal nome
impronunciabile, "Diaphra" non so che, prescrittole dal
medico.
Dove vai cos di corsa, Krista? Hai fretta di liberarti di
me?
No, mamma. Devo andare in bagno. Ho i vestiti bagnati,
devo cambiarmi.
Ti ha lasciato sotto la pioggia? Non ti ha nemmeno accompagnato
a casa?
C' un'"ordinanza" del tribunale che glielo impedisce,
mamma. Lo arresterebbero se venisse qui.
Dovrebbero arrestarlo per avere violato l'accordo sull'affidamento.
 venuto a prenderti a scuola - presumo - senza
il mio permesso e senza avvertirmi. E dovrebbero arrestarlo
per guida in stato di ebbrezza.
Mi sforzavo di sorridere, per calmarla. Cercavo di liberarmi
dal suo assedio senza toccarla, temevo di scottarmi.
Era sempre una sorpresa per me, una sorta di shock disgustoso
eppure eccitante, rendermi conto che mia madre
non era alta come un tempo. Per una sorta di magia ero diventata
pi alta di lei, e pi sfacciata. I miei piccoli seni sodi
erano grandi quanto il pugnetto di un bimbo, ma i capezzoli
del colore intenso d'una bacca diventavano pi turgidi,
sensibili; adesso portavo un "reggiseno" bianco, seconda
misura, morbidamente avvolgente. Indossavo mutandine
bianche di cotone con il cavallo rinforzato. All'incirca ogni
quattro settimane avevo le "mestruazioni" - un fenomeno
che mi riempiva di una specie di rabbia mista a orgoglio, e
di inquietudine per il fatto che altri - per esempio mia madre
- sapessero cosa avveniva nel mio corpo, che dallo stretto
forellino tra le gambe gocciolasse quel fluido rosso scuro.
Mia madre mi apostrofava in tono aspro. Non riuscivo
a concentrarmi. Appena salivo uno scalino, lei mi si piazzava
accanto. Era cos strano! Non era giusto. A scuola, se
qualcuno ti si avvicinava cos, lo spintonavi via; anche la
migliore amica.
Mi sentivo confusa, mi pareva che mia madre mi avesse
schiaffeggiato, o... se non lei qualcun altro. Oppure...
mi avevano stampato un bacio all'angolo della bocca? Un
uomo dalla barba pungente.
Desideravo solo allontanarmi da quella donna e pensare a
quel bacio. Trarne forza. Osservare allo specchio il mio viso
accaldato, per vedere se quel bacio aveva lasciato un segno.
Ti voglio bene, micetta. Lo sai, eh?
Il vostro vecchio vi ha deluso, te e tuo fratello, ma vedrai, aggiuster
le cose, tesoro. Lo sai, eh?
S, era vero, pap "aveva bevuto". Ma quale uomo non
beveva? Nessuno di mia conoscenza a Sparta, nemmeno tra
i parenti di mio padre, salvo un paio a cui era stato proibito
assumere alcol perch rischiavano la vita.
Di' a tua madre che la amo. Sar sempre cos.
... adesso ho voi, te e tuo fratello. Non alzare gli occhi al
cielo, Krista,  cos. Siete la mia famiglia - l'unica cosa che
ho. Lui non vi ama, vi usa solo per vendicarsi di me. A vostro
padre piaceva ripetere una battuta: "Mia  la vendetta,
dice il Signore" - lui e i suoi fratelli ne ridevano. I Diehl
sono gente capace di odiare. Sanno essere acerrimi nemici.
Non mariti, padri e amici fedeli, ma sanno essere acerrimi
nemici. Mia madre tacque, dopo la solita tirata: l'avevo
sentita un mucchio di volte, da lei e dalle donne della sua
famiglia. Ti  venuto a prendere a scuola, vero?  pericoloso
andare in macchina con una persona che beve, Krista.
Lo sai che  stato arrestato per guida in stato d'ebbrezza,
magari gli avessero ritirato la patente per sempre. Ha fatto
tanto male ad altri, ne far anche a te. Lo ha gi fatto, ma
tu fai finta di niente. Non puoi capire, Krista, quell'uomo 
un adultero. Non ha tradito solo me, ma tutti noi. E sai che...
ha fatto del male a quella donna.  un...
Mi divincolai, con un gridolino. Non le avrei lasciato pronunciare
quella terribile parola: assassino.
Avevo osato spintonarla, mia madre perse il controllo e
mi schiaffeggi: mi affibbi due ceffoni sulle guance. Era
raro - negli ultimi anni - che Lucille arrivasse a tanto, ormai
non era pi la "signora Edward Diehl", aveva ripreso
il nome da nubile, "Lucille Bauer" di cui sembrava andare
fiera; e, come tutti i Bauer, trovava disdicevole ostentare la
propria debolezza, e lo stesso valeva per gli altri.
Tuttavia i suoi occhi color rame avevano uno sguardo feroce,
lei mi stringeva in una morsa d'acciaio, inchiodandomi
le braccia sui fianchi, cos come si "abbrancano" i bambini
sfrenati, autistici, per il loro bene. Avvertii una sensazione
orribile, spaventosa. Era intollerabile. Non sopportavo l'alito
acre di mia madre. L'odore intimo della sua carne, il corpo
pingue che sapeva di talco, lo strofinio dei suoi grossi
seni morbidi contro di me, le dita sorprendentemente forti...
Lasciami stare! Ti odio. In preda alla paura, mi lanciai
su per le scale, inciampai, barcollai e caddi, sbucciandomi
le ginocchia, ma mi rialzai subito come una bestiola
terrorizzata che fugga da un predatore. Pare che un animale
terrorizzato raddoppi o triplichi la sua forza: io provai
quella sensazione, una scarica di adrenalina nel cuore.
Mia madre mi aveva toccata - mi rivendicava - in uno
dei suoi accessi di possessivit! Certo, si aspettava che mi
lasciassi abbracciare, passiva e sottomessa come una bimba;
un tempo in quel modo si ristabiliva tra noi la pace, l'amore,
la piccola Krissie aveva fatto la cattiva ma la mamma l'aveva
perdonata e la proteggeva tra le sue braccia dalle urla del
pap, dai suoi passi pesanti e dagli scatti imprevedibili, dal
comportamento insondabile e imponderabile dei maschi,
adesso invece le opponevo resistenza, non sarei pi stata
una bimba sottomessa tra le braccia della madre, mai pi.
Era una cosa che feriva entrambe, lacerante. Mi spezzava
il cuore, eppure ero risoluta, inflessibile. Non l'avrei richiamata,
non le avrei rivolto qualche distratta parola di
scuse. Barcollando mi rifugiai nella mia stanza buia e sbattei
la porta. Alle mie spalle, dalle scale, giungeva la sua
voce infuriata e offesa:
Mi fai schifo, Krista! Sei falsa, diventerai come lui - tradirai
chi ti ama.
Perch non c' niente di peggio del tradimento, vero?
Nemmeno l'omicidio.


Capitolo 3.
Lui diceva: Sono innocente, lo sai, vero?
E io rispondevo: S, pap.
Ma naturalmente non bastava. La fervida fiducia, l'amore
incondizionato di una figlia, per quanto prezioso, non
pu bastare a un padre.
Non  sufficiente proclamare - in continuazione - la propria
innocenza per il crimine di cui si  accusati, che si potrebbe
avere commesso, di cui si  fortemente indiziati, a
meno che altri, e in parecchi, non lo sostengano a loro volta.
Non  sufficiente, a meno che non si venga pubblicamente
scagionati dal crimine di cui si  fortemente indiziati.
... lo sapete, vero, tesoro? Tu e tuo fratello. Tu, tuo fratello e
tua madre dovreste saperlo, vero?
S, pap.


Capitolo 4.
Ehi, scusa piccola, cazzo, tesoro, mi dispiace, mi sei capitata
davanti.
E ridevano; ero finita a terra sul mio culo magro nel campo
da basket, gli occhi spalancati come quelli del personaggio
di un fumetto, da cui scorrevano le lacrime, e non per
la prima volta quel pomeriggio.
Perdevo sangue dal naso per la brutta gomitata rifilatami
da una ragazza, prima che l'arbitro soffiasse in quel fischietto
che lacerava i timpani.
Poverina. Povera mocciosa bianca. Cavolo, mi dispiace!
Partita di basket dopo le lezioni alla scuola superiore di
Sparta. Per affrontare ragazze come quelle bisognava essere
alte, forti, toste, veloci di gambe. O temerarie.
Avrei potuto giocare con altre ragazze, se avessi voluto.
Della mia et, della mia taglia e non cos atletiche, tra loro
sarei stata una campionessa, come mi capitava alle medie.
Ma io volevo giocare proprio con loro: Billie, Swansea,
Kiki, Dolores. Erano pi grandi, pi robuste. Avevano sedici,
diciassette anni. Forse Dolores ne aveva diciotto. Lei
e Kiki vivevano nella riserva degli indiani Seneca, qualche
chilometro a nord di Sparta; avevano capelli corvini lisci e
lucidi che mulinavano e ondeggiavano sulle spalle come
scimitarre, gli occhi neri che brillavano di un'allegra malizia.
Attraversando in auto la campagna a nord della citt
- alle pendici della catena degli Adirondack - si vedeva l'erosione causata da antichi ghiacciai, la lenta violenza
che aveva contorto il paesaggio roccioso come fosse passato
in un tritacarne. Si capiva perch, avendo ricevuto una
terra cos sterile e inospitale dal governo degli Stati Uniti
in base a trattati che i loro antenati erano stati costretti a firmare,
i discendenti delle sei trib originarie dello stato settentrionale
di New York desiderassero vendicarsi dei benefattori
bianchi ogni qualvolta se ne presentasse l'occasione.
Le mie compagne mi reputavano matta a giocare con quelle
ragazze pi grandi. Ero la pi piccola, frequentavo la seconda
superiore, avevo una corporatura esile e sgusciavo e
guizzavo per il campo simile a un serpente dai movimenti
imprevedibili, con la bionda morbida coda di cavallo svolazzante
sulla schiena come a provocare le avversarie; pi
di una volta mentre saltavo per tirare a canestro me la strattonavano
per sbilanciarmi. Pesavo s e no cinquanta chili e
se venivo colpita - come, potete star certi, accadeva spesso
- da una di quelle ragazze pi robuste, stramazzavo sul lucido
pavimento di legno duro, cos stordita da non riuscire
a rialzarmi per diversi secondi.
Krista, tesoro, stai bene? Andiamo, piccola, alzati.
Per lo pi piacevo a quelle ragazze. Le frasi che mi rivolgevano
- rozze, divertenti, oscene - se le scambiavano anche
tra di loro. Pronunciavano molte parolacce, in maniera
affettuosa - "Levati di mezzo, stronza", "Strega bianca del
cazzo", "Brutta troia". (Per la maggior parte eravamo infatti
"bianche", ma c'erano varie gradazioni di "bianco".
E c'erano anche altre differenze cui non si faceva mai cenno,
la "classe sociale" e l'"estrazione". Alla scuola superiore
di Sparta alcune studentesse, tra cui Dolores e Kiki,
e molte altre atlete, avevano parenti, vicini, amici e ragazzi
detenuti o da poco usciti da riformatori o penitenziari;
usavano il linguaggio scurrile tipico delle prigioni, una
sorta di rozza poesia a base di insulti.) Per loro ero "Krissie",
una mocciosa da non prendere sul serio, una specie
di mascotte. A volte, con loro sorpresa, facevo inaspettatamente
canestro, m'impossessavo di una palla sotto misura, sgusciavo come una biscia sotto i loro gomiti e saettavo
verso il tabellone prima che riuscissero a fermarmi,
ma comunque non ero all'altezza neppure delle giocatrici
meno abili, mi mancava la grinta che contraddistingue
il vero atleta, la cattiveria agonistica. Quando il gioco si
faceva duro - il che capitava immancabilmente almeno
una volta a partita - mi defilavo, mi liberavo subito della
palla temendo di essere colpita. E quando ti atterravano
con un fallo poi magari ti coccolavano, se ti scontravi
con una ragazza di settanta chili, un po' come un autocarro
che travolge una carrozzina, e finivi a terra sul culetto
magro, quella stessa ragazza si chinava per aiutarti
a rialzarti, e con un sorrisetto malizioso accennava una
carezza sulla testa, o ti tirava la coda di cavallo, o ti dava
un pizzicotto sul collo mormorando: Cazzo, scusa, piccola.
Mi sei capitata davanti.
Quindi non era poi cos brutto. Nemmeno se ti sanguinava
il naso.
Mi avvicinavo zoppicando alla zona di tiro mentre le ragazze
si schieravano a osservare: Krissie Diehl era diventata
dannatamente brava a farsi fischiare falli sotto canestro,
visto che le capitava cos spesso.
Andiamo, Krissie! Forza, piccola.
Avanti, piccola! Facci vedere, tesoruccio.
Un pomeriggio inoltrato di un gioved mio padre si present
al campo da basket. Senza avvertire, non era da lui
farlo.
Lucille mi accusava di mettermi d'accordo con mio padre
a sua insaputa, ma come avrei potuto? Mio padre non mi
cercava per mesi e io non avevo modo di contattarlo se non
tramite i suoi familiari, che non erano affatto carini con me
(in quanto figlia di Lucille mi credevano in combutta con
lei); non sapevo nemmeno dove vivesse adesso - a Buffalo?
A Batavia? Non passava giorno o ora che non pensassi
a mio padre e anche quando non ci pensavo consciamente
avvertivo come una sorda fitta di dolore alla gola, comunque
non sapevo con certezza dove fosse.
Mi svegliavo di notte, tutta agitata e in un bagno di sudore,
con quella fitta alla gola.
Mio fratello Ben diceva sprezzante che era come un'infezione,
l'aveva anche lui. Dannazione,  come una febbre.
Ne soffriremo finch vivremo qui a Sparta e la gente sapr
chi siamo: i figli di Eddy Diehl.
Dopo la partita di basket, a meno che non mi fermassi a
dormire in citt da una compagna di classe, tornavo a casa
con il pulmino delle 16.30, da noi soprannominato "l'ultimo
autobus". (Quello che prendevo di solito partiva alle 15.30.)
La nostra casa in Huron Pike Road distava circa cinque chilometri
dalla scuola, quindi sarei dovuta arrivare verso le
cinque: solo che non presi quell'autobus.
Lui era l, vicino all'ingresso della palestra. Era raro vedere
degli adulti in palestra a quell'ora. Alla fine della partita
uscii zoppicante dal campo asciugandomi il sudore dal
viso con la maglietta, quando sentii la voce di un uomo -
sorprendente, in quel contesto - un ringhio sommesso e
penetrante: Krista.
Alzai subito gli occhi. Mi guardai intorno. A una ventina
di metri da me c'era un uomo, con una giacca di camoscio
chiara, pantaloni scuri e un berretto calato sulla fronte.
Mi stava facendo dei segni?
Poi lo udii pi chiaramente: Krista. Fuori.
Mi sentivo debole. Non riuscii a replicare. Fissai mio padre
mentre usciva dalle porte sul corridoio, finch scomparve.
Ovviamente, lo avevano visto e sentito anche le altre ragazze.
Lo avevano notato - un uomo... il padre di Krista?
- prima di me.
Sciamammo tutte insieme nello spogliatoio. Le ragazze
che prima ridevano sonoramente ora tacevano. Quelle
che provavano un po' di tenerezza per me, o, almeno, una
certa indulgenza, mi fissavano con curiosit, preoccupate.
Diehl? Quello che...
Quella donna uccisa, lui  quello che...? Come mai  gi uscito
di prigione?
Qualcuno - credo la nostra insegnante di educazione fisica
- mi stava guardando. Mi chiedeva qualcosa, ma io fingevo
di non udirla. Con le orecchie ronzanti per l'emozione
potevo sentire ben poco, se anche avessi voluto.
Avevo voglia di ridere in faccia a tutte. Cosa potevano
mai sapere di mio padre Eddy Diehl e di me? Pensavo 
venuto per me, avete visto come sono speciale?


Capitolo 5.
Chiuso.
Oppure:  finita.
Parole di mia madre. La sua postura - eretta, apparentemente
senza tremore, la testa alta e lo sguardo fermo - esprimeva
dignit, come la secca replica alle domande riguardanti
il suo (ex) marito Eddy Diehl. Perch era inevitabile
che a Lucille Bauer chiedessero notizie di Eddy Diehl, quel
"discusso" individuo sulla bocca di tutti con cui era stata
sposata diciotto anni, una vita; e se non le ponevano domande
brusche, dirette e aggressive, lo facevano con allusioni,
per vie traverse.
Oh, Lucille! Come va con...? E cos aveva cominciato a rispondere
in quel modo secco e distaccato, per quanto perfettamente
educato, con un sorriso tagliente che suggeriva
offesa, se non scherno.
Volete vedermi piangere? Volete vedere quanto sono affranta?
E invece no.
Negli anni Ottanta a Sparta, nello stato di New York, le
aspettative di una giovane donna dell'estrazione di Lucille
- classe operaia / piccolo borghese / persona "rispettabile"
/ "seria" - non erano essenzialment diverse da quelle
della madre di Lucille sul finire degli anni Cinquanta e
l'inizio dei Sessanta: la pi grande ambizione era fidanzarsi,
sposarsi e avere subito dei figli. Si desiderava far innamorare un uomo attraente, possibilmente sexy, di certo un
buon partito e fedele.
Alla fine degli anni Sessanta, in tutto il paese, o, quantomeno,
nell'idealizzata America da rotocalco confezionata
e venduta dalla pubblicit sui mezzi d'informazione, si
era verificata una rivoluzione sessuale: erano arrivati gli hippie.
Ma non a Sparta, non nella contea di Herkimer. Non
nella parte settentrionale dello stato di New York, in quella
regione erosa dai ghiacciai alle pendici meridionali della
catena degli Adirondack. L, malgrado l'aumento dei divorzi,
il crescente numero di genitori single (per esempio,
madri di colore che sopravvivevano grazie ai sussidi pubblici,
donne chiacchierate e malviste) e altre indubbie ricadute
degli anni Sessanta, era ancora predominante la societ
americana degli anni Cinquanta, sotto una patina vistosa
come i parquet di legno duro in finto pino giallo installati
dall'impresa edile dove lavorava mio padre, perch i futuri
proprietari non volevano spendere troppo per quello vero.
Ai suoi familiari, ma non agli estranei, mia madre ripeteva
in continuazione con aria attonita - non davanti a me,
per io la sentivo - di non avere mai conosciuto Eddy: aveva
vissuto tutti quegli anni con un uomo, aveva avuto due
figli da lui eppure in fondo per lei era rimasto un estraneo.
(Era davvero cos? Ben e io lo ignoravamo. Le vecchie fotografie
dei nostri genitori mostravano due individui singolarmente
attraenti: una giovane donna molto carina con il
viso tondo e un sorriso da ragazza pompon, una deliziosa
acconciatura cotonata e un seno prorompente stretto in camicette
di seta "griffate"; un giovanotto alto dalle spalle
larghe, con i capelli rosso ruggine e la mascella scolpita, lo
sguardo diffidente e il sorrisetto malizioso alla Elvis Presley
degli esordi. Io e Ben ci rifiutavamo di riconoscere quanto
appariva ovvio a un esame attento di quelle foto, soprattutto
in una scattata il giorno del matrimonio, nella quale
il braccio robusto dello sposo cinge le spalle della moglie
in atteggiamento possessivo, la grossa mano mascolina che
stringe il braccio nudo di lei sotto una stola bianca di trina,
il pollice premuto con discrezione sul morbido seno carnoso,
cosparso di talco, che molto probabilmente stava accarezzando.
Sesso! I nostri genitori! Ecco cos'era.)
In quei diciotto anni Lucille era ingrassata. Poi, ndl'anno
e mezzo precedente il divorzio, era dimagrita. Il viso tondo,
un tempo cos attraente, verso i trent'anni sfior e si ricopr
di rughe impietose; era dimagrita troppo rapidamente
e la pelle si era raggrinzita, il corpo era diventato flaccido
e cascante, aveva un bel da fare per nasconderlo. Ma Lucille
conservava dei bei lineamenti valorizzati dal trucco, ed
emanava ancora il fascino da donna di provincia. Quando
usciva si vestiva di tutto punto, si metteva "in ghingheri".
Non dimenticava mai di darsi il rossetto. Non molto dopo
il divorzio - nel settembre del 1984, proprio il marted in
cui ricominciavano le scuole - Lucille si tagli i capelli, li
schiar e cambi acconciatura, sbarazzandosi da un giorno
all'altro dell'ispida chioma color acciaio, con immenso sollievo
della figlia adolescente.
Mamma oggi sembra diversa, hai visto? comment ingenuamente
Ben.
Forse sorrideva.
Ha-ha replic sarcastico. Quando c'era di mezzo mia
madre Ben prendeva subito fuoco, odiava nostro padre che
l'aveva fatta soffrire, doveva amarla di un amore cieco, incondizionato.
Se mi ostinavo a criticarla, mi picchiava.
Non che Lucille sorridesse molto. Almeno non a casa.
Fuori s, sorrideva. Quando torn a frequentare la chiesa
- la Prima Chiesa Presbiteriana di Sparta, un orribile edificio
triangolare in pietra calcarea che solo a guardarlo mi
dava una stretta al cuore, provavo un rifiuto adolescenziale
ogni qual volta vi venivo trascinata - e i suoi "cari, vecchi
amici" che "aveva perso" dopo aver sposato Eddy Diehl,
il quale "non sopportava le persone simpatiche".
Persone noiose, intendeva. Donne simpatiche e noiose,
buone cristiane, non ancora abbandonate dai loro noiosi
mariti. O almeno a quanto si sapeva. Per il momento.
Krista, la figlia di Hilda Smith, Pearl - la conosci, non
sta in classe con te? -, fa parte dell'Associazione dei giovani
cristiani di Sparta, e Hilda mi stava dicendo che organizzano
un magnifico camping estivo sul lago George. Le
ho detto che te ne avrei parlato...
Va bene, mamma. Me ne hai parlato.
Dobbiamo superarla, Krista. Questa brutta cosa. Come
un terremoto, un'inondazione, ti lascia scioccato, certo, ma
ti galvanizza. Ti senti di nuovo vivo. Come insegna il Vangelo,
"la buona novella si compir".
Lucille parlava con un ottimismo ostinato e coraggioso,
come se stesse sgranocchiando un corpo estraneo, ingoiando
con noncuranza qualcosa di non commestibile. Eppure
lo sgranocchiava e lo inghiottiva. E se non stavi attento lo
faceva inghiottire anche a te.
Nell'aprile 1984 il tribunale della contea di Herkimer aveva
emesso un'ordinanza nei confronti di Edward Diehl, rinnovata
poi almeno una seconda volta, con cui gli si proibiva
di avvicinare l'ex moglie Lucille e i figli Benjamin e Krista
in luoghi pubblici o privati; doveva tenersi a una distanza
di almeno cento metri da loro, e gli si vietava di "introdursi"
nella propriet di Huron Pike Road, da lui stesso
acquistata con un mutuo trentennale, dodici anni prima.
Naturalmente lui non osava avvicinarsi, e nemmeno fare
telefonate in quella casa che in parte aveva ristrutturato e
dove negli anni aveva eseguito numerosi lavori di falegnameria.
(Con uno sconsiderato gesto di prodigalit l'aveva
intestata a mia madre - Il minimo che potesse fare aveva
commentato lei con astio.)
Nei mesi che seguirono il divorzio, per quanto ne sapevamo,
pap era vissuto a Sparta presso amici o parenti; forse
veniva ospitato da un'amica; in realt aveva molti conoscenti,
compagni di scuola e di bevute, di cui noi e Lucille
sapevamo ben poco. Queste persone - per lo pi uomini
ma non solo - erano convinte che Eddy Diehl non fosse colpevole
di quanto lo si accusava, cio di avere ucciso qualcuno:
di "omicidio". Continuarono a credere alla sua innocenza
anche dopo il fermo operato dalla polizia di Sparta,
persino dopo che dai mezzi d'informazione trapel la notizia
che non aveva "superato" il test della macchina della
verit; e anche dopo che la sua fotografia cominci ad apparire
sui giornali e nei notiziari delle tv locali insieme a
quelle dell'altro "maggior indiziato" nel caso, il padre di
un compagno di classe di Ben, un uomo di Sparta che somigliava
straordinariamente a Eddy Diehl per et, altezza
e caratteristiche fisiche.
LA POLIZIA INTERROGA GLI INDIZIATI
DELL'OMICIDIO KRULLER
Malgrado mia madre avesse fatto cambiare il numero di
telefono e non l'avesse fatto inserire nell'elenco telefonico,
come per magia mio padre riusc a procurarselo, e cominci
a chiamarci. A volte quando uno di noi rispondeva rimaneva
zitto: si sentiva solo il crepitio della linea, uno strano
silenzio come di fiamme sul punto di divampare. Pap?
Sei... tu? dicevo timidamente, ma lui non rispondeva, n
riattaccava; in quei casi non sapevo cosa fare, volevo un
mondo di bene a mio padre, ma ne avevo paura; mi avevano
terrorizzato; tra i Bauer si vociferava che fosse un bruto,
un assassino, a Sparta erano in molti a crederlo. Se rispondeva
Ben, s'infuriava, e con voce stridula, quasi singhiozzando,
diceva: Non vogliamo che ci chiami, pap ma il
tono s'affievoliva alla parola pap, anche se s'imponeva di
non pronunciarla, non riusciva a evitarlo. Una volta, convinta
di sentire la voce della mia amica Nancy, udii quella
di un uomo, bassa e roca: Krista? Voglio dirti solo questo,
tesoro: ti voglio bene. Ero in cucina, le gambe tremanti,
stordita e sbalordita, mentre la voce continuava: Tua madre
 l vicino? Sta ascoltando? - ma non riuscivo a rispondere,
avevo un groppo alla gola - Non riattaccare, tesoro.
Desidero che tu sappia che ti voglio bene.... A quel punto,
dall'espressione del mio viso mia madre cap, con un gridolino
rabbioso mi strapp il ricevitore dalle mani e lo sbatt
gi senza una parola.
Poi mise fuori posto la cornetta, per non ricevere altre
telefonate.
Come ha osato! Lo hanno diffidato! Dovrei chiamare
la polizia...
Non riuscivamo a sederci a tavola per la cena. Eravamo
troppo eccitati per mangiare.
Mia madre insisteva, bisognava farlo. Non dovevamo
permettere che quell'uomo ci turbasse cos, non doveva
avere un tale potere su di noi. Sedemmo inebetiti e ci passammo
i piatti preparati da me e mia madre, sforzandoci
di non guardare l'angolo della cucina dove mio padre si ritirava
a fumare e a rimuginare.
Avevo la bocca troppo secca, non riuscivo a masticare n
a ingoiare. Forse vuole solo... dissi come istupidita, con
un filo di voce.
Con la sua voce calma e gelida, mia madre replic: No,
Krista.  finita.
E alle volte, chiss quante, mio padre passava in macchina
davanti a casa; sfilava lentamente, fermandosi al limitare
del vialetto; si arrischiava a parcheggiare sul ciglio della
strada, in mezzo agli alberi, nascosto alla nostra vista. A
volte dei parenti ce lo riferivano. Un cugino di mia madre ci
telefon. In pratica tutti i Diehl erano schierati con Edward,
il loro Eddy; i Bauer erano meno convinti. (In effetti, erano
divisi. C'era chi riteneva che il marito di Lucille poteva anche
averla tradita, ma non aveva ucciso quella donna: non
Eddy! E quelli che invece credevano Eddy Diehl capace di
uccidere, se fosse stato abbastanza ubriaco. E abbastanza
fuori dai gangheri e geloso.) Io sapevo che mio padre era nei
paraggi perch, certe sere, sentivo la sua presenza. Udivo
la sua voce: Krista? Krissie? Dov' la mia micetta? Sto venendo
a prendere Krissie, la mia micetta. Avevo nella testa una sensazione
come di un fuoco pronto a divampare, un cristallo
sul punto di frantumarsi. Un'eccitazione quasi insopportabile,
come la tremenda vibrazione di un veicolo lanciato
a folle velocit, il vorticare di un pallone da basket che sta
per colpirti in pieno viso: l'istante che precede l'impatto,
prima che il sangue zampilli dal naso. Ricordo una volta,
avevo tredici anni, un Natale in cui ci fu una tale nevicata
da impedirci di uscire di casa, gli spazzaneve e i carri attrezzi
della contea di Herkimer passavano di notte per spalare
Huron Pike Road, quella mattina di Natale c'era un veicolo
parcheggiato al limitare del nostro vialetto, appena visibile
dalla finestra della mia camera - sembrava un camioncino
col fondo ribaltabile. Scorsi un uomo saltare gi e spalare
l'estremit del vialetto dove gli spazzaneve avevano
ammucchiato il ghiaccio - sulle prime pensai che fosse un
operaio della contea, anche se non arrivavano a spalare la
neve sin l, poi mi resi conto che era mio padre, era venuto
a spalare l'estremit del vialetto come faceva sempre dopo
una forte nevicata, quando viveva con noi.
Dove abitava all'epoca? Non credo a Sparta: doveva essere
partito presto quella mattina di Natale, guidando in condizioni
atmosferiche avverse, apposta per spalarci il vialetto.
Mia madre e mio fratello non l'hanno mai saputo, non
gliel'ho mai detto. Quando mia madre prese la macchina,
probabilmente non si accorse nemmeno che il vialetto non
era bloccato come al solito.
In un'altra occasione si comport in maniera pi imprudente
e disperata, forse aveva bevuto, parcheggi la macchina
in fondo al vialetto, dimenticando di spegnere le luci,
e da una finestra al piano superiore Ben lo not, e grid a
mia madre:  lui, mamma! Maledetto bastardo, lo odio!.
Presa dal panico, mia madre compose il numero di emergenza
fornitole dallo sceriffo della contea di Herkimer, e
dopo pochi minuti una pattuglia arriv sbandando in Huron
Pike Road con il lampeggiante rosso acceso come alla tv -
Eddy Diehl non oppose resistenza, fu arrestato e condotto
via in manette, e la sua auto venne rimossa quella mattina.
Lucille non sporse querela, e non ne rivel il motivo.
 finita.
Dopo quell'episodio lui scomparve. Ma alcuni mesi pi
tardi, un pomeriggio venne di nuovo avvistato mentre sfilava
lentamente in macchina davanti al piccolo centro commerciale dove mia madre aveva trovato un lavoro part-time
al Magazzino dell'Usato, un negozio che vendeva merci "in
conto deposito", dove le donne portavano abiti e indumenti
smessi; fu notato nel parcheggio sul retro, sedeva in macchina
a fumare, forse a bere; si seppe poi che aveva detto a
un cugino di voler "solo vederla da lontano", "non intendevo
avvicinarla", ma Lucille non usc, e cos dopo un'ora
lui and via.
Pap ripeteva spesso ai parenti: Lo sa che amo lei e i
bambini sperando che lo riferissero a Lucille. Sar sempre
cos. Qualunque sentimento lei provi nei miei confronti,
lo accetto.
RILASCIATO DALLA POLIZIA DIEHL,
UN CITTADINO DI SPARTA DI 42 ANNI IN STATO DI FERMO
"AL MOMENTO NON SONO STATI FORMULATI
CAPI D'IMPUTAZIONE A SUO CARICO"
Poich mia madre in mia assenza rovistava nella mia stanza
- lo sapevo! - predisponevo delle trappole anti-mamma
nel cassetto dove tenevo le calze e la biancheria intima
e nell'armadio, e nascondevo i ritagli di giornale riguardanti
mio padre in un quaderno, che portavo con me nello
zaino. Questo trafiletto, preso dal "Journal" di Sparta del
29 aprile 1983, commemorava l'ultima volta in cui una fotografia
di Edward Diehl era apparsa con un certo rilievo
sulla prima pagina del quotidiano.
Quel ritaglio era importante per me, per questa ragione,
e anche perch, come si affermava chiaramente, Edward
Diehl era stato rilasciato dalla polizia per mancanza di prove in
relazione all'omicidio di Zoe Kruller.
Anche se non avevo mancato di notare - era inevitabile,
bastava una rapida scorsa all'articolo - la frase sibillina Al
momento non sono stati formulati capi d'imputazione a suo carico.
L'omissione era lampante: non avevano scritto indiziato
prosciolto.
Non era la prima volta che Edward Diehl veniva fermato, probabilmente era gi successo in almeno due o tre occasioni.
L'avevano ritenuto - e continuavano a considerarlo
- uno dei principali indiziati; ma non l'avevano mai arrestato.
(Un altro uomo, il marito della donna assassinata, era
stato arrestato e in seguito rilasciato.) Fu un periodo difficile,
umiliante, per i Diehl, i Bauer e i loro amici; per Ben
e me che dovevamo andare a scuola, dove, a quanto pareva,
tutti erano informati su mio padre pi di noi, su di lui
e su una donna di nome Zoe Kruller, trovata "assassinata",
"strangolata nel suo letto". Le indagini della polizia andarono
avanti per mesi, in pi direzioni, proprio come una
rete che pescava nel mucchio, in pratica vennero "interrogati"
tutti i conoscenti di mio padre, spesso pi di una volta.
Il caso rimase aperto per anni; nel novembre del 1987 non
si era ancora proceduto ad alcun arresto, e il nome di Zoe
Kruller era scomparso dai giornali; evidentemente Edward
Diehl non era pi tra i principali indiziati, eppure n la polizia
di Sparta n il pubblico ministero della contea avevano
rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale sul proscioglimento
di Edward Diehl da ogni accusa.
Mia madre non parl pi del caso. Come una donna sopravvissuta
a un cancro devastante, non menzionava quello che l'aveva quasi uccisa, e s'infuriava, cerea in volto, se
qualcuno provava a tirare fuori l'argomento. Lucille, posso
chiederti come...
No, non puoi. Basta cos.
All'epoca, non mi era stato spiegato granch su quello
che mia madre e la sua famiglia chiamavano il guaio. Mi
reputavano una ragazza ipersensibile, impressionabile, e
quindi mi dovevano salvaguardare, pi di Ben. Tuttavia sapevo
che mio padre, il quale non viveva pi con noi, era indiziato
per un caso di omicidio avvenuto nella nostra citt,
e per questo era dovuto ricorrere a un avvocato, che in
seguito aveva sostituito; e, inevitabilmente, per pagare entrambi
aveva accumulato debiti nell'ordine di migliaia di
dollari, ben pi di quanto guadagnava, perch era costretto
a mantenere la famiglia, cio mia madre, Ben e me; e aveva
perso il posto nell'impresa edile di Sparta, dove lavorava
sin dall'et di vent'anni, all'inizio come apprendista falegname
e poi come falegname, prima di essere promosso
caposquadra/capocantiere dal suo datore di lavoro, un suo
amico, o che tale era stato sino a quando mio padre venne
fermato dalla polizia.
Sapevo tutto questo, anche se nessuno me lo aveva detto
apertamente.
Il guaio era un modo come un altro per alludere a quanto
era successo. Il guaio che ci  capitato diceva mia madre,
cos come pap diceva: Il guaio che mi  capitato.
Come un fulmine a ciel sereno. Una catastrofe tra capo
e collo.
Quando per la seconda e ultima volta fermarono e rilasciarono
mio padre, sul finire dell'aprile 1983, la polizia gli
comunic che poteva lasciare Sparta, e cos lui si trasfer a
Watertown, un centinaio di chilometri a nord del fiume San
Lorenzo, dove trov lavoro come conciatetti; poi and a vivere
a Buffalo, trecentoventi chilometri a ovest, trovando
un impiego nel settore edilizio. Per un periodo visse nella
Keene Valley negli Adirondack, lavorando per una ditta
di legnami. In seguito venimmo a sapere che aveva trovato
lavoro nella contea di Beechum, confinante con la contea
di Herkimer, faceva lo spalaneve in un'impresa di costruzioni
stradali. Pap appariva e scompariva nelle nostre
vite; riappariva per poi sparire di nuovo. Mandava cartoline
di compleanno a Ben e a me - anche se non arrivavano
mai il giorno esatto. Spediva gli auguri di Natale a LUCILLE,
BENJAMIN & KRISTA DIEHL, HURON PIKE ROAD N. 3, SPARTA,
N.Y. firmate con un vistoso scarabocchio infantile che
recitava CON AFFETTO, PAP. A volte senza virgola, CON AFFETTO
PAP. (Raccoglievo questi biglietti dalla pattumiera,
dove mia madre li gettava, e li nascondevo nel mio quaderno
segreto dove tenevo le cose di pap.)
Poi seguivano mesi di silenzio. Nessuno parlava di Eddy
Diehl, nessuno sembrava sapere dove fosse. Ma se una
sera squillava il telefono e rispondeva nostra madre, la
sentivamo trattenere il respiro e dire gelida: No.  finita.
Chiuso. Basta.
Se rispondeva Ben, riattaccava subito. La faccia bianca
come un cencio, tremante, usciva dalla stanza sbattendo la
porta e imprecando: Quel disgustoso miserabile bastardo.
Perch non ci lascia in pace?.
Se a rispondere ero io - quando mamma non era a portata
d'orecchi, e non afferrava l'apparecchio - capitava che io e
pap scambiassimo qualche parola. In maniera imbarazzata,
desiderosi di farlo. Parlavo a voce bassa, tremula, il cuore
mi batteva all'impazzata, come le ali di quell'uccellino del
Paradiso della canzone un tempo cantata da Zoe Kruller.


Capitolo 6.
Sali, Krista.
Pap mi stava aspettando in macchina, davanti all'uscita
posteriore della scuola.
Un'auto che non conoscevo, ero sicura di non averla mai
vista; sembrava nuova fiammante, addirittura sgargiante,
con la carrozzeria scintillante color rame scuro, brillanti finiture
cromate, gli pneumatici dai bordi bianchi e coprimozzi
simili alle ruote della roulette: una delle automobili
speciali di Eddy.
Erano auto molto originali che pap comprava di seconda
mano, le rimetteva a nuovo o le "personalizzava", le teneva
per un po' prima di rivenderle, probabilmente guadagnandoci
su. Si trattava di automobili d'epoca - Cadillac,
Lincoln, Oldsmobile - o anche pi recenti, Thunderbird,
Corvette, Stingray, Mustang, Barracuda; le acquistava attraverso
strani giri da un amico di un amico che era sempre
a corto di denaro, o alle aste fallimentari o giudiziarie. Durante
la mia infanzia trovavo entusiasmanti queste automobili
speciali, ma anche pericolose, perch facevano arrabbiare
mia madre, mentre per me e mio fratello rappresentavano
delle splendide sorprese. Era tipico di pap tornare a casa
con una macchina nuova, senza alcun preavviso o spiegazione.
Se ne stava l sulla soglia con le chiavi dell'auto tintinnanti,
con quel suo sorriso furbo: Guardate che c' nel
vialetto. Chi vuole fare un giro?.
Noi! Io e Ben! Adoravamo il nostro imprevedibile pap.
Proprio come adesso, all'improvviso. Mio padre mi veniva
a prendere a scuola, dopo la palestra, pretendendo, se
gli volevo bene, che afferrassi senza fare domande la felicit
che mi offriva - altrimenti il sorriso furbo spariva immediatamente
dal suo viso, e una luce dura e crudele compariva
negli occhi stretti come una fessura.
Senza pensarci su - e senza la minima prudenza: Mi va?
Dove mi porter? Cosa pu accadermi? - dimenticando che
mia madre come al solito mi aspettava a casa, sarei dovuta
arrivare entro una quarantina di minuti, in quella stagione
in cui faceva subito buio, prima delle cinque, salii su quella
macchina imponente accanto a mio padre e deposi lo zaino.
Ges, micetta! Diavolo, quanto tempo  passato.
Mi attir a s, mi abbracci forte e mi diede un bacio appassionato
graffiandomi con la barba lunga, sentii il suo
alito.
Dolce micetta... Piccola Krissy. Da tanto nessuno mi
chiamava pi cos.
E da tanto nessuno mi abbracciava e baciava in quel modo.
All'epoca pap doveva avere quarantacinque, forse quarantasei
anni. Un uomo alto e grosso - un metro e novantatr
per cento chili - quasi tutto muscoli, anche se cominciava a
mettere su un po' di pancetta. Alle superiori era stato un atleta
(di football e baseball) e intorno ai vent'anni si era arruolato
per qualche anno nell'esercito come soldato scelto
(aveva combattuto in Vietnam); adesso strascicava lievemente
la gamba destra per una ferita di guerra (era stato colpito
da una scheggia). A me e a Ben non aveva mai raccontato
le sue esperienze e avventure in Vietnam - gliene erano certo
capitate - non avevamo mai visto fotografie o souvenir,
n decorazioni (il Cuore di porpora o la Medaglia al merito)
o lettere di amici - pure doveva averne avuti nel suo plotone,
Eddy Diehl era un uomo molto socievole - ma quando
glielo chiedevamo scrollava le spalle e mormorava evasivo
acqua passata, ragazzi. Non parliamone pi.
Nostra madre non ci incoraggiava a "provocare" pap.
 stato ferito,  rimasto due mesi in ospedale. Me l'ha detto sua
madre, pensavano che non ce l'avrebbe fatta.
In un'altra occasione nostra madre ci disse, a voce bassa
Con me non ne ha mai parlato, ed  meglio cos.
Al che avevo pensato, sdegnata: Bisogna proprio essere
una moglie egoista per non desiderare di conoscere le esperienze
di guerra del proprio marito.
Con quell'abbraccio pap mi avrebbe quasi potuto stritolare.
Solo in seguito ho capito - anni dopo, voglio dire -
che forse era intimorito da me, o dal fatto che all'improvviso
ero l con lui, nella sua macchina; rideva forte, felice.
Sembrava una risata incredula, meravigliata, o dettata dal
rimorso - Mia figlia  qui con me? Proprio lei, che mi hanno
proibito di vedere?  venuta da me,  davvero... lei?
La mia brava bambina. La mia brava... coraggiosa bambina.
Mio padre mi teneva teneramente il viso tra le sue grosse
mani. Quelle grosse mani callose. Una volta l'avevo visto
afferrare il volto di mia madre nello stesso modo - non
con amore, ma in preda alla furia, all'esasperazione - per
costringerla ad ascoltarlo, a guardarlo in faccia, e quel lontano
ricordo mi riaffior alla mente, con un fitta di panico.
Eppure quant'ero remissiva, come una bimba senza pi
paure: erano svanite tutte, anche quella nei confronti del
padre. Che lusso essere abbracciata, baciata, amata in quel
modo. Sapevo che mio padre a me non avrebbe mai fatto del
male. Mi spuntarono le lacrime, rigandomi il viso indolenzito
per la pallonata ricevuta un'ora prima. Non ricordavo
l'ultima volta che mia madre mi aveva baciato o anche solo
abbracciato cos, l'ultima volta che l'avevo desiderato. Simili
effusioni avrebbero imbarazzato entrambe. Saremmo
rimaste raggelate nel sentire mio fratello esclamare - come
sin troppo spesso faceva a casa, pronunciando i suoi commenti
con beffardo sarcasmo misto a disgusto - Piantatela
con queste stronzate, Cristo santo. Non siamo in tv!
Non eravamo in tv, pensai. Era una circostanza inaspettata,
una situazione nuova. Non era mai accaduto prima.
O, comunque, non a me.
I pulmini della scuola erano l nei pressi con il motore
acceso ed emettevano gas di scarico. Le mie compagne di
classe correvano sotto la pioggia, nel parcheggio c'era parecchio
trambusto mentre gli autobus si riempivano, pronti
a partire. I fari avrebbero illuminato il mio viso emozionato
e quello di mio padre, forse con suo disappunto.
Ma quello non ... Eddy Diehl? Quello che...
Sta con sua figlia? Come si chiama...
Pap si affrett a ingranare la marcia e uscimmo dal
parcheggio.
Guidammo sotto la pioggia per qualche minuto, confusi
ed elettrizzati. Senza una meta - Edgehill Street, East End
Avenue, Union Avenue, la parte bassa di Main Street, una
svolta e una ripida discesa verso Depot Street - percorrevamo
quelle strade di Sparta cos familiari, ma di cui in realt
ignoravo il nome, non erano che direzioni, impulsi, ci portavano
lontano dalla scuola, dove potevano riconoscerci, ma
senza una meta, poich non avevamo pi una meta comune.
Con una punta di orgoglio, che era solito mostrare quando
parlava di acquisti cos vistosi, mio padre mi stava descrivendo
l'auto che guidava, una Cadillac del 1976 comperata
per l'occasione. Aveva finiture rosso fuoco e la tappezzeria
in "vera pelle color crema". Naturalmente quella macchina
"favolosa" aveva il servosterzo, gli pneumatici dai bordi
bianchi, il motore V8, l'aria condizionata, la radio con il
mangianastri e consumava meno delle altre "auto di lusso"
americane.
Anche se, ammise pap, dopo un tamponamento aveva
dovuto rifare la carrozzeria, ma il motore era in condizioni
perfette: lo senti?.
S, lo sentivo. Annuii convinta. S, s, lo sento.
Balbettando come una scolaretta emozionata, dissi a mio
padre che quella era la macchina pi bella che avesse mai
acquistato. La macchina pi fantastica su cui fossi montata.
Be', forse, micetta.
Probabilmente lo pensavo davvero. Le automobili speciali
di pap erano tutte spettacolari - Oldsmobile Cutlass Supreme, Lincoln Versailles, Chevy Corvair, Thunderbird e
Studebaker d'epoca - ognuna in un certo modo soppiantava
la precedente, un po' come i sogni pi vividi e seducenti
offuscano i precedenti, prima di svanire anch'essi.
Segu un momento di silenzio, sapevo che mio padre
avrebbe voluto chiedermi che macchina aveva Lucille adesso.
Come a dire Con tua madre conduci una vita meschina, e
meschino  l'amore che ti d. Ma probabilmente Eddy Diehl
sapeva bene che macchina avesse mia madre, un'auto usata
ma ben funzionante, acquistata da qualche parente, o addirittura
ricevuta in regalo.
S, di certo mio padre sapeva che macchina aveva mia madre
in quel periodo. Prima di venire a prendermi a scuola
doveva avere seguito e osservato mia madre al negozio di
abiti usati - probabilmente si era appostato sulla strada, o
nel parcheggio sul retro. Era risaputo che Eddy Diehl teneva
"assiduamente d'occhio" l'ex moglie Lucille tramite i numerosi
cugini con cui era rimasto in rapporti stretti, come
con dei congiurati; la maggior parte dei Diehl continuava
ad avere fiducia in Eddy, e detestava la sua ex moglie per
non essergli "rimasta al fianco" nel momento del bisogno.
E quindi d'un tratto ebbi l'impressione che mio padre sapesse
molte pi cose della vita privata di mia madre rispetto
a Ben e a me, convinti com'eravamo che la nostra stizzosa
e infelicissima mammina, una donna di mezz'et, non
avesse una vita privata!
... un po' sorpreso, Krista, ma  una bella sorpresa, di
quanto sei cresciuta. Voglio dire... in altezza. Diventerai
una ragazza alta. E carina. Diventerai molto carina. Non che
tu non lo sia gi, micetta... ma...
Pap parlava distrattamente mentre guidava la sua vistosa
Cadillac nella pioggia, adesso stavamo passando sotto un
cavalcavia, dietro di noi si levavano scrosci d'acqua simili
ad ali e temevo che quel motore cos potente si spegnesse,
lasciandoci impantanati in una pozza d'acqua - ... e poi
giochi a basket con quelle ragazze - sembrano indiane grosse
e toste - francamente, micetta, il tuo pap  rimasto.... Parlava con quel suo tono tra il meravigliato e il gioviale, poi
la voce gli manc. Era il genere di lode rivolta a una bambina,
mentre si pensa tutt'altro.
Quando mio padre non parlava con quella sua voce stentorea
e spavalda, ben modulata, ne sentivo un'altra, che trasmetteva
una mesta dolcezza. A volte mi risvegliava da sogni
tumultuosi, non ricordavo cosa dicesse, ma fremevo di
struggimento. Adesso, osservando mio padre, lo trovai invecchiato
- certo, non dovevo sorprendermi. Il volto si era
appesantito, la pelle era pi segnata e rugosa, come il pane
troppo cotto. La folta capigliatura rosso ruggine striata d'un
grigio color mica si stava diradando sulla nuca, ma lui non
poteva vederlo, come non vedeva l'intrico di cicatrici bianchicce
che gli deturpavano la gamba e il ginocchio destro,
che faceva in modo di nascondere.
Eddy Diehl non portava mai pantaloncini corti, nemmeno
nelle giornate estive pi calde. Non veniva mai a nuotare
con noi, al Wolf's Head Lake.
Qualche volta avevo intravisto la ferita. Mi ero chiesta
se mia madre la vedeva spesso, nella loro camera da letto;
se mia madre provava tanto amore per pap perch aveva
sofferto in guerra, o se avvertiva una lieve ripugnanza
per quella carne maciullata. E per la virilit di mio padre,
per la sua sessualit.
Pap mi stava dicendo quanto gli mancavo. Quanto gli
mancava la sua "bellissima figlia", come si sentiva "maledettamente
depresso e disperato" perch gli mancava la figlia
che amava "pi di ogni altra cosa al mondo".
Guidava con una mano sola tra le pozzanghere profonde
mentre con l'altra cercava a tentoni la mia, poi me le afferr
entrambe e le strinse forte.
Mi sforzai di non sussultare. Che piacere quell'improvviso
dolore!
Pap, anche tu mi manchi molto dissi timidamente.
Non so perch mamma...
Lascia stare "mamma", Krista. Non parliamone adesso.
Malgrado la barba lunga e i capelli striati di grigio un po'
arruffati, mio padre era bello, pensai. Anche con quel viso
segnato, pallido, le borse sotto gli occhi come se avesse dormito
poco, o si fosse stropicciato le palpebre, e la fronte corrugata
dai pensieri o dalle preoccupazioni, Eddy Diehl era
un bell'uomo. Il suo giaccone di camoscio sembrava imbottito
di morbida lana come un cuscino: che piacevole sensazione
si provava a strofinarsi contro quella grossa giacca. E
gli scuri peli grigi che gli spuntavano dal petto fino all'attaccatura
del collo, che piacevole sensazione appoggiargli
il viso sulla gola, come per nascondermi.
Eravamo risaliti su per la buia Depot Street sferzata dalla
pioggia, avevamo oltrepassato la zona dei magazzini, il
lungofiume del Black River coperto di cespugli, e adesso
avevamo svoltato sull'Highlands Bridge, il bellissimo ponte
sospeso sul fiume pavimentato con una rete metallica che
vibrava sotto le ruote della macchina. Nella Cadillac Sevile
del 1976 con la tappezzeria di pelle color crema, le finiture
rosso fuoco e gli pneumatici dai bordi bianchi regnava
una gioia sfrenata - Allacciate le cinture! Si decolla!.
Pap rideva, una risata di pura felicit o di sfida; mi sorpresi
a ridere, eccitata e turbata.
Dove mi stava portando pap? Sul ponte sospeso, sotto
una pioggia ora meno fitta, la nebbia che si alzava dal
fiume invisibile, vedevo luci sfocate lungo le acque, sulla
riva l'indistinta distesa di stabilimenti in mattoni e fabbriche
abbandonati, chiusi sin da quando ne avevo memoria,
Maglificio di lusso per signora, Cartiera F.lli Reynolds, Conservificio
Johnston.
Conoscevo da una vita quei posti di Sparta cos familiari,
da molto prima che il guaio distruggesse la mia famiglia.
... maledettamente fiero, Krista. Vedere la mia piccolina
in mezzo a quelle ragazze grandi e grosse.
L'espressione "ragazze grandi e grosse forse" implicava
qualcos'altro. Conteneva un'allusione erotica, maliziosamente
spiritosa.
Chiesi a pap come aveva scoperto dov'ero. Come faceva
a sapere che dopo la scuola mi ero fermata in palestra?
Pap si picchiett il naso e rispose: Il tuo vecchio ha una
specie di radar per te, Krista. Credimi.
Mi chiesi se fosse ubriaco. Borbottava in tono canzonatorio,
strascicando lievemente le parole.
Ma non c' felicit maggiore di quando a quindici anni
tuo padre (che ti  vietato incontrare) ti porta in macchina
verso una destinazione sconosciuta che non riesci - ancora
- a indovinare. Un padre bellissimo (che ti  vietato incontrare)
che non sta nella pelle perch sei l con lui, gongolante
come un ladro che se la sta svignando con oggetti
di valore inestimabile, senza nessuno alle calcagna.
Nessuno mi amava in quel modo, pensavo. Nessun altro
desiderava possedermi cos.
Anni addietro, prima che mio padre andasse via da Sparta,
in quel confuso e allucinante periodo in cui Edward Diehl
era stato "trattenuto in stato di fermo dalla polizia", "rilasciato
dalla polizia", e bandito da casa nostra ma si era stabilito
in citt presso dei parenti, capitava, come per caso,
che apparisse davanti a me e Ben: alla fermata dell'autobus
dopo la scuola, al centro commerciale mentre nostra madre
faceva la spesa, in Huron Pike Road che percorrevamo
in bicicletta. Fremevo quando ci faceva segno con la mano,
ma Ben s'irrigidiva e si voltava dall'altra parte.
Ci perseguita come un fantasma. Vorrei che morisse! mormorava
tra s.
Un aspetto odioso di Ben, questo non gliel'ho mai perdonato,
era lo zelo con cui faceva la spia a nostra madre:
Pap ci ha seguito! Pap ci ha fatto segno!. Mia madre
era terrorizzata - o cos affermava - che mio padre potesse
"rapirci", quegli episodi la lasciavano in uno stato quasi
isterico, e non sapeva cosa fare. Doveva avvertire la polizia,
chiamare la famiglia di mio padre, ignorare le "molestie"
di Eddy Diehl, oppure... Cosa dovrebbe fare una madre
responsabile?
Nessuno lo sapeva. Ognuno diceva la sua, ma nessuno
lo sapeva. Se si era dell'opinione che Edward Diehl avesse
ucciso - "strangolata nel suo letto" - una donna di Sparta
che era stata sua "amante" - s, "amante", era proprio quella
l'audace parola che compariva sui giornali cittadini e veniva
pronunciata alle radio e alla tv locali - di conseguenza
bisognava proibire a Edward Diehl di avvicinare i figli;
se si credeva che Edward Diehl fosse innocente, che fosse
un padre "buono e amorevole", ovviamente si era d'opinione
contraria.
Una famiglia si disgrega una sola volta, lo capisci di colpo
cosa significa.
... ma se vuoi fartela con ragazze toste come quelle, tesoro,
devi essere pi grintosa. A dire il vero, sul campo non
eri la pi bassa, ma la meno "sviluppata" - intendo muscolarmente
- quindi devi essere pi aggressiva, e rischiare di
pi. Un buon atleta pensa alla squadra, non a s. Se sei prudente
perch temi di farti male - certo, ci si pu sempre far
male, in qualsiasi sport - diventi un punto debole e non un
punto di forza per i compagni di squadra.
Punto debole. Punto diforza. Nella voce di mio padre riecheggiava
quella del suo allenatore ai tempi delle superiori.
Ero offesa, pap mi stava muovendo delle critiche! Non
mi lodava come mi sarei aspettata.
Ho osservato quelle ragazze. Tre o quattro sono davvero
notevoli per la loro et. Quella con i capelli neri rasati
sulle tempie come un maschio  un'indiana Seneca, vero?
Il modo in cui si smarca usando i gomiti, come si avvita in
sospensione quando tira a canestro,  eccezionale. Di certo
gioca con i ragazzi, l nella riserva. E quella ragazzona col
seno grosso, i capelli ossigenati, il modo in cui ti ha preso
la palla, te l'ha sfilata dalle mani. E quella alta pi di uno
e ottanta che ti ha quasi calpestato, con i capelli lisci neri e
la faccia come un'accetta...
Dolores Stillwater.
a canestro da ferma, non  difficile. Ma in corsa, e imparare
a difendere, a tenere duro, mostrare loro che sei pronta a
fare male - a commettere falli - se quelle stronzette si mettono
sulla tua strada. L'allenatore alla scuola media ci diceva
che un atleta deve prendere una decisione, subito: "O
te o loro". O non rischi e a rischiare sono i tuoi avversari, o
rischi e li metti sotto. Un giocatore che subisce sempre fallo non vale niente. Se non vuoi rischiare, micetta, forse dovresti
lasciar perdere lo sport.
Ora ricordavo, nostro padre era proprio cos. Pensavi che
ti stesse lodando - o comunque, che non ti riprendesse - ma
in qualche modo, valutando la questione, girandovi intorno
cos come lo vedevamo rigirare tra le mani un utensile
difettoso, alla fine non ti riservava un elogio bens una critica
severa ma imparziale.
Nel suo lavoro, pap era piuttosto perfezionista: con
acuto occhio professionale coglieva errori invisibili ad altri.
Una volta smont le piastrelle del pavimento della cucina
che aveva laboriosamente posato, con il viso paonazzo,
fra un'imprecazione e l'altra, strapp la carta da parati
applicata in ore di lavoro sudando sette camicie per il caldo
estivo, ritinteggi i muri perch la tonalit di colore
scelta "non era quella giusta" e lo stava "facendo ammattire",
rimaneggiava in continuazione la pedana d'ingresso
in legno di sequoia che aveva costruito sul retro di casa
nostra; da noi i lavori "non finivano mai" - c'era "sempre
qualcosa da aggiustare", ma era pericoloso offrirsi di aiutare
pap, perch pretendeva molto, ed era alquanto impaziente;
quando, anni prima, il povero Ben provava a dargli
una mano nei lavori di falegnameria a casa, pap gli strappava
dalle mani maldestre il martello, il cacciavite, la piallatrice
elettrica.
Eddy Diehl detestava i lavori fatti a cazzo. Un lavoro fatto
a cazzo - per colpa sua o di altri - lo mandava al manicomio.
A vederli dal di fuori - superficialmente - si poteva pensare
che mia madre fosse quella incontentabile, e Eddy
Diehl, col suo sorriso spontaneo e i modi spigliati, fosse
uno che lasciava correre, ma in realt mio padre andava in
bestia per ogni genere di casino, perch per lui significava
non avere il controllo della situazione. Se scoppiava qualche
casino mia madre Lucille si allarmava e si spaventava,
temendo la reazione di nostro padre.
Solo quando il tribunale emise l'ordinanza con cui stabiliva
che mio padre dovesse andare via da casa e sparire
dalla nostra vita scoprii fino a che punto mia madre ne temesse
il temperamento irascibile, focoso e "irrazionale".
Dovevo forse lasciar perdere il basket? chiesi imbronciata
a mio padre.
Se prima traboccavo di euforia, orgoglio, desiderio di
fare colpo su pap, ora sentivo il mio cuore avvizzito come
una prugna secca.
Dapprima, mentre imboccava con la Cadillac Seville una
rampa d'uscita, la fronte corrugata e strizzando gli occhi
per vedere attraverso il parabrezza chiazzato dalla pioggia,
mio padre parve non udirmi; ma poi pi teneramente
rispose: Non ho detto questo, Krissie. Diavolo, no. Stai
imparando. Prometti bene. Vedi, fare sport significa misurarsi
con degli avversari. Un po' come nella vita, forse. Sei
in gamba nella misura in cui gli altri te lo permettono. E
loro sono in gamba nella misura in cui tu glielo permetti.
Era cos. Un fatto incontestabile. Adesso avevo un'idea
di quello che provava mio padre quando i suoi nemici lo
ostacolavano, lo bloccavano, calpestavano la sua vita. Mi ricordai
pi nitidamente del tempo in cui vivevamo tutti insieme
nella casa di Huron Pike Road e l'aria letteralmente
riverberava dei continui sbalzi d'umore di mio padre, che
passava da un eccesso all'altro.
No, piccola. Non mollare mai.
Pap non alloggiava presso parenti o amici a Sparta ma,
con mia sorpresa, al Days Inn sulla statale 31. Forse c'era una
ragione, come aveva spiegato. Sarebbe rimasto "nei paraggi"
fino al luned successivo, doveva "vedere delle persone", "concludere
degli affari", "sbrigare delle faccende rimaste in sospeso".
Speravo che non intendesse anche cercare di incontrare
mia madre o qualche suo familiare. Nessuno dei Bauer voleva
avere a che fare con Eddy Diehl, con lui avevano chiuso.
Tuo padre non  il benvenuto.
Tuo padre per noi  morto.
Tra gli affari che mio padre aveva da sbrigare a Sparta
doveva esserci il "procedimento" in corso: erano anni che
provava, con un avvocato o l'altro, a denunciare la polizia
locale e il pubblico ministero della contea di Herkimer
per molestie, diffamazione, calunnia e abuso di potere, con
l'unico risultato, a quanto se ne sapeva, di far guadagnare
gli avvocati.
Temevo mi dicesse che stava cercando un altro legale.
o che aveva intenzione di parlare di nuovo con la polizia,
i magistrati, i giornali locali e i mezzi d'informazione, per
chiedere di essere prosciolto.
Quali che fossero quegli affari, mi guardai bene dal domandarglielo.
Perch anche se pap dava sempre l'impressione
di parlare apertamente, con franchezza e in tono di
battagliero ottimismo, non ci si poteva rivolgere a lui in
quel modo. Nel linguaggio degli adulti cominciavo a ravvisare
una sorta di codice, all'apparenza confidenziale, ma
che in realt serviva a mantenere le distanze. Ti basti ci che
ti dico! Non chiedere altro.
Avevamo attraversato il ponte sospeso che vibrava paurosamente,
diretti dal centro a East Sparta, una terra di nessuno
dove sorgevano piccole fabbriche, stazioni di servizio,
magazzini vuoti, ettari di parcheggi dal fondo dissestato
su cui crescevano giganteschi cardi. Lungo i campi ricoperti
di rifiuti, nelle cunette ricolme di sporcizia si vedevano
corpi senza vita - o cos sembravano - affastellati e avvolti
con lo spago, umanoidi, in parte decomposti. A osservarli
meglio, erano solo buste d'immondizia, montagne di spazzatura.
A East Sparta la maggior parte delle industrie aveva
chiuso, ormai era solo un cumulo crescente di macerie.
Chiesi a mio padre dove vivesse adesso, e lui replic:
Io? Dove vivo adesso? in tono scherzoso, al che risi
nervosamente.
Voleva forse che indovinassi? Pensavo a Buffalo, Batavia, Port
Oriskany, Strykersville... Poi disse: In questo periodo cambio
spesso domicilio. Ho lasciato delle cose in deposito a Buffalo.
Per lo pi mi muovo da un posto all'altro, sai, con questa
macchina, il mio ultimo acquisto e investimento. Il piace?.
Per quanto lo ascoltassi attentamente, non avevo capito
bene cosa intendeva. Questa macchina? Se mi piace... questa
macchina?
Gli avevo gi detto che s, quella macchina mi piaceva.
Era una bellissima automobile. Ma non viveva l dentro,
vero? Oppure s?
Sul sedile posteriore era ammassata un sacco di roba.
Scatole, schede, cartelle. Un paio di scarpe da uomo, quelli
che sembravano degli indumenti: vestiti. Una valigia. Pi
d'una. Una sacca da viaggio. Altre scatole.
Per noi  morto. Lo sa?
Un maledetto fantasma muto dannazione spero che crepi.
Dovunque capita, Krista. Ma con... be', l'anima - cio con
i miei pensieri, ma pi in profondit, ecco cos' un'anima
- con l'anima sono qui, a Sparta. Sogno spesso di trovarmi
nella nostra casa, in Huron Pike Road.  l che mi sveglio,
fin quando... una volta sveglio mi guardo intorno e mi accorgo
che, dannazione, sono da un'altra parte.
A questo non sapevo proprio cosa replicare. Pensavo a
quanto amore provavo per il mio pap, a com'era strano
per una ragazza avere un padre, e una ragazza ama il proprio
pap, non lo giudica. Pensavo a quanto odio provavo
per mio fratello Ben, che riusciva a non amare pap.
Ben non amava nemmeno me. Ne ero sicura.
 qui che sono nato continu pap. Ho diritto di starci.
Quando la notte non riesco a prendere sonno chiudo gli
occhi e mi ritrovo qui. A casa.
Vorrei...
S? Cosa vorresti, micetta?
... che tornassi a vivere da noi, pap. Ecco cosa vorrei.
Pap rise teneramente. O forse era un riso rassegnato,
di persona ferita.
... vorrei che tornassi stasera... Non  lo stesso senza di
te, pap. A casa. Dovunque... Mi stavo asciugando gli occhi,
mi dolevano come se avessi fissato una luce accecante.
Forse un difensore della squadra avversaria mi aveva colpito
all'occhio, per pura cattiveria.
Piccola bianca pisciasotto, levati di mezzo! Mi manchi, pap.
E anche a Ben. Non lo dice, ma gli manchi.
Era una bugia. Perch la dissi, impulsivamente, non saprei:
forse per far felice pap. Un po' pi felice.
Be', grazie, tesoro. Anche tu mi manchi, e tanto. Segu
qualche attimo di silenzio, pap stava riflettendo. E pure
tuo fratello.
S, risposi, glielo avrei riferito. Lo avrei detto a Ben.
Per mio padre era stato uno shock vedere come il figlio
gli si era rivoltato contro. Suo figlio, contro di lui.
E forse aveva amato Ben pi di quanto avesse amato me.
O avesse voluto amarmi. Tra gli amici di pap avere un figlio
maschio era un motivo di vanto.
... lei se la cava, eh? Vero?
Lei. Stavamo parlando di mia madre, giusto? Sin dall'inizio,
quando mi ero precipitata a salire sulla Cadillac Seville,
l'argomento era stato lei.
... a quella chiesa? Quella nuova? Come va?
Gli risposi che andava tutto bene. Mia madre frequentava
una nuova chiesa, aveva "nuovi amici", o cos sosteneva.
Io non avevo ancora conosciuto quei "nuovi amici",
una si chiamava ve Hurtle o Huddle, una donna dai capelli
color ottone massiccia come un camion, proprietaria
del negozio dell'usato dove mia madre lavorava.
Il pensiero che mio padre potesse chiedermi se lei si vedeva
con "qualcuno" - qualche uomo - mi metteva a disagio,
e mi preparai a rispondere. Non lo so, pap! Non credo. Speravo
non me lo chiedesse, sarebbe stato umiliante per lui.
Non me lo chiese. Quello non me lo chiese. Se pure provava
gelosia o rabbia, Eddy Diehl era troppo orgoglioso per
domandare una cosa simile. Anche se intuivo che moriva
dalla voglia di farlo.
... a te e Ben non d molte notizie di me, scommetto, vero?
Notizie? Non avevo ben capito cosa intendesse.
 come se fossi morto, eh? "Per me  morto" -  questo
che dice?
 finita. Chiuso. Questo dice.
Non sapevo bene, gli risposi cauta. Forse lui aveva ragione,
non ci dava molte notizie, e comunque non ci confidava
le sue faccende "personali". Secondo me non le confidava
a nessuno, provava troppa vergogna.
Donna nuda strangolata nel suo letto. Eddy Diehl  l'amante
della sgualdrina.
Sulla strada davanti a noi c'era un pulmino scolastico,
color carota con la scritta DISTRETTO SCOLASTICO CONTEA
DI HERKIMER, i lampeggianti accesi come fosse fermo
per far scendere i passeggeri. Pap era distratto, fren
con un attimo di ritardo, imprecando e aggrappandosi
al volante.
Cazzo! Questi dannati pulmini scolastici.
Indossavamo entrambi le cinture di sicurezza. Su questo
pap era irremovibile. Un suo compagno delle superiori era
rimasto ucciso in modo orribile, impalato dal volante o semidecapitato
dal parabrezza infranto, e ammoniva sempre
me e Ben a indossare le cinture.
Per i miei assegni li riscuote. Spero che questo ve lo
abbia detto.
Riscuoteva i suoi assegni? Era vero? Sapevo solo quello
che mi dicevano mia madre e i Bauer, che mio padre non
rispettava i suoi doveri. Trascura la sua famiglia.  in arretrato
con l'assegno di mantenimento.
Naturalmente,  il minimo che possa fare. Non le lesino
i soldi. Voglio dire, siete la mia famiglia. Che misero "salario"
pu prendere a vendere vestiti usati?  il minimo che
io possa fare, dopo avere rovinato la vita di quella donna...
La voce gli mor in gola, per l'imbarazzo. E per la rabbia.
Si accese una sigaretta con gesti goffi, aspir una lunga
boccata come fosse ossigeno purissimo, un vero balsamo.
Difficile dire se la rabbia fosse dovuta all'imbarazzo, o
se gi covasse sotto la cenere, simile a gomma bruciata bagnata
dalla pioggia, celata momentaneamente dalla vergogna
come una coltre di nubi che veli un sole abbagliante.
... Non ho mai detto di non essere responsabile, per
questo. Non... non per quell'altra cosa, Krissie, ma... per
voi. Per tua madre, per te e Ben... ho rovinato le vostre vite.
Ges! Se potessi tornare indietro...
Questa mi giungeva nuova, pensai. Le parole di mio padre
mi turbarono. Rovinato le vostre vite. Rovinato la vita di
quella donna. Per un attimo non capii a quale donna si riferisse,
se a mia madre o... a quell'altra.
Mio padre non aveva mai parlato di Zoe Kruller a me o
a Ben. Ero sicura che non ne avesse parlato a Ben. Quando
proclamava la sua innocenza affermando solennemente di
non aver nulla a che vedere con la morte di quella donna non
nominava mai Zoe Kruller. E non l'avrebbe fatto nemmeno
adesso, ne ero certa.
... felice di essere vivo. E libero. Questo  un miracolo,
Krissie: non sono ad Attica a scontare un ergastolo.
Dicono che ad Attica dopo qualche mese si diventa
pazzi, i detenuti sono pazzi, soprattutto quelli pi vecchi,
i bianchi, anche le guardie sono pazze - chi altri farebbe
il secondino ad Attica? Da solo non ce la fai, avrei
dovuto unirmi alla Nazione Ariana - ad Attica ci sono
dei motociclisti, gente che ho conosciuto nell'esercito,
me l'hanno gi fatto sapere, se mi mandano l non avr
problemi. Figurati, Krissie, il mio "futuro" era gi segnato,
dovevo sperare in questo, come fosse una bella
notizia. Mio padre rise, una risata aspra, che si trasform
in un accesso di tosse; spense disgustato la sigaretta
nel posacenere aperto sul cruscotto, accanto al ginocchio.
Sto cercando di capire una cosa, Krissie: forse un
Dio esiste, ma gli importa un accidente della giustizia
sulla terra? Di tutti noi, al mondo? Ho letto qualcosa su
certe scoperte scientifiche, Dio  un "principio" - una
specie di equazione - quindi esiste, ma che razza di Dio
sarebbe? Un uomo deve farsi giustizia da s. In quanto
uomo deve essere indulgente con la propria anima.
Questa giustizia non pu manifestarsi troppo in fretta,
bisogna attendere il momento opportuno. Quando
meno te l'aspetti. Alla gran parte dell'umanit non interessa
un accidente, e nemmeno a "Dio". Non si pu certo
biasimarli, ogni volta che leggi un giornale o accendi
la tv ci sono uragani, inondazioni, terribili eruzioni
- come si fa a sopportare tutto questo? Da bambino per
un periodo la domenica mi costringevano a frequentare
il catechismo, poi a undici anni non ci volli pi andare,
ricordo che ci parlavano dei miracoli di Ges, chi vi
assisteva rimaneva impressionato, erano i "miracoli" a
colpirli, non Ges che predicava, comunque, voglio dire,
ti fanno credere che Ges poteva resuscitare i morti, salvare
il suo popolo, ma in realt come potrebbe "salvare"
le brulicanti moltitudini che oggi popolano la terra?
Ci sono milioni - forse miliardi - di persone al mondo
in pericolo. E alle dannate "autorit" - ai "capi" - non
gliene frega un accidente.
Conta solo il potere. Conta solo intascare soldi e nasconderli
in Svizzera. In qualche banca in cui ti garantiscono
l'anonimato. Cos non paghi tasse. Le "autorit" -
passerebbero sopra il cadavere della madre pur di sbattere
un innocente in prigione o condannarlo a morte, insomma,
a loro interessa solo "chiudere il caso". Dannati ipocriti
bastardi...
Ero confusa, spaventata. All'inizio mi era sembrato - credo
- che mio padre stesse parlando di un argomento doloroso
di cui cercava di farsi una ragione, qualcosa per cui
riconosceva la propria responsabilit; al principio pareva
contrito, poi d'improvviso aveva cambiato tono, si era adirato,
indignato. Aveva la mascella contratta come un pugno.
Guardava fisso davanti a s. Malgrado in macchina il
riscaldamento fosse acceso, mi sentivo gelare.
Non ci si pu fidare di uno che beve. Krista, promettimi che
non salirai mai pi sulla macchina di uno che ha bevuto, te ne
pentiresti.
Mia madre mi aveva ammonito tante di quelle volte!
Come certo sua madre aveva ammonito lei; ma non le aveva
dato ascolto.
Mi sembrava che ci stessimo addentrando nell'interno
lungo la statale 31, un'autostrada a due corsie a nord
di Sparta. Avevamo superato la zona dei ristoranti fast
food, delle stazioni di servizio e dei motel dove sorgeva
il Days Inn. Pensai che, se mio padre intendeva rapirmi,
non avrebbe preso quella direzione - o no? Adesso in
tono pi cordiale mi stava dicendo che per il mio sedicesimo
compleanno pensava di regalarmi una macchina:
Che ne dici di una spider? Proprio quello che ci vuole
per una sedicenne.
Stava scherzando? Una macchina, per me? Mi chiesi se
pap sapesse quand'era il mio compleanno.
Dalla rampa di un raccordo vidi di sfuggita il retro di una
schiera di case: baracche, recinti con animali, corde per il
bucato flosce sotto la pioggia. Uno squallido accampamento
di roulotte, un cassonetto dell'immondizia fumante da
cui proveniva un odore di gomma bruciata.
Eravamo sulla statale 31 diretti a est, a quanto pareva
verso una meta. Mi chiesi se pap doveva incontrarsi con
qualcuno, guidava a velocit sostenuta. Avevamo superato
di parecchi chilometri i posti frequentati un tempo da
Zoe Kruller: il Tip Top Club, il Chet's Keyboard Lounge,
l'Houlihan's, il Grotto, lo Swank's Go-Go, i bar del nuovo
Marriot e dello Sheraton-Hilton, l'HiLo Lounge all'Holiday
Inn, il Little Las Vegas sullo svincolo all'altezza della
rotatoria. Erano locali con allettanti insegne al neon, per
lo pi deserti, di notte come di giorno. Alla cruda luce del
sole si vedevano equivoche insegne spente che ostentavano
figure di donne seminude come sagome di fumetti, cassonetti
dell'immondizia traboccanti, parcheggi disseminati
di rifiuti come volti butterati dall'acne. Quando la polizia
aveva trattenuto e interrogato Eddy Diehl era saltato fuori
che lui non era l'unico "padre di famiglia" a frequentare
quei posti, e i suoi amici e conoscenti erano stati costretti a fornire informazioni su di lui e sugli altri. Non avevano
arrestato nessuno. Ma avevano rovinato delle vite.
All'epoca ero troppo piccola per capire queste cose. A
quindici anni non sapevo ancora cosa fossero, lo ignoravo
completamente.
Eravamo nell'entroterra, in un sobborgo della contea
di Herkimer conosciuto come le Rapide, collinosi terreni
agricoli dove di giorno si vedevano mandrie di mucche
Guernsay brucare placidamente l'erba, quasi immobili
nei pascoli che si stendevano lungo entrambi i lati della
strada. Si ergevano alture dalle forme strane, collinette
moreniche, di argillite e calcare, simili a ossa spezzate
fuoriuscite dalla carne. Eddy Diehl aveva dei parenti
che vivevano alle Rapide, ma non stavamo andando
da loro, lo sapevo.
Dove siamo, pap? Dove stiamo andando?
Lo chiesi con voce assorta, infantile, facendo attenzione
a non assumere un tono piagnucoloso o di rimprovero.
Immaginavo che fossimo diretti alla County Line Tavern,
uno dei posti frequentati da Eddy Diehl. Avrei tanto voluto
che fosse come un tempo, quando io e Ben eravamo piccoli
e pap ci portava a fare delle gite in campagna, lungo
il Black River, con la sua automobile vistosa, e a volte veniva
anche nostra madre. Che razza di macchina! Non ti capisco
proprio! Cosa diamine ci devi fare con questa macchina! Oh,
Eddy. Oh, mio Dio.
La domenica pap ci portava in gita alla fattoria di zio
Sean.
Zio Sean era uno zio di mia madre, un uomo anziano
dai candidi capelli soffici e la pelle ruvida come la buccia
di un ananas. Io e Ben avevamo il permesso di accarezzare
i musi vellutati dei cavalli nelle stalle, insieme a nostro
cugino Ty che badava a noi - Attenti! Camminate da
questa parte - e di strigliare con una spazzola di metallo
i fianchi caldi, increspati e frementi dei quadrupedi, si rimaneva
sempre sbalorditi dalla grandezza di un cavallo,
dalla sua stazza, dall'incessante dimenarsi della ruvida criniera e dell'ispida coda pungente, dal letame fresco sotto i
piedi, con le mosche cavalline che ronzavano intorno, ripugnanti.
Eppure desideravo avere un cavallo. Adoravo appoggiare
il viso sui loro fianchi caldi. La mia preferita era
una giumenta che si chiamava Molly-O, uno degli esemplari
pi piccoli posseduti da mio zio, color grigio quarzo,
con liquidi occhi scuri che mi riconoscevano, ne ero certa.
Mi chiedevo se ci fosse un senso nel fatto che lei era una
cavalla, e io una ragazza.
Se fosse una casualit che lei era nata cavalla, e io ragazza.
Quando nostro padre and via di casa, a dispetto di mia
madre mi spingevo con la bicicletta sino a Sparta e passavo
davanti al villino a schiera dove si diceva che Zoe Kruller
era stata strangolata nel suo letto, e l mi assaliva un pensiero
assurdo, La morte sarebbe comunque arrivata, per me o
per chiunque avesse vissuto l.
Si d la colpa a loro, alle vittime. Si incolpa ogni donna
nuda strangolata nel suo letto.
... non avrebbe dovuto cacciarmi in quel modo, tuo "zio
Sean".
Aveva pronunciato "zio Sean" con disprezzo, da persona
ferita. Sembrava che pap avesse seguito il filo dei miei
pensieri.
Ero convinto di piacere ai parenti di tua madre. O almeno
ad alcuni. Agli uomini. Quel tuo "zio Sean..."
Non  mio zio, pap.  zio di mamma.
 il tuo prozio. Ecco cos'.
Avrei voluto protestare, non era colpa mia!
E rispondergli: zio Sean  solo un vecchio ignorante, che
importava a mio padre cosa pensava quell'uomo...
... dovrebbe sapere che non mi arrender. Un colpevole
si arrenderebbe, andrebbe via. Ormai sarebbe scomparso
da Sparta. Ma io non sono colpevole - comunque non
di quella cosa - e intendo far cambiare opinione ai bastardi
come lo "zio Sean" che non hanno avuto fiducia in me.
Dillo a tua madre, Krista: non ho intenzione di squagliarmela
come un cane preso a calci, continuo a lottare. Sono
passati - quanto? - cinque anni, un colpevole ormai si sarebbe
dato per vinto, ma non Eddy Diehl.
Sopraffatto da un'improvvisa emozione, pap si protese
di nuovo per afferrarmi il braccio, la mano. Mi strinse forte
il polso con le dita. Provai un'istintiva paura, un attimo di
panico irragionevole. Si rimaneva sempre sbalorditi dalla loro
grandezza, dalla loro stazza. Dal fatto che potevano facilmente
farti male, senza volerlo.


Capitolo 7.
Ma guarda! Lo dicevo che eri tu.
Alla cremeria Honeystone's speravi sempre che a servirti
fosse Zoe Kruller.
Non la tarchiata Audrey, dalla bocca livida e imbronciata
che pareva una ferita, o l'anziana signora Honeystone dagli
occhi d'acciaio, la moglie del proprietario, oppure, in piena
estate, le ragazze delle superiori assunte come commesse a
tempo determinato, che non ricordavano i nomi dei clienti
o i gusti di una bambina schizzinosa che preferiva un certo
cono gelato (pi leggero, meno croccante) piuttosto che
un altro (pi scuro, granuloso e gommoso), e voleva prima
uno strato di cioccolata con sopra la fragola, in modo
che, quando il gelato si scioglieva, la fragola affondava nella
cioccolata e non viceversa, altrimenti la bambina schizzinosa
l'avrebbe trovato un po' nauseante, innaturale; e sul
gelato alla frutta con la panna montata niente noccioline,
n ciliegie al maraschino. Invece Zoe Kruller lo sapeva, lei
se ne ricordava sempre.
Cos come ricordava i nomi: Krissie, vero? Ehil, Krissie!.
Zoe era una donna affascinante, non semplicemente bella.
La guardavi sbigottito, con interesse, attirava lo sguardo
come un viso sul tabellone pubblicitario di un'autostrada,
mai avresti pensato che una persona cos potesse anche
solo notarti.
Te, una bambina. Una ragazzina che studiava con attenzione
le donne: il loro viso, il corpo.
Zoe era una donna adulta, moglie e madre. Ma non le
avresti dato molti pi anni delle liceali che facevano le commesse
da Honeystone's. Aveva un viso da ragazza, una bellezza
da adolescente: il sorriso contagioso rivelava gengive
rosee e lunghi denti dall'aria famelica lievemente accavallati
davanti. Aveva la carnagione lattea, con lentiggini dorate,
e capelli "biondo fragola", ondulati, ribelli, lunghi fino
alle spalle. Le sopracciglia erano molto curate e disegnate
con la matita, le ciglia chiare scurite dal mascara. Il naso
era un po' troppo lungo, con la punta schiacciata, carnosa,
e le narici larghe, il mento un po' troppo stretto. Ma aveva
occhi bellissimi, dall'aria esotica, con sfumature color ambra
come sherry sul fondo di un bicchiere, cangianti come
biglie di vetro dalla lucentezza dorata, che mutano colore
quando le rigiri tra le dita.
Zoe era minuta, l'aggettivo petite le si attagliava bene. Non
doveva pesare pi di quarantacinque chili, ed era alta meno
di un metro e sessanta, con quell'aria scanzonata, spavalda
e sensuale sembrava pi alta, come chi sia abituato a trovarsi
al centro dell'attenzione. Quando incrociava lo sguardo
di un cliente da dietro il banco della cremeria si alzava in
punta di piedi, con quel sorriso smagliante che le scopriva
le gengive, e sembrava illuminarsi in volto.
Ma guarda! Lo dicevo che eri tu.
Quello che pi colpiva in Zoe era la sua voce roca, da
gatta che fa le fusa. Una voce bassa e vibrante, non pareva
venire dalla sua larga bocca cremisi ma da una radio. Si faceva
davvero notare in mezzo al clamore delle voci comuni,
ed era questo, ancor pi del viso radioso, ad attirare lo
sguardo su di lei.  una persona speciale, pensavi.
E poi quel nome, ZOE, ricamato in rosso sul taschino sopra
il seno sinistro.
Si pronuncia "Zooh-ey". Non "Zoo-ey". Per favore!
Le sere d'estate musicisti e cantanti del posto si esibivano
sul palco del Chautauqua Park e Zoe Kruller cantava
nella band pi popolare, i Black River Breakdown. Zoe era
l'unica donna fra tanti uomini, il chitarrista, il suonatore di
banjo, il violinista e il pianista.
A parte il chitarrista, un ragazzo poco pi che ventenne
che somigliava a Elvis, con capelli tinti di nero e stivali da
cowboy dal tacco alto, erano tutti oltre i trent'anni, pieni
d'entusiasmo, scatenati e in cerca di applausi. Il loro repertorio
spaziava dai classici della musica country e western
(Little Maggie, Down from Dover, VIL Walk the Line) al
bluegrass (Little Bird ofHeaven, Little Footprints in the Snow)
alla disco (I Will Survive, Saturday Night Fever).
Soprattutto quand'era sul palco, eccitante e sexy con un
vestito di paillettes che lasciava scoperta buona parte delle
cosce e i capelli biondo ramato ricci e scompigliati in un'acconciatura
selvaggia come fosse stata colpita da un fulmine,
Zoe Kruller era completamente diversa da tutte le altre
mogli e madri di Sparta.
Eppure era la signora Kruller, madre di un compagno
di classe di Ben. Questo ragazzo si chiamava Aaron, dimostrava
almeno un anno pi di Ben e aveva un viso austero
e torvo che non somigliava affatto a quello di Zoe.
Zoe si  sposata giovane dicevano nostra madre e i
suoi amici.
Zoe si  sposata "troppo giovane" aggiungevano con
soddisfazione.
E a volte: Zoe si  sposata "troppo giovane e con l'uomo
sbagliato".
Frasi del genere per me e Ben non avevano alcun significato.
La gita domenicale da Honeystone's, un vero e proprio
caseificio alla periferia di Sparta, famoso nella zona per i gelati
e i dolci fatti in casa, era una ricompensa per aver fatto i
bravi durante la settimana, o uno dei piaceri che pap ogni
tanto si concedeva. Chi vuole fare una gita da Honeystone's?
Mettiamo che tornassi a Sparta, che andassi a trovare le
poche "amiche" rimaste - compagne di scuola - e chiedessi
loro quali sono i ricordi pi vividi della nostra infanzia,
risponderebbero tutte: "Honeystone's!". Ci prenderemmo
per mano, gli occhi umidi di pianto per l'emozione, le lacrime
pi dolci, rievocando la cremeria Honeystone's come
un paradiso perduto.
Ricorderemmo persino il tragitto per arrivare da Honeystone's,
carico di deliziose aspettative.
Usciti dalla East Huron Pike Road, si oltrepassava la cisterna
idrica, si superava lo scalo ferroviario, si attraversava
il Black River Bridge e si passava davanti al Memorial
Park di East Sparta, e dopo circa un chilometro e mezzo,
alla periferia della citt sorgeva lo scintillante edificio di
stucco bianco, in posizione arretrata rispetto alla strada,
con un parcheggio ben tenuto, dal fondo di ghiaia, delimitato
da vasi di terracotta pieni in estate di sgargianti gerani
rossi, e in autunno di crisantemi variopinti; su un palo
svettava l'insegna alta un metro di una mucca sorridente,
che di notte s'illuminava come un set cinematografico:
CREMERIA HONEYSTONE'S. Dentro il locale si avvertiva subito
un odore caratteristico: un fresco sentore di latte, di
marmo, come l'atrio della Midland Sparta Bank, solo che
qui c'era anche un profumo di pasticceria, cos dolce che
veniva l'acquolina in bocca. Il pavimento sembrava proprio
di marmo, a scacchi bianchi e neri, consunto ma ancora
elegante; c'erano tavoli bianchi in ferro battuto riccamente
ornati, sedie e spar di vinilpelle, neri e lucidi.
Dal soffitto pendevano una mezza dozzina di ventilatori
con le pale che roteavano lente, come eliche di un piccolo
aeroplano, trasmettendo una sensazione languida e vagamente
minacciosa. Se ti appariva in sogno la sala di Honeystone's,
quei ventilatori che giravano piano assumevano
una nota inquietante.
Un sogno del genere sarebbe stato angosciante anche perch
non capivi bene chi ti ci aveva portato. In quei sogni
sei sempre una bambina in compagnia di un adulto, praticamente
indifesa.
Cosa tu prendi, tesoro?
Era il brioso saluto di Zoe. L'affascinante Zoe Kruller si
chinava in avanti sull'alto bancone, puntando i gomiti e sollevandosi sulla punta dei piedi, il sorriso accattivante sulla
larga bocca color cremisi, che lasciava intravedere le gengive.
Davanti a quegli occhi resi esotici dal mascara nero,
dall'ombretto e dall'eyeliner d'un blu argenteo, rimanevi
a bocca aperta senza sapere cosa rispondere.
Anche altri particolari rendevano affascinante la madre di
Aaron Kruller, per esempio il modo in cui arrotolava intorno
ai gomiti le maniche del grembiule bianco di Honeystone's
lasciando scoperte le braccia sottili, ricoperte di piccoli
nei scuri e di lentiggini simili a minuscole formiche! Oh,
c'era qualcosa di scabroso, che dava i brividi, in Zoe Kruller!
Quella donna alta quanto una tredicenne, con la sua risatina
roca, ti faceva venire voglia di affondare i denti nel
gelato, di morderlo fino a sentire dolore ai denti, alle mascelle,
rabbrividendo per il freddo.
Le commesse di Honeystone's dovevano indossare grembiuli
bianchi su pantaloni bianchi di velluto a coste, una tenuta
rigorosamente immacolata. Dovevano portare retine
per i capelli, che le facevano sembrare - eccetto Zoe Kruller
- sciocche e trasandate. Ma su Zoe, con la sua folta capigliatura
biondo fragola a malapena trattenuta dalla sottilissima
retina, l'effetto era stranamente seducente.
La domanda di Zoe posta in tono allegro - "Cosa tu prendi,
tesoro?" - era come un indovinello, perch in quella frase
c'era qualcosa che non andava, una parola di troppo ti
lasciava sconcertata, dovevi pensarci, riflettere a fondo per
scoprire quello che non andava.
Cosa tu prendi. Non cosa prendi. Era cos strano!
Persino Ben, che non sopportava di essere preso in giro,
soprattutto da persone con cui aveva poca familiarit, rideva
quando Zoe Kruller si chinava sul bancone puntellandosi
sui gomiti per scrutarlo e chiedergli cosa lui prendeva,
chiamandolo l'ometto di pap.
Be', se eravamo con mamma, lo chiamava l'ometto di mamma.
Ma in quel caso, per qualche ragione, Zoe non era cos
pimpante, non faceva molta attenzione a noi.
Nostra madre conosceva Zoe Kruller da quando era ancora ragazza, dai tempi del liceo: una sorella di Zoe era stata
compagna di classe di Lucille Bauer.
In una cittadina come Sparta si conoscono tutti.  una
questione di et, di generazione. Pi o meno si conoscono
le origini familiari di ognuno. Ci sono storie in comune,
amicizie profonde e faide violente, si trascinano per anni,
covano sotto la cenere e ammorbano l'aria.
Senti l'odore di quell'inquinamento, ma non lo vedi. 
impossibile indovinare la vicenda che vi  sotto.
Simili a radici contorte, sepolte nel sottosuolo,  sempre
sorprendente scoprirle, cos nascoste. Come capitava a mia
madre, che quella primavera cominci a coltivare il giardino,
scavando il terreno argilloso accanto al vialetto decisa
a piantare quella che chiamava neve sulle montagne - una
pianta perenne che resiste all'aperto e dalla crescita rapida
- e la pala cozzava contro un groviglio di radici che sembravano
un'escrescenza ripugnante nel cervello.
Quando nella vita dei miei genitori cominci il guaio - ma
all'inizio io e Ben non sapevamo dell'esistenza di un guaio
- nostra madre cominci ad allontanarsi da noi, passava il
tempo l fuori come non aveva mai fatto, tutta sudata e con
le vene del braccio spaventose a vedersi, l'espressione arcigna
della bocca come una lampo chiusa vista al contrario.
E quando cercava di affondare la vanga nel terreno, facendo
leva con il peso, la suola delle scarpe da tennis puntata
sull'orlo dell'attrezzo, gridava con dolore Oh, Dio! Dannazione.
Sotto c'erano quelle radici aggrovigliate. Se venivano recise,
la parte interna sfolgorava d'un orribile bianco, come
midollo osseo.
Comunque nostra madre conosceva Zoe Kruller, la donna
tanto affascinante che lavorava da Honeystone's, e anche
nostro padre la conosceva, ma in maniera diversa.
Mettiamo che io fossi in buoni rapporti con mio fratello
Ben - dal quale non mi sono del tutto allontanata - e, per
un impulso, lo chiamassi per chiedergli Ti ricordi che andavamo
da Honeystone's? Quando ci portava pap? Comera differente,
rispetto a quando ci portava mamma?
E mettiamo che Ben non riattaccasse il telefono, ma in
uno stato d'animo incline al ricordo mi rispondesse sinceramente,
assorto. Direbbe:
Certo, ci puoi scommettere. Sicuro.
Gi allora?
No. Non allora.
Dopo?
S. Dopo.
Quanto era vivace pap. Ascoltava la radio a tutto volume,
canticchiando. Percorreva ad andatura un po' troppo
elevata Huron Pike Road, e parcheggiava accuratamente
la macchina nello spiazzo ghiaioso di fronte a Honeystone's,
molto probabilmente una delle sue automobili vistose,
che la mattina aveva lavato, incerato e lucidato nel nostro
vialetto, la lasciava in quel parcheggio in modo che
chiunque da dentro il locale avesse guardato fuori - la vetrata
frontale, lunga e orizzontale, copriva quasi l'intera
larghezza dell'edificio - avrebbe visto la maestosa Lincoln
Continental del 1973 in due tonalit di beige e le finiture
nere, o forse era la Oldsmobile Deluxe del 1977 color crema
con la mascherina dalle scintillanti cromature, o magari
la Thunderbird d'epoca rosso ciliegia simile a un razzo
lucente pronto al lancio. E appena la vedeva lei si bloccava
a guardare. E sorrideva.
Le macchine speciali di Eddy Diehl strappavano un sorriso
a chi le guardava.
O almeno ad alcuni. Altri ne rimanevano intimiditi, in
loro quelle automobili suscitavano invidia.
Ges! Di chi  quella macchina?
Nel vedere quell'auto nel parcheggio, supponendo che
fosse di Eddy Diehl, Zoe si voltava subito per guardarsi nello specchio posto dietro di lei, o nello specchietto del portacipria
di plastica che teneva in una tasca del grembiule
bianco per occasioni quasi d'emergenza come quelle; aveva
appena il tempo di darsi un po' di eburnea cipria profumata
sul naso, controllare il trucco attorno agli occhi, atteggiare
la bocca a un sorriso imbronciato per vedere se il
rossetto color cremisi era ancora intatto, e dare una sistemata
ai capelli dentro quella dannata retina che ti costringevano
a indossare in quel dannato posto di gente perbene.
Ma guarda, Eddy Diehl! Lo dicevo che eri tu.
La voce roca e sensuale di Zoe Kruller, simile allo sfregamento
della carta vetrata, ti faceva rabbrividire. Una voce
intima e calda, ironica, come se ti mormorasse all'orecchio
quando eri a letto, la testa sul cuscino e le coperte rimboccate
sotto il mento.
Con quale impazienza pap entrava da Honeystone's,
con che impeto spalancava la porta, facendo tintinnare sonoramente
la campanella attaccata sopra, spingendo avanti
i figli - come si chiamavano? Ben? Krissie? - nel locale
che sapeva di fresco, di latte, di marmo, un odore delizioso.
E in quell'attimo Zoe Kruller cercava lo sguardo di Eddy
Diehl, e lui il suo. Pareva di sentire il sangue scorrere irruento
nelle loro vene, come una scossa elettrica.
Come va, Zoey? Ti trovo bene.
Mio padre la salutava cos, in tono disinvolto. La domenica
pomeriggio Honeystone's era quasi sempre affollato
di clienti.
Zoe Kruller era l'attrazione del locale, come lo era al
Chautauqua Park le sere d'estate, e alcuni clienti si mettevano
in fila per farsi servire da lei, anche se la tarchiata Audrey
e la canuta signora Honeystone se ne stavano con le
mani in mano dietro il banco, accigliate.
Evitando di incrociare lo sguardo della signora Honeystone
- l'anziana donna dalla chioma bianca era la moglie
di Marv Honeystone, mio padre la conosceva avendo lavorato
per il marito - Eddy indugiava davanti a uno dei frigoriferi
con i dessert, le mani sui fianchi, l'espressione assorta.
Come se fosse andato da Honeystone's con l'intento
di comprare un dolce alle fragole e panna montata, una
mousse al cioccolato, una torta di compleanno a tre piani,
un succulento gateau di frutta glassato o un dolce al caramello,
biscotti con scaglie di cioccolato, amaretti. Allora,
Ben, Krissie, cosa volete? Scegliete quello che vi piace.
Ben e io ponderavamo con scrupolo: il dolce alle fragole
e panna montata, la torta alla crema di banana, la crostata
di ciliegia con le strisce di pasta frolla dorata che pareva
una girandola, non la solita crosta uniforme...
E un'intera sfilza di torte di compleanno!
La scelta poteva richiedere alcuni minuti. Nel frattempo
Eddy Diehl lanciava uno sguardo a Zoe Kruller nello specchio
dietro il frigorifero, scorgeva il proprio volto riflesso e
con le sopracciglia aggrottate e l'espressione severa si pettinava
al'indietro la rossa chioma ribelle a cresta di gallo,
con un rapido movimento delle mani.
Le grosse mani da falegname di Eddy Diehl. I grossi pollici.
Gli occhi dalle palpebre pesanti dietro i sobri occhiali da
sole tipo "aviatore", con le lenti verdeazzurrino e la montatura
di metallo. Il muto richiamo di Eddy Diehl a quella
donna sbarazzina, minuta e aggraziata, dai capelli biondo
fragola, l'incantevole viso truccato come una bambolina, le
maniche del grembiule bianco arrotolate fin sopra gli avambracci
candidi e lentigginosi.
Dopo qualche domenica cos, Ben protest: Pap, domandi
sempre cosa vogliamo, poi per non compri mai
niente. Allora perch ce lo chiedi?.
A me non interessava. Sapevo cosa chiedere a pap: torta
con crema di banana, dolce al caramello con crema pasticciera,
torta di cioccolato a tre piani con la scritta di glassa
rosa tutta a ghirigori BUON COMPLEANNO. Una volta avevo
visto Zoe Kruller spremere una glassa rosa simile a dentifricio
su un dolce come quello, completando la scritta BUON
COMPLEANNO CON UN ROBIN!
Avevo pensato quant'era fortunato quel Robin.
Maschio o femmina che fosse.
Ne prendo mentalmente nota, Ben rispose pap, lievemente
seccato. Il tuo pap ha un archivio in testa. Registra
i fatti, prima o poi gli torneranno utili.
Mentalmente nota? La cosa mi incuriosiva. Chiesi a
pap che significava prendere mentalmente nota, ma lui
stava guardando di sottecchi Zoe Kruller che a sua volta gli sorrideva furtiva, da dietro i ricci permanentati di
una cliente.
Pap? Che vuol dire "prendere mentalmente nota"?...
Spiegaglielo tu, Zoe rispose affabilmente pap a voce
alta, per coinvolgerla nella conversazione. Lei era l vicino,
intenta a preparare dei gelati alla frutta per una famigliola
con un gruppetto di bambini smaniosi. Che vuol dire prendere
mentalmente nota?
Quella domanda presumeva che Zoe, distante da noi almeno
tre metri, ci stesse ascoltando. Da quando Eddy Diehl
aveva messo piede nel locale, Zoe Kruller non aveva mai
perso d'occhio lui e i suoi due bambini, che a quanto pareva
somigliavano alla madre - Diamine, un vero peccato, visto
che in quella coppia il bello  Eddy Diehl, non certo Lucy Bauer,
con quella faccia tonda da luna piena.
Zoe inclin la testa per far capire che si stava lambiccando
il cervello.
Prendere mentalmente nota  come... ricordare. Cerchi
di fissare nella testa un ricordo particolare, che in seguito
richiamerai alla memoria. Si prende "mentalmente nota"
per il futuro, per riferirsi a questo momento.
Zoe disse quelle parole con un roco mormorio gutturale,
in tono misterioso. Ignoravo di cosa stessero parlando
lei e mio padre, ma ogni frase pronunciata da Zoe Kruller,
per quanto comune o banale, era densa di significato,
come quelle che apparivano sui tabelloni pubblicitari o in
uno spot particolarmente incisivo.
Eddy Diehl portava un berretto da lavoro o da baseball.
Lo indossava sempre quando usciva, spesso anche in casa.
Se lo toglieva - per anni ne aveva portato uno blu scuro
tutto lercio con la scritta COSTRUZIONI SPARTA a caratteri
bronzei - per grattarsi i capelli, ma lo rimetteva subito calcando
la visiera sugli occhi. Nei suoi modi si notava una
certa timidezza, o comunque imbarazzo: sapeva di attirare
gli sguardi di uomini e donne, e la cosa lo inorgogliva,
ma solo se avveniva alle sue condizioni.
Pap era dipendente dell'impresa Costruzioni Sparta Spa, e per andare al lavoro indossava delle camicie bianche,
a maniche corte d'estate, lunghe d'inverno, ma solo
di cotone, non quelle antipiega, gliele stirava mia madre;
e pantaloni dalla stiratura impeccabile, giacche sportive
o giacconi quando faceva freddo, mai il cappotto. Non si
era mai visto un falegname - o un qualunque artigiano
- indossare il cappotto al lavoro. D'estate, nel tempo libero
pap portava magliette e calzoni color cachi, non di
rado sgualciti e macchiati, e scarpe da ginnastica, misura
quarantaquattro.
Rimanevo sempre stupita dall' imponenza di mio padre.
Si stagliava su di me, alto e muscoloso, le spalle larghe, le
braccia lunghe e i polsi massicci. Malgrado il ginocchio malandato
(come lo definiva mia madre, anche se non davanti
a lui) pap non zoppicava, o almeno non visibilmente; non
alludeva mai al ginocchio malandato, alla lesione-, avvampava
indignato se qualcuno - di solito le parenti di mia madre
- gli faceva domande troppo indiscrete sulla sua salute.
(Cos come liquidava gelido i parenti, maschi o femmine,
che gli chiedevano come andava l'impresa di costruzioni;
rispondeva con un sorriso, scrollando le spalle Non mi lamento.
Teniamo duro. E voi?)
I suoi movimenti avevano una scioltezza impulsiva, la
frenesia di chi ha l'argento vivo addosso, con un che di minaccioso,
tranne quando scherzava tutto sorridente, o almeno
credo. Della serie Non prenderti troppa confidenza. I miei
modi amichevoli non significano che siamo amici.
Aveva le braccia abbronzate ricoperte di folti peli ricci e
arruffati, di una tonalit rosso scuro, tendente al nero, a toccarli
sembravano fili, elastici e ispidi com'erano. Da piccola
ero intimidita da quelle irsute braccia muscolose, e dalla
fitta, animalesca peluria scura che gli copriva il petto e
parte della schiena, sotto la maglietta bianca, e gli spuntava
da sotto la gola. Vedendo l'espressione della mia faccia,
pap scoppiava a ridere: Non preoccuparti, micetta. Tu
non diventerai una brutta scimmia pelosa.
Pap scherzava cos. Mi piace ricordarlo quando scherzava. Non bisogna dimenticare che a uomini come lui - americani
fino al midollo, cresciuti in citt di provincia all'epoca
della guerra del Vietnam - piaceva scherzare, sfottere, andare
in giro a cazzeggiare, come dicevano; era uno spettacolo vedere un uomo come Eddy Diehl in quello stato d'animo,
dopo essersi scolato qualche birra, magari insieme agli
amici, tipi simili a lui, i soli di cui si fidasse, visto che non
poteva fidarsi delle donne, nemmeno della moglie, o della
madre - Vuoi sapere perch? Lascia perdere.
Non insistere, va' al diavolo.
Se vuoi proprio saperlo, vaffanculo, okay?
Niente di pi meraviglioso del sorriso di quei pap americani,
che ne addolciva il volto severo trasformandolo in
quello di un ragazzo, ne increspava gli occhi diffidenti, e
allo stesso tempo... niente di pi spaventoso quando quei
pap smettevano di sorridere.
Di colpo, senza preavviso.
Come quel giorno, da Honeystone's, quando mio padre
sbott rivolto a Ben: Ehi. Smettila.
E Ben cosa stava facendo? Infilava le dita in un vassoio
di biscotti appena sfornati avvolti nel cellophane, in bella
mostra su una vetrina.
Ben aveva dieci anni, era un bambino smilzo dai lineamenti
graziosi, i capelli biondo rame morbidamente ondulati
che lo facevano sembrare una femminuccia, gli occhi castano
chiaro dallo sguardo spaventato, timoroso come un
coniglietto. Pap lo riprese in tono esageratamente brusco,
la voce infuriata.
Dannazione, che stai combinando? Gi le mani, quella
roba non  tua.
Pap si stava incazzando, come diceva lui. Aspettava che
Zoe Kruller lo notasse. Aspettava, e Eddy Diehl non era abituato
ad aspettare che le donne lo notassero.
Provai un brivido di soddisfazione, perch mio fratello
maggiore era stato rimproverato da nostro padre davanti
a estranei. Ben ritir di scatto la mano dal vassoio, con
un gesto buffo, come se avesse toccato un serpente. Per
mi spaventai per quell'improvviso malumore di mio padre,
temevo che anche alla piccola Krista sarebbe toccata
una strigliata.
Ma finalmente Zoe si rivolse a noi con la sua voce dolce
come miele.
Eddy,  tua quella macchina cos chic l fuori?
Pap rise, compiaciuto. Assent, s, quella macchina era
sua, l'aveva comprata qualche giorno prima.
Appena sei entrato nel parcheggio, ho capito che dovevi
essere tu.
Nostro padre e Zoe Kruller cominciarono a scambiarsi
battute a raffica come palline da ping-pong che rimbalzano
da un campo all'altro. Qualunque fosse l'argomento - la macchina acquistata di recente da pap, il concerto dei
Black River Breakdown che si sarebbe tenuto dopo una settimana
o due, i rispettivi coniugi, le famiglie - erano apparentemente
innocue e banali come i sorrisi degli adulti
quando ti guardano persi dietro i loro pensieri.
Zoe civettava, ma sotto sotto si intuiva che era serissima.
Fissava pap con occhi bramosi color ambra, scaltri e ardenti;
si accarezzava il braccio nudo lentigginoso, punteggiato
di minuscoli nei.
Vedevo le sue scintillanti unghie cremisi, mi accorsi di
come pap le guardava, e mi sentii rimescolare il sangue.
Dopo un intervallo che parve lunghissimo - in realt dovevano
essere passati un paio di minuti o poco pi - Zoe
Kruller pos i suoi occhi spalancati su Ben e me: Allora...
Ben? E... Krissie? L'ometto e la signorina di pap: cosa voi
prendete?.
Scoppiammo a ridere, era un modo cos strano di parlare,
come un indovinello, stimolante. Non che mi piacesse
granch, rimescolare cos le parole. Da piccola avevo paura
di parlare male, e di far ridere i grandi. Di sbagliare l'ordine
delle parole, di farmi la pip addosso, a letto, di versare
un bicchiere di latte a tavola, di far cadere una forchetta
piena di pur: il peggior timore di un bambino  suscitare
il riso smodato degli adulti quando commette un errore.
Zoe si esprimeva in modo buffo. Servire voi. Cosa voi prendete.
Ben? Krissie?
Adoravo Zoe Kruller, credo. Mi piaceva il modo in cui
mi guardava, chiamandomi per nome.
Ma che paura mi faceva!
Poi segu un intermezzo durante il quale mi presero in
giro: pap disse a Zoe che volevo un cono al caff, io protestai,
no, odiavo il caff, al che Zoe ridendo rispose che lo
sapeva: volevo un cono con due gusti, cioccolato sotto e
fragola sopra.
Al tuo pap piace scherzare, tesoro. Diamine, non mi
faccio mica infinocchiare dal tuo paparino.
"Diamine" era una di quelle parole usate dagli adulti. A
seconda del tono e della persona cui era rivolta, suonava
aspra o dolce come una carezza.
Le battute che Zoe Kruller e Eddy Diehl si scambiavano
alla cremeria Honeystone's erano dolci come carezze,
tutt'altro che aspre.
Pap non prendeva coni gelato. Mai. I dolci gli piacevano
poco, preferiva cibi salati tipo pretzel, noccioline, patatine
fritte anche se stantie, ne divorava a manciate mentre
beveva birra, la domenica. Era "drogato" di caff nero,
dall'odore cos pungente che mi si stringevano le narici.
Soprattutto gli piaceva il caff di Honeystone's, dall'odore
ben diverso da quello di casa.
Zoe versava con gesti teatrali il liquido fumante in un grosso
bicchiere di plastica. Tieni, Eddy. Spero che ti piaccia.
S. Mi piace.
Un giorno, Zoe Kruller scomparve da Honeystone's.
Fu uno shock per me, una brutta sorpresa. Qualche giorno
dopo tornammo con nostra madre in quella cremeria,
ci precipitammo dentro ansiosi di vedere Zoe Kruller ma
trovammo solo la signora Honeystone, la grassa e imbronciata
Audrey e un'altra ragazza che non avevamo mai visto,
cos chiedemmo alla signora Honeystone dove fosse
Zoe. La signora Honeystone si limit a rispondere che era
andata via, senza pronunciarne neanche il nome, disse solo
lei. Non sorrise e non si degn di aggiungere altro su Zoe
Kruller, n nostra madre fece domande.
Dov'?  andata via. Si  licenziata ed  andata via.
Mi torna in mente quel giorno, era una domenica. Avevo otto
anni e in autunno sarei andata in terza elementare. Pap e
Zoe Kruller si scambiavano scherzosi botta e risposta come
una pallina da ping-pong, mentre Zoe preparava i coni gelato
per Ben e me e versava il caff per pap, poi batt lo
scontrino e diede il resto a pap, che prese gli spiccioli dalle
sue mani dalle dita affusolate e le unghie d'un cremisi acceso,
e le disse a voce bassa di salutargli un certo Del, e Zoe ridendo
replic: Certo! Quando lo vedo. Forse pap rimase
sorpreso da quella risposta, si mise ad armeggiare con gli
spiccioli e fece cadere un quarto di dollaro, la moneta rotol
sul pavimento di marmo e Ben si precipit a raccoglierla;
quindi Zoe aggiunse, con la consueta voce allegra, come
se niente potesse ferirla, vivace e spensierata come un uccellino
svolazzante: E tu salutami Lucy, mi raccomando.
Quando uscimmo nel parcheggio, nell'aria afosa ancora
pi opprimente appena si lasciava il fresco della cremeria
e il suo sentore di latte, mentre ci avvicinavamo alla macchina
di pap parcheggiata con una carta imprudenza sotto
il sole cocente mi accorsi che la punta del mio cono gelato
si era spezzata... e poi vidi con orrore che dentro c'era
qualcosa: dei guizzanti insetti neri.
Lanciai un grido e lasciai cadere il cono a terra.
Pap sent e accorse a vedere cos'era successo.
Che diavolo c', Krissie? Cos' che non va?
I due gusti di gelato - fragola e cioccolato - si erano spiaccicati
sulla ghiaia calda, liquefatti. Era uno spettacolo assurdo
vederli l a terra. Una simile delizia, quella squisita bont
era finita sul selciato come spazzatura. Spiegai a pap che
dentro il cono c'erano degli insetti, non potevo mangiarlo.
Avvertivo dei conati, mi veniva da rigettare. Pap imprec
tra s mentre con la punta della scarpa esaminava il cono,
come se da quell'altezza potesse vedere la mezza dozzina
di guizzanti insetti neri l dentro; era scettico, impaziente,
non si mostr affatto comprensivo, quasi fosse colpa mia.
O forse pensava che l'avessi fatto cadere maldestramente,
e cercassi una scusa.
Be', non te ne compro un altro,  tardi, ce ne stiamo
andando.
Non mi comprava un altro cono? Anche se non era colpa mia?
Presi fiato per protestare, con le lacrime agli occhi, sopraffatta
da un infantile senso di ingiustizia, avevo perso una
cosa che desideravo tanto ma a pap non importava, aveva
deciso che non sarebbe ritornato l dentro per lamentarsi
con Zoe Kruller o con altri per il cono gelato di sua figlia.
Poich rifiutavo di muovermi, pap mi prese bruscamente
per un braccio, il mio esile braccno, all'altezza del gomito,
e mi trascin senza che potessi opporre resistenza. Cazzo,
Krista, ho detto andiamo.
Ben leccava il suo gelato con un sorrisetto compiaciuto,
anche lui ben poco comprensivo. Era seduto davanti accanto
a pap, pretendeva quel posto, lui era il maschietto.
Mi sedetti dietro - la macchina doveva essere una Oldsmobile,
qualche versione del modello speciale "Deluxe", con
gli interni color malva, il sedile di pelle scottava per il sole
e mi bruciava le gambe nude - e per tutto il tragitto verso
casa piagnucolai, singhiozzando sommessamente, non
mi capacitavo dell'ingiustizia subita, se fossi tornata dentro
di certo Zoe Kruller mi avrebbe dato un altro cono, se
quel giorno ci fosse stata mamma e non pap, sicuramente
lei mi avrebbe comprato un altro gelato, i commessi di Honeystone's
avrebbero capito, si sarebbero scusati. E invece
pap ci stava portando via, ed era furibondo. Imprecava
sottovoce, era meglio non contrariarlo di pi. Se ci avesse
riflettuto, avrebbe ordinato a Ben di dividere con me il suo
cono, ma pap non pensava al gelato, o alla figlia affranta,
aveva la testa altrove. Mi raggomitolai sul sedile singhiozzando
e ansimando, e intanto pensavo Non  colpa mia, non
 colpa mia. Perch pap se l' presa con me? Il mio cuoricino
di bimba di otto anni era infranto, e non era la prima volta.
Circa una settimana dopo fu nostra madre a portarci da
Honeystone's; tornavamo a casa dopo una visita a certi suoi
cugini che abitavano nei dintorni di East Sparta, Ben aveva
voglia di un cono, io no. Invece del cono presi un gelato
con pezzetti di frutta e panna montata, in una coppetta
di plastica trasparente. Zoe Kruller era dietro il banco, ricordava
benissimo i gusti che prendevo di solito, mi fece
l'occhiolino e mi chiam "Krissie" con quella voce flautata,
cercando di strapparmi un sorriso, ma io non le sorrisi,
ero imbronciata e di malumore, non ero la dolce bimba
di pap, e non alzai gli occhi a guardare il viso radioso di
Zoe, non lo feci.


Capitolo 8.
Due anni e sette mesi dopo, in un'abbacinante domenica
mattina di neve del febbraio 1983 Zoe Kruller venne trovata
morta in una casa in pietra arenaria in West Ferry Street,
nel centro di Sparta.
L'articolo sulla prima pagina del "Journal" di Sparta diceva
che a Zoe Kruller erano stati inferti dei colpi alla testa
con un corpo contundente, poi era stata strangolata, quindi era
un caso di omicidio: era stata assassinata.
Si apprese che la vittima era separata dal marito, non viveva
pi in famiglia. E che era stata rinvenuta nel suo letto dal...
Dammelo, Krista.
No. Lo sto leggendo io.
Ho detto...
Mia madre mi strapp il giornale dalle mani. Aveva il
viso stravolto per l'agitazione, glielo lasciai per non lacerare
le pagine.
La sua agitazione era tale che distolsi lo sguardo, spaventata.
Ma avevo fatto in tempo a leggere:
Rinvenuta nel suo letto dal figlio quattordicenne Aaron
Kruller che  corso in strada in cerca di aiuto.
All'epoca avevo undici anni. Non ero pi una bambina
che andava protetta da quelle che mia madre definiva cose
"turpi", "oscene", "disgustose". Non ero pi tanto piccola
da tollerare una simile protezione e in qualche modo venni
a sapere che l'affascinante donna lentigginosa che ci serviva
da Honeystone's era proprio quella trovata strangolata nel
suo letto dal figlio; venni a sapere, con un brivido di orrore,
ma anche di emozione, che all'epoca della morte Zoe Kruller
non viveva con la sua famiglia, come altre mogli e madri,
perch era separata e aveva lasciato il marito Delray Kruller
e il figlio Aaron, compagno di classe di mio fratello Ben
alle medie: si era separata, allontanata, aveva rotto i rapporti con
loro. Venni a conoscenza di quei fatti intriganti, che mi procurarono
una sensazione di stordimento, come se mi dibattessi
in un sogno; una sensazione che mi ricordava quella
provata quando il dentista iniettava la novocaina nelle mie
tenere gengive; mi lasciava senza fiato, intontita e stranamente
eccitata, col mal di testa; una sognante sensazione di
ardente desiderio e di estrema repulsione. Perch alla descrizione
di quei fatti si aggiungeva, in un tono di voce sempre
un po' alterato, come quando si perde la sintonia della radio
e si sentono delle scariche, la circostanza che Zoe Kruller
abitava insieme a un'altra donna, al civico 349 di West Ferry.
Abitava insieme a una donna! Non con il marito e con il
figlio, ma con una donna! E questa donna aveva un nome
esotico: DeLucca.
West Ferry Street era lontana chilometri da Huron Pike
Road. Non era un luogo familiare. Pensavo si trovasse nei
pressi della stazione ferroviaria, vicino a Depot Street, un
isolato o due prima del ponte. Ai margini dell'area dove
sorgevano i magazzini, dalle parti del lungofiume. Quella
zona di Sparta piena di taverne, ristoranti, locali aperti
fino a tardi, negozi che vendevano libri e video per adulti,
appezzamenti di terreno vuoti sommersi da calcinacci
e, lungo il fiume, una squallida distesa spazzata dal vento,
reclamizzata da cartelloni pubblicitari che la definivano
come il Parco Rinascimento di Sparta, dove sorgevano
"condomini multipiano".
In qualche modo venni a sapere che in quella casa in arenaria
Zoe Kruller riceveva uomini, amicizie maschili.
La polizia di Sparta doveva interrogare le persone che rientravano
in quelle amicizie maschili.
Perch quei fatti mettessero cos in agitazione mia madre,
lo ignoravo. Come ignoravo perch avesse sbattuto la
porta chiudendo dentro me e Ben, rifiutandosi di rispondere
alle nostre domande allarmate - Mamma? Mammina?
Cosa succede?
Era un febbraio particolarmente freddo. Sul giornale locale
comparivano delle vignette umoristiche sul ritorno
dell'era glaciale. Immagini spiritose di ghiacciai, mastodonti
e mammut lanuginosi con le zanne ricurve incrostate di
ghiaccio. Frequentavo l'ultimo anno della scuola elementare
Harpwell e mio fratello Ben la terza media a Sparta,
nello stesso istituto di Aaron Kruller. Quando mia madre
chiese a Ben se conosceva Aaron Kruller, Ben si affrett a
rispondere di no:  un anno dietro di me.
Quindi aggiunse, con sdegno: Quel Kruller  mezzo indiano.
Non gli piace la gente come noi.
Ha la tua et, vero, Ben? Sul giornale c' scritto che ha
quattordici anni.
E cosa c'entra, mamma? replic Ben irritato. Te l'ho
detto,  un anno dietro di me. Non lo conosco.
Ma non vive nella riserva, vero? Non  indiano purosangue,
no? "Delray Kruller" non  un indiano.
Ges, mamma. Che differenza fa? Che cosa c'entra?
Ben era fuori di s, furibondo. L'insistenza di nostra madre
- quell'ostinazione per i dettagli pi banali - lo disturbava
pi ancora di quanto disturbasse me.
Lascia perdere, mamma. Per favore, lascia perdere, la supplicavo
in silenzio.
Ma nostra madre insist: Quel povero ragazzo. Di tutta
questa faccenda mi dispiace solo per lui.  appena un
ragazzo, e ha trovato... lei. Nemmeno allora nostra madre
riusc a pronunciare il nome di Zoe Kruller, disse solo lei,
in tono disgustato.
Ben si volt scrollando le spalle. Aveva sempre evitato
il mio sguardo.
Naturalmente conosceva Aaron Kruller, dai tempi delle
elementari.
Ma Ben non parlava di argomenti che lo turbavano. Il fatto
che Zoe Kruller fosse morta, che qualcuno di nostra conoscenza
fosse morto, pareva metterlo a disagio. Alla sua
et se non si poteva scrollare le spalle e uscirsene con una
battuta, ci si allontanava con una smorfia di dolore.
A me disse, a mezza bocca: Sai cos'era la madre di Kruller,
quella "Zoe"? Una puttana.
Puttana? Quella parola risuon secca e brutale come uno
schiaffo sul mio viso da sciocchina.
Una puttana  una donna che scopa. La madre di Aaron
Kruller era una puttana, e anche una tossica. Per questo si
 licenziata dalla cremeria, e ha smesso di cantare. E poi
Aaron non  uscito "in cerca di aiuto" - l'hanno trovato insieme
a lei, accanto al corpo, e Ben abbass ancora di pi
la voce, e tra le risate rivel: se l'era fatta addosso. Questo
sul giornale non l'hanno scritto.
Sul giornale - su tutti quelli che mi capitarono tra le mani,
alcuni nascosti da nostra madre in un cassetto della sua
scrivania di cedro, altri letti insieme alle mie compagne di
scuola - vedevo la faccia di Zoe Kruller che mi fissava sorridente,
come sul punto di farmi l'occhiolino e chiedermi
Krissie! Cosa tu prendi oggi?
Quell'indovinello senza soluzione.
Come quando si rivolgeva a pap con il viso eccitato e
affascinante, simile a un fiore che ti invita a coglierlo, Signor
Diehl! Cosa tu prendi oggi?
Nella fotografia che compariva pi spesso - con il tempo
venne pubblicata sui giornali di tutto lo stato, ma non su
quelli a diffusione nazionale n sulle pubblicazioni aderenti
all'Associated Press, a quanto ne sapevo - Zoe Kruller posava
insieme ai suoi amici musicisti del gruppo Black River
Breakdown, nel suo succinto vestitino di paillettes da cantante,
i capelli ricci e scompigliati come per una scossa elettrica
che ricadevano sulle spalle seminude. Circolava anche
un'altra foto, mostrava una Zoe Kruller pi giovane, con un
sorriso malizioso quasi a provocare il fotografo e l'esuberante
disinvoltura di una ragazza pompon del liceo o di una reginetta
del ballo studentesco di fine anno. Quante volte sarebbero
state pubblicate queste e altre foto di Zoe Kruller, la
donna assassinata a Sparta, quante volte le avrei guardate attonita
chiedendomi se avessi davvero conosciuto quella donna
- certo che la conoscevo, chi poteva dimenticarla... Krista
Diehl non avrebbe mai potuto cancellare dalla mente la Zoe
Kruller che lavorava da Honeystone's - e ogni volta mi pareva
ingiusto, un incubo, una beffa crudele e malvagia che
in quelle foto Zoe avesse un sorriso cos fiducioso, senza immaginare
che un giorno la sua fotografia sarebbe comparsa
ripetutamente sui giornali, nei notiziari delle tv locali, con la
didascalia Zoe Kruller, la donna assassinata a Sparta.
Pur essendo immatura per i miei undici anni, e rispetto
al mondo degli adulti e degli adolescenti, ne ricavai un
monito Non avrebbe dovuto sorridere in quel modo.
I primi titoli a caratteri cubitali occupavano tutta la prima
pagina del "Journal"di Sparta:
TRENTAQUATTRENNE DI SPARTA TROVATA STRANGOLATA
La polizia indaga sulla morte
di una cantante di bluegrass.
Le indagini si concentrano sulle "amicizie maschili"
e sulle "visite" che riceveva.
In seguito i titoli divennero meno frequenti, e il tono mut
impercettibilmente:
LA VITA PRIVATA DELLA CANTANTE
DI BLUEGRASS RISERVA "SORPRESE"
Le indagini continuano, gli investigatori
di Sparta seguono diverse "piste".
A casa nostra non si parlava mai di Zoe Kruller. In quel
periodo - e credo non per la prima volta - pap tornava
tardi dal lavoro, o passava la notte fuori "per affari", se io
o Ben chiedevamo di lui mamma si mostrava irritabile e
insofferente.  fuori. Sta lavorando. Come faccio a sapere
dov'? Domandatelo a lui!
Una risposta illogica a cui neanche Ben sapeva cosa replicare.
Adesso il telefono squillava spesso, a differenza di un
tempo, e mamma telefonava di frequente, cosa che prima
non faceva quasi mai. Lontano da noi, al piano di sopra,
nella grande camera da letto dove entravamo solo
se ci chiamava - per esempio, quando la aiutavo nelle
faccende domestiche, a passare l'aspirapolvere - o in
cucina, con la porta chiusa, fatto di per s strano, anomalo:
la porta in legno d'acero montata da pap non era
mai stata chiusa.
Adesso invece a volte lo era. Quando io e Ben tornavamo
da scuola con il pulmino scolastico e attraversavamo
il terreno fangoso sul retro con gli stivali bagnati per la
neve, trovavamo la porta della cucina chiusa, e sentivamo
nostra madre parlare piano al telefono in tono accusatorio,
concitato e spaventato, che a noi suonava come
un monito, il segno che non dovevamo avvicinarci, Ma
come...? Cosa... succeder? Che significa? Lo... arresteranno?
Come possono arrestarlo se... Un avvocato? Perch dovrebbe
aver bisogno di un avvocato? Oh, Dio, un avvocato... Non possiamo
permetterci un...
Il volto del tutto inespressivo, Ben si tolse gli stivali con
un calcio e sal al piano superiore pestando i piedi per farsi
sentire da mamma. Lo supplicai, affranta, ma mi ignor,
allora mi misi il pollice ferito in bocca per rosicchiarmi le
unghie e far sanguinare un po' di pi la pellicina.
Che dice, lo sai cosa dice! Con me non ne vuole parlare... Forse
con te si aprir... Ma niente avvocato, ... No,  pazzesco...
La voce eccitata di mia madre, il tono accusatorio, smarrito,
umiliato, rabbioso indicava che stava parlando con il
fratello maggiore, o con una delle sorelle. Non volevo sentire!
Mi coprii subito le orecchie con le mani e seguii rumorosamente
mio fratello su per le scale.
Ma guarda! Lo dicevo che eri tu.
Cosa tu prendi, Krissie?
Mi sforzai di piangere davanti allo specchio del bagno,
imitando la voce roca e ruvida di Zoe Kruller, ma non riuscii
a versare nemmeno una lacrima.


Capitolo 9.
A pap non potevamo fare domande.
N Krista, n Ben. E nemmeno a nostra madre.
Non potevamo fare domande sulla signora Kruller, la cui
foto compariva sul giornale. N sull'omicidio.
Non trovavo le parole per parlare di quelle cose con mio
padre. E comunque mai avrei parlato con lui in maniera
disinvolta degli aspetti materiali della vita, o di sesso; non
avrei mai osato chiedergli quanto guadagnava, quanto era
costata la nostra casa, se era assicurata e per quale somma.
Non gli avrei fatto domande su Dio: Esiste? E cosa ha a che
fare con noi? C'erano degli argomenti tab, anche se la parola
tab non esisteva nel nostro vocabolario, e se qualcuno
a Sparta la conosceva, attraverso la pubblicit e la cultura
popolare, era per via del profumo Tab.
In ogni caso i bambini non fanno domande sulla morte.
Possono guardare alla tv sparatorie, esplosioni, sfilze
di aeroplani abbattuti che precipitano in fiamme dal cielo,
ma non fanno domande sulla morte. Solo i pi piccini, che
ben presto si rendono conto dello sbaglio.
Nonno Diehl era morto quando avevo quattro anni, non
andavo ancora a scuola. Se pap non era al lavoro si rintanava
nel suo laboratorio gi nello scantinato, sentivamo i
suoi arnesi elettrici gemere attraverso le assi di legno e in
quei giorni, nelle settimane successive al funerale di nonno,
pap non ci parl mai di nonno Diehl se non per dirci
evasivamente che "se n'era andato". Intimoriti dalla sua
espressione, mio fratello e io non gli chiedevamo dove fosse
andato nonno Diehl.
Mamma ci aveva avvertito: non fategli domande su nonno,
pap  sconvolto. Al telefono la sentivamo dire Eddy l'ha
presa piuttosto male. Lo sai com, si tiene tutto dentro.
Quelle parole mi colpirono: si tiene tutto dentro.
L'ha presa piuttosto male. Tutto dentro.
A scuola si parlava di Zoe Kruller, la madre di Aaron
Kruller, o quella che un tempo era sua madre. Adesso anche
la signora Kruller se n'era andata.
Per noi che l'avevamo conosciuta perch andavamo alla
cremeria Honeystone's o l'avevamo sentita cantare la sera
al Chautauqua Park, era incredibile che una donna cos cordiale,
cos attraente e affascinante fosse stata strangolata nel
suo letto, assassinata. Non riuscivamo a capacitarci che qualcuno
potesse odiarla - la cantante dei Black River Breakdown
cos acclamata dal pubblico, a cui chiedevano sempre il bis
- al punto da picchiarla e strangolarla nel suo letto.
La madre di Aaron non l'hanno solo uccisa, le hanno fatto anche
delle brutte cose, e sai perch? Perch era una puttana.
Alla fine delle lezioni dovevamo tornare subito a casa.
Nei mesi successivi alla morte di Zoe Kruller le nostre madri
non ci permettevano di fermarci per le attivit del doposcuola,
n le autorit scolastiche incoraggiavano tali attivit.
Le volanti della polizia pattugliavano le scuole, si
aggiravano per i parcheggi come amichevoli squali. Gli
autisti dei pulmini contavano gli alunni prima di chiudere
le porte e partire, per accertarsi che non mancasse nessuno.
I ragazzi pi grandi protestavano, cavolo, non erano
mica femminucce.
Ben disse: Ho sentito delle cose sulla madre di Aaron,
era a lei che lo "strangolatore" dava la caccia. A noi non farebbe
niente.
Gli chiesi chi glielo avesse detto, e cos'altro aveva sentito
dire a scuola, ma Ben scroll evasivamente le spalle e rispose
solo: Non sono cose adatte a te.
A Sparta - a differenza del resto del mondo dove la gente moriva e veniva di continuo uccisa nei modi pi orribili
- era raro che qualcuno morisse e ancor pi in maniera
tale da causare sgomento, panico e sconcerto. Ovviamente
le morti "naturali" erano un fatto luttuoso comune e la
gente piangeva, soprattutto le donne, in quello erano specialiste,
mentre gli uomini sembravano intimiditi e impacciati.
Per le donne il pianto era purificatore, per gli uomini
era vergognoso e disonorevole. Ma a morire di solito erano
le persone anziane, o quelle malate da lungo tempo, o entrambe
le cose; oppure in seguito a un incidente automobilistico
sull'autostrada, o per annegamento nel fiume o in uno
dei tanti laghi del circondario di Sparta. Erano morti tristi
ma non raccapriccianti, perch un bambino  convinto che
una morte del genere a lui non pu toccare.
Adesso invece la gente era spaventata. Gli adulti avevano
paura. C' un'enorme differenza tra morire ed essere uccisi.
Non ci divertiva pi andare alla cremeria Honeystone's
senza Zoe Kruller che si chinava sul banco, sorridente.
Il gelato era sempre squisito, lo divoravamo avidamente.
L'odore di caff appena preparato era pungente, sgradevole,
o almeno lo era per le mie narici sensibili. Dal giorno
in cui avevo scoperto il mio cono infestato da insetti, pap
non ci aveva pi portato da Honeystone's, per tutta l'estate,
e mi ero chiesta se le due circostanze fossero legate.
Quando ci accompagnava mia madre mi annoiavo a starla
a sentire mentre parlava con la vecchia e burbera signora
Honeystone. Scuotevano la testa con aria di riprovazione,
unite per un attimo da un moto di indignazione, sembravano
sguazzare fino alle caviglie nella stessa acqua torbida.
E aveva anche abbandonato la famiglia! Come ha potuto?
Quanti misteri, nella nostra infanzia. Mai risolti, mai
chiariti. Banalissimi, insignificanti. Come un sassolino nella
scarpa, che ti fa zoppicare.
Zoe Kruller. Zoe Kruller. Zoe Kruller.
Tra il febbraio inoltrato e gli inizi di marzo del 1983 quel
nome mai pronunciato risuonava nella bianca casa di legno
di Huron Pike Road. Al primo piano e al pianoterra, nel laboratorio
gi nello scantinato dove mio padre passava la gran
parte del poco tempo che adesso trascorreva a casa, ovunque
regnava un silenzio carico di tensione, simile a quello
che segue il fulmine prima che risuoni il rombo del tuono.
Dal lago Ontario giungevano minacciose nubi invernali,
imponenti come armate. Dalle regioni orientali e meridionali
del Canada soffiavano venti troppo gelidi e pungenti
per recare neve. In quel silenzio che precede la tempesta
si aspettava, senza sapere cosa.
Nella loro camera da letto al piano superiore, in fondo
al corridoio - la porta chiusa, un filo di luce che filtrava da
sotto - i nostri genitori parlavano con voci concitate, in tono
preoccupato. Per ore.
Ci addormentavamo, Ben e io, al suono di quelle voci. Ci
svegliavano, quelle voci. Almeno cos mi pare. Sto cercando
di ricostruire esattamente cosa accadeva, e soprattutto
senza inventare niente.
Zoe Kruller. Come hai potuto! Quante volte! Ma perch.
Quelle ore, nel cuore della notte. Quelle vibrazioni
nell'aria, come quando si accendeva la vecchia caldaia,
che riprendeva a funzionare con uno sbuffo, come un cuore
debole e ingrossato.
A volte la porta della camera da letto dei miei genitori
si apriva, sentivo i passi di mio padre nel corridoio e sulle
scale mentre scendeva. Mi svegliavo, spaventata, con la
bocca secca.
Pap? Dove stai andando?
Lo chiamavo per le scale, e lui mi diceva di tornare a letto,
a dormire. E se lo seguivo lungo le scale, a met strada
mi apostrofava pi bruscamente: Torna a dormire, Krista.
Non ti riguarda.
Prima ancora, quell'inverno, erano accadute cose rimaste
impresse nella memoria. Io e Ben conservavamo ricordi
indistinti e nebulosi, come parole cancellate sbadatamente
con la mano da una lavagna.
In seguito ci rendemmo conto che quelli erano i giorni
precedenti.
I giorni, le notti precedenti la morte di Zoe Kruller.
Le settimane successive alla festa del Ringraziamento,
tutto il lungo periodo natalizio e quel gennaio di neve abbacinante,
allora ignoravamo che fossero i giorni precedenti.
Giorni durante i quali pap era quasi sempre via. Era
arrivato con ore di ritardo al pranzo del Ringraziamento
- mangiammo alle quattro del pomeriggio - a casa di mia
zia Sharon, e non si present per niente da un altro parente
per festeggiare un compleanno. Durante la settimana ci
chiamava per avvertire che sarebbe tornato tardi la sera o
che non avrebbe cenato con noi. A volte non chiamava neppure.
E non tornava.
Ben e io continuavamo a chiedere Dov' pap? malgrado
scorgessimo la rabbia e il dolore negli occhi di mamma.
Non chiedetemelo! State zitti e andate via, ma naturalmente lo
chiedevamo, non riuscivamo a farne a meno. I bambini sanno
essere spietati come nessuno quando avvertono che
qualcosa non va e fiutano il sangue, desiderosi come sono
di incolpare qualcuno.
Pap era al lavoro. O doveva incontrare un cliente. Oppure
era al cantiere.
Mi preoccupavo che pap non cenasse, avrebbe avuto
fame. Dove avrebbe mangiato?
Ben diceva di non stare in pensiero, c'erano un sacco di
trattorie da quelle parti. E pap le conosceva tutte.
Nostra madre spiegava: Adesso vostro padre ha un lavoro
pi impegnativo. Svolge un incarico "direttivo". Paul
Cassano - il principale di nostro padre all'impresa Costruzioni
Sparta - si sta ritirando dagli affari, sapete, ha avuto
un lieve attacco di cuore quest'inverno. Cos vostro padre
ha pi responsabilit.
Comunque apparecchiavo anche per pap. Con tovagliette
di plastica verde scuro a imitazione del tessuto, tovaglioli
di carta accuratamente ripiegati, forchetta, coltello
e cucchiaio disposti in bell'ordine.
Aiutavo mamma a preparare la cena. Da bambina quello era un momento speciale! Dovevo girare i maccheroni
mentre cuocevano nella pentola sul fornello, pelare carote e
patate sul lavandino, regolare il robot da cucina alle sue diverse
magiche velocit, non troppo forte, altrimenti il pur
di patate o la glassa schizzavano fuori dalla ciotola, regolare
il forno, di solito a 190 gradi, per cuocere gli stufati e i
dolci. In quei momenti mi piaceva strofinarmi contro le calde
cosce carnose di mia madre, con un finto gesto casuale,
nella nostra piccola cucina. Mia madre odorava di biscotti
croccanti, non aveva l'odore pungente delle madri di alcuni
miei compagni di classe di Sparta, a casa dei quali a volte
mi fermavo a dormire; lei vestiva pi sportivamente di
loro - con pantaloni casual elasticizzati acquistati ai grandi
magazzini, maglioni polo e golfini, calze di lana (invernali),
scarpe da ginnastica. A casa mamma non era mai truccata,
ma prima che pap tornasse dal lavoro, il pomeriggio
tardi, durante la settimana, aveva cura di mettere il rossetto,
la stessa tinta perlata rosa prugna che portava dai tempi
delle superiori, cotonarsi i capelli privi di volume, darsi
un po' di colore sulle guance giallastre.
In quel periodo mia madre vantava le qualit di mio padre
con chiunque capitasse in casa: Queste credenze di
acero, questo tavolo e il pavimento: ha fatto tutto Eddy, da
solo. Non  bellissimo?.
Oppure: Eddy ha messo il parquet da solo. Ha fatto anche
quel grill incassato. Eddy dice che abbiamo risparmiato
migliaia di dollari. Non  bellissimo?.
In seguito, quando cominci il guaio, non avrebbe mai pi
parlato cos di mio padre. Evitava di riferirsi a lui, se non
quando sbottava con delle affermazioni secche, recise Tuo
padre stasera non torna, non apparecchiare per lui.
Le discussioni serie cominciarono durante il lungo, confuso
e disorientante periodo natalizio (giorni interminabili,
dovevi "interrompere" la tranquilla, rassicurante routine
scolastica cos a lungo che credevi non sarebbe pi ripresa).
Gli scontri verbali non erano confinati alla camera da
letto dei miei genitori, per questo in Ben e me suscitavano
un notevole allarme, un po' come se avessimo visto i nostri
genitori nudi. Se litigavano in cucina, le loro voci arrivavano
nella mia stanza dai tubi della caldaia; certe volte, a
tarda notte, giungevano dal soggiorno, dove, con una sola
lampada accesa, la tv a volume basso, mia madre aspettava
mio padre sul divano, sola, come un'ammalata rannicchiata
sotto un plaid.
Quelle sere mia madre insisteva che andassi a letto alle
nove e mezzo, e Ben alle dieci e mezzo, ma lei rimaneva alzata.
Aspettava di vedere i fari della macchina che svoltava
nel nostro vialetto, proveniente dalla strada lungo il fiume.
Fumava - anche se Lucille Diehl non fumava - e forse beveva
- anche se Lucille Diehl di certo non beveva. Pareva che
guardasse la televisione ma nessun programma la interessava
pi di tanto, nemmeno il canale che trasmetteva i classici
del cinema, e toglieva l'audio. Spesso Ben scendeva a
piedi nudi, in maglietta e boxer - emulava pap, indossava
la stessa biancheria da notte - per dirle che si comportava
in modo strano, e Cristo santo che andasse a letto!
Mamma lo ignorava. Fumava nel soggiorno buio dove
lo schermo del televisore baluginava e brillava come una
creatura fosforescente negli abissi marini, un simulacro di
vita che vita non era. L'odore acre del fumo di sigaretta saliva
fino alla mia cameretta, sognavo che la casa era in fiamme,
che mi si erano impigliate le gambe nelle coperte e non
potevo scappare.
A volte avvertivo la crescente disperazione di mia madre
- o forse la mia - e mi sedevo in cima alle scale. In pigiama,
a piedi nudi, tremante. Mezzanotte: era tardissimo.
E poi si faceva sempre pi tardi, l'una, le due e trentacinque,
c'era da preoccuparsi. Aspettavo con mamma, di nascosto.
Era seduta di spalle sul divano nel soggiorno, per vederla
dovevo scivolare di due o tre gradini. Stavo attenta
a non fare rumore, abbracciandomi le ginocchia. Perch se
mamma scopriva che ero l si sarebbe arrabbiata di brutto.
Non si pu avere un po' di privacy in questa dannata casa, Cristo santo! Andate via e lasciatemi in pace, dannati marmocchi,
da quando ho avuto i figli  iniziata la mia fine, ho perso la linea,
mi sono imbruttita, dannazione andate via, lasciatemi in pace.
Mi rendevo conto che era completamente diversa rispetto
a com'era durante il giorno. Questa era la versione notturna
di nostra madre, in quel soggiorno buio davanti alla
tv con il volume al minimo. E certe volte mi addormentavo
sulle scale, e uno di loro - mamma o pap - mi trovava
l, non si arrabbiavano ma mi trascinavano nella mia stanza
e mi mettevano a letto, forse stavo sognando, ed era un
bel sogno, o forse non era successo niente.
Krissie, bimba cattiva! Chiudi gli occhi e dormi.


Capitolo 10.
Vostro padre star per un po' dallo zio Earl. No... non
chiedetemi niente, ve lo dir lui.
Non pi pap, ma vostro padre. Un sottile, improvviso cambiamento.
Nostra madre diceva "vostro padre" con lo stesso
tono usato per dire il vostro insegnante, il vostro autista.
Questo accadde tre giorni dopo che si era appresa la notizia
di Zoe Kruller. Tre giorni dopo i titoli a tutta pagina
del "Journal" di Sparta che mia madre mi aveva strappato
di mano.
In quei tre giorni pap era stato pochissimo a casa, se tornava
usciva di nuovo subito, rientrando tardissimo, quando
io e Ben stavamo gi dormendo.
Cosa... ci dir?
Eravamo appena rincasati da scuola. Ben gett a terra lo
zainetto. Da quando la notizia di Zoe Kruller aveva fatto
irruzione nelle nostre vite Ben si comportava stranamente,
rideva in modo sguaiato, rozzo, come i ragazzi pi grandi
che sul pulmino scolastico tormentavano i pi piccoli.
Il viso di Ben s'accese d'ira. Stronzate.
Spinse via nostra madre, si lanci su per le scale a passi
pesanti e si chiuse nella sua stanza sbattendo la porta. Nostra
madre lo guard andare via a occhi spalancati, come se
avesse ricevuto uno schiaffo, ma non lo chiam, n lo rimprover,
e allora capii che la situazione era molto grave.
Mamma. Cosa...
Ho detto che ve lo dir lui, Krista. Vostro padre. Presto.
Ero sbalordita. Non riuscivo a capire perch Ben fosse
cos arrabbiato, e perch nostro padre dovesse andare a stare
da un parente. Intuivo che la faccenda era legata in qualche
modo a Zoe Kruller, ma non potevo immaginare come.
Il telefono cominci a squillare. Eravamo in cucina, e anche
l c'era qualcosa che non andava: nel lavello c'erano dei
piatti a mollo. Sul piano di lavoro notai una spugna scolorita,
forse usata per asciugare del caff, un portacenere colmo
di mozziconi e nell'aria un puzzo di sigarette e di cicche.
Era un odore inusuale, per quella casa. E mia madre aveva
il viso lucido e gonfio, sulla bocca il rossetto appena messo,
come se stesse aspettando qualcuno, o come se quel qualcuno
fosse appena andato via, questo spiegava i piatti e le
cicche di sigaretta ancora accese nel portacenere e l'atmosfera
di frenetica agitazione, da far torcere le budella. Ero
abbastanza piccola per reagire come una bambina - mi gettai
tra le braccia di mia madre. Ma lei era distratta, inquieta;
non aveva tempo per occuparsi di una figlia bisognosa
d'affetto; lo squillo del telefono parve turbarla, come se
non ne riconoscesse il suono. Quando feci per sollevare il
ricevitore mia madre mi diede uno scappellotto: No, Krista.
Non  per te. Rispondo io, tu va via.
E cos all'improvviso mio padre and a vivere da zio Earl
Diehl, che abitava a East Sparta. Ma i suoi effetti personali rimasero a casa, quasi tutti i vestiti e gli attrezzi del laboratorio
nello scantinato, e la Jeep Willys del 1975, che aveva
intenzione di vendere, nel garage.
Ogni volta che squillava il telefono pensavamo  pap!
Ma pap chiam solo la sera dopo, mentre stavamo cenando,
si era fatto tardi, eravamo stati interrotti di continuo
dalle telefonate. Mia madre rispose in tono cauto e fece
segno a Ben e a me di uscire dalla cucina, ci mettemmo a
gironzolare tutti agitati nel soggiorno, poi, dopo qualche
minuto, mia madre chiam mio fratello: Ben! Tuo padre
vuole parlarti. Sbrigati. Riluttante, Ben prese timidamente il ricevitore dalle sue mani; avvamp in viso e riusc
solo a mormorare OK, pap, s, penso di s, con voce rotta.
Poi fu il mio turno, avevo la bocca asciutta, ero ansiosa, e
come Ben piena di vergogna, era davvero strano, sembrava
assurdo parlare con pap al telefono! Credo che prima
di allora n a Ben n a me fosse mai capitato; non ero preparata
a sentire la sua voce cos vicina all'orecchio: Pronto,
micetta? Sei la mia piccola micetta, vero? La mia dolce
micetta... no?. Riuscii solo a dire S pap! S pap, avvertivo
qualcosa di strano in lui, non riuscivo a capire bene, 
ubriaco. Deve bere per trovare il coraggio di chiamare la sua famiglia.
Inaspettatamente scoppiai in lacrime, ero confusa e
spaventata e di punto in bianco mi misi a piangere, pap
reag in modo brusco: Dannazione, non piangere. Krista,
non piangere. Cazzo, non piangere, che cazzo ti ha detto tua
madre, passami tua madre, Krista....
Cosa accadde dopo, non ricordo. Mia madre mi deve
aver tolto il ricevitore, il resto della serata  un buco nero.
Non sentivo in modo chiaro la voce di mio padre al telefono,
in quel periodo avevo problemi di udito. A scuola
seguivo con difficolt la signora Bender, avvertivo nelle
orecchie un fragore, come un tuono in lontananza. Oppure
il rombo distante della macchina di pap, una delle tante,
che tornava a casa, in Huron Pike Road. Quel giorno le
parole e i numeri tracciati con il gesso sulla lavagna - che
nella nostra classe era verde e non nera - si confondevano.
Mi colava il naso, gli occhi mi si inondarono di lacrime. Mi
rannicchiai sul banco e mi pulii disperatamente il naso con
le dita, sporcandole di muco lucido che dovetti far asciugare
all'aria, avevo finito i fazzolettini di carta che mi aveva
dato mia madre. Krista? Stai piangendo? Perch, cara?
La signora Bender si chin a osservarmi. Mi porse dei fazzolettini
e mi chiese se volevo uscire in corridoio per parlare
con lei - se desideravo dirle qualcosa, magari in privato
- ma scossi la testa, no. Mia madre mi aveva ammonito
Non dire niente di pap. Non raccontare a nessuno quello che facciamo
a casa. Non dire mai niente, Krista, intesi?
Le parole di rimprovero di mio padre mi risuonavano
flebilmente nelle orecchie Non piangere! Krista, non piangere!
Cazzo, non piangere.
Ero scossa dai tremiti, battevo i denti. Come una bambolina
semovente dagli occhi vitrei e acquosi. Sembrava incredibile,
ma la figlia di Lucille Diehl - Lucille, il cui maggior
vanto erano la famiglia e i figli - la mattina di un gelido
febbraio era stata mandata a scuola con un maglioncino di
cotone, dei pantaloni sportivi e un giaccone, i sottili capelli
d'un biondo scialbo e privi di volume frettolosamente legati
all'indietro, e con la pelle che scottava.
Con gesto tenero la signora Bender mi appoggi la mano
fresca sulla fronte.
Oh, cara! Hai la febbre.
I brividi si trasformarono in risolini. La febbre... com'era
possibile?
Nell'infermeria della scuola l'infermiera mi misur la
temperatura con un termometro sotto la lingua, procurandomi
dei conati di vomito. Esamin il cavo orale infiammato
e dolorante. Lei e la signora Bender bisbigliarono tra
loro Sai chi  questa ragazza? La Diehl.
L'infermiera ci mise quasi un'ora per contattare mia madre
al telefono e avvertirla di venire subito a prendermi,
avevo quasi trentanove di febbre e probabilmente mi sarei
beccata l'influenza.
Beccarsi l'influenza! Quell'espressione a Sparta d'inverno era
usata con tale frequenza da avere acquisito l'allegra cadenza
e l'ingenuit di un motivetto popolare. Il fatto che mi stessi
beccando l'influenza spiegava quella spiacevole sensazione di
malessere e di debolezza, quindi non c'era da avere paura,
era un buon segno, voleva dire che ero come tutti gli altri.
Stronzate.
Cos diceva Ben, a volte in tono disgustato, altre ridendo.
Lo ripeteva tra s perch nessuno potesse ascoltare, oppure
a voce alta e in maniera sgarbata, per farsi sentire da
nostra madre e da me.
Quando lei ci proibiva di leggere il giornale, di guardare
il notiziario locale delle sei o qualsiasi telegiornale,
a meno che non fosse presente anche lei col telecomando
stretto in mano.
Quando rispondeva al telefono nella sua camera al piano
di sopra, chiudendosi dietro la porta per non farci sentire,
o se non ci chiamava al telefono per parlare con pap. In
preda alla disperazione chiesi a Ben perch, per quale motivo
stava accadendo questo, e lui se ne usc con una scrollata
di spalle: Sono solo stronzate.
Gli domandai se quella situazione avesse a che fare con
l'uccisione della signora Kruller, e lui ripet con esasperante
idiozia: Stronzate. Te l'ho detto.
Che vuol dire: "stronzate"?
Te l'ho detto, stupida. Stronzate.
Gli andai dietro, lo tirai per un braccio. Ben mi diede uno
schiaffo e mi spinse via. Ero bianca come un cencio, disperata
e indignata. Ripetei la mia domanda e alla fine Ben cedette,
quasi gli facessi pena.
Mi riferisco a quello che dicono al notiziario. Pap 
"indiziato".
"Indiziato"... Che significa?
La polizia sta "interrogando" pap in merito alla signora
Kruller.  in "stato di fermo"... Eddy Diehl  indiziato.
Ma... perch?
Naturalmente sapevo cos'era un indiziato, cosa significava
essere in stato di fermo, ma non riuscivo a comprendere
cosa avesse a che fare tutto questo con nostro padre, o
con noi. Mi sentivo inquieta, avvertivo una lieve nausea.
Non capivo perch all'improvviso mio fratello mi odiasse.
Perch? Perch sono delle teste di cazzo, ecco perch.
 stato uno degli uomini che lei riceveva a "strangolarla",
ad "ammazzarla", e loro sostengono che pap era uno di
quelli, ma lo sanno tutti che l'assassino  il padre di Aaron,
 una maledetta cazzata tenere pap in stato di fermo.
Aveva la faccia stravolta, sembrava sul punto di piangere,
temevo che lo facesse perch se l'avessi visto si sarebbe infuriato con me, non mi avrebbe mai perdonato e mi
avrebbe odiato ancor pi di adesso. Cos, con voce da ragazzina
sciocca, come la bambina di una sit-com la cui sola
presenza strappa al pubblico invisibile qualche risolino in
attesa della battuta, dissi: Oh, be', la sai una cosa? La signora
Kruller  stata qui, una volta.
Ben mi fiss. Gli occhi luccicavano, sul punto di riempirsi
di lacrime.
Qui? Dove?
Qui. In questa casa.
Stronzate! Quando?
Cercai di rammentare. Doveva essere accaduto l'anno
prima, la primavera passata. Cominciava a fare caldo, andavamo
ancora a scuola - sar stato maggio, gli inizi di
giugno. Il ricordo mi torn alla mente come una sequenza
televisiva che a prima vista appare strana, ma piano piano
si rivela familiare, rassicurante. Ero uscita dalla scuola elementare
Harpwell e avevo preso il pulmino scolastico, ero
arrivata a casa presto, alle 12.30, come accadeva di rado.
Quel mercoled avevamo avuto lezione solo met giornata,
nel pomeriggio era prevista una riunione degli insegnanti.
Mamma non era in casa, non sapeva che sarei uscita prima
per via della riunione. Era andata a Chautauqua Falls
a fare visita a un parente ricoverato in ospedale per un intervento
chirurgico.
Mamma ci aveva avvisati che avrebbe lasciato aperta la
porta sul retro, se tornavamo a casa prima di lei potevamo
entrare da l, rassicurandoci che sarebbe rientrata per
le cinque.
Non era insolito lasciare la casa aperta. In Huron Pike
Road, nella zona rurale a ovest di Sparta, capitava, di giorno
e anche di notte.
Come non era insolito, in circostanze del genere, che una
madre, anche "devota" come Lucille Diehl, lasciasse soli i
figli per un'ora o due.
E cos entrai in cucina canticchiando tra me, quand'ecco
che vidi mamma davanti al lavello... no, non era mamma: era Zoe Kruller! La bella Zoe Kruller che lavorava alla
cremeria Honeystone's, per non indossava il grembiule
bianco e i pantaloni di velluto a coste ma un paio di calzoni
sportivi di seta d'una tinta porpora e un golfino attillato
color lavanda, e non aveva la retina sui capelli ondulati;
stava fischiettando, mentre sciacquava delle tazze da caff
nel lavandino, si volt e mi guard sorpresa, a occhi spalancati,
e dopo un frazione di secondo disse con voce roca
e smielata: Ma guarda: Krissie! Ehi, Krissie! Lo dicevo che
eri tu! Come mai sei tornata a casa cos presto, Krissie?.
Parl a voce alta, per farsi sentire. Non solo dalla piccola
Krissie ma da qualcun altro, che forse era nella stanza accanto.
In quel momento non ci feci caso. Ero meravigliata,
ma piacevolmente, devo dire, di trovare Zoe Kruller nella
nostra cucina, davanti al lavello. Zoe sorrideva in modo
esagerato, le si riempivano le guance di fossette. Un ampio
sorriso radioso, che scopriva le gengive rosa. Sulla pelle
lattea le lentiggini e i piccoli nei tremolavano. Nell'altra
stanza sentii la voce di un uomo, giungeva attutita, ma naturalmente
riconobbi la voce di pap, sapevo che era lui,
avevo visto la sua jeep nel vialetto. Spiegai a Zoe che quel
giorno eravamo usciti prima, c'era una riunione degli insegnanti,
e mia madre era andata a Chautauqua Falls a fare
visita a un parente in ospedale, sarebbe tornata tra qualche
ora. Quando nominai mia madre Zoe parve illuminarsi
ancora di pi, e disse: Sono venuta qui proprio a trovare
lei, Krissie, la tua mamma. Sono passata a salutare Lucy
ma credo che non sia in casa, vero? Dove hai detto che 
andata? A Chautauqua Falls?.
A quel punto pap entr in cucina, si stava pettinando
i capelli - era strano vederlo pettinarsi l in cucina - l'ispida
capigliatura rosso-bruna, umida come se avesse fatto
la doccia; li ravviava all'indietro, con un movimento ampio
della mano, indossava una delle sue camicie di cotone
bianche a maniche corte appena stirate, nel taschino aveva
una penna a sfera di plastica, di quelle fornite dall'impresa
COSTRUZIONI SPARTA. Con la sua bella faccia rubiconda
mi fiss per un lungo attimo come se non mi riconoscesse,
quindi disse: Krissie. Sei tornata.
Zoe si affrett a spiegare che ero uscita prima da scuola
perch c'era una riunione degli insegnanti, e lo inform che
mi aveva detto di avere fatto una capatina per salutare Lucy
- Lucille - Ma adesso vado via, visto che Lucille non c'.
Nel frattempo aveva asciugato le tazze da caff e le aveva
riposte nella vetrinetta di acero nel posto esatto dove le
teneva mamma.
Non dire a tua madre che sono passata a trovarla mi
ammon Zoe. Si chin con un sorriso ancora pi pronunciato,
e mi diede un bacio sulla fronte. Aveva un profumo
di muschio, ben diverso da quello della cremeria Honeystone's.
L'incavo alla base del collo luccicava di un velo umido.
Avrei voluto leccarlo. Notai una sottile catenina d'oro
con un uccellino, forse una colomba. Voglio farle una sorpresa.
Torner domani, quindi non rovinarle la sorpresa,
Krissie, va bene? Sar un segreto fra te e me, che oggi sono
stata qui.
S, promisi. Mi piaceva l'idea di condividere un segreto
con Zoe Kruller e con pap.
Be', micetta! Adesso anche il tuo pap deve andare via.
Pap si chin goffamente su di me e con le labbra umide
mi stamp un bacio sulla fronte, all'attaccatura dei capelli,
un gesto rude e imbarazzato. Sai, devo andare in un cantiere...
sono tornato per cambiarmi la camicia. Be'... okay!
Ci vediamo dopo, Krissie.
La situazione era strana, Zoe Kruller e mio padre si conoscevano
appena - praticamente di vista - tuttavia allora
non ci feci caso. Un'altra stranezza fu che, non appena Zoe
usc dalla cucina con la borsetta in spalla, salutandoci con
un gaio borbottio: Ciao a tutti e due mio padre la segu
quasi immediatamente uscendo dalla stessa porta; dopo
qualche secondo sentii il rombo della Jeep Willys che si allontanava
per il vialetto, di certo pap aveva dato un passaggio
a Zoe Kruller, ma nel frattempo mi ero distratta, stavo
sbirciando nel frigorifero alla ricerca di uno spuntino,
un pezzo di budino di tapioca avanzato dalla sera prima,
accuratamente avvolto nella pellicola di plastica.
E all'epoca non mi sfior nemmeno il pensiero La signora
Kruller  stata qui con pap! La signora Kruller  venuta a
trovare pap.
Tanto meno pensai Pap ha portato qui la signora Kruller,
per stare da solo con lei. Quando mamma non c'era.
La signora Kruller  stata qui ripetei a Ben. L'anno
scorso. Un giorno che c'era una riunione degli insegnanti,
e ci hanno fatto uscire a mezzogiorno.
Non siamo usciti prima! Non  vero.
Tu non sei uscito prima. Stavi in un'altra scuola.
La signora Kruller non  stata qui,  una stronzata. Non
era amica di mamma.
Era venuta a trovarla, cos ha detto. Ha chiamato mamma
"Lucy". Ma mamma non era in casa e lei  andata via.
Perch sarebbe venuta qui? chiese dubbioso Ben. Mamma
e la signora Kruller non erano amiche.
Pronunci quella frase Mamma e la signora Kruller non erano
amiche in tono piatto e con un velo di tristezza.
C'era anche pap. In quel momento era a casa.
Non  vero! Te lo sei inventato.
No che non me lo sono inventato.
Zoe Kruller non sarebbe venuta qui, Krista.  una grande
stronzata.
Smettila di parlare cos!  stata qui. E c'era anche pap.
Krista, lui non c'era.
Sono andati via con la jeep di pap. Sono uscita prima
da scuola, sono tornata a casa e li ho trovati qui.
Stronzate.
Cerano.
Ben mi diede una manata sulla spalla, forte. Non  mai
successo, sei una dannata bugiarda. Se lo racconti a qualcuno,
ti spezzo quel collo scheletrico.
Mi spinse via e usc dalla stanza. Mi sentii avvolgere da una
vampata di puro odio, mio fratello era stato cos rude e crudele.
Collo scheletrico! Non avrei mai dimenticato quelle parole.
In seguito, cominciai a dubitare; forse Ben aveva ragione,
mi sbagliavo. Era meglio credere questo.
Zoe Kruller era davvero stata nella nostra cucina, a sciacquare
tazze da caff nel lavello? L'avevo sentita fischiettare?
E pap era entrato in cucina pettinandosi i capelli
all'indietro, il braccio sinistro piegato a sorreggersi il capo,
stringendo nella mano destra il pettine di plastica nero che
portava nella tasca posteriore dei calzoni, zoppicando impercettibilmente?
(Per farci caso bisognava sapere che pap
aveva un ginocchio malandato.) Forse ricordavo male? Cos
come a scuola non riuscivo a seguire la signora Bender, o
non vedevo bene i segni pi piccoli tracciati col gesso sulla
lavagna?
C'era un'altra possibilit: Zoe Kruller era venuta a casa
nostra e mamma la stava aspettando. Forse non quel giorno
che ero uscita prima, ma un altro. Mamma l'aveva invitata
a casa perch Lucille Diehl e Zoe Kruller erano amiche,
dopo tutto non era pap a essere suo amico.
Se le cose stavano cos, pap non c'era. Non aveva accompagnato
la signora Kruller con la Jeep Willys nera.
Pap non c'era e basta. Non quel giorno.


Capitolo 11.
Ma io ti voglio tanto bene, pap! Ti perdono.
Sarebbe stato il mio segreto, nemmeno pap l'avrebbe
saputo.
Nella County Line Tavern, seduti nel spar in un angolo
remoto della sala, pap gett degli spiccioli sul tavolo appiccicoso: quarti di dollaro, decini, centesimi che rotolarono
qua e l.
Tieni i soldi per telefonare, Krissie. Chiama tua madre e
dille dove sei. Dille che sei sana e salva - contorse la bocca
in un ghigno - e che stai cenando con me. Invita anche
lei, dille che ci farebbe piacere.
Davvero? Non ne ero sicura.
Pap mi fece l'occhiolino, mentre scivolavo ubbidiente fuori
dal spar. Risi, incerta sul significato di quell'ammiccare.
Come se a mia madre potesse far piacere unirsi a noi - e
fra tanti posti, proprio nella chiassosa County Line Tavern,
un locale di campagna sull'autostrada, una decina di chilometri
a nord di Sparta, e altrettanti da casa nostra, nella
direzione opposta. Nell'aria risuonavano gli schiamazzi
e le risate dei clienti. Da un jukebox si diffondeva a tutto
volume della musica rock, country e western. E si sentiva
quell'odore per me cos struggente, legato al ricordo di mio
padre, del suo mondo, odore di birra, di tabacco, un sentore
quasi impercettibile di sudore maschile, forse di inquietudine,
di angoscia. Nella County Line c'erano poche donne,
tutte giovani, alcune giovanissime, comunque dovevano
avere almeno ventun anni per poter bere alcolici, sedute
al bar in un crocchio festoso, ma per lo pi il locale era frequentato
da uomini: lavoratori della zona, agricoltori, camionisti
che lasciavano accesi i motori dei loro giganteschi
autotreni fermi nel parcheggio - non ho mai capito perch:
cos non sprecavano carburante? - ammorbando l'aria fresca
e frizzante con gas di scarico azzurrini.
A quell'ora del tardo pomeriggio, verso le sei, quando
dopo il crepuscolo era buio come di notte, la County Line
era parecchio affollata. Uomini senza alcuna fretta di rincasare,
o altri come Eddy Diehl che per qualche ragione una
casa non l'avevano, con l'anima ulcerata ma decisi ad apparire
festosi, allegri. Con la mia vistosa giacca della scuola
superiore di Sparta, di un tessuto sintetico simile alla seta,
viola scuro, che mi conferiva un certo fascino, jeans scoloriti
e la coda di cavallo di un biondo luminoso che sfolgorava
sul collo sino a met schiena, attiravo gli sguardi degli
uomini, cos come attirerebbe lo sguardo una fiamma
che divampasse in un'ombra buia. Entrati nel locale, con un
gesto che intendeva essere protettivo, mio padre mi aveva
condotto in un spar nella zona destinata alle "famiglie"
- mi aveva fatto sedere di schiena rispetto al bar - eppure
adesso a quanto pareva non si curava del fatto che, per
raggiungere il telefono e chiamare mia madre, dovessi farmi
largo tra i clienti, da sola.
Eccitata com'ero, e in preda a quella sorta di incantesimo
da cui  pervasa una figlia quando  in compagnia del
padre che non le  permesso incontrare, non mi venne da
pensare Perch pap mi ha portato in un posto come questo? E
mi rifiutavo di credere Lo fa per esibirmi - ecco la figlia di Eddy
Diehl, vedete come ancora lo adora? Come si fida di lui?
Nell'angusto corridoio davanti ai bagni un uomo tarchiato
con i capelli arruffati stava parlando al telefono pubblico,
imprecando nel ricevitore: Col cavolo che ci credo,
vaffanculo. Era una conversazione furibonda ma intima,
mi chiesi con chi stesse parlando quell'uomo, di certo con
una donna: la moglie? La ex moglie? La fidanzata? Gi a
quindici anni credevo di sapere che nella mia vita non avrei
mai vissuto quella sorta di intimit schietta, concreta; non
sarei mai stata cos vulnerabile.
L'uomo tarchiato armeggi per appendere il ricevitore,
si volt e con un movimento goffo mi venne addosso, mormorando
Ehi, mi scusi! L'alito gli puzzava come di gasolio.
Mi guard con occhi iniettati di sangue, l'espressione esageratamente
sorpresa, sbattendo le palpebre. Debbie, vero?
Debbie Hansen? Cerchi compagnia, Debbie?
Gli dissi di no. Non ero Debbie e non cercavo compagnia.
No? Non sei Debbie? Merda... sei troppo giovane, cosa
sei... una ragazzina? Delle superiori? Devi chiamare il fidanzatine,
tesoro? Non c' bisogno che lo chiami se...be'... hai bisogno
di un passaggio? Uno strappo fino a casa? Mi chiamo
Brent, potrei essere tuo padre... ti serve aiuto, tesoro?
Gli ripetei di no. Volevo solo fare una telefonata.
Ti servono... degli spiccioli per telefonare? Ne ho un
sacco... guarda...
Avanzava barcollando verso di me. Lo pregai di lasciarmi
in pace.
... un sacco di spiccioli, guarda... prendili...
Le monetine luccicavano sul palmo sudato. Provai l'impulso
di colpire quella mano e far volare via le monete. Con
una risatina nervosa sgusciai via da sotto il gomito peloso
e irsuto dell'uomo, come facevo quando giocavo a basket
con le ragazze pi grandi di me, che tendevano a sollevare
i gomiti, e prima che lui se ne rendesse conto mi rifugiai
nel bagno delle donne. Risi per mostrare che non avevo
paura, sapevo che non intendeva farmi del male. Adesso
vada via! Non voglio niente da lei.
Sentii una risata sonora, bussarono alla porta.
In quella stanza la porta non aveva la serratura. Sarei
dovuta correre in una delle toilette, per chiudermi dentro.
Ma cos mi avrebbe intrappolata.
Era certo solo uno scherzo, un ubriaco allegro in vena di
burle, e la situazione non sarebbe degenerata in qualcosa
di pi serio, ma l'uomo irsuto con gli occhi iniettati di sangue
non desisteva, da dietro la porta scalcagnata mi chiamava
tesoro, piccola, disse anche qualcos'altro che non riuscii a
comprendere, cos portai le mani a coppa davanti alla bocca
e gridai: Non sono sola qui! C' anche mio padre! Mio
padre  al bar! Mio padre  Eddy Diehl,  nella sala,  meglio
che mi lasci in pace altrimenti....
Contai disperatamente fino a dieci, fino a venti, pensando
Adesso qui succede qualcosa, mio padre far del male a
qualcuno. Mi ricordai che mentre entravamo in quel locale,
dopo avere lasciato la macchina nel parcheggio, mio
padre mi aveva circondato le spalle con un braccio, arruffandomi
la coda di cavallo con le dita ed esibendomi orgoglioso,
dannatamente orgoglioso della figlia bionda e
carina, cos diversa dalla moglie che lo aveva abbandonato,
Lucille Bauer, che conosceva sin troppo bene Eddy
Diehl. Non appena entrati nella sala piena di fumo, illuminata
solo dalle insegne al neon delle birre e dei liquori
che emanavano un bagliore spettrale, e dal baluginio di
un tozzo televisore a colori piazzato sopra il bar, non appena
entrati in quel posto chiassoso avevamo immediatamente
risvegliato l'attenzione dei clienti, attirando sguardi
e commenti. Il barista, un tipo con la faccia terrea e i basettoni
alla Elvis, che stava asciugando con uno straccio il
bancone appiccicaticcio, esclam a gran voce: Ges! Sei
tu... Eddy Diehl?. Sulle prime non fu chiaro se fosse un
saluto amichevole - magari guardingo ma amichevole -
poi i due si strinsero la mano, erano entrambi alti, piazzati,
sulla quarantina o poco pi; si somigliavano abbastanza
da passare per fratelli.
Al bar, mentre pap parlava col barista, gli altri uomini
tacquero per osservare e ascoltare: anche loro parevano
guardinghi, avevano espressioni amichevoli ma circospette,
come se conoscessero mio padre ma non sapessero bene
in che modo rivolgersi a lui.
Pap mi present, eccitato e felice: Questa  mia figlia
Krista, la mia piccola Krista,  pi grande di quello che
sembra, gioca a basket alle superiori, saluta i miei compagni,
Krista.
Compagni! Era patetico, pensai.
Non era da pap.
Nondimeno, pur messa in mostra come una bimba di tre
anni, sorrisi e salutai. Avvampai in viso, una sensazione fastidiosa
eppure piacevole, mi rendevo conto che pap era
contento di me, non lo avevo deluso.
A quanto pareva Brent era andato via. Aprii cautamente
la porta del bagno... non c'era. Mi affrettai verso il telefono,
la faccia rivolta al muro, cercando di dare nell'occhio
il meno possibile. Nel bagno a pochi passi da l entravano
e uscivano in continuazione degli uomini, non volevo che
mi notassero. Infilai una monetina da venticinque centesimi
datami da pap, composi il numero e pregai che mamma
rispondesse, ma come un subitaneo rimprovero sentii
il segnale della linea occupata.
Mamma, attacca! Ti prego, mamma. Sono io.
In realt non avrei saputo cosa dirle se avesse risposto.
Che mio padre aveva trasgredito l'ordinanza del tribunale
che gli proibiva di avvicinarmi, persino di parlarmi, con
la mia complicit? Le avrei detto che avevo tradito la sua
fiducia andando con il suo nemico, volontariamente? Che
desideravo stare con lui, e non avevo voglia - almeno in
quel momento - di stare con lei? Che gli volevo bene - almeno
in quel momento - pi di quanto volessi bene a lei?
O forse non era vero niente. Forse, disperata com'ero, era
tutto frutto della mia immaginazione, in fondo avevo solo
quindici anni. Amavo pap non perch fosse un buon padre
o un brav'uomo - come avrei potuto giudicarlo, buono
o cattivo che fosse? - ma perch era mio padre, l'unico.
E se anche mi aveva esibito in quel modo davanti ai suoi
amici, che c'era di cos terribile? Di imperdonabile?
In realt, non credo che pap si aspettasse che mamma
accettasse il suo invito e venisse a cena alla County Line. Lo
aveva detto in modo malinconico, con un velo di risentimento
nella voce. Mi aveva fatto l'occhiolino, stava scherzando.
Al tuo pap piace scherzare, tesoro. Diamine, non mi faccio
mica infinocchiare dal tuo paparino.
La linea era occupata, cominciai ad agitarmi, a innervosirmi.
Appesi il ricevitore e recuperai la moneta, quindi rifeci
il numero, e stavolta fu un estraneo, una voce maschile, a
rispondermi: S? Chi ?, avevo composto un numero sbagliato,
e tutto questo mentre la porta del bagno degli uomini
si apriva in continuazione. Cercavo di non respirare l'odore
di birra e di urina versata, e l'acre puzzo di disinfettante
che si avvertiva in sottofondo. Mi venne da pensare Gli
uomini sono solo un corpo, e da quel corpo non c' scampo: una
fosca epifania. Mi nascondevo dagli uomini che passando
mi fischiavano dietro, chiamandomi tesoruccio e arruffandomi
la coda di cavallo con un rozzo gesto scherzoso; mi
nascondevo premendo la fronte contro la sporca superficie
di plastica nera del telefono. Riprovai a comporre il numero
di mia madre - cio il numero di casa nostra - ma udii
di nuovo il segnale di occupato, come una beffa.
Naturalmente mia madre passava molto tempo al telefono.
I parenti la chiamavano in continuazione. Si sentiva
con sua madre e sua sorella parecchie volte al giorno. Parlava
con i "nuovi amici" della chiesa, col pastore e con sua
moglie, e con addetti del tribunale civile della contea, o
magari stava parlando con un avvocato. Eppure ebbi l'impressione
che mia madre, indifferente nei miei confronti, lo
facesse apposta a tenere occupato il telefono, sapendo che
probabilmente avrei cercato di chiamarla.
Non ho bisogno di te! Ti odio. Pap mi  venuto a prendere
per portarmi via.
Se ne ha la possibilit, una ragazza sceglie il proprio padre.
Anche una madre deve riconoscere che  cos: basta
che si ricordi di quando era ragazza.
Ripresi la moneta dalla fessura e tornai al spar dove
pap mi aspettava, bevendo. A quell'ora la sala era gremita.
Dovetti farmi largo attraverso un labirinto di tavolini,
e in mezzo alla folla accalcata nei pressi del bancone del
bar - era a forma di ferro di cavallo, lungo, curvo, pieno
di ostacoli. Vidi solo una donna - le ragazze che ridevano
se n'erano andate - doveva avere sui trentacinque anni
e passa, con vaporosi capelli mossi e ondulati, un taglio
come quello di Zoe Kruller, un'acconciatura resa popolare
da un telefilm del passato, Charlie's Angels; era un taglio
che si addiceva a una ragazza giovane e affascinante, ma
quella donna non era n l'una n l'altra, aveva le mascelle
quadrate e sulle labbra un rossetto cos scuro da sembrare
nero. Quando mi avvicinai alz d'improvviso lo sguardo
e mi fiss con sofferta attenzione. Anche altri clienti seduti
al bancone mi guardarono. Sorrisi imbarazzata, per istinto,
lo stesso che spinge un animale che si sente minacciato
a raggomitolarsi, mostrando le zanne in una sorta di ghigno.
Mi tirai la coda di cavallo per sistemarla. Ciocche di
capelli umidi mi si erano appiccicate sulla fronte. Invidiavo
la camminata di alcune compagne di scuola pi grandi di
me, un atteggiamento piuttosto esibizionista, con la testa
alta e l'espressione attonita, come a dire Fatevi gli affari vostri!,
ma quel modo di camminare non mi si addiceva, mi
mancava la sicurezza di s che rende sensuali. Un uomo
fece un passo in avanti per sbarrarmi la strada. Non mi pareva
di conoscerlo. Aveva una barbetta arruffata da capra,
la bocca simile a un'ampia cicatrice umida. Sei la figlia di
Diehl? Perch  venuto? Perch ti ha portata qui? Cosa ci
fa qui? Quello stronzo.
Rimasi sbalordita. Ero troppo sorpresa per reagire, balbettai
stupidamente: Mi s-scusi....
Quell'uomo con la barbetta mai visto prima os prendermi
per un braccio, furioso. Mi chiese di nuovo con voce da
ubriaco convinto di avere ragione perch mio padre mi aveva
portato l, perch era tornato a Sparta, dove di certo non
era il benvenuto. Balbettando in tono di scusa abbozzai una
risposta e spiegai che mio padre doveva fare una "visita".
Una visita a chi?
Replicai che non lo sapevo.
Volevo che quell'uomo mi levasse le mani di dosso. Temevo
che pap ci vedesse, e che accadesse qualcosa di terribile, magari a lui. Speravo che non si accorgesse di quello scontro.
Il tuo vecchio non  stato dentro, eh? Per quello che ha
fatto alla moglie di Delray Kruller. Lo sai chi era Zoe? Quanti
anni hai? Perch ha portato qui una ragazzina come te?
Come ha potuto passarla liscia dopo quello che ha fatto?
Perch  tornato qui? Una "visita": a chi? Maledetto assassino
figlio di puttana.
Cercai di protestare. Mi sentii strattonare, qualcuno mi
tir per un braccio: era il barista dalla faccia terrea che aveva
stretto la mano a mio padre. E c'era anche un altro individuo,
un amico dell'uomo con la barbetta. Merda, Mack,
lascia in pace la ragazza disse. Lei non c'entra niente.
Andiamo.
Quel figlio di puttana ha ammazzato la moglie di Delray
e non ha mai pagato un cazzo.  quello laggi, nel spar?
 quello Diehl?
Obiettai che mio padre non aveva ammazzato nessuno.
Non era stato nemmeno arrestato. Non l'avevano incriminato...
Mack, che quando parlava schizzava saliva, fu trascinato
via. Qualcuno spinton il barista, che come in un cartone
animato afferr quel tizio per il colletto, gli diede una
scrollata e lo spinse via. Si levarono delle voci concitate. Il
barista - si chiamava Deke - esort: Calmi. Su, state calmi.
Datevi una calmata mentre la donna con i vaporosi
capelli ondulati e la faccia truccata e grinzosa come una
scimmia mi disse: Non stare a sentire questi coglioni, tesoro!
Tuo padre ha tutto il diritto di bere dove diavolo gli
pare, siamo negli Stati Uniti d'America, Cristo santo. Fu
un sollievo pensare che quella donna mi era amica; indossava
una camicetta firmata di satin rosa shocking e un paio
di jeans attillati, camminava con passo malfermo su scarpe
dal tacco vertiginoso, come quelle che avrebbe potuto calzare
Zoe Kruller sul palco del Chautauqua Park. Era protesa
verso di me con fare aggressivo, l'alito le puzzava di
whisky scadente. Quella donna, Kruller, come diavolo si
chiamava... Zoe, quella bella fica, "Zoe", se l' cercata. Lo
sanno tutti chi era. Prima o poi sarebbe successo. "Ognuno
ha quello che si merita", no? A chi cazzo vuoi dare la colpa?
Tornai di corsa nel spar da mio padre. Rimasi sbalordita,
non si era accorto del trambusto scoppiato al bar.
Sedeva con le spalle curve, come un orso ferito che cerchi
di riacquistare le forze. Qualche minuto da solo senza
la graziosa figlia con la bionda coda di cavallo, ed ecco che
un uomo come Eddy Diehl sprofonda nella tristezza. Uno
come Eddy Diehl indulge volentieri alla malinconia. Se ne
stava con i gomiti appoggiati sul tavolo rigato e la mascella
volitiva sopra i pugni chiusi, con aria meditabonda, gli occhi
socchiusi come colto da un'improvvisa, invincibile stanchezza.
Aveva ordinato un'altra Coca-Cola per me, un bicchierino
di whisky e una pinta di spumosa birra scura per
s. Non appena sprofondai a sedere, alz gli occhi a guardarmi
con quel suo sorriso vivace.
Ero stordita, ma sorrisi anch'io. Un altro padre si sarebbe
accorto che quel sorriso nascondeva qualcosa, ma non
mio pap, che tracann quasi tutto il whisky in un solo sorso.
Ascolta la canzone che ho messo per te: la conosci?
Aguzzai le orecchie. Doveva essere una cosa importante.
Nella sala c'era un tale trambusto, un sacco di uomini
guardavano nella nostra direzione, non riuscivo a concentrarmi
bene.
Delia  andata via, un altro giro!
Delia non c' pi
Un cantante dalla profonda voce baritonale, la pronuncia
strascicata del country e western... era Johnny Cash? Non
riuscivo a sentire bene.
Mio padre teneva curiosamente la testa bassa, come per
ascoltare meglio le parole della canzone, quasi che per lui
avessero un significato particolare; come se di recente Eddy
Diehl fosse stato in un posto (ma dove poteva mai essere?)
in cui non gli era permesso di sentire musica come quella.
no
O non gli era permesso di starsene seduto cos a bere whisky
e birra, a fumare una sigaretta, in un voluttuoso abbandono,
nella solitudine di chi beve in pubblico.
Delia oh Delia
Dove sei stata tutto questo tempo?
Un altro giro, Delia  andata via,
Un altro giro.
Dal bar ci stavano ancora osservando. Non avevo il coraggio
di guardare, ma con la coda dell'occhio vedevo l'iroso
uomo con la barbetta e altri che ci fissavano. (Ma come
mai pap non se ne accorgeva? Era ubriaco, o fingeva di non
vedere?) Provai un'assurda speranza, che la donna sbronza
con la sgargiante camicetta rosa shocking accorresse in nostro
aiuto, reclutando altri per difendere mio padre.
Naturalmente sapevo che a Sparta il nome Diehl ormai
evocava certi pensieri. Anzi, in tutta la contea di Herkimer.
Forse in tutta la regione degli Adirondack. Cos com'era nota
Zoe Kruller, e il gruppo bluegrass, i Black River Breakdown.
In zona circolavano nastri e cd della band; pap ne aveva
parecchi nel vano portaoggetti della Jeep Willys, quando
mi portava con s in macchina gli chiedevo spesso di farmeli
ascoltare.
Signore? Prego.
Una cameriera ci serv un piatto di patatine fritte, e un'altra
bottiglia di birra. Pap si risvegli dalla trance in cui
era caduto mentre ascoltava la canzone e mi offr delle patatine:
Le ho ordinate per mettere qualcosa sotto i denti.
Non  la nostra cena - andremo a mangiare in qualche posto
speciale - ma tanto per mandare gi qualcosa, diamine,
ho una fame da lupo.
Inizi a prenderle con le dita. Si era tolto il berretto da
baseball, gli scuri capelli arruffati cominciavano a ingrigire,
in alcuni punti erano folti in altri radi, come sulle tempie
arrossate e imperlate di sudore. Mi turbava constatare
che pap cominciava ad assomigliare a suo padre - nonno
Diehl, me lo ricordavo cos anziano - pap e i fratelli lo
chiamavano il vecchio con una sorta di affetto esasperato:
il vecchio bastardo; non si riesce a fregarlo, il vecchio bastardo.
Quando un uomo inizia a perdere i capelli, la testa cambia
forma e lui comincia ad assumere una fisionomia diversa.
Provavo una grande tenerezza per pap, avevo voglia di accarezzargli
il viso, sembrava segnato e indurito, come arso
dal vento; era evidente che lavorava all'aperto. A poco pi
di quarant'anni Eddy Diehl non usava pi camicie bianche
di cotone fresche di bucato per andare al lavoro.
Non era pi un marito/padre di cui la moglie si vantava
come di uno che faceva il dirigente.
Prendine un po', Krista. Avanti, fai compagnia al tuo
vecchio.
No, grazie, pap! Non mi piacciono le patatine fritte.
Devi aver fame, micetta, dopo tutte quelle corse sul campo
da basket. Di.
Infatti avevo fame, e parecchia, ma non mi andava di mangiare
quelle grosse patatine unte e salate, riscaldate nel forno
a microonde dietro il bancone, intrise di ketchup, che mia
madre avrebbe subito etichettato come avanzi di altri piatti.
Pap me le avvicin. Pensai Ben le mangerebbe! E cos ne
presi un paio, le spezzai e finsi di ingoiarle.
Notai che mio padre sulle nocche aveva dei lividi e dei
graffi recenti. E forse, sotto, delle cicatrici. Sapevo che ultimamente
aveva lavorato in una ditta di legnami - usava
delle motoseghe portatili - e che alcuni operai dell'impresa
Costruzioni Sparta avevano avuto dei terribili incidenti
con quegli attrezzi; avrei voluto prendere la sua grossa
mano segnata fra le mie, e dirgli che gli volevo bene, che
non credevo a quello che alcuni affermavano di lui, ero certa
che non poteva essere vero.
Ma con quelle guance non rasate e gli occhi dalle palpebre
pesanti, l'espressione accigliata, pap aveva un'aria
da avventuriero; da uomo orgoglioso, con il quale non si
viene a patti; la voce che proveniva dal jukebox, risuonando nella sala affollata e densa di fumo della County Line
Tavern la sera di un giorno feriale, era proprio quella della
sua anima, e con un'anima cos non si viene a patti. Avvertii
un brivido di allarme, come quando un nuotatore intravede
una sagoma - scura, con le pinne, silenziosa - guizzare
sotto di lui, senza capire cosa sia.
Il motivo diffuso dal jukebox stava finendo. La profonda,
robusta voce virile, baritonale, non si addiceva alle parole
della canzone:
Quindi se la tua donna  crudele
Lasciala andare
Oppure falle abbassare la cresta
Come a Delia
Delia  andata via, un altro giro!
Delia  andata via
Pap annuiva con aria grave e soddisfatta, mentre masticava
le patatine. Enormi patatine unte e piene di lardo
grandi quanto le sue grosse dita, tutte intrise di ketchup.
Qualunque significato avesse per lui la canzone di Johnny
Cash, aveva toccato una corda profonda. Fin il whisky e
ne ordin un altro. Prese una lunga sorsata dalla bottiglia
di birra. Mi fiss e mi fece l'occhiolino, di sbieco, col suo
sorriso franco, e alla fine mi pose la domanda che voleva
farmi sin da quando ero tornata al spar: Allora, Krista,
che ha detto la tua mamma?.
Mamma! Era tanto, tanto tempo che non sentivo quella
parola sulla bocca di mio padre. Mi resi conto che sperava
che mia madre ci raggiungesse, gli occhi gli brillavano di
una folle speranza.


Capitolo 12.
MARZO 1983
Il guaio corrodeva le nostre vite come profonde sacche di
ruggine nelle carcasse di veicoli abbandonati. Il guaio ci toglieva
la gioia di vivere. Eravamo assolutamente certi che
lo avremmo lentamente metabolizzato, e ogni giorno ci illudevamo
che il guaio si sarebbe risolto una volta per tutte.
Col senno di poi, la cosa appare inevitabile, per quanto
atroce. Ma in quel momento sembrava una pura coincidenza.
Pap and via da casa e si stabil da suo fratello a East
Sparta, e un giorno Ben se ne usc con un commento meschino:
Sono tredici giorni che  via, ormai  andato. Non
torner.
Il nome di Zoe Kruller a casa nostra era tab. Ma non a
Sparta, dove risuonava ovunque.
Alla stazione radio cittadina i dj mettevano i pezzi dei
Black River Breakdown. L'inconfondibile voce di Zoe Kruller
- roca, confidenziale, lievemente provocante - all'improvviso
risuonava dappertutto. I pezzi pi gettonati erano
Footprints in the Snoxv, il cui testo suonava come un'inquietante
profezia, poich a quanto pareva descriveva la morte
misteriosa di una giovane donna bellissima:
I traced her little footprints in the snow
Ifound her little footprints in the snow
Now she's up in heaven she's with the angel band
I know I'm going to meet her in that promised land
Ifoud her little footprints in the snow.
e Little Bird of Heaven, la mia canzone preferita, e penso anche
di pap, era quella che ascoltava pi spesso quando
guidava una delle sue macchine. Zoe Kruller la interpretava
con voce vivace e allegra, eppure malinconica, ti ritrovavi
con il fiato corto, trattenendo una lacrima, a quelle
splendide parole:
Well love they tell me is a fragile thing
It's hard to fly on broken ivings
I lost my ticket to the promised land
Little bird of heaven right here in my hand
So toss it up or pass it round
Pay no mind to what you're carryin' round
Or keep it close, hold it while you can
There's a little bird of heaven right here in your hand
A Sparta la gente pensava che Zoe Kruller avesse lasciato
un messaggio - una serie di indizi - in questa canzone. Soprattutto
le ragazze e le donne erano convinte che in quel
pezzo Zoe avesse "fatto il nome del suo assassino", e se lo
si ascoltava attentamente, o se si trascriveva il testo prendendo
nota delle iniziali, o delle ultime lettere, di ogni verso,

si sarebbe scoperta l'identit dell'uomo.
* "Ho seguito le sue piccole orme sulla neve / Ho trovato le sue piccole
orme sulla neve / Adesso  in cielo con la sua band di angeli / So che la
incontrer in quella terra promessa / Ho trovato le sue piccole orme sulla
neve." (NdT)
** "Be', dicono che l'amore  una cosa fragile /  difficile volare con le ali
spezzate / Ho perso il biglietto per la terra promessa / L'uccellino del Paradiso
 qui, nella mia mano // Allora fallo volare o regalalo a qualcuno
/ Non importa cosa porti con te / O non mostrarlo a nessuno, tienilo finch
puoi / Guarda, l'uccellino del Paradiso  qui, nella tua mano." (NdT)
Falien hearts and falien leaves
Starlings light on the broken trees
Ifind we all need a place to land
There's a little bird ofheaven right here in your hand*
Eravamo in macchina con mamma, quand'ecco risuonare
ansante e concitata nelle nostre orecchie, frammista all'aria
calda del riscaldamento - era una ventosissima mattina di
marzo - la voce della donna assassinata che cantava L'uccellino
del Paradiso  qui, nella tua mano, e con un gridolino
mia madre spense la radio.
Lei! Quell'orribile donna.
Perch Zoe Kruller  una donna orribile?
Perch  una puttana?
E una puttana orribile merita di morire?
La gente non si capacitava che i Black River Breakdown
non avessero mai inciso un disco, n firmato un contratto
con qualche casa discografica di New York o di Los Angeles,
e non fossero mai stati ingaggiati per esibirsi fuori dalla
regione degli Adirondack. Adesso che la cantante era stata
assassinata, i componenti della piccola band, in preda
allo sconcerto, si ritrovarono avvolti da un alone di fascino
morboso da giornale scandalistico, come se avessero un
riflettore puntato in faccia. Il violinista, con i suoi quarantasei
anni il pi anziano del gruppo, era sparito dalla circolazione
e rifiutava di concedere interviste ai mezzi d'informazione,
limitandosi a dire che conosceva Zoe Kruller
"da quando era la pi bella bambina che si possa immaginare",
mentre il giovane chitarrista con i basettoni alla Elvis
e i capelli lunghi fino alle spalle compariva dappertutto -
nei programmi trasmessi nel tardo pomeriggio dalla tv locale,
nelle pagine dello spettacolo del "Journal" di Sparta,
accanto alle strisce dei fumetti, mettendo a nudo l'anima
* "Cuori infranti e foglie morte / Storni leggeri su alberi abbattuti / Ora lo
so, tutti cercano un approdo / Guarda, l'uccellino del Paradiso  qui, nella
tua mano." (NdT)
 e rivelando che dalla morte di Zoe non aveva pi dormito,
pregava Dio che la polizia trovasse chi aveva commesso
quel delitto, scoprisse al pi presto il colpevole; stava
componendo una ballata in memoria di Zoe Kruller e sperava
di eseguirla col suo gruppo quanto prima...
Questo e altri articoli di giornale li tenevo nascosti in un
quaderno. Come se presentissi Questa cosa me la porter sempre
dietro. Mi cambier la vita.
Da lungo tempo non si verificavano fatti di sangue a
Sparta, o nella contea di Herkimer: nove anni. Senza tenere
conto - come del resto facevano i mezzi d'informazione
- dei numerosi delitti commessi nella riserva degli indiani
Seneca, etichettati come omicidi, risoltisi senza processi n
troppo clamore. Nella contea di Herkimer un omicidio con
quelle modalit era davvero raro: la donna era stata uccisa
nella sua casa, nel suo letto, il cadavere era stato scoperto
la domenica mattina dal figlio.
L'ultimo omicidio a Sparta era avvenuto durante una rapina
alla stazione di servizio della Sunoco, sulla statale 31;
prima di quello, un senzatetto era stato ucciso a martellate
da un altro barbone, in un ricovero cittadino. In entrambi
i casi la polizia aveva identificato e arrestato i responsabili
in un paio di giorni.
Ma quel caso era ben diverso: L'assassino di Zoe Kruller 
ancora in libert. Alcuni indiziati ma nessun arresto, gli investigatori
di Sparta non rilasciano commenti.
Eravamo spaventati e al tempo stesso eccitati. All'uscita
della scuola dovevamo tornare immediatamente a casa
e le nostre madri ci accompagnavano nei posti in cui, fino
a poco tempo prima, andavamo a piedi o, quando faceva
caldo, in bicicletta. Non potevamo sapere - forse in qualche
modo lo intuivamo, lo avvertivamo, e questo contribuiva
all'eccitazione - che quel periodo avrebbe segnato una svolta
nelle nostre vite e in quella della cittadina di Sparta, avevamo
la sensazione che non saremmo mai pi stati al sicuro,
non c'era nessuno a proteggerci.
I ragazzi godevano di maggiore libert delle ragazze, naturalmente. Era sempre stato cos, ma adesso ancora di pi,
perch l'assassino di Zoe Kruller doveva essere un uomo,
e quell'individuo non voleva uccidere un ragazzo o un altro
uomo, ma una ragazza o una donna. Lo capiva anche
una bambina di undici anni.
Le ragazze venivano continuamente ammonite a diffidare
degli sconosciuti. Non bisognava accettare passaggi, rispondere
o scambiare occhiate con gli sconosciuti, se si era
avvicinate da un estraneo bisognava scappare!
Ma poteva anche essere un conoscente, non necessariamente
un estraneo. Un adulto.
Perch chiunque avesse ucciso Zoe Kruller doveva conoscerla,
lei l'aveva accolto in casa. Una delle sue amicizie
maschili.
Oppure Delray, il marito.
A volte lo si definiva il marito con il quale era in rotta.
In un dizionario della biblioteca scolastica cercai quell'espressione,
in rotta. Aveva un che di strano, ma racchiudeva un concetto
familiare, quello della rottura, come un oggettino banale
- per esempio un sassolino colorato - dentro un uovo di
Pasqua.
Separato, diviso, ostile, estraneo, indifferente, disgiunto, scisso:
in rotta.
Una sera, era gi una settimana che pap mancava da
casa, osai chiedere a mia madre, con la crudele, simulata
ingenuit dei bambini: Pap  in rotta con noi?. Lei trasal,
ferita; non so come si trattenne dal mollarmi un ceffone.
Com'era diventata eccitante la nostra vita, tutt'a un tratto!
Mozzafiato e imprevedibile, ma l'eccitazione si lasciava
dietro una sensazione di nausea, come quando da piccoli si va sulle montagne russe: credevi di averne voglia, hai
chiesto e supplicato di salirci, ma forse non ti andava. Volevi
provare spavento ed eccitazione, un'emozione che ti attraversasse
il corpo come una scossa elettrica; volevi gridare
rapita e spaventata, ma forse... forse non lo volevi davvero.
E quasi sempre te ne accorgevi troppo tardi.
Krista? Vieni qui, devo dirti una cosa.
Mia madre aveva gi parlato con Ben, quando era rincasato
da scuola. L'avevo sentito urlare con quella sua voce
stridula, poi era scappato sbattendo la porta di casa, mamma
l'aveva richiamato solo una volta, un gridolino secco
come lo stridio di un uccello.
Benjamin!
Dalla finestra vidi Ben che correva tutto curvo, alla luce
declinante del tardo pomeriggio, senza giacca. Affranto,
avanzava a grandi falcate nella neve alta verso il vecchio
fienile, che distava qualche passo dal garage a due posti
costruito da mio padre, adiacente alla casa; il fienile veniva
usato come deposito e come secondo garage per le numerose
automobili che comprava. Vedevo il fiato di Ben condensarsi
mentre correva. Probabilmente non lo avrei riconosciuto
se l'avessi visto correre in quel modo, come una
creatura ferita, sembrava pi giovane e pi piccolo.
Assistei alla scena dal corridoio al piano superiore. Non
appena rincasata, mi ero precipitata su portandomi lo spuntino
che consumavo all'uscita da scuola - una scodella di
cereali con latte e uvetta - in modo da iniziare i compiti
mentre mangiavo. I cereali erano fiocchi di frumento; bisognava
mangiarli subito perch s'inzuppavano e diventavano
una poltiglia, il latte s'intorbidiva e da squisito si faceva
nauseante, era uno sforzo mandarli gi.
Mi stavo accorgendo che tutti i miei cibi preferiti - ricordavo
la gioia intensa provata da bambina per i coni gelato
di Honeystone's - potevano diventare nauseanti, disgustosi.
Da quando mio padre era andato via di casa soffrivo
di improvvisi attacchi di fame. Specialmente di pomeriggio,
quand'ero stanca dopo la scuola. Divoravo una scodella
di cereali come un animale famelico. Venivo colta
da un'euforia infantile, come se non m'importasse altro
che mangiare.
Per da sola, e non all'ora dei pasti. N con mia madre
e Ben. Da quando il posto di pap a capotavola era vuoto,
odiavo l'ora dei pasti. Mangiavo in piedi davanti al frigorifero
aperto, o seduta sui gradini in fondo alla scala, nella mia stanza e persino nel bagno, con l'acquolina in bocca.
Adesso, seduta nella mia cameretta davanti alla piccola
scrivania in legno di quercia levigato con motivi a spirale
costruitami da pap, trangugiavo a cucchiaiate i fiocchi di
frumento, aspettando che mia madre mi chiamasse, come
ero certa avrebbe fatto.
Prima Ben, poi Krista. Doveva esserci una logica nella
crudelt di nostra madre.
Ingurgitavo interi bocconi di fiocchi di frumento e latte
rischiando di strozzarmi, e pensavo Ancora noti so quello
che sa Ben. Non lo so.
Krista? Vieni qui, devo dirti una cosa.
Mia madre, ai piedi della scala, mi stava chiamando. Con
voce tagliente come la lama di un coltello, mi pareva di vederla
scintillare, avrei voluto scappare, nascondermi! Ma
non ero pi una bambina, avevo undici anni.
Non avrei saputo dire se fossi matura o immatura per
la mia et. Forse sembravo pi piccola, ma mi sentivo pi
grande. Quando sul pulmino della scuola le ragazze pi
grandi sussurravano tra loro, rabbrividendo e fremendo
La cosa orribile che hanno fatto a Zoe Kruller  peggio che essere
strangolata, io sedevo immobile, in silenzio, facendo finta
di non sentire.
Quando scesi, mia madre era tornata nella sala da pranzo,
sedeva al tavolo a ribalta in ciliegio, un "cimelio di famiglia"
perennemente coperto da una tovaglia. Usavamo
di rado quella stanza, per lo pi nei giorni di festa. Per non
farsi sentire mamma aveva portato l il telefono della cucina,
con una prolunga. A quel tempo non c'erano ancora i
cordless e i cellulari, bisognava ricorrere a prese e prolunghe.
Mi stupii di quante cartelline ci fossero su quel tavolo:
estratti conto, polizze assicurative, ricevute e modelli
di dichiarazioni dei redditi, comunicazioni ufficiali sparsi
qua e l, fogli.
Mamma? Cos' tutta questa roba?
Siediti, Krista. Non farci caso.
Ma...
Santo cielo, pulisciti la bocca, Krista.  sporca di latte.
Ho detto siediti.
Non sopportavo le sedie della sala da pranzo, erano cos
strane. Avevano cuscini duri e spalliere di vimini, erano scomode,
cos diverse dalle consunte sedie in vinilpelle della
cucina. Mangiavamo sempre in cucina, quella stanza la
usavamo solo per le occasioni speciali, quando mia madre
e i suoi familiari organizzavano delle feste, costringendoci
a celebrare compleanni, o ricorrenze. In base a una rigida
rotazione, mia madre e i suoi parenti facevano a turno
a invitare gli altri la vigilia di Natale, a Natale, il giorno del
Ringraziamento e a Pasqua.
Pap prendeva sempre in giro mamma per la tovaglia:
cosa serve avere un tavolo di ciliegio se lo si copre? Ma
lei replicava che non poteva correre il rischio che si graffiasse,
si macchiasse o ci rimanesse sopra il segno di una
bruciatura.
Da quando pap era andato a stare da suo fratello Earl,
mamma era affaccendata come non mai. Si dava un gran
daffare per tutta la casa, su e gi per le scale; era sempre al
telefono. I parenti della famiglia Bauer venivano a trovarla
tutti i giorni e si chiudevano nella sala da pranzo. Molte
sue amiche mi lanciavano dei sorrisi odiosi, e quando facevano
per stringermi al loro seno cascante, sgattaiolavo via.
Mamma ci present un uomo con la faccia da falco, indossava
un completo e un cravattino, e lo chiam "il mio
commercialista". Poi un altro in giacca e cravatta, "il signor
Nagel, il mio avvocato".
Avvocato. Non volevo nemmeno pensare al motivo di
quella presenza.
In rotta. Separato. Divorziato...
Krista? Stammi bene a sentire...
Con gesto tenero e goffo mia madre mi prese le mani gelide
che non riuscivo a tenere ferme. Si esprimeva in tono
pacato, tuttavia lo trovavo inquietante, suonava falso, forzato,
la voce fremente aveva una nota supplichevole, anche
se meno di un'ora prima l'avevo sentita parlare al telefono
in tono brusco, scandendo e accompagnando le parole con
quelli che sembravano scoppi di risa. Non volevo sentire,
pensavo con infantile ostinazione Pap ritorner e tutto cambier.
Non faremo pi quello che si fa adesso, pap rimetter le
cose a posto. Ben e io avevamo notato che gli occhi di nostra
madre avevano assunto una strana lucentezza vitrea, ultimamente
le avevano prescritto delle pillole per dormire e
per calmare i nervi. Non volevo vedere quegli occhi, guardavo
le nostre mani, cos bizzarramente intrecciate. Come
se ci trovassimo in un luogo pericoloso, per esempio su
una rupe, ci aggrappavamo istintivamente l'una all'altra,
impaurite. Ma io avevo paura di mia madre, di quegli occhi
vitrei dalle palpebre arrossate e della bocca impiastricciata
di rossetto, da cui potevano uscire parole orribili, che
non volevo sentire.
Una cosa mi sorprese: mia madre si era tolta gli anelli.
L'anello di fidanzamento d'oro bianco con un piccolo
diamante quadrato e la fede, anch'essa in oro bianco, che
a suo dire non riusciva pi a sfilare, tanto era ingrassata.
Non avevo mai visto le sue mani senza quegli anelli, e ora
erano spariti.
Un ricordo lontano affior alla mente: accennai un sorriso.
Un gioco che pap faceva tanto tempo prima, quando ero
piccola. Nascondeva le mie manine tra le sue grosse mani,
fingendo di averle perdute e di non riuscire a trovarle.
Dove sono le zampine della mia micetta? Chi ha visto le zampine
della mia micetta? Qualcuno ha visto due zampine che si
sono perse?
Perch stai sorridendo, Krista? C' qualcosa di divertente?
Mi affrettai a risponderle di no, non c'era nulla di divertente.
Sono lieta che qualcuno lo trovi divertente. Buono a
sapersi.
Quando mia madre si arrabbiava faceva l'offesa. Se non
ci si scusava subito, e non si ripetevano parecchie volte le
proprie scuse, andava in collera.
Le assicurai che non c'era proprio nulla di divertente.
Non stavo sorridendo, ma se l'avevo fatto, me ne scusavo.
Mia madre trasse un profondo respiro. Mi strinse le mani
inquiete, come per impedirmi di scappare via.
Allora, Krista! Sai che tuo padre  andato a stare da tuo
zio Earl. E forse saprai anche che tuo padre ha "collaborato"
con gli investigatori della polizia di Sparta che stanno
svolgendo le indagini - a quel punto la sua voce impavida
ebbe un'esitazione, non riuscii a guardarla in faccia - sulla
morte di... quella donna... quella a cui hanno fatto del
male... la signora Kruller, la conosci. La conoscevi. Quella
che hanno... ucciso. Mia madre tacque, e trasse di nuovo
un respiro profondo. Una vena le puls nella gola come un
vermiciattolo bluastro che guizzava freneticamente. Loro la
polizia... non hanno ancora preso... quello che ha fatto
del male... alla signora Kruller... ma lo prenderanno. Per,
Krista, volevo dire a te... e a Ben... che tuo padre  stato che
ha "collaborato" con la polizia... ha detto alla polizia...
e prima lo ha detto a me... che lui era un... un "amico intimo"
di quella donna. E che andava a farle visita a casa... a
volte. Adesso mia madre parlava animatamente, con frasi
frammentarie, come quando si corre, ansimando; come
per un battito cardiaco irregolare. Mi strinse le mani fino a
farmi trasalire. Lui... tuo padre... in un primo momento ha
detto alla polizia che non era andato da lei... che non ci andava
da molto tempo... e che non erano amici... non lo erano
pi da tempo... qualche anno fa s, ma adesso non pi questo
ha detto alla polizia... e a me... ma ha sbagliato perch
non era vero... ha sbagliato perch la polizia lo avrebbe
scoperto... avrebbe dovuto sapere che lo avrebbe scoperto...
la polizia sta interrogando tutti quelli che conoscevano
quella donna e la sua famiglia e chi ha lavorato o  vissuto
con lei, e tutti i Kruller - i familiari - li stanno interrogando
tutti, quindi tuo padre ha sbagliato a mentire loro. Tuo
padre ha mentito alla polizia, Krista, e ha mentito a me. Lo
ha fatto per paura, ha detto. Voleva proteggere la sua famiglia,
si  giustificato. Ma in quel modo ha fatto s che qualcuno pensasse... che la polizia pensasse... che aveva qualcosa
a che fare con...
Tacque, il suo respiro era affannoso. La piccola vena
bluastra palpitava nella gola. Una lucida goccia oleosa comparve
all'attaccatura dei capelli. Indossava i soliti informi
pantaloni sportivi neri di jersey con l'elastico in vita, una
camicetta col colletto spiegazzato e un cardigan abbottonato
storto fino al collo. Aveva i capelli arruffati da un lato, come
se ci avesse dormito sopra e non si fosse vista allo specchio.
Negli occhi vitrei erano comparse delle lacrime. Ma erano
come cristallo, non sarebbero scivolate sul viso.
Dunque, Krista!  bene che tu lo sappia: tuo padre  stato
l, a casa di quella donna, quel giorno. Voglio dire... era notte,
tuo padre ha confessato di esserci andato. Prima l'aveva
negato, aveva "giurato"... ma adesso ha confessato di
essere andato a casa di quella donna in West Ferry Street e
io devo dirlo a te e a Ben perch la cosa si verr a sapere,
stasera ne parleranno i notiziari e domani i giornali, e sar
di dominio pubblico. Quindi vostro padre vuole che voi lo
sappiate, Krista. Da me. Adesso non pu parlare con voi, 
in "stato di fermo". Vuole che ve lo dica io. A te e a Ben. 
molto dispiaciuto. Prova molta vergogna. Tuo padre  andato
a casa di quella donna e c'era stato anche altre volte,
lo ha confessato. Ma sostiene che non era l quando... quando
le hanno fatto del male. Le hanno fatto delle cose orribili,
Krista, delle cose orribili che non meritava, Krista, perch
nessuno merita di soffrire cos, nemmeno una donna
come Zoe Kruller. Tuo padre sostiene di non sapere chi sia
il colpevole, lo ignora, comunque non  stato lui. L'ha vista,
ma qualche ora prima... che accadesse. Ha detto quattro
o cinque ore prima, almeno. Ha giurato e spergiurato
che stavolta sta dicendo la verit... che qualcuno  andato
a casa della signora Kruller dopo che lui se n'era allontanato,
e quello che le  accaduto... quello che le hanno fatto... 
successo allora. Mia madre s'interruppe, asciugandosi gli
occhi. Oh, Krista, tuo padre l'ha giurato. Non  stato lui a
fare del male a quella donna, l'ha giurato. E io gli credo...
Ascoltavo in uno stato confusionale, senza comprenderle,
le frasi balbettanti di mia madre, pronunciate a singhiozzo,
a raffica. Come una persona malferma sulle gambe, che
stanno per cedere, mia madre parlava in fretta, disperatamente,
sorretta solo dalla volont di non crollare. Ormai mi
stringeva a tal punto le mani che mi ritrassi. Lo not appena.
Si stava sforzando di non... piangere? Di non ridere?
Aveva il viso arrossato per la foga, era doloroso vedere
quei lucidi occhi vitrei, che parevano senza ciglia, nudi.
Poi comment con amarezza: Oh, come faccio a saperlo?
Come faccio? Perch dico a mia figlia queste cose? Quando
nemmeno io lo so? Di alcune sono certa: quella notte non
era a casa con la sua famiglia. La notte che quella donna 
morta, quella domenica di primo mattino, come dicono...
mio marito Edward Diehl non era a casa. Mi ha chiesto di
mentire per lui, di dire che era a casa, nel nostro letto, ma
questo non era... questo non ... vero, Krista! Mi rifiuto di
mentire alla polizia, come lui mi ha chiesto di fare. Mi rifiuto
perch non voglio mentire per lui, un adultero. Lo sai
cos' un adultero, Krista? Uno che tradisce. Uno che tradisce
il giuramento fatto alla moglie e alla famiglia, una persona
di cui non ci si pu fidare. Non ci si pu fidare mai. Mi
ha mentito per anni su quella donna, prima negando che
tra loro ci fosse qualcosa, diceva che erano solo buoni amici
col marito, Delray, ma era una bugia, ha mentito a tutti
noi per anni, convinto di passarla liscia, Eddy Diehl riesce
sempre a passarla liscia, sin dalle superiori in vita sua l'ha
sempre passata liscia, anche per... per l'omicidio. Perch dovrei
mentire per lui? Perch sono sua moglie, Lucille? La
moglie tradita, che lasciava a casa, per questo dovrei mentire
per lui? Perch qualcuno dovrebbe mentire per un uomo
simile, o amarlo? Tu e Ben, Krista... perch?.
Perch? Perch  mio padre. Perch lo amo, pi di quanto ami te.
Perch creder a tutto quello che mi dir.
Eravamo a scuola quando, ai primi di marzo, pap torn
a casa a prendere il resto delle sue cose.
Mia madre aveva chiesto a Ben e a me di aiutarla, fu una
giornata frenetica, passammo quasi tutto il tempo a impacchettare
la roba di pap - indumenti, scarpe, gli utensili elettrici
e manuali che erano nell'officina gi nello scantinato
- in scatole di cartone che poi trascinammo fino al portico
sul retro in modo che pap non mettesse piede in casa.
 immondizia, che se la porti via. Il ciarpame che ha accumulato
in una vita, non voglio nemmeno vederlo.
Mia madre costrinse mio padre a portarsi via le sue cose
come un netturbino della contea, senza neanche farlo entrare
in casa.
Cos capimmo che pap non sarebbe tornato a vivere con
noi per molto tempo. E forse mai pi.
Per quanto disperata e stordita, non piansi. Non ricordo
di avere pianto.
Ben osserv, sghignazzando: Che ci fa con i suoi grossi
arnesi elettrici, l dove va?. Al che gli domandai dove
sarebbe andato pap, e lui rispose con quell'odiosa risata
cui ultimamente si abbandonava: All'inferno, stupida.
Dove altro?.


Capitolo 13.
Quattro anni dopo le parole di rimprovero di mio padre
echeggiavano nei miei pensieri come granelli di ruvida
ghiaia che schizzava contro una superficie morbida.
Se non vuoi correre rischi, meglio che lasci perdere.


Capitolo 14.
West Ferry Street n. 349.  l che fu trovato il corpo di Zoe
Kruller.
Era un villino a schiera in arenaria all'angolo tra la West
Ferry e una strada a senso unico, Mercy Street. Aveva una
facciata marrone opaco alquanto fatiscente con finestre
piuttosto vistose, nel brullo giardinetto anteriore costellato
di buche per via della neve, poco pi grande di un tavolino
da gioco, c'erano miriadi di impronte e tutti i cani del
vicinato ci andavano a fare i loro bisogni. Bench distasse
circa quattro chilometri da Huron Pike Road, dov'era casa
nostra, il tragitto per arrivarci non era diretto.
Bisognava percorrere strade tortuose. Strade che scoprii
in segreto, tra il finire dell'inverno e l'inizio della primavera
di quell'anno.
Per evitare gli automobilisti si potevano costeggiare
in bicicletta i binari della ferrovia attraverso boschi paludosi
e campi dove, al principio di aprile, le strida acute
e inquietanti dei pulcini laceravano i timpani, spingersi
ai confini di Sparta e attraversare il Black River su un
ponticello pedonale in legno che correva accanto al ponte
della ferrovia, sperando che non sfrecciasse un treno,
che avrebbe fatto traballare e oscillare il ponticello mentre
lo si percorreva.
Ci si poteva fermare sul ponte sporgendosi dal parapetto
e avvertendo una lieve vertigine, un capogiro, per poi guardare le acque lievemente increspate che scorrevano rapide
verso nordovest in direzione del lago Ontario, con l'implacabile
e inesorabile risucchio simile allo scarico di una vasca
da bagno. Da l si vedeva il punto in cui il fiume era relativamente
poco profondo, vicino alla riva, gli strati di roccia
sporgenti parevano le costole di animali preistorici, con il
timore - una paura animalesca e istintiva suscitata da quel
posto - che fosse il ponte a muoversi, e che le acque lievemente
increspate fossero immobili. E veniva da pensare
Posso sempre ritornare qui, a questo istante. Non cambier mai.
Sulla sponda opposta del fiume scuro solcato dai flutti si
sentiva un tanfo pestilenziale di fertilizzante che proveniva
dallo scalo ferroviario di Chautauqua & Buffalo. Nell'aria
risuonava lo stridulo sferragliare di carrozze di treni merci
che venivano agganciate, e si udivano schiamazzi di uomini,
scherzosi e irati.
Persino le risate degli operai hanno un che di iracondo.
Oltre l'enorme scalo ferroviario, che si estendeva su parecchi
ettari di terreno recintato lungo il fiume, c'era la vecchia
stazione di Denver Street, dismessa da una decina di
anni: un fatiscente edificio in mattoni abbandonato, grande
pi o meno quanto una carrozza, con le finestre sprangate
ricoperte da una filigrana merlettata di graffiti in cui
anche le parole oscene - cazzo fica cesso - sembravano appartenere
a un misterioso codice segreto. Attorno alla stazione
di Denver Street c'erano frammenti di vetro sparsi
sul selciato e un acre puzzo di urina, e non di rado vi si
aggiravano misteriose figure di vagabondi, senzatetto con
mucchi di stracci addosso, avvolti da coperte improvvisate,
di solito soli, raggomitolati sulle panchine o stravaccati
sul marciapiede, in preda al torpore; a volte c'erano uomini
pi giovani, sulla ventina o gi di l, ragazzi ancora in
et scolastica, spesso di carnagione scura, con l'aspetto da
indiani, che si riunivano l la sera per comprare e vendere
droga e farsi di erba, amfetamine e metamfetamine, cos
mi aveva detto Ben. Lui derideva i "tossicomani", i "drogati",
i "tossici". Per s aveva tutt'altri progetti, voleva andare via da Sparta non appena preso il diploma, e iscriversi
al Politecnico di Rensselaer.
Ma su di me la stazione deserta, quella costruzione rozza
ed esposta alle intemperie, esercitava un perverso fascino
romantico, lo stesso che avevano le rovine delle strutture
di legno marcite dei bungalow e degli edifici cadenti
nella zona vecchia del lungofiume sotto il ponte sospeso.
Mi chiedevo se il figlio di Zoe Kruller, Aaron, fosse uno degli
adolescenti che bazzicavano la stazione. E se, dopo la
morte di Zoe, continuasse ad andare in quel posto, che distava
meno di un chilometro dal villino in arenaria di West
Ferry Street.
Quel povero ragazzo! Ma pensa! Mia madre parlava del figlio
di Zoe Kruller con intensa partecipazione, come se quello che gli era accaduto fosse colpa di Zoe Kruller.
Il guaio che ci  capitato.
Era un pomeriggio d'aprile del 1983, due mesi dopo il
rinvenimento del corpo della signora Kruller. Un giorno
soleggiato e abbastanza caldo da provocare i frenetici strepiti
dei pulcini nelle paludi circostanti casa nostra. Avevo
una gran voglia di uscire, di sgattaiolare via senza dire a
mia madre dove andavo; di incamminarmi lungo i binari,
facendo attenzione a passare sulle traversine e non sulla
ruvida ghiaia che graffiava i piedi sotto le suole degli stivali;
attraversai impavida il ponticello pedonale sperando
che nessun treno sfrecciasse alle mie spalle e sopra di
me scuotendolo, e alla periferia di Sparta scesi su un terreno
incolto confinante con la ferrovia, oltrepassai la stazione
abbandonata con i graffiti a zigzag e la porta sul retro
spalancata - c'era qualcuno dentro? Non riuscivo a
vedere - attraversai Denver Street, una strada non asfaltata,
e arrivai in West Ferry Street, ansimante ed eccitata.
Era un luogo proibito! La mia era una terribile trasgressione!
Eppure come sembrava banale il villino in arenaria
al civico 349: non riuscivo a credere che quella casa fatiscente
con uno squallido giardinetto, le finestre cieche,
il vialetto d'accesso cosparso di volantini, fosse il luogo
in cui Zoe Kruller era stata assassinata, in una stanza al
piano superiore.
Decine di anni prima in quelle case a schiera in arenaria
abitavano gli operai delle fabbriche. Quello di West Ferry
era un quartiere che mia madre avrebbe definito "non
male", "per niente degradato", come tante zone di Sparta.
Ma gli edifici industriali che sorgevano lungo il fiume -
cotonifici, maglierie - avevano chiuso sul finire degli anni
Sessanta, prima della mia nascita.
Fu una sorta di shock vedere gente in West Ferry Street.
Stavano ristrutturando una casa abbandonata, in Mercy
Street. C'erano dei pedoni, madri che portavano i figli nel
passeggino, ragazzi in bicicletta che schiamazzavano allegramente
tra loro. Mi ero immaginata l'abitazione in cui era
stata uccisa Zoe Kruller come squallida e isolata, una casa
da incubo di un film dell'orrore, ma in realt il villino al civico
349 era simile agli altri del quartiere: a due piani, con
due strette finestre per piano, un piccolo portico sul davanti,
l'angusto giardino delimitato dal marciapiede crepato e
dissestato. Alcune abitazioni di West Ferry Street avevano
giardini apparentemente curati, i detriti invernali erano stati
spazzati via, ma al civico 349 c'erano solo volantini fradici
e imputriditi e un terreno brullo coperto di escrementi di
cane. Gli avvolgibili delle quattro finestre che davano sulla
strada erano abbassati ad altezze differenti, suggerivano
un'aria di bagordi a base di alcolici. Si scorgevano delle
tende grigiastre, parevano biancheria intima.
Sulla porta d'ingresso c'erano i resti di una ghirlanda natalizia
con fili argentati e bacche rosse di plastica.
Una ghirlanda natalizia! Mi chiesi se l'avesse appesa Zoe
Kruller, immaginai di s, era da lei. (Ma perch non l'avevano
tolta dalla porta quando avevano portato via il cadavere
di Zoe? Non mi sembrava giusto.)
Passai lentamente davanti al villino in arenaria. Si diceva
che Zoe Kruller aveva lasciato la famiglia per andare a
vivere in un orribile quartiere dell'interno, ma l'isolato di
West Feriy Street non era molto diverso dalle zone di Huron Pike Road dove sorgevano abitazioni cadenti, roulotte
inclinate su blocchi di cemento e carcasse di veicoli abbandonati
nei giardini davanti alle case.
Nel villino accanto, al civico 347, doveva abitare una famiglia
con dei bambini piccoli, sul vialetto d'accesso c'erano
dei giocattoli e un triciclo ribaltato. Nel giardino sul retro,
della biancheria era stesa su corde da bucato.
Lenzuola di un bianco abbagliante scosse dal vento.
Ehi, tu.
Una ragazzina robusta sui dodici anni, con i lineamenti
cesellati da indiana, ispidi capelli scuri, la bocca contorta in
un sorriso che pareva una smorfia - amichevole? beffardo?
- mi pass accanto sul marciapiede spingendo un passeggino
con un bimbo, cos vicino che una ruota mi sfior la
gamba. Scusa! Mi feci da parte, volevo pensare che non
l'avesse fatto apposta. Non mi andava di vedere la ragazza
che sogghignava verso di me.
Mocciosa bianca! Stronza di una bianca! Che ci fai qui, pisciasotto
bianca?
Mi allontanai nervosamente, pensando che la ragazza dai
tratti indiani non mi avrebbe seguito con il passeggino, infatti
non lo fece. Ma sentii dei ragazzi pi grandi in bicicletta
sulla strada che gridavano e schiamazzavano, non sapevo
se mi stessero prendendo in giro o se non mi avessero
nemmeno notata... Dopo un po' scomparvero.
Allora mi voltai con aria indifferente e tornai verso l'abitazione
dove un tempo aveva vissuto Zoe Kruller. Mi batteva
il cuore per l'apprensione, non sapevo nemmeno io
perch. Davo per scontato che la casa fosse disabitata, invece
da una delle finestre al primo piano scorsi un movimento
indistinto, come se qualcuno avesse tirato la tenda
per sbirciare fuori.
Era una mano femminile, quella che vidi? Aveva le unghie
laccate di rosso.
Mi allontanai in fretta, di corsa. Non che pensassi  il fantasma
di Zoe Kruller, non credevo agli spettri, non ero una
sciocchina pur avendo undici anni, ma mi batteva forte il
cuore e avevo la pelle d'oca. Corsi alla cieca per West Ferry
fino alla Denver, una strada non asfaltata, tornando verso
la ferrovia; l'aria era satura di miasmi tossici; raggiunsi
il ponte pedonale sul fiume, pensando che Zoe Kruller
aveva sempre le unghie perfettamente curate, lucide, quando
ci aspettava da Honeystone's o quando cantava per noi
sotto le calde luci accecanti del palco: non importava che
l'aria estiva di Sparta fosse carica di umidit, e la temperatura
nel parco superasse i trenta gradi, Zoe Kruller bramava
la nostra attenzione, il nostro amore, i nostri applausi...
Ogni ragazza del pubblico avrebbe voluto essere lei l sul
palco che dimenava e contorceva il corpicino snello, i fianchi
e i seni sorprendentemente sodi e appuntiti, scuotendo
la folta capigliatura ondulata biondo fragola e facendo
balenare le unghie laccate di rosso, lunghe almeno il doppio
di quelle senza smalto di Lucille Diehl, intonate al voluttuoso
rossetto brillante sull'ampia bocca.
Ma guarda, Krissie, lo dicevo che eri tu.
E quella macchina  sicuramente di tuo padre.
Cosa tu prendi, oggi?
Mi chiedevo se anche Ben si fosse spinto fino in West Ferry
Street in bicicletta. S, ne ero certa; molto prima di me. Lo
sapevo anche se non glielo avevo chiesto, se l'avessi fatto
mi avrebbe liquidato con una scrollata di spalle e se ne sarebbe
uscito con quella parola: Stronzate!, ormai era il suo
modo di affrontare le situazioni che non era in grado di controllare.
Scrollava le spalle, rideva ed esclamava: Stronzate!
Per me era come un pugno nello stomaco.
Incapace di prendersela con chi aveva ferito lui, Ben sapeva
che poteva sempre sfogarsi con me.
Ehi, ragazzina! Chi stai cercando?
Una voce femminile lievemente canzonatoria, con una
nota di rimprovero: una voce alla Zoe Kruller, allettante
come l'esca su un amo, basta un attimo di debolezza ed esitazione
e il pesce abbocca.
Era il pomeriggio di un altro giorno, a primavera ormai
inoltrata. La primavera dell'interminabile, terribile anno...
in cui Zoe Kruller fu assassinata. Ormai mi ero spinta parecchie
volte a piedi di nascosto lungo i binari, sul ponte
pedonale fino in West Ferry Street, sempre sola, e puntualmente
rimanevo sorpresa dall'aspetto comune di quel
quartiere, che i bianchi come mia madre definivano misto,
un quartiere abitato da un miscuglio di razze. C'erano parecchi
bianchi, anche se meno di quegli altri, come li chiamava
mia madre, e se mi sentivo un po' a disagio non era per il
colore della mia pelle, o della loro, ma perch in West Ferry
e nelle strade limitrofe c'erano un sacco di camionisti,
e tra questi era facile che qualcuno conoscesse mio padre
Eddy Diehl, e che potesse riconoscermi e riferire ai miei genitori
che l'undicenne Krista Diehl bazzicava un quartiere
di Sparta lontano chilometri da casa sua, dove certo non
avrebbe dovuto trovarsi.
Cos come mi aveva visto la donna che mi aveva chiamato.
Non sapeva che fossi la figlia di Eddy Diehl, per lei ero
solo un'estranea che passava di l, curiosando, nella strada
sterrata che costeggiava il retro dei villini a schiera in arenaria
di West Ferry, e si era fermata alle spalle del civico 349.
Come appariva fatiscente quell'abitazione, vista da dietro!
Cadente, in cattivo stato, con delle assi marce nel giardino
sul retro e pozzanghere di fango in cui uccelli neri dalle
lunghe code - corvi, gracole - sguazzavano come piccoli forsennati.
Ehi, tesoro, saluta, su. Non ti morde nessuno, sta' tranquilla.
La donna era spuntata come un'apparizione nel portico
sul retro della casa dove abitava Zoe Kruller. Forse mi aveva
spiato da dietro la finestra.
A undici anni ero ancora abbastanza piccola, o cos sembravo,
da indurre gli adulti a rivolgersi a me come a una
bambina. Non ebbi la presenza di spirito di voltarmi e andare
via, cosa che avrebbe fatto qualunque adolescente. Sorrisi,
imbarazzata, e mormorai un saluto. La donna mi fece
segno di avvicinarmi, e ubbidii.
Com'era strana! A prima vista sembrava bellissima, affascinante... e invece no, non era n bella n affascinante,
la sua pareva piuttosto una goffa imitazione della bellezza
e del fascino "femminile": una grottesca maschera di trucco.
Aveva il viso largo, tondo, a forma di luna piena come
quello di mia madre, che per brillava come fosse stato lucidato
con un panno unto, e gonfio. I capelli lunghi sino
alle spalle, tinti di un color barbabietola, erano crespi e arruffati
come se si fosse appena alzata dal letto. Il corpo florido
era inguainato in un bustino aderente di pizzo nero -
una camicia da notte? un "nglig"? - e sopra indossava
una camicia da uomo di flanella abbottonata con noncuranza,
da cui si intravedevano, anche a non voler guardare,
il merletto nero e grossi seni bianchicci. Anche il corpo
era gonfio, quasi sformato. Eppure emanava un'aria stranamente
sensuale, le labbra cremisi erano truccate con cura,
le sopracciglia depilate e disegnate a matita, i lineamenti
da bambola compressi nel volto paffuto. Era una donna -
una femmina - che doveva esercitare una forte attrazione
sugli uomini, pensai. Sembrava appartenere a un'altra specie,
come alcune ragazze delle superiori di mia conoscenza,
pi grandi e pi mature.
Volevo scappare, ma... non potevo! Mi guardava con un
sorriso cos sincero, speranzoso, seducente.
Be', allora, mi chiamo Jacky. E tu?
Di nuovo quell'eco inquietante di Zoe Kruller. Ma guarda!
In un articolo del giornale di Sparta su Zoe Kruller si diceva
che all'epoca della morte Zoe abitava in West Ferry
Street con "un'amica" e che la notte in cui Zoe era stata uccisa
costei non era in casa, eppure la polizia aveva ragione
di credere che la donna fosse stata una delle ultime persone
ad avere visto Zoe viva. Ne ricordavo il nome, si chiamava
Jacqueline DeLucca e la si definiva "cameriera saltuaria in
un locale". Comunque dissi il mio nome a "Jacky" DeLucca.
"Krista": che bel nome.  particolare, no?
Che dire? Risi, imbarazzata.
Sei la prima "Krista" che mi capita di conoscere. Bene!
Jacky parlava in tono esuberante, parecchio vivace, in
accordo con il suo aspetto. Con il bustino di pizzo e la camicia
di flanella, i capelli crespi color barbabietola scossi
dal vento che formavano una sorta di assurda aureola sulla
testa, l'amica di Zoe Kruller pareva sul punto di battere
le mani in preda a una gioia infantile. Non avevo la minima
intenzione di entrare in casa di Jacky DeLucca, ma non
sapevo proprio come rifiutare senza apparire maleducata.
Non mi venne in mente nessuno degli innumerevoli avvertimenti
di mia madre sui pericoli che si correvano quando
si veniva avvicinati e adescati da uno sconosciuto.
Jacky mi condusse in cucina, dove regnava una certa confusione
e si sentiva un aroma dolciastro, un misto di vino,
whisky, odori di cucina e cibi bruciacchiati, e con quella
voce strascicata alla Zoe mi disse che ero una "bella ragazza"
ma dovevo "ridere di pi" per far sentire a loro agio
e non "tristi" le persone che frequentavo: La gente vuole
essere felice, non triste. Soprattutto gli uomini. Di tutte le
et. Questo mondo  degli uomini, e se li fai immalinconire
sta' sicura che ti aviteranno. Non importa se sei bellissima
come quella l - come si chiama, adesso  vecchia e
grassa... "Liz Taylor", non importa se somigli a lei, se fai
sentire triste o in colpa un uomo e lo annoi perch sei pesante,
rimarrai sola.
Jacky si strinse le braccia carnose e rabbrivid alla prospettiva
di rimanere sola, o forse a turbarla fu un ricordo.
Non avevo mai sentito quella parola, avitare. Forse Jacky
voleva dire evitare.
Mia madre sarebbe inorridita nel vedere le condizioni di
quella cucina: angusta, ingombra di oggetti, con brutte pareti
scolorite, credenze senza ante che lasciavano intravedere
piatti accatastati, tazze, scatole di cereali, lattine sugli
scaffali, e un pavimento di linoleum rovinato e appiccicoso.
Piatti incrostati di avanzi nemmeno messi a mollo nel
lavandino - mia madre aborriva quell'abitudine, la considerava
una forma di pigrizia - ma sparsi alla rinfusa su ogni
superficie libera. Bench non facesse ancora caldo c'erano
delle mosche che svolazzavano pigramente come sopra un
banchetto. Mentre chiacchierava in tono allegro e concitato
Jacky fece spazio e ci sedemmo al tavolo, poi riscald della
cioccolata calda in un pentolino e la serv in due pesanti
tazze decorate con un motivo a cuoricini rossi, entrambe
scheggiate. Il bordo della mia tazza era visibilmente macchiato
di rossetto, cercai di pulirlo senza dare nell'occhio.
Non volevo offendere o insultare quella dorma dai modi
cos amichevoli, poteva mutare umore d'improvviso. Cavolo,
come scotta! Sulla cioccolata calda galleggiava una
specie di patina, ma era squisita. Come i biscottini al cioccolato
un po' stantii, che con gesto impaziente la donna
vers da un pacchetto sul tavolo di formica dalla superficie
marmorizzata.
Vedi, Krista... "Krissie" - i tuoi cari ti chiamano cos? -
"Krissie", quando ti ho vista l fuori sul vialetto ho pensato
Quella ragazzina  un'amica di Zoe. Lo so.
Avvertii un formicolio al viso. Abbassai lo sguardo, non
riuscivo a fissare gli occhi brillanti di Jacky.
Ho ragione, vero? Gi! La conoscevi dai tempi in cui lavorava
alla cremeria, giusto? Questo mi sono detta.
Jacky mi chiese quanti anni avevo, che scuola frequentavo
e dove abitavo. Aveva una voce tintinnante come una locomotiva
in corsa, mi fissava con gli occhi accesi e bramosi
di Zoe, era sconcertante. Aveva modi furtivi, civettuoli.
Sul collo e sull'avambraccio destro - sulla parte visibile -
si notavano sbiaditi lividi purpurei simili a nubi che si dissolvono,
Jacky se li accarezzava teneramente, sovrappensiero.
Mi venne in mente il modo in cui Zoe si accarezzava
le braccia lentigginose, quando era dietro il banco della cremeria.
Quelle braccia esili e lattee, punteggiate di lentiggini
e piccoli nei come minuscole formiche...
Ti manca, Krissie? Senti la mancanza di Zoe? Scommetto
che non era amica di tua madre, vero? Ma per le sue amiche
era come una sorella.
Jacky parlava con irruenza. Non sapevo cosa rispondere.
Mi sembrava di non averle detto il mio cognome, ma
quella domanda presumeva che sapesse chi ero. Dopo un
attimo si sporse sulla sedia, armeggi nella credenza e tir
fuori una bottiglia di rum giamaicano, se ne vers un po'
nella tazza e lo tracann. Sorrise, rinfrancata, poi mi fece
l'occhiolino. Da quella distanza ravvicinata notai che il rossetto
color cremisi era sbavato. Aveva le unghie spezzate,
non curate, ben diverse da quelle impeccabili di Zoe.
Fuori, in West Ferry, pass rimbombando un camioncino
della spazzatura. La casa vibr come un essere vivente,
tremando tutta. Dalla strada provenivano delle grida di ragazzi.
Era un quartiere molto rumoroso, si udiva un continuo
trambusto: un quartiere misto, lo avrebbe definito mia
madre. Non un quartiere sicuro.
Jacky aveva lo sguardo assorto, distratto. Era un fiume
in piena: ... undici, hai detto? O... dodici? E abiti... vicino
al fiume? In Huron Road?.
Mi resi conto con dispetto che Jacky DeLucca non era poi
tanto interessata a me, quanto alla mia compagnia. Sembrava
che non volesse assolutamente rimanere sola.
"La signora Kruller"... la donna che viveva qui, che 
morta... era amica di mia madre dissi all'improvviso, spavalda.
Ignoro perch me ne uscii con quella frase. Gi, proprio
cos.
Ah... davvero? Ehm... bene.
Mia madre si chiama Lucille. Lucille Diehl.
Diehl. Ah.
Jacky mi guardava a occhi spalancati, l'espressione sbigottita
e diffidente. Come si guarderebbe qualcuno che ha fatto
un'affermazione singolare, del tutto inattesa e inverosimile.
Sei figlia loro. Dei "Diehl".
Mio padre si chiama Eddy Diehl.
S, "Eddy". Lo conoscevo... Conosco anche lui, "Eddy".
Con gesto maldestro Jacky si vers dell'altro rum e lo
bevve. Mi aspettavo che ne offrisse anche a me, ma non lo
fece. Si rimaneva sbalorditi di fronte a quel viso imbrattato
dal fascino clownesco, gli occhi vitrei talmente lucenti
che provavi fastidio a guardarla, come una fotografia tenuta
troppo vicina da cui non si pu distogliere lo sguardo. Mi ricordava un'anziana zia di mia madre, una vedova
perennemente in lutto per la perdita del marito, che rammentavo
a malapena; sempre bisognosa di affetto e di attenzione,
zia Marlene non si accontentava di abbracciarti una
volta, lo faceva due, tre volte. Ti ricopriva di baci. Non c'era
modo di colmare il vuoto nel suo cuore, dopo un po' desideravi
allontanarti da lei, fuggire, gridarle Lasciami in pace,
ti odio, ma non ero cos crudele, non detestavo zia Marlene
quanto quel suo disperato bisogno. E adesso mi trovavo di
fronte a Jacky DeLucca, respirava affannosamente, si premeva
la mano sul petto come una donna afflitta in uno di
quei film trasmessi alla tv a tarda notte. Malgrado gli odori
della cucina sentivo il profumo dolciastro della sua pelle,
degli indumenti sporchi, e del rum. Un odore stucchevole,
delizioso. Pensai Anche lei  amica di pap. Pap  stato
qui, dove sono io adesso.
Nel frattempo sorseggiavo la densa cioccolata calda che
Jacky aveva preparato con una miscela gi pronta. Per ore,
in seguito, avrei sentito un piacevole bruciore alla bocca.
Sai, Zoe era la mia migliore amica. Era come una sorella.
Ci conoscevamo... oh, Cristo, da armi. Da ancora prima
che si sposasse. Ohhh, quel Delray Kruller! A vederlo adesso
 irriconoscibile, lui e Zoe, lei aveva solo quindici o sedici
anni quando si sono conosciuti, perse la testa per lui,
e Delray per lei, solo che, sai, quei "mezzosangue" si dice
che hanno ereditato i lati peggiori dei Seneca, possono essere
dei pazzi furiosi, come i peggiori tra i "bianchi", quelli come noi, cavolo, la razza bianca  altrettanto folle, sai,
prendi... i nazisti, i tedeschi, i vichinghi, loro, no? Ti appendevano
a testa in gi e accendevano una "pira" - un fuoco
- in nome della religione, o quel che era. Jacky s'impappin,
aveva perso il filo del discorso; poi si ricord: Quel
Delray! Era maledettamente bello, con quella faccia affilata
dai lineamenti indiani, i capelli corvini da pellerossa, cos
sexy, da non credere che aveva - che ha - solo un quarto di
sangue indiano - cos diceva Zoe - il padre di Delray era
un... austriaco? una specie di tedesco, mentre "Kruller" ...
l'ho dimenticato, ma da quella parte Delray di certo non
era un indiano Seneca. E Zoe era sempre bellissima, o almeno
lo era per una porcellona come me, Ges!... Zoe era una
specie di... come si dice... di fatina con le ali, che ti svolazza
intorno e non riesci a prendere... o meglio, la devi afferrare
e stringere forte per non lasciarla scappare. Alcuni non ci
hanno mai trovato niente di speciale in Zoe, con quelle lentiggini.
E loro due, sulla Harley-Davidson di Delray. Zoe 
un po' pi giovane di me. Era giovanissima quando si sono
messi insieme, forse Delray "viol" qualche codice, qualche
legge, si chiama "
corruzione di minorenne"... quando
una ragazza  minorenne, una "ninfetta", ma Zoe lo desiderava,
non vedeva l'ora di sposarsi, rimase incinta di Delray,
per lei fu come accogliere Cristo nel proprio cuore, capisci?
Come trovare il Salvatore, ecco come fu per lei. Be',
si spos giovanissima, lasci la scuola ed ebbe il bambino,
Aaron, cos giovane, qualche anno fa se li vedevi insieme li
scambiavi per fratello e sorella, non per madre e figlio. Voglio
dire, non immaginavi che Zoe aveva un figlio grande
e grosso come Aaron!, Jacky tacque, sorridendo. Si vers
dell'altro rum nella tazza e lo sorseggi lentamente.
Dalla strada giunsero di nuovo delle grida, ma Jacky parve
non udirle. Cavolo, a dire la verit io e Zoe non siamo
sempre state amiche, non sempre "sorelle". Alle volte ci
sono degli uomini di mezzo. Quando Zoe lasci Delray, e
la storia con... sai... con Eddy Diehl... non and come lei
sperava... si crearono delle tensioni tra noi per via degli
uomini. Perch ce n'era sempre qualcuno - e anche pi di
uno - interessato a Zoe. Ne ha avuti una sfilza, mi dispiace
ma non  colpa mia. Quando cantava sul palco il pubblico
l'adorava, era difficile dire di no. Chiedi a chi l'ha iniziata
alle droghe. Non sono stata io. Non bevevamo nemmeno
tanto. Voglio dire, alle superiori s, ci facevano bere i ragazzi.
Ci davano l'erba, le amfetamine, la "coca". Non il crack,
quello  venuto dopo, adesso i ragazzi delle superiori prendono
quella merda, ma noi no. Noi bevevamo birra, e cadevamo
come pere cotte. Fumavamo erba, e cadevamo
come pere cotte. Eravamo una specie di... "figlie dei fiori"!
Eravamo innocenti, allora. Sono cresciuta a meno di un chilometro
da dove abitava Zoe, in North Fork Road. Andavamo
insieme alla fermata dell'autobus. Poi cominciammo
ad accettare passaggi dai ragazzi. Zoe era dolcissima, ma
aveva un modo di fare un po' contorto. Non diceva mai
cosa voleva, per alla fine lo otteneva, per vie traverse. Di
cognome faceva Hawkson. I suoi avrebbero potuto riaccoglierla
a casa - quando ebbe un crollo di nervi, e venne a
stare qui da me - ma non lo fecero. In pratica "se ne lavarono
le mani". Che stronzi! E poi si definiscono cristiani,
"presbiteriani", sono ipocriti della peggior specie. Be', Zoe
faceva cose che io non avrei mai fatto, mollava uomini che
io non avrei mai lasciato. Era convinta - ma giocava col
fuoco - che, sensuale e bella com'era, la cantante di un gruppo
country-westem, le sarebbero state perdonate cose che
a noi, non altrettanto belle, forse non cos sexy n con una
voce come la sua, non avrebbero perdonato. Jacky tacque,
assentendo con quel suo faccione, l'espressione soddisfatta
di un bulldog. Poi riprese con voce pi stridula, come se
si stesse difendendo dai suoi accusatori: C' gente che incolpa
me, quei dannati parenti mi accusano di averla iniziata
alle droghe pesanti, all'eroina, Ges!  ridicolo. Quei
dannati inerenti - o ipocriti? - hanno detto questo di me alla
polizia, su quel dannato giornale hanno scritto che... l'"amica"
di Zoe Kruller, tale "Jacqueline DeLucca",  responsabile
della "brutta fine" fatta da Zoe. Stronzate! Nient'altro
che stronzate, e piene di cattiveria! Cosa c'entravo io con il
rapporto esistente tra lei e Del, qualunque fosse? O con la
sua decisione di lasciare il lavoro alla cremeria perch, come
diceva, si annoiava a morte, l'odore di latte le dava la nausea,
per non parlare del fatto che in un posto come quello, a servire
dei dannati mocciosi, non becchi nemmeno la mancia.
Nei locali dove non si vendono liquori te le puoi scordare,
quelle cazzo di mance. Niente di niente. Soprattutto qui,
negli Adirondack, dove il lavoro scarseggia. Be', nei locali
del centro Zoe poteva fare i soldi. Al Tip Top, al Chet's Keyboard, era molto popolare, riceveva pi mance delle altre
cameriere, ma l Zoe sperava anche di poter cantare, e un
giorno o l'altro di ottenere un contratto discografico per il
suo gruppo, i Black River Breakdown. Non  mai successo,
ma la possibilit c'era. E sullo Strip gli uomini facevano a
gara per offrirle da bere, portarla fuori a cena, oppure a
Montreal, ad Atlantic City, o a Vegas - era l che doveva andare,
a Vegas, con un amico appena conosciuto. O almeno
cos credeva quando... - Jacky s'interruppe come se avvertisse
un cattivo sapore in bocca, e dovesse deglutire -
accadde il fatto. Ma vedi, Zoe non ha mai avuto bisogno
di me.  vero, l'ho presentata a certe persone di mia conoscenza,
come Csaba, il proprietario del Chet's Keyboard
Lounge, e altri tizi dello Strip, li conosco e loro conoscono
me, volevano che li presentassi a Zoe. Questi uomini, che
frequentano i locali sullo Strip, gente con la grana, non sono
di Sparta, non sono nati qui e non conoscevano Delray Kruller,
non avevano mai sentito parlare di lui. Mai sentito della
"Motocicli Kruller", dell'"officina Kruller", o comunque
non gliene importava un accidente. La gente di fuori non
sa niente delle cose che a Sparta, in certi ambienti, contano,
o se ne infischia. Certo, alcuni di quegli uomini dovevano
sapere che Zoe era sposata, o lo era stata, be'... e allora?
Lei aveva detto loro che era "separata", in attesa di
"divorzio". Nessuno poteva sapere che suo marito era un
tipo pericoloso, una testa calda con sangue Seneca nelle
vene, un bevitore, o, se pure lo sapevano, non vi diedero
peso o non gliene importava un accidente, come dicevo nessuno
conosceva Delray Kruller. Zoe sperava che il viaggio
che aveva in programma a Vegas cambiasse la sua vita, non
che intendesse risposarsi, macch, per, per dire, se un
uomo voleva investire sulla sua carriera di cantante, e prendersi
cura di lei, non le sarebbe certo dispiaciuto. Zoe era
cos fiduciosa, a volte sembrava una ragazzina della tua
et! "Ho bisogno di cambiare aria, Jacky" mi diceva. "Sento
che da qualche parte esiste un altro mondo, che mi aspetta.
Ohhh, qui mi sembra di soffocare". Imitando la sua
amica, Jacky pronunci quelle parole a voce bassa e roca,
in tono infantile. Poi, a poco a poco, sul suo viso comparve
un'espressione di orrore. Non riesco a credere che Zoe
non... ci sia pi. Era la persona pi piena di vita che abbia
mai conosciuto. E adesso... a pensare che... Gli occhi le si
velarono di lacrime, con gesto frenetico si accarezz la gola
livida lievemente segnata. Ero convinta che Delray le avrebbe
dato ancora dei problemi. Perch l'amava ancora, era
sempre stato pazzo di lei, e Zoe di lui, solo che, sai come
va, a volte ci si mette di mezzo qualcosa, sorgono "complicazioni",
per un po' acconsent a concederle il divorzio, poi
cambi idea, si mise a temporeggiare, a seguirla, lui o un
suo amico, la perseguitavano. Zoe mi disse: "Se mi succede
qualcosa, Jacky,  stato Delray". Questo l'ho riferito alla
polizia, ma a quanto ne so non l'hanno arrestato, n lui n
altri, l'hanno solo interrogato e poi rilasciato, lo hanno "fermato"
e rilasciato, quanto tempo  passato, da febbraio?
Quante settimane? Mio Dio! Povera Zoe! Sai che la tua amica
non c' pi, ma... chiss perch non riesci a crederci. Mi
aspetto sempre che Zoe scenda da quelle scale - da l, vedi?
le scale - assonnata e sbadigliando o magari tutta in ghingheri,
con i tacchi a spillo, bella com'era, e dopo qualche
minuto arriva qualcuno a prenderla, io le chiedo quando
pensa di tornare, e lei ride e fa: "Quando mi pare, Jacky.
Come fai tu". Quella sera, Krista, forse  stata colpa mia,
non ero in casa. Sono stata fuori quella notte e la mattina
del giorno dopo. Un uomo, un mio amico di Watertown,
mi ha fatto un'improvvisata, voleva vedermi, spassarsela,
ero con lui quando Zoe  stata uccisa, a quell'ora ero lontana
chilometri da qui. L'ho detto alla polizia. Sono tornata
a Sparta solo a mezzogiorno, e ho trovato la casa tutta
aperta come se fosse scoppiato un incendio, c'erano gli sbirri
e la povera Zoe - il suo corpo - era gi stata portata via,
all'obitorio della contea, credo. Gi! Sono entrata e ho trovato
un tale con due spalle cos che mi fa: "Lei  Jacqueline
DeLucca?" con la faccia di chi annusa un cattivo odore.
Avevano perquisito la casa da cima a fondo, non era troppo pulita, e avevano interrogato i vicini. Perch ti giudicano,
quei figli di puttana ti squadrano e pensano di conoscerti.
Credono di poterti appioppare un'etichetta,
"prostituta", "puttana". Quel detective mi fa: "Jacqueline
DeLucca, ci segua", senza nemmeno darmi il tempo di capire
cos'era accaduto alla mia amica, neanche il tempo di
versare una lacrima per Zoe, ero in stato di shock, mi avevano
detto che era stata uccisa ed ero sconvolta. "Qui  stato
commesso un omicidio, questa  la scena del delitto" mi
dissero, a nessuno importava un accidente che piangessi,
ero sul punto di svenire per lo shock, e non mi lasciavano
salire al piano di sopra... non mi permettevano di entrare
in casa mia... non sto molto bene... ho avuto delle "complicazioni"
dopo un intervento chirurgico... ho la pressione
alta... nella mia famiglia ci sono casi di diabete e ho paura
di ammalarmi anch'io... ero tutta scossa e piangevo e a quei
bastardi piedipiatti di Sparta non importava un accidente,
come se il mio dolore per Zoe non fosse sincero, mi dicevano:
"Calmati, Jacky. Datti una calmata", come se mi conoscessero
e avessero il diritto di chiamarmi per nome. Dovetti
trasferirmi da amici, per giorni non potei tornare a
casa, e poi dovetti - nessuno mi aveva avvertito - dovetti
pulire la stanza di Zoe. Uno pensa che a questo provveda la
polizia o qualcun altro, ma non  cos, devi farlo tu, per
quanto sfinita o addolorata. E adesso non riesco nemmeno
a salire al piano di sopra. Dormo qui sul divano. In realt
non riesco a dormire,  come se quello che ha fatto del male
a Zoe avesse fatto del male anche a me, a volte il cuore mi
batte cos forte, sembra sul punto di scoppiare. Non faccio
che pensare: e se torna per uccidermi? E se fa anche a me
la cosa orribile che ha fatto a Zoe? La polizia dice che devo
riferire tutto quello che so, i nomi di tutti gli uomini, mi
hanno mostrato delle fotografie, alla fine non ce la facevo
pi. Li imploravo: "Non voglio morire, agenti! Non potete
proteggermi giorno e notte". Glielo dissi, e aggiunsi che sapevo
di "testimoni" che erano stati uccisi, ma mi guardarono
come fossi una merda, e fecero: "Se non ci dici tutto
quello che sai ti sbattiamo dentro, Jacky..." perch avevano
trovato della droga in casa, erano solo sedativi, e una bustina
di coca. Dissero che esiste una legge sulla detenzione
di sostanze stupefacenti in base alla quale potevano incriminarmi
per detenzione e spaccio di stupefacenti, se non
collaboravo. Con un'accusa simile correvo il rischio di beccarmi
vent'anni di galera! A quel punto crollai. Feci appena
in tempo ad andare in bagno. Gli facevo ribrezzo, neanche
avessi vomitato di proposito. Quello che pi mi dispiace...
 che era stata Zoe a portare in casa quei cento dollari di
droga, non io... una cifra ridicola rispetto alle migliaia di
dollari che gli spacciatori guadagnano ogni giorno, in tutto
lo stato, gli sbirri lo sanno bene, prendono la percentuale.
Come se avessero bisogno di torchiare Jacky DeLucca per
scoprire quello che gi sapevano! Come se si aspettassero
che rivelassi i nomi dei miei amici, e di quelli che miei amici
non sono, sarei stata una pazza a farlo. Tremavo tutta!
Dannati sbirri, non hanno la minima comprensione per una
donna come me, che non  moglie n madre, mi dicevano:
"Devi sottoporti alla riabilitazione, Jacky. Sei un'alcolizzata
e una tossica", mi insultavano cos, apertamente. "Se non
collabori con noi farai la fine della tua amica Zoe." Ho detto
loro che non sapevo assolutamente niente della vita privata
di Zoe, ed  vero. Non sapevo chi fosse quel nuovo
amico su cui faceva tanto affidamento, nemmeno se l'avesse
appena conosciuto o fosse qualcuno che conosceva da
tempo. Perch con Zoe era cos, se mollava un uomo quello non la lasciava in pace. Come Delray, cercava sempre di
tornare con lei. E Zoe aveva un altro uomo, non far il suo
nome, Krista, era sposato e pazzo di lei, cos mi confid
Zoe, ma con lui "non c'era futuro", non avrebbe mai abbandonato
la sua famiglia. Poteva lasciare la moglie, ma
non i figli, non ne era capace. Cos Zoe concluse che era un
amore impossibile e tronc la relazione, ma lui la chiamava,
le ronzava intorno, per tutti e due era una specie di vizio,
non riuscivano a farne a meno. Dovetti rivelare alla polizia
il nome di quell'uomo... comunque l'avrebbero
scoperto, e mi avrebbero creato dei problemi. Ero terrorizzata,
potevano arrestarmi con l'accusa di "intralcio alla
giustizia", "ostacolo alle indagini". Non hanno mai creduto
che ignorassi il nome dell'uomo che doveva portarla a
Vegas, nel quale Zoe nutriva tante speranze. Una sera al
Chet's Zoe fu invitata a cantare con un gruppo jazz che
suonava l, erano tre, le chiesero di eseguire uno dei suoi
cavalli di battaglia, Both Sides Now, e al bar c'era quell'uomo,
le dice che  rimasto colpito, molto colpito, che pu organizzare
un provino a Vegas in un casin, dove ha dei contatti.
Quindi immagino che il giorno dopo sarebbero andati
laggi. Cos mi disse Zoe, credo. "Forse non torno pi,
Jacky!" fece tutta eccitata, baciandomi sulla guancia e abbracciandomi,
troppo nervosa per sedersi. "Porta ad Aaron
i saluti della sua mamma, lo chiamer senz'altro, forse tra
qualche mese canter l, in un casin, gli mander un biglietto
aereo e Aaron mi raggiunger." La rassicurai che
l'avrei fatto. E poi aggiunge: "E anche tu, Jacky, vienimi a
trovare a Vegas", come fosse gi cosa fatta, sembrava proprio
su di giri. Quando sei su di giri vedi tutto rosa. Poi ti
passa, e addio speranze. E quella notte... Ges! Jacky tacque
e si asciug gli occhi neri di mascara con un fazzolettino
di carta. Le guance erano solcate da strisce grigiastre,
come torbide lacrime. Non so cosa sia peggio... pensare
che se fossi stata qui Zoe non sarebbe stata uccisa, o che
avrebbero ucciso anche me. Ho cercato di spiegarlo alla polizia,
ma loro continuavano a farmi le stesse domande, e io
a ripetere che non conoscevo quell'uomo di Vegas, o comunque
non lo ricordavo. E l'uomo con cui ho passato quella
notte, siamo andati al casin di Oneida, si  ubriacato e
ha perso una grossa somma a blackjack - mi ha fatto puntare
cinquecento dollari, diavolo, avrei voluto tenerne almeno
una parte invece di perderli tutti - come ho detto
quando sei su di giri vedi tutto rosa e questo ti frega. Comunque,
 saltato fuori che quel tizio mi aveva dato un
nome falso, disse di chiamarsi "Cornell George Hardy",
come se fosse di buona famiglia, ma la polizia ha scoperto
che era un nome falso, naturalmente hanno pensato che me
lo fossi inventato io, quel "Cornell George Hardy". Mi aveva
detto di essere una specie di "investitore finanziario" a
Syracuse, si faceva vedere ogni tanto, nei fine settimana,
aveva una grossa suite al Marriott, organizzava feste dove
girava un sacco di coca, ne distribuiva a piene mani... come
facevo a sapere che non si chiamava "Cornell George Hardy"?
All'inizio avevo capito "Colonel", come nell'esercito.
O nella marina? Invece aveva detto "Cornell", comunque
era un nome falso. Per ce la siamo spassata. Mi ha trattato
bene. Quando si ubriacava non diventava sgarbato, ma
stranamente triste, e gli veniva sonno. La polizia ha interrogato
l'impiegato dell'albergo dove avevamo pernottato
per verificare se avevo detto la verit, l'avevano accertato,
quindi che bisogno avevano di conoscere il nome dell'uomo
con cui ero stata, se avevo passato la notte con "Cornell
George Hardy" e lui con me? Comunque si chiamasse non
poteva essere lui quello che aveva fatto del male a Zoe, no?
E nemmeno io! Cos alla fine mi hanno lasciata andare.
"Non ti arresteremo, Jacky. Siamo della Omicidi, non della
buoncostume." Ha-ha. Quel giorno per tornare qui ho
dovuto chiamare un mio conoscente, l'ho svegliato e gli ho
chiesto di venirmi a prendere. Quei bastardi non mi hanno
nemmeno riaccompagnata. Non sapevo dove altro andare.
Se fossi tornata a casa di mia madre, lei mi avrebbe detto:
"Jacqueline, accogli Ges nel tuo cuore, lui pu aiutarti".
La cosa mi spaventa, credo che mia madre abbia ragione,
ma adesso non  il momento di accogliere Ges nel mio
cuore: c' ben altro l dentro. Non ne sono degna. Sto malissimo
per Zoe, quasi ogni giorno. Oh, Dio, mi manca. Zoe,
la mia migliore amica, una sorella. E i muri imbrattati del
sangue di quella poveretta. Il letto ne era impregnato, e tutta
la biancheria che le avevo prestato. C'era una bella trapunta
rosa. Quell'uomo poi l'ha anche strangolata... con
un asciugamano, hanno detto. Alcuni sostengono con le
mani, ma non  vero, ha usato un asciugamano. E l'ha colpita
con tale violenza alla testa da fracassarle il cranio. Per
questo  uscito tutto quel sangue. Una ferita alla testa sanguina
un casino, ha spiegato il detective. Ha detto che l'assassino,
chiunque sia, ha usato l'asciugamano come una
"garrota": si pu stringere e allentare, e stringere di nuovo.
L'ha colpita con qualcosa come un martello da carpentiere.
In casa non ne hanno trovati. L'assassino se l' portato via,
probabilmente l'ha gettato nel fiume e non lo troveranno
mai. Chi potrebbe trovarlo? Mi hanno chiesto se avevo un
martello in casa, gli ho detto di no, non mi pareva, ma la
casa l'ho presa in affitto, forse ce n'era uno nello scantinato
o in qualche ripostiglio. Ma se era stato quell'uomo a
portarlo, ci significava che aveva gi deciso di ucciderla,
e questo mi terrorizzava: forse sarebbe tornato, per uccidere
anche me. Quell'uomo ha aperto una finestra, hanno detto,
cos la neve  entrata nella stanza e l'aria era gelida, hanno
detto che il corpo di Zoe era mezzo congelato, quell'uomo
l'aveva coperta con la trapunta e con alcuni indumenti di
lei, poi - la cosa mi fa rabbrividire - ha preso del borotalco
mio, bianco, e l'ha sparso su Zoe, e sul letto, dappertutto,
sulle pareti umide e appiccicose di sangue, e la polvere si
 rappresa. E su tutto il pavimento. Ha lasciato le sue impronte
nel borotalco sul pavimento. Sembrava una "gelata"
hanno raccontato gli sbirri. All'inizio hanno pensato che
fosse coca, cocaina; invece no, era borotalco, al profumo di
mughetto, lo usavamo io e Zoe. Ed era dappertutto, mescolato
al sangue, ho dovuto anche pulirlo, singhiozzavo, tremavo,
 stato orribile! Non potevo passare solo l'aspirapolvere,
avrebbe risucchiato anche il sangue e si sarebbe
intasato. Ho dovuto usare della carta assorbente, uno straccio,
mi  venuta la nausea, e adesso non salgo pi di sopra...
non mi avvicino a quella stanza, mai. "Perch ha sparso
il borotalco?" ho chiesto al detective, quello che mi
guardava come se puzzassi, per  anche uno a cui piace
ridere e scherzare, mi chiama "Jacky" come se fossimo vecchi
amici - si chiama Egloff, mai sentito questo nome, mi
chiedo di che origine sia, non mi piace, e non mi fido di lui
- e lui dice: "Va' a sapere perch fanno quello che fanno,
un animale non ha logica". Sogghignava, come se stesse
pensando Amici tuoi, eh?
Oppure Diavolo, Jacky, sei anche tu un animale, no? Una
volta mi ha appoggiato quella sua grossa mano carnosa sul
braccio, come per caso, ma io ho fatto finta di niente. La cosa
peggiore, Krista, cerco di non pensarci...  che a trovarla 
stato il figlio di Zoe, Aaron.  un ragazzo triste, dal padre
ha preso quell'espressione malinconica, "mesta", degli indiani,
la faccia affilata dei mezzosangue, a prima vista sembrano
brutti, sgradevoli da guardare, ma poi li trovi... be',
attraenti, sexy. Voglio dire perfino questo ragazzo, che 
ancora piccolo. Per  gi alto, quasi come un uomo. Dicono
che Aaron sia venuto qui verso le nove, quella mattina
- era una domenica, i ragazzi si alzano presto, immagino
- ha detto che non vedeva la madre da un po' e cos aveva
fatto un salto qui, non ha l'et per la patente, quindi  venuto
a piedi, saranno tre o quattro chilometri, trova la porta
aperta, entra e, come ha detto, capisce subito che "qualcosa
non va", "ho sentito un cattivo odore", ha chiamato
Zoe dal piano di sotto, senza ottenere risposta, ha pensato
che stesse dormendo, se pure era in casa, cos  salito su...
Buon Dio, immagina quando l'ha trovata! Mettiti nei suoi
panni! Qualche ora dopo sarei stata io a trovarla, entrando
nella sua camera... Lei diceva sempre di sentirsi in colpa
per Aaron, non avrebbe dovuto fare un figlio cos giovane,
aveva lasciato le superiori per sposare Delray, aveva sei o
sette anni pi di lei ma era ancora un ragazzotto con la testa
calda. Non che Zoe non amasse il figlio, ma non avrebbe
voluto diventare madre cos giovane. E nemmeno Delray
sarebbe dovuto diventare padre. Del aveva due cugini
indiani Seneca cui era molto legato, erano stati al riformatorio,
su a Black River, Zoe diceva di sapere solo quello che le
aveva detto lui, non tutta la verit, vedi... uno dei cugini di
Del era stato rinchiuso l per omicidio colposo, aveva ucciso
un indiano della riserva, altrove sarebbe stato considerato
un omicidio intenzionale, ma alla polizia non gliene fregava
niente che un indiano ubriaco avesse ammazzato un altro
indiano sbronzo come lui, per sarebbe stato ben diverso
se uno di loro avesse picchiato a morte un bianco, no?, e
Zoe si chiedeva sempre fino a che punto Delray fosse coinvolto
in quell'omicidio, e comunque  certo che la spaventava
a morte il fatto che un uomo con quei precedenti bevesse,
in quelle condizioni non sai mai cosa pu fare. "Prima
avrei dovuto sfondare come cantante, e poi fare un figlio,
adesso che ho pi di trent'anni sarebbe stato il momento
giusto" diceva sempre Zoe "ma avere un figlio quando sei
cos giovane ti sconvolge la vita, sai?" e una volta le risposi:
"Be', Zoe... non saprei". Mi misi a ridere per mostrare
che non c'ero rimasta male, no cavolo, e aggiunsi: "Forse
se il mio bambino non fosse morto la mia vita sarebbe stata
migliore". Al che Zoe mi abbracci e mi baci, dicendomi:
"Oh, Jacky, perdonami. Non volevo dire questo. Per,
Jacky, chi lo sa? Forse sarebbe stata una vita soffocante per
te. Non ho mai sentito che un figlio abbia salvato la vita a
qualcuno". Conoscevo Aaron da quando era in fasce, aveva
la pelle scura e un aspetto feroce con quei capelli neri
ispidi come un topolino, piangeva cos forte che il viso gli
diventava paonazzo, ma senza lacrime, muggiva come un
vitello e scalciava, ti veniva da pensare Se quel bambino avesse
i denti, ti morderebbe. E Zoe rideva, diceva che quando lo
allattava Aaron succhiava cos forte da farla quasi svenire
per il dolore. I neonati sono tutti belli, pi o meno, ma
non Aaron, finch non ebbe quattro o cinque anni, aveva il
viso tutto raggrinzito come se fosse pi grande, e lo sguardo
meno truce. All'epoca non conoscevo tanto bene Zoe,
ma credo che all'inizio Aaron avesse qualche problema a
scuola, "difficolt di lettura" - dislissia? Dal padre aveva
preso il carattere brusco e permaloso, si offendeva per tutto.
"I Kruller sono cos" diceva Zoe. "Non solo i parenti
mezzosangue di Del, tutti quanti. Sono una specie di clan.
Non gli importa un accidente se calpestano i tuoi sentimenti,
ma alla minima cosa che gli dici, anche solo Scusa, non
l'ho fatto apposta! si offendono e prendono fuoco. Ci rimangono
male, si sentono mortalmente feriti e devono ferire a
loro volta, per pareggiare il conto. Devono fartela pagare."
Ges che sorpresa quando a febbraio ho visto Aaron alla
stazione di polizia! Era diventato cos alto, dimostrava pi
della sua et. I Seneca sono cos: vedi una ragazza, le dai
diciotto anni, poi scopri che ne ha dieci o undici. Non hanno
i seni sviluppati ma i muscoli s, sono delle gigantesse.
Devo dire che Aaron non  una persona facile. Mi dispiaceva
terribilmente per lui e mi sono offerta di preparargli la
cena, ma mi ha risposto no grazie senza degnarmi di uno
sguardo. Temo proprio che quel ragazzone mi odi. Tutti i
Kruller mi odiano, come se fosse colpa mia che Zoe sia andata
via di casa. Perch io e Zoe andavamo in giro insieme,
con la mia macchina. Zoe era disperata per Del, quell'uomo
sposato che frequentava l'aveva scaricata, o lei aveva scaricato
lui, stava passando un brutto periodo, venne da me
e cosa avrei dovuto fare, mandarla via? Volevo bene a Zoe,
non l'avrei mai fatto.
Jacky DeLucca era un fiume in piena, cos agitata che pareva
dimentica di me. Si asciug gli occhi sbavati di trucco
e mi guard. "Krista" ... "Krissie"... hai detto... che sei
sua figlia... la figlia di Eddy Diehl, vero? Dev'essere un segno
che sei qui... che sei venuta qui, a trovarmi...
Mi affrettai a rispondere che dovevo andare via. Quella
donna con la faccia rubiconda e i capelli tinti arricciati color
barbabietola mi aveva sfiancato, come se avesse aspirato
tutto l'ossigeno della stanza.
No, tesoro, aspetta! Non ancora.
Jacky si alz, vacillando. Abbozz uno sciocco sorriso dolce,
sembrava volesse piombarmi addosso e baciarmi, ma
impaurita com'ero mi sottrassi abilmente. La camicia di flanella
da uomo si apr, l'enorme seno sinistro di Jacky, d'un
bianco latteo e dalle vene bluastre, ballonzol fuori come
un'appendice, faceva paura cos da vicino. Non volevo che
Jacky mi abbracciasse, non volevo che mi toccasse con quei
grossi seni simili a gommapiuma. Krissie, aspetta. Sei una
ragazza dolcissima e educata, ascolta. Oggi dovrebbe venire
una persona... credo... potrebbe arrivare da un momento all'altro... tu puoi aiutarmi, Krissie, potresti dirgli: "Jacky
non c',  andata da sua sorella, a Port Oriskany". Mi faresti
questo favore, Krissie, tesoro? Non cercher di entrare,
rimarr l fuori sul retro, se ti vede gli puoi dire che sei mia
nipote, e che tua madre  su, mi faresti questo favore, Krissie?
Ti prego! Anche per amore di Zoe.
Ero spaventata dal tono concitato di Jacky. Quindi stava
aspettando qualcuno, per questo mi aveva trattenuto.
Aveva la pelle umidiccia imperlata di un sudore untuoso,
gli occhi imploranti. L'odore di rum era forte,
intenso. Volevo scappare, ma nello stesso tempo provavo
il prepotente impulso di abbracciarla, di stringere quel
corpo di gommapiuma. Balbettai di nuovo che dovevo
andare, mia madre mi stava aspettando, era certo in ansia
non sapendo dov'ero andata. Grazie per la cioccolata
calda, era squisita dissi, ... e per i biscotti! Anche
loro erano squisiti. Arrivederci. Jacky si precipit con
movimenti goffi verso la porta, con sorprendente agilit
adesso che era in piedi, e cerc di abbracciarmi. Krissie!
Fatti abbracciare, tesoro! Adesso siamo amiche, no?
S che lo siamo. Vicino alla porta mi afferr, stringendo
sopra il gomito il mio braccio magro, non fui abbastanza
lesta. Ha mani forti come quelle di un uomo, pensai.
Non cercai di divincolarmi, sapevo che mi avrebbe fatto
male, sul braccio magro sarebbero rimaste le impronte
delle sue dita. Ridendo sonoramente - una risata triste,
che suonava come un rimprovero - mi diede un bacio
sulla testa e mi lasci andare.
Prometti che tornerai a trovare la tua amica Jacky DeLucca,
Krissie?
Non so perch, glielo promisi.
Imboccai il vialetto a passo veloce. Poi corsi via! Attraverso
le pozzanghere di fango dove uccelli dalle piume nere
sguazzavano e si bagnavano, lungo il viale ingombro d'immondizie,
nella fresca e umida aria primaverile dove persino
i putridi rifiuti che calpestavo avevano un buon odore.
Krista? Cos' quella macchia sul maglioncino?
Mi guardai con aria colpevole, era una macchia di cioccolato?
O una patacca, una chiazza oleosa che mi ero fatta
nella cucina di Jacky DeLucca? Sembrava un fiore sudicio,
mia madre lo indicava con aria disgustata.
Spero non sia sangue. Ti sei tagliata?
No! Io...
Sembra sangue. Oh, Krista! Non posso lasciarti sola un
attimo, grande e grossa come sei. Vieni qui.
Mia madre mi condusse a forza verso il lavello della cucina,
dove pul la macchia con un asciugamano bagnato,
con gesti convulsi, rimproverandomi nervosamente. Notai
che aveva la scriminatura storta e dei capelli grigi, soprattutto
alla radice, la sua chioma era cos diversa da quella
seducente e vistosamente tinta di Jacky DeLucca. E odorava
di detersivo, un pungente profumo di pulito, ben altra
cosa rispetto a quella di Jacky DeLucca. Nelle settimane
che seguirono il trasloco di mio padre, con la nostra
vita ormai scombussolata, mia madre si comportava spesso
in modo imprevedibile con Ben e me, si arrabbiava e ci
trattava con disgusto, se facevamo qualcosa che non andava
scoppiava a piangere, oppure, inesplicabilmente, ci abbracciava,
come fossimo il suo bene pi prezioso e delicato.
Be'... dopo tutto forse non  sangue, viene via. Non so
dove sei stata oggi pomeriggio, ma almeno non ti sei fatta
male, Krista. Si chin e mi abbracci con esasperata tenerezza,
dandomi un lieve bacio sulla testa, proprio nel punto
in cui mi aveva baciato Jacky DeLucca meno di un'ora
prima, e mi tenne a lungo stretta tra le braccia tremolanti.
Siamo amiche, vero, Krissie?
Prometti che tornerai a trovare la tua amica Jacky DeLucca,
Krissie?


Capitolo 15.
Edward Diehl? Dobbiamo parlarle.
Furono queste le terribili parole che cambiarono per sempre
la vita di mio padre.
Distrussero la sua vita, la banale esistenza di un uomo
americano del suo tempo e del suo paese, in apparenza del
tutto identica a quella di centinaia di migliaia di altri uomini
americani, e nessuno dei suoi cari si sarebbe mai augurato
che accadesse.
Erano appena le 7.15 del mattino del 13 febbraio 1983.
Purtroppo la cosa avvenne in un luogo pubblico: l'ufficio
di Eddy Diehl presso l'impresa Costruzioni Sparta, al
civico 991 di Reservoir Street.
Almeno per quella domenica Dio lo aveva risparmiato.
Naturalmente se lo aspettava. Sapeva che la polizia di
Sparta lo avrebbe cercato. Non appena saputa la notizia di
Zoe, ne aveva avuto la certezza.
Una notizia terribile, cos sbalorditiva, scioccante, che
Eddy Diehl sulle prime non se ne capacit. Barcoll come
un ubriaco colpito alla testa da una mazza.
Zoe  morta? Ma... quando? Perch?
Lo ripeteva come un ritornello Zoe  morta! Zoe ... morta!
No, non se ne capacitava. Doveva bere un bicchiere, due,
altrimenti non ce l'avrebbe fatta.
Guid lungo il Black River, spericolato come un cieco,
con il finestrino sul lato di guida in parte abbassato, malgrado
il freddo, voleva che il vento gelido gli sferzasse il
viso rigato di pianto, solo cos avrebbe finalmente compreso.
Se da un lato non era in grado di ragionare, dall'altro,
con grande perspicacia, aveva capito che gli investigatori
della Omicidi lo avrebbero interrogato: Eddy Diehl aveva
"avuto una storia" con Zoe Kruller, lo sapevano tutti, per
quanto ci si provasse era impossibile tenere nascosta una
relazione del genere. Ma ignorava quando.
Se fosse stato in grado di riflettere a mente fredda si sarebbe
presentato spontaneamente alla polizia. In tal modo
avrebbe dimostrato che Eddy Diehl voleva fornire il suo contributo
alle indagini, avvalorando cos la propria innocenza.
Avrebbe dato sfogo allo shock e al dolore per la perdita
di Zoe Kruller.
Ma Zoe era una donna sposata, o lo era stata; e anche
Eddy Diehl era sposato, aveva due figli piccoli. Per la moglie
provava una gran compassione, unita ai sensi di colpa,
come un sapore disgustosamente amaro in bocca, oh, che
umiliazione per Lucille! Che vergogna! Non sarebbe mai
sopravvissuta al tradimento del marito rivelato cos, sulla
pubblica piazza.
Perch Eddy Diehl sapeva di avere tradito la moglie. La
sua famiglia. Era un adultero, aveva avuto relazioni intime
con altre donne, in maniera occasionale, in alcuni casi
una sola volta, ma non era l'adulterio in s ad angosciarlo
bens il fatto che si sarebbe risaputo, e Lucille sarebbe stata
sulla bocca di tutti, uscendone distrutta.
Poi c'erano i suoi figli: Ben, Krista. Non aveva lasciato Lucille
per andare a vivere con Zoe Kruller, anche se l'amava,
perch non era riuscito ad abbandonare loro. Era un adultero,
un bevitore assiduo, un uomo duro, gli altri lo ritenevano
un tipaccio, uno tosto, a seconda che lo disapprovassero
o lo ammirassero, ma in cuor suo si sentiva un padre.
Prendeva seriamente la paternit, al pari di suo padre, lo
considerava un sacro dovere, un legame inviolabile. Quando
verso mezzogiorno era squillato il telefono, la domenica
che Aaron aveva trovato sua madre, dopo aver appeso
il ricevitore aveva pensato Dio mi risparmi solo per oggi, poi
domani sia quel che sia...
Se la polizia non si fosse presentata quella domenica nella
sua casa di Huron Pike Road, risparmiandogli l'onta di
condurlo via davanti alla moglie e ai figli, il luned mattina
avrebbe seguito di buon grado gli agenti. Pur essendo
ateo, nella sua disperazione pareva credere a quel patto.
Anche in Vietnam, nei momenti di terrore, aveva proposto
accordi del genere a quel Dio Padre distante e improbabile
che aveva smesso di prendere sul serio sin da adolescente.
Sulla porta del suo ufficetto alla Costruzioni Sparta era
affissa una targa, di un materiale sintetico a imitazione
del noce, con su scritto: EDWARD DIEHL, DIRETTORE. Lucille
era molto orgogliosa di quella promozione, di quell'ufficio,
della targa, e nei primi tempi andava a trovarlo spesso
al lavoro, con i bambini, era un evento. Questo  l'ufficio
di pap, questa  la scrivania di pap. Vedete, sulla porta c' il
nome di pap...
Adesso Eddy Diehl avrebbe dovuto rinunciare a quel
vanto. D'accordo, ma almeno che la domenica seguente la
morte di Zoe Kruller rimanesse un uomo libero.
Non potr mai perdonarglielo. Farmelo scoprire in quel
modo.  stato questo il tradimento.
Era una delle tante feroci accuse che mia madre rivolgeva
a mio padre: pur avendo evidentemente appreso della
morte di Zoe all'una e mezzo di quella domenica pomeriggio,
era uscito di casa senza dirle niente.
Si era allontanato all'improvviso, senza dare spiegazioni,
n dire dove stava andando o quando sarebbe tornato, anche
se doveva sapere che la polizia avrebbe svolto indagini
su "Edward Diehl".
E cos, per quasi tutto il giorno mia madre, Ben e io rimanemmo
all'oscuro. Ignoravamo che in certi ambienti di
Sparta la notizia dell'omicidio di Zoe Kruller si stava propagando
alla velocit del fulmine, persino prima che fosse
annunciata dai notiziari della radio locale e della tv; ci
fu una catena telefonica tra amici, parenti, ex compagne di
scuola di Zoe e di Delray, che si comunicarono l'incredibile
notizia. Non che una donna era stata assassinata in West Ferry
Street, ma che Zoe Kruller era stata assassinata nella casa dove
viveva dopo aver abbandonato la famiglia.
E in tono sconvolto, con una sfumatura di rimprovero,
commentavano Con la vita che faceva, prima o poi doveva finire
in quel modo...
Nel tardo pomeriggio di domenica cominci a circolare
la notizia che Delray Kruller, il marito "separato", era stato
condotto al distretto di polizia di Sparta per essere interrogato
sulla morte di sua moglie e verso sera si diffuse la
voce che Delray aveva "confessato" l'omicidio.
Non diceva di averla uccisa, ma di averle "fatto del male".
I mezzi d'informazione non diedero questa notizia, era
solo una diceria che si rivel falsa, ma in quel momento
Eddy Diehl vi diede credito. Ebbe uno shock e reag furiosamente,
sconvolto dal rimorso: era colpa sua se Delray
aveva ucciso Zoe.
Delray! Quel figlio di puttana doveva essere ubriaco...
Ne aveva ingoiati di rospi, quel maledetto bastardo.
Adesso era fottuto, cosa credeva di risolvere...
Eddy Diehl dovette uscire di casa, tanto era fuori di s.
Si era portato dietro sulla jeep una confezione da sei di birra
Molson. Aveva lasciato credere alla moglie che era sorto
un problema in un cantiere dell'impresa, il suo principale
l'aveva chiamato perch andasse a controllare, era tipico di
Paul Cassano chiamare Eddy Diehl in orari insoliti, per le
"emergenze", e se non fosse tornato in tempo per cena Lucille
non doveva preoccuparsi.
Ci sarebbe rimasta male, ma avrebbe capito.
Perch nel settore delle costruzioni ce n' sempre una. O
anche pi di una. Soprattutto se ci sono di mezzo gli elettricisti,
quando l'edificio  quasi ultimato. Idraulici, carpentieri
addetti alla posa del tetto, elettricisti. Pi gente  coinvolta,
pi sorgono problemi. Lucille si era rassegnata a questa
situazione, fino a un certo punto. Stava ben attenta a non
contraddire il marito quando era di cattivo umore, quando
si arrabbiava perch il suo principale, Cassano, lo chiamava
nei fine settimana, non gli faceva domande quando doveva
uscire all'improvviso e di solito non gli chiedeva dove fosse
andato dopo essere stato al cantiere, e perch fosse tornato
cos tardi. A volte Eddy si fermava a bere con dei clienti,
per "affari", quindi era pienamente giustificato, persino
se accadeva di domenica. Anche la sera prima - quel sabato
notte, prima della morte di Zoe, avvenuta alle prime ore
del mattino di domenica - Eddy Diehl era stato fuori, era
rincasato verso mezzanotte ed era andato di filato a letto,
cos aveva dichiarato.
Non ricordo con chi.
Con dei conoscenti. In posti diversi.
Torna a dormire, Lucille. Dannazione, sono affari miei dove
sono stato.
Come faccio a perdonarlo! Non ha avuto il coraggio di
dirmelo. Ha lasciato che lo scoprissi da me, quel titolo a tutta
pagina sul giornale, la foto di Zoe dappertutto, "le amicizie
maschili"...
Mio padre era convinto che Zoe Kruller fosse stata uccisa
verso mezzanotte ma in realt, come avrebbe stabilito
il medico legale della contea di Herkimer, Zoe era morta
tra l'una e le quattro del mattino di domenica. Era difficile
precisare meglio l'ora perch una finestra della stanza della
vittima era rimasta aperta e il suo corpo era semicongelato.
Eddy Diehl trascorse la domenica in uno stato di stordimento
e disperazione. Guid la jeep lungo il fiume senza sapere
dove andava, n perch, all'improvviso imbocc una strada
asfaltata che si addentrava nell'interno, a nord, verso le
pendici degli Adirondack, seguendo alla cieca dei sentieri,
in preda alla disperazione, fin quando si rese conto di essersi
perso, aveva sbagliato direzione, l'asfalto lasci il posto
alla ghiaia, e questa a una fanghiglia gelata. Continu
a bere - si scol le sei lattine di birra Molson - sentiva un
acuto bisogno di fermarsi in una di quelle taverne di campagna
dove, in ambienti scarsamente illuminati simili a caverne,
durante le deprimenti giornate invernali gli uomini
sedevano al bar a bere, a chiacchierare o, se non ne avevano
voglia, a guardare lo sport alla tv.
Diehl. Ehi.
Alla County Line Tavern il barista Deke Jones, che conosceva
dai tempi delle superiori, fissava Eddy Diehl, il quale
doveva certo sapere - o no? - che Delray Kruller aveva confessato
di avere ucciso sua moglie Zoe. Gli uomini discorrevano
a voce bassa in tono concitato, mentre Deke versava
un drink a Eddy, che con mano tremante port il bicchiere
alla bocca e bevve. La notizia si era diffusa, altri avventori
della County Line, seduti al bar, conoscenti di Eddy Diehl,
lo sapevano gi, probabilmente ne stavano parlando prima
che lui entrasse nel locale, e nel suo stato di inquietudine
e agitazione Eddy Diehl immagin che gli altri lo stessero
guardando, che sapessero di lui e Zoe e pensassero che
dopo tutto, se Delray aveva ucciso Zoe, la responsabilit era
di Eddy Diehl. Ges, Eddy! Che notizia di merda. Deke
vers un altro bicchierino di Jim Beam all'uomo affranto.
Lui bevve. Alla County Line, al Riverview Inn, e al Grotto,
a East Sparta. Bevve senza ubriacarsi, non riusc neanche
a stordirsi un po', a distrarsi; per quanto bevesse continuava
a pensare Non pu essere!  un fottuto scherzo di quella
dannata Zoe. Non ci credo,  una stronzata.
Cos trascorse quella domenica. Era come un sogno turbolento,
talmente realistico che Eddy Diehl credeva di essere
morto anche lui. Le guance ispide di barba gli dolevano
per la tensione, avrebbe voluto lamentarsi ma non poteva.
Sentiva un ronzio nelle orecchie, sudava abbondantemente,
sbuffava come un cavallo spronato al galoppo sin quasi
a scoppiare. Gli dolevano i polmoni, avvertiva un dolore
al bacino. Si ritrov a correre barcollando in un parcheggio
innevato, verso la jeep. Il fiato si condensava, un rivolo di sudore simile a sangue gli stillava dalla tempia sinistra
scorrendogli sul viso. Forse nella jeep avrebbe trovato
Zoe: rannicchiata sul sedile del passeggero con le gambe
avvolte nei collant piegate sotto il corpo, contorcendo i
piedini caldi; lui amava tenerli tra le mani e farle il solletico
con i grossi e abili pollici, Ohhh Eddy mi fai impazzire oh
oh oh, Eddy! diceva lei fremendo, come se potesse farla venire
solo accarezzandole i piedi, o forse cercava solo di farlo eccitare, gli passava la lingua calda e umida sulla punta
della sua, soffiandogli in bocca l'alito vaporoso... ma nella
Jeep non c'era nessuno, il sedile del passeggero era vuoto,
Zoe Kruller non saliva sulla Jeep di Eddy Diehl da dicembre,
quando avevano interrotto la loro relazione.
Per tutta quella lunga domenica non tocc cibo. Non
che non avesse fame, o che mangiare lo nauseasse, semplicemente
non ci pens. Non gli importava che Lucille lo
stesse aspettando a casa, per cenare tutti insieme. Il pensiero
di Zoe lo assorbiva completamente. Si diceva Adesso
salter fuori che Zoe sta bene, e che Delray  stato arrestato per
averla picchiata. Tutto qui. Niente di tragico. Devo tenere duro.
Mi svegliarono i suoi passi sulle scale. Per due notti consecutive:
sabato e domenica. Solo in seguito avrei capito che
non erano notti come le altre, cosa significavano. Pap  tornato.
Adesso sono al sicuro, posso dormire.
Il senso del tempo in un bambino  inconsistente, irreale.
Un bambino pu convincersi che qualcosa sia accaduto in
un dato momento, e non in un altro, anche se in effetti lo
ha vissuto e ne  stato testimone. Un bambino creder a quello che gli si dice se a dirglielo, nel modo giusto,  un adulto
di cui si fida.
Ora hai capito che ci sono questioni familiari che devono rimanere
tra noi e non vanno mai rivelate agli estranei, vero, Krista?...
S. L'hai capito.
Cos mi ammoniva mia madre, appoggiandomi un dito
sulle labbra come a sigillarle.
Che confusione in quei momenti! Come foglie morte che
mulinavano vorticosamente, sollevate da una tempesta di
vento, avevo solo voglia di chiudere gli occhi, tapparmi le
orecchie e gridare Andate via!
E poi, in momenti simili non si pu fare affidamento sulla
memoria infantile, perch i bambini non ragionano in termini
di giorni, di date. Nessun bambino ragiona in termini
di anni. Nessun bambino segue una logica temporale, basata
su un prima, un dopo. O un principio di causalit, Questa
cosa  successa in seguito a quella. Questa  la conseguenza di
quell'altra. Casomai un bambino ragiona in termini di qui e
ora. Questa cosa sta accadendo adesso.
Quella domenica notte, quando mio padre rincas tardi
- sar stato dopo le undici, la casa era buia, le uniche
luci erano quella sopra i fornelli, in cucina, e quella del
portico sul retro, che mia madre aveva lasciato accese per
lui, all'epoca era impensabile che non lasciasse accesa la
luce del portico per il marito - mamma era a letto inquieta,
in preda all'ansia, ma non sconvolta, perch non aveva
visto il notiziario della tv locale con la "notizia appena
giunta" dell'omicidio di una donna di Sparta uccisa nella
notte tra sabato e domenica, e nessuno dei Bauer l'aveva
chiamata, con quale pretesto, poi? Immaginando che Lucille
avrebbe colto il legame tra Zoe Kruller e lei? Nessuno
avrebbe osato. Nemmeno le parenti di mia madre che
ci godevano ad annunciare brutte notizie, quella era una
faccenda troppo scabrosa. Eddy entr nella stanza buia incespicando,
non si svest nemmeno. Imprecava sottovoce,
ansimando e sbuffando come una grossa bestia ferita,
un bisonte, un orso. Ferita e pericolosa. Sollev le coperte
e stramazz sul letto, dal suo lato, naturalmente aveva
bevuto, Eddy Diehl era ubriaco fradicio. Con voce nitida
Lucille si arrischi a chiedergli dov'era stato. Da nessuna
parte, torna a dormire, rispose lui, e Lucille si lament
che non stava dormendo! Era stata l distesa ad aspettare
che tornasse, e lui la mand a quel paese, nessuno le
aveva chiesto di aspettarlo, no?
Fu scortese, tagli corto. Non si scus, come faceva a volte,
quando rincasava ubriaco, quella sera non provava sensi
di colpa. Troppo sbronzo per svestirsi del tutto, rimase con
la maglietta sporca e gli slip, i calzini di lana leggera, era
solo riuscito con grande sforzo a sfilarsi quei dannati stivali
con un calcio, adesso giaceva supino sul suo lato del letto,
in preda alla smania, aveva i crampi alle gambe e la sensazione
di avere un esercito di formiche nelle ascelle, sull'inguine,
tra i ciuffi di peli del petto sudato, contraeva le mascelle
ispide di barba, il respiro cos affannoso e irregolare
che pareva gli stessero torcendo le budella. E cos Lucille
si azzard di nuovo a chiedergli dov'era stato. Si era verificato
qualche problema al lavoro? Un incidente in un cantiere?
Era cos? Qualche operaio era rimasto ferito, o aveva
perso la vita, in un cantiere?
Lucille cap, Era morto qualcuno. In quell'istante ne ebbe
la certezza.
Lui non rispondeva. Giaceva dandole le spalle, la maglietta
intrisa di sudore da cui fuoriuscivano ciuffi di peli animaleschi
che la donna trov ripugnanti, rendendosi conto
per la prima volta di avere accanto un corpo maschile, l'essenza
fisica della mascolinit, cos altra da lei.
Lucille si chiuse in s, offesa. Era risentita, cominciava
ad avere paura. Intuiva che quanto era accaduto li avrebbe
separati. Quando si volt, allontanandosi il pi possibile
da quel corpo surriscaldato nel letto spazioso, chiudendosi
in uno sdegnoso mutismo, lui non vi bad, era a malapena
consapevole della su a presenza, e allora lei cap
Non c' posto per me nel cuore di quest'uomo. E nemmeno nei
suoi pensieri.
Eddy aveva lavorato ventidue anni per l'impresa Costruzioni
Sparta Spa, che aveva sede in un edificio a un piano
rivestito di assicelle di sequoia in Garrison Road, tra fabbriche
di laterizi e depositi di legname. L lo conoscevano
tutti - era "Ed Diehl", quello a cui rivolgersi quando il
proprietario non c'era o era impegnato, uno che risultava
simpatico agli altri uomini, una persona di cui ci si poteva
fidare. Adesso aveva un suo ufficio, vi si accedeva dal
parcheggio. Alle sette di mattina apr quella porta, notando
- una constatazione oggettiva, da scienziato - che quella
dannata mano gli tremava, brutto segno. Eppure, conservando
un briciolo di calma, si disse Forse non accadr. O
accadr,  gi accaduto, a qualcun altro.
Aveva passato la notte in bianco. Aveva rinunciato a dormire,
verso le tre era sceso dabbasso e si era seduto al buio
in cucina, a fumare l'ultima delle sue Camel e a bere l'ultima birra Molson rimasta nel frigo, con un groppo in gola
e la voglia di piangere, aveva davanti agli occhi Zoe Kruller
che gli sorrideva con quel suo dolce sorriso ironico Be',
davvero carina la cucina che hai costruito per tua moglie, eh?
Che devo fare, caro Eddy, per farmene costruire una cos carina
anch'io? Dimmelo, amico mio, e lo far.
Lui glielo aveva detto, ridendo. E l, nella carinissima cucina
di Lucille, lei lo aveva fatto.
L'aveva portata parecchie volte nella casa di Huron Pike
Road, quando era certo che Lucille fosse fuori e i bambini a
scuola. Voleva mostrarle i suoi capolavori di falegnameria,
gli armadietti in legno d'acero, le piastrelle di linoleum di
prima qualit, la pedana di sequoia sul retro. Voleva mostrarle
quell'aspetto della sua personalit: marito e padre.
E la casa che aveva costruito per la sua famiglia, diamine,
era pi bella di quella che Delray Kruller aveva offerto a lei.
Dimmi solo cosa devo fare, Eddy, e lo far.
Ogni volta.
Quella era la Zoe cantante di bluegrass. Forse credeva a
quelle parole, ma solo nel momento in cui le pronunciava.
Quel giorno, Ges!, era entrata Krista.
Era tornata da scuola a mezzogiorno, inaspettatamente.
Zoe era in cucina ad asciugare le tazze, canticchiava, fischiettava,
lui era sulle scale, aveva sentito delle voci in cucina e
quando era sceso con suo stupore si era trovato davanti la
sua piccola che lo fissava con un sorriso mortificato Pap?
Sono tornata nel momento sbagliato?
Questo aveva detto, o cos ricordava. Ignorava cosa avesse
risposto.
Ora, nel suo ufficio, doveva fare delle telefonate. Come
ogni giorno, chiamate ai fornitori, ai clienti, agli operai della
ditta. Come sempre, e quel giorno non sarebbe stato diverso,
voleva convincersene.
Per mand gi un goccetto dalla bottiglia di Jim Beam
che teneva nell'ultimo cassetto della scrivania: "Tanto per
chiarirmi le idee".
Sentiva il bisogno di spiegarsi. Con Lucille, con chiunque.
Uno strano bisogno di parlare a voce alta, di mostrarsi
sicuro di s. Era ubriaco? Non in preda ai postumi di una
sbronza, ma ancora ubriaco? Evidentemente non aveva
smaltito la sbornia con una dormita, vomitando o con una
bella pisciata, disintossicandosi da tutto l'alcol ingurgitato
il giorno precedente.
E cos aveva un problema fondamentale: non capiva.
Che significava Zoe Kruller  morta, non c' pi,  stata uccisa?
E, cosa ancora pi sconcertante, Zoe Kruller  scomparsa,
non la rivedrai mai pi.
Era sconvolgente pensare a Zoe Kruller morta, una donna
cos piena di vita, tra le sue braccia. Non c'era creatura
pi vitale, calda e palpitante di Zoe Kruller. La sua presenza
non aleggiava solo in cucina ma nel suo stesso letto, al
piano di sopra. Il letto dove aveva provato invano a dormire
con sua moglie. Appena chiudeva gli occhi vedeva la
vogliosa bocca umida di quella donna, il largo sorriso allegro
che metteva in mostra le gengive, un'immagine che a
volte lo costringeva a distogliere lo sguardo, tanto gli sembrava
intima, quasi imbarazzante. Le calde braccia lentigginose
attorno al suo collo, le braccia sinuose che lo attiravano
a s, mentre rideva e lo baciava con la lingua, il minuto
ventre caldo premuto contro il suo, inguine contro inguine:
era un ricordo insopportabile. Avevi voglia di scopare con me,
vero? Quanta ne avevi? Fammi vedere.
O quando lo allontanava da s, imbronciata e scontrosa,
lui per un attimo si sentiva perduto, non sapendo se dicesse
sul serio o lo stesse provocando Insomma! Se non mi ami
torna da quella rispettabile grassona di tua moglie, bastardo.
Era al telefono con il fornitore dei materiali di copertura.
Si accese goffamente una sigaretta, sar stata la seconda,
c'era una cicca ancora accesa nel posacenere di plastica
nero con la scritta rossa COSTRUZIONI SPARTA SPA. Poi interruppe
la comunicazione, come l'attore di un film dalla
colonna sonora stridente e martellante, quando con suo
orrore vide dalla finestra due macchine entrare nel parcheggio:
una vettura della polizia di Sparta e una grossa
Oldsmobile nuovo modello color acciaio, probabilmente
un'auto civetta.
Si affrett a chiudere con un calcio il cassetto della scrivania.
Aveva bevuto solo un goccio di whisky, non potevano
accorgersene.
Gli tremavano le mani. Aveva la nausea. In tutta franchezza
non sapeva, in quell'istante non avrebbe potuto affermare
se fosse stato lui a strangolare quella donna. Lui o
l'altro, il marito, Delray. Non avrebbe saputo dirlo.
Non provocarmi, Zoe! Non tirare troppo la corda.
Myrtle, la segretaria, era appena arrivata tutta trafelata
con un vassoio di cartone e due grossi bicchieri di carta
pieni di caff, uno per lei e uno per Eddy Diehl, e fu la prima
ad accogliere i poliziotti all'ingresso. Non ci fu tempo
di avvertire Eddy, quei dannati sbirri aprirono la porta del
suo ufficio ed entrarono.
Erano in quattro: due agenti piuttosto giovani e due investigatori
in borghese. In quell'istante gli venne da pensare
Si aspettano che opponga resistenza. Per farmi fuori. Ne hanno
mandati quattro!
Edward Diehl? Dobbiamo parlarle.
Dobbiamo. Non vorremmo. Non era una richiesta.
Li guardava seduto dietro la scrivania. Come si comporta
un innocente? Avrebbe un'espressione seria, sorpresa? Doveva
accoglierli con modi cortesi ma... freddi? Aveva appeso
il ricevitore e teneva le mani appoggiate sulla scrivania
davanti a lui. Sapeva bene di non dover fare movimenti
bruschi. Era piuttosto sollevato, non conosceva quegli sbirri.
Conosceva dei poliziotti del dipartimento di Sparta e
dell'ufficio dello sceriffo della contea di Herkimer, sarebbe
stato imbarazzante se avessero mandato qualcuno di loro.
Ma quegli uomini non li aveva mai visti.
S? Perch?
Ebbe un'intuizione, forse Delray non aveva confessato.
Magari era solo una diceria. Il notiziario locale delle sei non
aveva parlato di una confessione del marito.
Non lo immagina, signor Diehl? replic l'investigatore pi anziano in tono disinvolto, con un sorrisetto provocatorio.
Forse... per...
La voce gli mor in gola. Stava avvampando in volto
per il whisky, gli investigatori se ne sarebbero certo accorti.
Sentiva il liquore nelle viscere, come un grumo di catarro
incandescente, indigesto, disgustoso. Non si spiegava
perch avesse fatto una cosa cos sconsiderata alle sette di
quel luned mattina.
L'investigatore capo present se stesso e il collega - "Martineau",
"Brescia" - ma non gli agenti pi giovani in uniforme.
Disse che sarebbe stata "una buona idea" se il signor
Diehl li avesse seguiti alla centrale, gi in citt; dovevano
rivolgergli qualche domanda in merito alle indagini
sull'omicidio di Zoe Kruller avvenuto la domenica di primo
mattino. Eddy ud queste parole malgrado avesse nelle
orecchie un rombo simile a quello di un bulldozer in lontananza.
Martineau gli assicur che l'interrogatorio non sarebbe
andato per le lunghe e, disperato com'era, Eddy volle
credere a quella promessa, come un bimbo spaventato:
non andr per le lunghe, non andr per le lunghe, non andr per
le lunghe! Una bugia sfacciata e fin troppo palese, ma Eddy
Diehl si aggrapp a quelle parole: non andr per le lunghe,
signor Diehl. Si alz vacillando dalla sedia girevole dietro la
scrivania, cercando a tentoni la giacca di montone che aveva
gettato su un tavolo l vicino insieme ai guanti di pelle.
Persino in quello stato di agitazione non pot fare a meno
di notare che i due poliziotti pi giovani erano pronti ad
avventarsi su di lui e a sopraffarlo se avesse "opposto resistenza",
se avesse compiuto un movimento brusco spalancando
un cassetto della scrivania per afferrare un'arma, o
avesse infilato una mano nella tasca del montone. Da giovane
era stato soldato: una testa calda in uniforme, armato,
addestrato e pronto all'azione, soprattutto quando si credeva
in pericolo. Era indicativa la presenza di quei giovani
agenti, in pochi secondi avrebbero potuto afferrarlo per
le braccia, storcergliele dietro la schiena e sbatterlo sul pavimento, a faccia in gi, gridandogli furiosamente A terra!
A terra! Faccia in gi, a terra!
In seguito si sarebbe ricordato che, quando Martineau aveva
presentato se stesso e l'altro investigatore, nessuno dei due
aveva accennato a stringergli la mano. Era offensivo! Un insulto!
Di solito agli uomini riusciva simpatico a prima vista;
era una persona di cui ci si poteva fidare. Adesso invece dagli
sguardi di quegli individui che lo valutavano freddamente
cap che diffidavano di lui, e lo detestavano; erano propensi
a credere che avesse ucciso una donna, nel suo letto; non
volevano stringere la mano a un tipo del genere.
 cominciato il mio castigo, pens. Uno strano sorriso sofferente
gli deform il viso, sent un bruciore sotto la mandibola
- come mai? - qualche ora prima si era procurato
un taglietto mentre si radeva nel bagno al pianterreno, con
mani tremanti da ubriaco.
Era convinto che gli investigatori avrebbero notato anche
quello, il coagulo di sangue scuro sotto il labbro inferiore,
le belle dita scosse da un tremito, reputandoli altrettanti
indizi di colpevolezza.
Nell'ingresso Myrtle li fissava a occhi sgranati. Era una
donna di cinquant'anni, il marito da cui aveva divorziato
era morto, quindi si considerava vedova, perennemente afflitta
e addolorata, e da otto anni era innamorata di Eddy
Diehl; aveva capelli neri tinti e una carnagione bianchiccia,
labbra truccate con un rossetto arancio che non lesinavano
mai un sorriso a quel bell'uomo di Eddy Diehl, ma non
adesso, quel luned mattina. Myrtle lo fissava con espressione
seria, turbata e sbalordita, perch era evidente che gli
agenti della polizia di Sparta stavano portando via Eddy,
senza spiegazioni. E fuori, nella pungente aria fredda di
un'umida e grigia mattina di febbraio, c'era Paul Cassano,
il principale di Eddy, con quella tonda testa calva, stava
smontando dal suo camioncino e lo fissava a occhi spalancati,
attonito, come se non l'avesse mai visto prima; Eddy
accenn un saluto con la mano, dicendogli: Paul,  successa
una cosa. Torner tra un'oretta.
Alcuni operai che stavano caricando del legname su un
autocarro si fermarono a osservare la scena in silenzio, mentre
Eddy Diehl veniva condotto verso la Oldsmobile, l'auto
civetta color acciaio sulla quale, con sua umiliazione, dovette
salire tutto mogio sul sedile posteriore, dietro un divisorio
di plastica.
Come un detenuto in un cellulare, solo che non era ammanettato.
Quegli uomini conoscevano Ed Diehl da anni. Alcuni di
loro avevano lavorato con lui quando era ancora falegname,
un operario qualsiasi. Pur essendo stato promosso a
un lavoro d'ufficio era ancora uno di loro e li preferiva al
principale, Cassano. E a loro Ed Diehl piaceva molto pi
di Paul Cassano, che pure li pagava.
Probabilmente erano a conoscenza della "relazione" di
Eddy con la moglie di Delray Kruller, o almeno alcuni di
loro. Non era certo un segreto.
Eddy Diehl, Ges! L'hanno arrestato?
Ha ucciso quella donna, Zoe? Lui?
Un'ora! Come si sbagliava.
Quel primo giorno alla centrale della polizia di Sparta
Edward Diehl, "persona informata sui fatti", fu trattenuto
per sette ore e quaranta minuti.
Come in stato di trance, n completamente sveglio, n
incosciente, si lasci condurre con insolita docilit in una
stanza senza finestre illuminata da una luce fluorescente, al
secondo piano di uno squallido edificio in mattoni in South
Main Street a Iroquois, attiguo al tribunale e al carcere della
contea di Herkimer. In quella zona di Sparta sorgevano sia
palazzi municipali, parcheggi multipiano ed enormi "spazi
pubblici" aperti, sia quartieri degradati: tra un edificio
della contea e l'altro c'erano banchi dei pegni, uffici dei garanti
delle cauzioni, spacci di liquori con grate di metallo
simili a smorfie alle vetrine. C'erano empori con insegne
che recitavano: SI CAMBIANO ASSEGNI, attivit di vario genere
che davano direttamente sulla strada, per esempio il
SERVIZIO DI CONSULENZA DELLE FAMIGLIE CRISTIANE DELLA
CONTEA DI HERKIMER. A Iroquois sorgevano outlet, saloni
di parrucchieri, una farmacia, piccoli ristoranti e pizzerie
con le vetrine sporche, trattorie. Di questi Eddy Diehl conosceva
solo l'Iroquois Bar and Grill, frequentato da sbirri
fuori servizio e dipendenti del tribunale, il barista era un
suo compagno delle superiori: un fallito tornato dal Vietnam
con una scheggia di acciaio nella testa, che lo accoglieva
con un Ehi, Diehl, come butta?, a lui sembrava il saluto
di un fratello malato e triste, ormai abbandonato da tutti.
Non ha bisogno di un avvocato, signor Diehl. Non
ancora.
Gli piaceva che Martineau continuasse a chiamarlo "Signor
Diehl". Erano in pochi a chiamarlo in quel modo, l'ultimo
che ricordava era stato un insegnante di suo figlio che
aveva incontrato per strada.
No che non voleva un avvocato, dannazione. I Diehl diffidavano
degli avvocati, non facevano che denigrarli, e rivolgersi
a uno di loro, dopo l'omicidio di Zoe, sarebbe stata
un'ammissione di colpevolezza.
Durante l'assedio di sette ore e quaranta minuti cui fu sottoposto,
a Eddy venne ripetutamente assicurato che non era
in stato di arresto, era solo in corso un "colloquio". Quella
era una "conversazione", non un "interrogatorio", anche se
per dovere di esattezza l'avrebbero trascritta. Naturalmente
Eddy comprese che ci costituiva un vantaggio. Lui era
innocente - anche se non avrebbe pronunciato quella parola,
ne rifuggiva, era ridicola! - quindi avrebbe detto a quei
poliziotti tutto quello che sapeva, assolutamente, senza nascondere
nulla - lo giur - e intendeva fornire la sua piena
collaborazione alle indagini sull'omicidio di Zoe Kruller.
Quella donna, la moglie di Delray Kruller, Eddy Diehl
la "conosceva", vero?
S. Era vero.
Si pass la lingua sulle labbra, corrugando la fronte. Si
era grattato il mento e aveva le dita lievemente sporche di
sangue, per via del taglio che si era procurato mentre si
radeva. Si chiedeva cosa potesse dire che gli investigatori
non conoscessero gi. Faceva parte della loro tattica porre
domande senza dare mai le risposte e ripeterle con impercettibili
differenze. La sua voce risuonava rauca e alterata
nella stanza senza finestre, era la voce di un colpevole, di
un uomo ormai nel pallone. Era strano, ma aveva l'impressione
che pi lottava spasmodicamente, con ingenuit, per
liberarsi, pi rimaneva intrappolato, come un insetto imprigionato
nella ragnatela viscosa di un ragno.
Eppure era vero: non aveva idea di chi potesse avere ucciso
Zoe Kruller. Spieg agli investigatori - come se non sapessero
un fatto del genere, visto che quella voce girava da
pi di ventiquattr'ore - che alcuni erano convinti fosse stato
il marito di Zoe, Delray, a "farle del male", si diceva persino
- "Non so se sia vero" - che Delray avesse confessato l'omicidio,
ma naturalmente Eddy Diehl ignorava se fosse cos,
non aveva cognizione diretta degli avvenimenti.
Gli domandarono come aveva conosciuto i Kruller, e
lui rispose di avere conosciuto Delray alla sua officina e
al negozio di motociclette. Delray Kruller era piuttosto
noto in certi ambienti di Sparta. Se avevi bisogno di un
bravo meccanico per la tua auto, o se ti piacevano macchine
speciali, Kruller era l'uomo giusto. Eddy spieg ammirato
che qualche anno prima Delray gli aveva rimesso a
nuovo una Pontiac GTO: Avete presente una "Goat", modello
del Settantacinque?. Gli aveva fatto personalizzare
una Stingray del 1980, una Mustang, una Cuda, e la Jeep
Willys che aveva in quel periodo. Era davvero in gamba!
Mentre parlava si rese conto che stava menando il can per
l'aia, non pronunciava mai quello che gli investigatori stavano
pazientemente aspettando di sentire, il nome di Zoe
Kruller. Proprio in gamba! Sembrava tutto uno scherzo,
s, uno scherzo, avrebbe voluto ammiccare loro perch lo
ammettessero, i suoi nemici lo avevano messo alle strette
per vedere quanto teneva duro.
Solo che non aveva motivo di tenere duro.
Non poteva dire niente che portasse gli investigatori
all'assassino di Zoe Kruller.
(O agli assassini? Come si faceva a essere certi che non
fossero pi d'uno? Se Zoe era coinvolta in un giro di droga,
come sapevano tutti, potevano essere pi d'uno. Ma
Eddy non voleva dirlo agli investigatori, avrebbe infangato
la memoria di Zoe.)
Si era tolto la giacca di velluto a coste lisa sui gomiti, la
sua preferita, la portava da anni, sopra le immacolate camicie
di cotone a maniche lunghe che metteva per andare
in ufficio. Dannazione, aveva la fronte imperlata di sudore,
la pelle arrossata, la testa incassata tra le spalle e sul
viso l'espressione di un toro scatenato.
Questi stronzi non riusciranno a farmi dire la cosa sbagliata,
per incastrarmi.
Come potrebbero? Non  possibile, sono innocente.
Alla fine, di fronte alle domande incalzanti, ammise
che conosceva anche Zoe. Delray era suo amico e Zoe la
moglie - be', Zoe era la moglie di Delray - ecco perch la
conosceva. S, aveva sentito dire che i Kruller erano "in
rotta", non era proprio quella la parola che usava la gente,
dicevano che i Kruller "vivevano separati", avevano
"litigato", "avevano dei problemi", ma Eddy Diehl non
conosceva i particolari, lui non era tipo da impicciarsi.
Aveva solo sentito da amici che Zoe aveva lasciato Delray
e viveva da sola, che vedeva altri uomini, non sopportava
pi di vivere a Sparta e che la sua "carriera di
cantante" non decollava; gli amici di Del probabilmente
parlavano male di lei perch aveva lasciato Delray e
il figlio, la famiglia, dicevano Con tutti i rospi che Del ha
dovuto ingoiare per quella donna, non lo si pu biasimare se
ha perso il controllo.
Si nascose la faccia con le mani, strofinandosi gli occhi
con le nocche. Capiva che doveva andare via, dire agli investigatori
che ne aveva abbastanza, aveva raccontato tutto
quello che sapeva, eppure in fondo provava un desiderio.
Far in modo di piacergli, devono fidarsi di me. Io e questi
uomini non siamo diversi.
Avvertiva una strana sensazione, si sentiva come un
uomo su una barchetta alla deriva in un fiume dalle acque
turbolente, non pensava pi dove si sarebbe trovato
in quel momento, se non fosse stato dov'era: aveva smesso
di pensare al suo ufficio alla Costruzioni Sparta, e agli operai
che doveva istruire; aveva smesso di pensare alla sua
casa, all'abitazione di Huron Pike Road dove a quell'ora
sua moglie Lucille doveva ormai essere rientrata, i ragazzi
erano a scuola, per fortuna non sapevano dove si trovava,
la vergogna sarebbe stata insopportabile. Pap interrogato
dalla polizia? Pap alla stazione di polizia, come alla tv? Perch
la polizia lo interroga?
Martineau e Brescia lo incalzavano con le domande, ponevano
con calma olimpica quelle pi imbarazzanti, che mai
ci si immaginerebbe di sentirsi rivolgere cos sfacciatamente,
le formulavano con calma sorprendente, secondo un filo
logico, con aria sconcertata, paziente, notando come avvampava
per la rabbia e cercando di fargli perdere il controllo,
poi le ripetevano in modo diverso: aveva avuto "relazioni
intime", "relazioni sessuali" con Zoe Kruller? E ancora, la
"relazione" con Zoe Kruller era "pi di una semplice amicizia",
e Eddy Diehl si ritrov a rispondere No, dannazione,
non era cos.
Glielo chiesero di nuovo, in tono pacato, e poi ancora,
sempre la stessa domanda. Da dietro gli occhiali scuri
Brescia lo fissava con sguardo imperturbabile eppure
teso, come Martineau, certo sapevano che stava mentendo,
e allora perch cazzo glielo chiedevano? Eppure
glielo chiesero ancora, e di nuovo lui rispose No, si schiar
la gola per affermare in maniera pi energica No, dannazione,
ve l'ho detto.
Quelle parole erano come sassi in bocca, rischiava di ingoiarli,
e di soffocare. Non riusciva quasi a parlare. Rivoli di sudore gli colavano sul viso accaldato. Il cuore era un
pugno che batteva lento contro le costole. Nelle viscere sentiva
il grumo incandescente di muco del Jim Beam che gli
era rimasto sullo stomaco, duro come una roccia. Avevano
osato chiedergli se "aveva una storia" con Zoe Kruller,
se "intratteneva relazioni sessuali" con Zoe Kruller, e se da
lungo tempo oppure era cominciata l'anno prima; se era per
quello che Zoe aveva lasciato il marito, o l'aveva gi fatto;
se Delray Kruller sapeva che lui, Eddy Diehl, "aveva rapporti
sessuali" con sua moglie; Eddy scuoteva la testa No!
Non era assolutamente vero, niente.
Lo fissavano con occhi freddi e sconcertati. Come cacciatori
che osservano da una certa distanza il bisonte o l'orso
abbattuto, un animale ferito  pericoloso in simili frangenti,
bisogna lasciarlo dissanguare nell'erba, i vincitori
sono loro e il tempo gioca in loro favore.
Continuavano a domandargli se era sicuro di quello che
affermava.  sicuro, signor Diehl? Gli misero davanti la sua
dichiarazione: era sicuro di volerla firmare?
Rispose di s. Era la sua dichiarazione, voleva firmarla.
E quando gli chiesero se era stato da Zoe Kruller nella
casa di West Ferry Street, rispose subito di no, senza pensarci.
Gli chiesero se l'aveva vista l, il sabato della settimana
precedente, appena due notti prima, se era andato
con la sua macchina sin l, se aveva parcheggiato sulla
strada, se era entrato in casa e l'aveva vista, e a che ora,
quanto tempo si era fermato, se aveva avuto relazioni sessuali
con lei, e se aveva perso la testa, se l'aveva colpita,
strangolata, uccisa lasciando il cadavere sul letto, era andata
cos, signor Diehl? Era accaduto questo? Lui tossiva,
sudava, si sentiva male e non riusciva a pensare ad altro
che a uscire da quella stanza, con quelle luci fluorescenti,
e andare lontano, da qualche parte dove poter stare da
solo, bere qualcosa per calmare i nervi e sprofondare nel
sonno, era esausto.
No, disse, non ci sono andato. Mai.
Dannazione, perch dovrei rivolgermi a un avvocato. Spendere
denaro per un dannato avvocato di cui non ti puoi fidare.
Non sono stato io, non ho fatto del male a Zoe. Non le ho
mai fatto del male, oh, Cristo. Perch avrei dovuto? Non l'ho
mai nemmeno toccata. Le avevo detto che doveva disintossicarsi. Gliel'ho detto a dicembre. Prima di Natale. Non sopportavo
la vita sconsiderata che conduceva, lei mi diceva vai al diavolo
Eddy, non mi ami vai allinferno, se non mi ami tu mi amer
qualcun altro. Ero preoccupato a morte per lei ma se vuole
ammazzarsi che vada a farsi fottere, aveva segni sulle braccia e
in mezzo alle cosce, ha provato a dirmi che l'aveva graffiata un
gatto ma in realt si iniettava eroina, una volta lavevo beccata.
Si iniettava la morte nelle vene, perch lo faceva? Le bellissime
braccia di Zoe, morbide e lentigginose. Le bellissime gambe di
Zoe, non femminilmente carnose ma snelle, muscolose. Ges,
si iniettava quella merda in una vena nella caviglia. Diceva 
cos bello, prova Eddy, solo una volta, non ti uccider. Ma aveva
tanta paura. Si faceva insieme a un tizio che frequentava, o
forse pi di uno, che le forniva tutta la droga di cui aveva bisogno,
un tale di Port Oriskany che non conoscevo, n volevo conoscere,
disse che era rimasta incosciente per quaranta minuti
e lui si era messo a gridare, l'aveva schiaffeggiata per farla rinvenire,
aveva riempito la vasca di acqua fredda, laveva trascinata
nel bagno e ce l'aveva messa dentro, non aveva chiamato
un'ambulanza, l'avrebbe lasciata morire, un individuo del genere
fa di tutto per evitare gli sbirri, a un piedipiatti basta uno
sguardo per capire che  un pregiudicato, uno spacciatore e un
tossico, le ho detto Zoe, Cristo santo  una pazzia,  folle vivere
in questo modo, troppo pericoloso, una donna bellissima come
te, cos'hai che non va, e Zoe dice S, hai ragione Eddy, lo so che
hai ragione Eddy, sai una cosa, Eddy... Ti amo!... e si china a
baciarmi, la sua bocca calda e umida sulla mia, la lingua saettante
come un serpente, baciami baciami Eddy, avanti Eddy baciami
baciami, forza scopami Eddy se mi ami scopami e fammi
dimenticare tutto, e le sue braccia attorno al mio collo mi tirano
gi, le sue gambe muscolose strette attorno alla mia vita, le
caviglie incrociate dietro le mie natiche, cerco di conservare la
lucidit ma non ci riesco, mi sforzo di crederle ma non posso,
se solo questa donna non mi mentisse, se non mi mancasse di
rispetto come ha fatto con suo marito Delray, si mette a ridere,
ride e singhiozza: Eddy te lo prometto, oh Eddy, te lo prometto,
dannazione se mi ami non mi buco pi, mai pi.


Capitolo 16.
Questo  un mandato di perquisizione, signora. Dobbiamo
entrare in casa.
Erano comparse dal nulla come carri armati in tempo di
guerra. Le auto della polizia di Sparta lungo il nostro vialetto,
colpi violenti alla porta, ad aprire fu Lucille, la moglie
abbandonata di Eddy Diehl, il volto bianco come un cencio,
l'espressione attonita.
Mia madre con una camicia di flanella, pantaloni sportivi
e calzettoni di lana, i capelli scarmigliati, ancora intontita
dal sonno e con una guancia grinzosa perch sonnecchiando
dopo una notte insonne l'aveva appoggiata contro
la stoffa ruvida del divano. Mia madre che balbetta con voce
rauca: C-cosa? Cosa...?.
Questo accadde subito dopo che mio padre era stato "accompagnato
in centrale per rispondere ad alcune domande",
"fermato dalla polizia". Un'ennesima vergogna! Mia
madre non sarebbe sopravvissuta.
Non avrebbe mai perdonato mio padre per avere fatto
questo alla sua famiglia.
In seguito avrebbe detto - la sentimmo parlare al telefono,
il tono della voce dapprima lamentoso e sbalordito,
poi indignato, esasperato, irato, rassegnato, affranto,
le parole spesso incoerenti, rotte dai singhiozzi - che
era stato come se il suo corpo fosse stato violato, profanato
da sconosciuti. L'intimit della sua casa, di cui andava
cos fiera, di cui aveva tanta cura. E non per colpa sua!
Lei non c'entrava niente! Come aveva osato la polizia di
Sparta violare in quel modo la casa di Lucille? Seguiva
da una stanza all'altra gli agenti implorandoli ma loro la
ignoravano - solo l'investigatore capo, Martineau, quello in abiti borghesi che aveva esibito il mandato di perquisizione,
era autorizzato a parlare con la moglie di Eddy
Diehl - protestando: Basta! Andate via! Non ne avete diritto!
Lo dir a mio....
Ma non aveva nessun marito a cui dirlo. La parola marito
era scomparsa dal suo vocabolario.
Le fu mostrato il mandato di perquisizione, confusa
com'era riusc a malapena a darvi un'occhiata. L'investigatore
capo, Martineau, le assicur che non sarebbe stato
danneggiato niente durante la perquisizione e nessun oggetto
sarebbe stato prelevato senza una ricevuta, e comunque
sarebbe stato restituito a tempo debito, purch non costituisse
una "prova" decisiva per le indagini; alla parola
"prova" mia madre si turb ancora di pi, e chiese: Prova
di cosa, agente? Prova di cosa?. In tono gentile ma brusco
Martineau rispose: Questa  un'indagine su un omicidio,
signora. Le  stato notificato.
Ma a Lucille non era stato notificato niente. Non le sembrava.
Con la calma innaturale di chi  in preda al terrore,
come dopo il boato fragoroso di un tuono, si ritrov a
chiedere a quell'uomo - un individuo tarchiato dai capelli
grigi, assolutamente anonimo, che le aveva esibito un lucido
tesserino della polizia di Sparta, proprio come un poliziotto
alla tv - di che "omicidio" si trattava, e cosa aveva
a che fare con lei.
Eppure Lucille lo sapeva. Certo che lo sapeva. Da parecchi
giorni in casa era proibito pronunciare il nome di Zoe Kruller.
Infatti chiese con voce implorante se suo marito era stato
arrestato, e Martineau rispose No, signora, non ancora.
Non ancora? Non  ancora stato arrestato? Ma...
Non ancora, signora. Non sono autorizzato a dire altro.
Dov'? ... da voi? Alla centrale di polizia?
S, Eddy Diehl era alla centrale. Questo Lucille lo sapeva
gi.
E il marito della donna che... quella che...  stata uccisa...
lui... l'avete arrestato?
No. Non avevano arrestato nemmeno Delray Kruller,
per il momento.
Gli agenti di polizia avevano gi perquisito la Jeep Willys
di mio padre, rimasta nel parcheggio dell'impresa Costruzioni
Sparta, e adesso nel vialetto della nostra casa
perquisirono la macchina di famiglia, una Plymouth color
tortora del 1981, una berlina in discrete condizioni che
pap aveva lasciato a mia madre. Frugarono accuratamente,
con espressioni torve e accigliate, sul sedile posteriore
della Plymouth, sotto i sedili e nel bagagliaio, e con altrettanta
accuratezza perquisirono lo scantinato, palmo a palmo,
senza tralasciare il vano caldaia e la cisterna per l'acqua
calda, e lo stanzino dove mamma faceva il bucato, e
dal banco di lavoro di pap prelevarono parecchi attrezzi,
stavano cercando "l'arma del delitto" - in un'indagine su
un omicidio niente  pi importante dell'arma del delitto -
e tra gli attrezzi di mio padre, per lui cos preziosi, tenuti
sempre in ordine, appesi a dei ganci alla parete o disposti
uno accanto all'altro sopra il banco di lavoro, c'erano numerosi
martelli di diverse dimensioni, tra cui uno da carpentiere
lungo trenta centimetri, acquistato di recente; gli
agenti li portarono via tutti, in scatole di cartone accuratamente
etichettate.
Chiss se mia madre si chiese Ha usato uno di quelli? L'avrei
dovuto gettare via, oh Dio cosa avrei dovuto fare?
Oppure avr pensato Bene! Se volevano uno di quei martelli,
ora ce l'hanno. Ormai  troppo tardi.
La perquisizione della nostra casa nostra - "Dallo scantinato
alla soffitta, stanza per stanza" - che lasci mia madre
dolorosamente turbata per ore, giorni, settimane, ebbe
luogo nella tarda mattinata di un giorno feriale, mentre
Ben e io eravamo a scuola. Quando tornammo ci rendemmo
subito conto che era accaduto qualcosa - degli estranei
erano penetrati nella nostra propriet - perch sulla
neve nel vialetto c'erano tracce di copertoni e in casa nostra
madre stava freneticamente passando l'aspirapolvere
nel soggiorno. Aveva spalancato diverse finestre, l'aria
era fredda. Ben chiam: Mamma? Ehi, mamma, qualcosa
non va? perch mia madre aveva la faccia paonazza,
gli occhi gonfi e cerchiati di rosso, ma non parve sentirlo,
fin quando Ben non stacc la spina - il rumore assordante
dell'utensile cess di colpo - e mamma lo sgrid, lanciandogli
contro il manico dell'aspirapolvere, non lo colp perch
il tubo era troppo corto.
Pi tardi, quando si fu calmata, ci raccont quel che era accaduto:
la polizia di Sparta giunta senza preavviso, la "perquisizione".
Avevano portato via in scatole di cartone delle
cose, prese dagli armadi, dai cassetti della scrivania, dalla
camera degli ospiti dove mio padre teneva la documentazione
fiscale, persino dal cesto della biancheria sporca, e
anche il suo tubetto di dentifricio mezzo vuoto, la schiuma
da barba, fazzolettini di carta appallottolati e roba del genere
che aveva nelle tasche dei pantaloni da lavoro. Adesso
ne rideva, e anche Ben, che fece una strana smorfia con la
bocca, come se stesse per uscirsene con una battuta rivolta
a noi due, sua madre e la sorellina, e infatti disse: Cazzo,
se hanno trovato un martello come fanno a sapere che non
lo ha pulito? Le macchie di sangue si possono togliere con
acqua bollente e detersivo o con della candeggina, ci scommetto.
Lui saprebbe come fare, no? E poi pap ha cos tanti
martelli l sotto, come fanno a capire che ne manca uno?.
E accompagn quelle parole con uno sghignazzo. Negli ultimi
tempi mio fratello rideva in modo sguaiato, una risata
aspra, beffarda, come lo stridore di un corpo inanimato
maciullato da un tritacarne, un suono orribile a sentirsi.
Avrei potuto prenderlo anch'io. Il tempo c'era. Avrei potuto
gettarlo nel fiume. Forse sono stato io a fracassarle la
testa. A "sfracellargliela" - ho sentito dire che c'erano pezzi di cervello sparsi sul pavimento. Guardate, anch'io so
usare un martello, qualsiasi stronzo  in grado di usarlo.
Mia madre lo guard a occhi sbarrati. Per un attimo pensai
che l'avrebbe schiaffeggiato - mi resi conto che lui se lo
aspettava, il tic all'occhio destro, il sorriso beffardo stampato
sul volto - ma si limit a fissarlo, rabbrivid per lo spiffero
freddo che entrava dalle finestre aperte, si volt e and via.
Per il resto del giorno mamma dormi su in camera sua, e
anche tutta la mattinata seguente; io e Ben ci preparammo
da soli una colazione fredda a base di cereali e ci avviammo
lungo il vialetto per prendere il pulmino scolastico, nella
neve fresca che aveva ricoperto quasi tutte le tracce dei
copertoni, cancellando le prove di quanto era accaduto.
Con una risata raccapricciante Ben disse che avremmo
dovuto svegliarla, forse era svenuta o morta.
Ma era troppo tardi. Nessuno dei due sarebbe tornato indietro.
Aspettammo il pulmino come sempre. Dalla curva
in Huron Pike Road si vedeva a quattrocento metri di distanza
l'autobus color carota che si avvicinava da est. Una
curva del lungofiume scintillante dove il ghiaccio sulla riva
appariva seghettato, come una dentatura spezzata.
Da qualche parte l vicino un uccello stava cantando. Un
cinguettio ostinato, squillante e melodioso, bellissimo da
sentire, tanto che mi commossi. Sul ramo innevato di un
sempreverde vidi un cardinale, con le piume d'un rosso
brillante e il capino nero, era un maschio, e accanto c'era la
femmina, con le piume verde oliva, lo stesso capino nero
e il grosso becco arancione, cantavano entrambi, e chiesi a
Ben: Pensi che quello l sar "l'uccellino del Paradiso"?
Sul nostro albero?.
E lui ridendo rispose: No.


Capitolo 17.
A questo punto devo confessare Fu in quel periodo che mi innamorai
di Aaron Kruller.
Potrei lasciar intendere al lettore  innamorata di quel ragazzo.
Verr umiliata, si render ridicola, ma nessuno potr fermarla!
utilizzando costruzioni indirette, ellittiche, piene di
sfumature e non di affermazioni perentorie; ma voglio parlare
con franchezza, non ritratter ci che affermo S, ero innamorata
del figlio di Zoe Kruller,  stato il mio primo amore. E
di primo amore ce n' uno solo.
Anche prima che sua madre fosse uccisa in quel modo
terribilmente brutale, e che tutti a Sparta ne parlassero, e
i ragazzi con il chiodo fisso del sesso ne ridessero, Aaron
Kruller era un problema.
Per s e per gli altri.
Era un ragazzo con i lineamenti da indiano che andava
alla stessa scuola di mio fratello, aveva ispidi capelli lisci e
scuri, come gli occhi dallo sguardo torvo, la fronte prominente
e le sopracciglia folte e cespugliose di un adulto, il
giovane viso pieno di cicatrici che si era procurato giocando
a lacrosse. A quindici anni Aaron Kruller frequentava ancora
il primo anno delle superiori, era alto un metro e ottanta
e pesava sessantotto chili, e spiccava fra i suoi compagni
di classe - per lo pi bianchi - come un minaccioso coltello
a serramanico luccicante fra tanti coltelli da tavola. Era un
tipo da cui stare alla larga, nessuno gli si avvicinava per le
scale o in fila al bar, gli altri ne evitavano lo sguardo. Aaron
Kruller aveva un'indole guardinga ma anche impulsiva,
freddamente distaccata eppure irascibile, imprevedibile.
Poich il padre era un mezzosangue e la madre bianca,
non si capiva bene come definire Aaron Kruller - si sapeva
solo come non definirlo - se un bianco o un Seneca purosangue
della riserva.
Gi, "Aaron". Un nome biblico, lo trovavo bellissimo e
misterioso. Come "Zoe", quel nome per me aveva acquisito
un significato speciale, li pronunciavo teneramente a voce
alta: Aaron, Zoe.
Povero ragazzo! Il padre ha ucciso sua madre, ed  stato lui a
rinvenirne il corpo.
Oppure Povero ragazzo! La madre era una prostituta eroinomane,
uno dei suoi uomini l'ha uccisa, e Aaron ha trovato il corpo.
O anche Povero bastardo, quel figlio dei Kruller, la madre uccisa
in quel modo e non hanno arrestato ancora nessuno, Aaron
ha trovato il corpo e s' bevuto il cervello, ma cavolo  difficile provare
simpatia per lui, con quella faccia. Grande e grosso com'...
In classe Aaron Kruller era una presenza inquietante.
Era spesso irrequieto, annoiato. Cambiava repentinamente
umore come il cielo nuvoloso degli Adirondack. Seduto
in fondo all'aula - quasi tutti i ragazzi con lineamenti da
indiani nelle scuole pubbliche di Sparta preferivano sedere
in fondo - puntava gli occhi d'acciaio sull'insegnante
in cattedra come un cacciatore sulla preda. Sollevava il
banco con le cosce muscolose, dondolandosi indietro con
la sedia (saldata al banco) contro la parete, scorticando e
danneggiando il muro e producendo un rumore ritmico,
dum-dum-dum, forse per disturbare gli altri, per far infuriare
ed esasperare l'insegnante, oppure era un gesto inconscio,
non voluto. Aaron non sembrava una persona
pienamente consapevole, che premeditava le sue azioni.
Pareva che avesse la testa altrove, sempre immerso nei
suoi pensieri. Spesso arrivava a scuola con gli occhi cerchiati,
come se avesse passato la notte in bianco, lo sguardo
vitreo, sognante; appoggiava la testa dai capelli irti sulle braccia conserte, sopra il banco, e nessun insegnante si
sognava di svegliarlo.
Faceva molte assenze.
Tornava in classe con la faccia malconcia, nuove cicatrici
sul viso e sulle braccia, e se qualche adulto, preoccupato,
gli chiedeva cosa aveva fatto, scrollava le spalle e biascicava
qualcosa tipo L'croz.
(Nelle scuole di Sparta non si praticava il lacrosse. Era
una specie di hockey su prato, uno sport primitivo e pericoloso
a cui giocavano solo i ragazzi con lineamenti da indiani,
nessun bianco avrebbe osato giocare con loro, per paura di
rompersi qualche dente o la testa.)
L'croz. L'insegnante di Aaron Kruller la interpret come
una sorta di parola in codice che significava Lo faccio perch
sono quello che sono, perch provengo da quella famiglia, non
chiedermi altro, non sono affaracci tuoi.
Aaron Kruller indossava quasi sempre magliette e jeans
neri o pantaloni da lavoro macchiati di grasso. Portava camicie
di flanella fresche di bucato - qualche volta - ma non
stirate. Andava in giro con un giubbotto scolorito verde lucertola,
da motociclista, che sembrava tirato fuori da una pattumiera.
Sfoggiava una cintura di pelle con una fibbia d'ottone
raffigurante la testa di un cobra, braccialetti intrecciati
di cuoio e di metallo come quelli indossati dai motociclisti.
Ai piedi calzava stivali da lavoro con la punta rinforzata,
sporchi di grasso perch lavorava nell'Officina riparazioni
auto Kruller, in Quarry Road, di propriet di suo padre, Delray
Kruller; si diceva che Delray avesse bisogno di lui, non
poteva permettersi meccanici a tempo pieno, era sull'orlo
del fallimento a causa delle ipoteche accese per pagare gli
avvocati cui aveva dovuto rivolgersi in quel periodo nero,
tanto per lui quanto per Eddy Diehl.
Tra gli insegnanti delle scuole pubbliche di Sparta vigeva
un tacito accordo: Bisogna essere indulgenti con i ragazzi
indiani, la maggior parte lascia la scuola a sedici anni,
scompare nella riserva, si arruola nell'esercito, o finisce ad Attica.
Essendo un mezzosangue, Aaron Kruller faceva in
parte eccezione, era il figlio di Zoe Kruller che per anni
- prima della notoriet acquisita in seguito alla sua tragica
scomparsa - era stata una cantante piuttosto popolare
nella zona, si esibiva con un gruppo bluegrass di un
certo successo, e cos gli insegnanti si dedicavano ad Aaron,
anche se la sua presenza li metteva a disagio, e ne temevano
il temperamento collerico; era il classico studente
problematico del quale un insegnante dall'inguaribile
ottimismo direbbe Sai, quel Kruller  davvero intelligente, se
hai pazienza con lui, ti segue.
Oppure Aaron  timido, insicuro. Ha paura che si rida di lui,
e questo lo rende pericoloso.
Dopo la morte della madre apparve chiaro che Aaron era
un ragazzo seriamente disturbato, e non si badava troppo
alle sue assenze; quando il suo banco in fondo alla classe
era vuoto, gli insegnanti e i compagni tiravano un sospiro
di sollievo. Ma ben prima della morte di Zoe Kruller Aaron
aveva gi manifestato problemi a scuola, i professori e
il preside non sapevano mai se il modo goffo con cui quel
ragazzo con i lineamenti da indiano alto e allampanato rispondeva
mormorando monosillabi - S signora, No signora,
Sissignore!, Nossignore! - fosse un segno di educazione
o una forma di beffarda maleducazione. Spesso, se era seduto
e qualcuno gli rivolgeva la parola scattava in piedi;
sembrava una reazione dettata dal rispetto, ma gli dava il
vantaggio di stagliarsi in tutta la sua altezza rispetto all'insegnante,
di solito una donna pi bassa. Quelli che conoscevano
Zoe ravvisavano nel figlio la sua cadenza strascicata
dal tono amichevole, ma sul viso di Aaron, contratto come
un pugno, non appariva mai il caldo bagliore di un sorriso
di Zoe, quel bagliore che rivelava le tenere gengive rosee.
Risaltavano solo gli occhi scuri dallo sguardo fiero, e
l'iride simile a una capocchia di spillo. Comunicava l'inquietante
sensazione di essere osservati attraverso il mirino
di un fucile.
Pi di una volta alle elementari e alle medie Aaron Kruller
era stato sospeso dalle lezioni - per aver fatto a botte,
minacciato i compagni di classe, per condotta "indisciplinata"
verso le autorit scolastiche - ma poi veniva sempre
riammesso. Persino gli insegnanti dall'ottimismo inguaribile
che affermavano di scorgere il "vero" Aaron Kruller
quando lo guardavano negli occhi davano per scontato che,
l'anno seguente, una volta compiuti sedici anni e superata
l'et dell'obbligo scolastico nello stato di New York, Aaron,
come suo padre Delray prima di lui, avrebbe abbandonato
gli studi.
Quel fallito. C' da compatirlo.
A dire il vero, con quella voce aspra e beffarda Ben non
dava proprio l'impressione di compatire Aaron Kruller.
Da quando nostro padre era andato via di casa, da quando
il guaio aveva travolto le nostre esistenze come un'inondazione
di acqua torbida di detriti, mio fratello parlava spesso
con quell'aria sarcastica, di risentimento rabbioso. Ben
non era mai stato un bambino dal carattere forte, davanti a
nostro padre era timido, desideroso di farsi notare e amare
da lui ma timoroso di mettersi in evidenza, diversamente
da me, la prediletta di pap; e adesso, tutt'a un tratto, Ben
sembrava avere in parte assunto l'atteggiamento sprezzante
e aggressivo di nostro padre, persino l'espressione del
viso - il modo di corrugare la fronte, di socchiudere gli occhi,
uno sguardo da cobra che pareva esprimere una compiaciuta
malignit.
Mia madre cominciava a temere Ben, almeno cos mi sembrava.
Eravamo entrambe infastidite dalle orribili parole
che aveva pronunciato dopo la perquisizione della nostra
casa compiuta dalla polizia Forse sono stato io a fracassarle la
testa! A sfracellargliela! Anch'io so usare un martello, qualsiasi
stronzo  in grado di usarlo.
Certo, stava solo scherzando!
In quei giorni - tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo
- nella nostra casa di Huron Pike Road eravamo rimasti
solo mia madre, Ben e io. Noi due tornavamo da scuola
tutti impauriti. Ci aspettavamo che accadesse qualcosa
- che arrivasse la notizia dell'arresto di Edward Diehl per
l'omicidio, o che Edward Diehl non era pi sospettato dell'omicidio,
oppure che appena entrati in casa dalla porta sul retro
nostra madre ci chiamasse, per annunciarci Pap  tornato
a casa!  tutto finito.
A scuola e sul pulmino correva voce che Aaron Kruller
avesse avvicinato Ben nello spogliatoio maschile del
loro istituto. Aaron Kruller che si stagliava col suo metro
e ottanta su Ben Diehl, alto un metro e sessantotto, come
un adulto che si staglia su un ragazzino intimidendolo
con la sola presenza. Secondo quella voce, che mi era stata
riferita - in separata sede, in tono divertito - da parecchie
compagne di scuola, tra cui una mia cugina di terzo
grado da parte di madre, che si sarebbe dovuta schierare
con mio fratello, Kruller aveva spintonato Ben contro una
fila di armadietti senza alcuna spiegazione o avvertimento,
e quando Ben aveva cercato di restituirgli lo spintone,
di prenderlo a pugni, Aaron Kruller lo aveva freddamente
schiaffeggiato - non preso a pugni bens schiaffeggiato,
con il palmo aperto - facendogli sanguinare il naso, mentre
gli altri ragazzi, intimoriti, si erano allontanati ed erano
rimasti a guardare, a distanza; e nessuno aveva informato
l'insegnante di educazione fisica dell'aggressione,
nemmeno il povero Ben.
Sono inciampato, sono caduto sul ghiaccio. Ho sbattuto
la faccia, mi  uscito il sangue dal naso.  una sciocchezza.
Roba da niente.
Cos quella sera Ben aveva spiegato a nostra madre il motivo
della sua faccia tumefatta. Spossata dalle incombenze
di quel giorno - Ben e io ne sapevamo ben poco, immaginavamo
telefonate, "commissioni" in citt e visite ai parenti
della famiglia Bauer, consulti con il suo avvocato - nostra
madre lo ascolt distrattamente.
Mi fu anche riferito un altro incidente: Aaron Kruller aveva
seguito Ben fino al ponticello pedonale sul fiume, minacciando
di buttarlo gi, e si era messo a ridere quando
Ben era scoppiato in lacrime.
Mi ero accorta che Ben era nervoso, agitato. Notai il dente scheggiato e i lividi sul viso. Temevo di farlo arrabbiare
ma non potei fare a meno di chiedergli se davvero Aaron
Kruller l'aveva seguito e minacciato; lui rispose di no, non
era vero: Stronzate.
Dovetti assumere un'espressione incredula. Ben si mise
a sghignazzare, no no no, non era vero, vaffanculo non era
vero: Non dire niente a mamma, Krista. Chiamerebbe subito
la scuola, no? Parlerebbe con il preside e mi metterebbe
in casini ancora pi grandi. O, peggio, chiamerebbe gli
sbirri. Tieni la bocca chiusa.
Gli chiesi se Aaron Kruller voleva picchiarlo perch era
convinto che pap avesse fatto del male a sua madre, e Ben
in tono alterato replic: Sei pazza, Krista? Cosa vuoi dire?
Sono stronzate e io gli domandai perch erano stronzate,
e lui, spintonandomi via - eravamo soli in casa, nostra madre
era uscita in macchina per uno dei suoi giri disperati dal
droghiere, in farmacia, pareva che Lucille Diehl passasse
tutto il tempo al centro commerciale Walgreens a farsi prescrivere
farmaci - disse: Bisogna compatire Kruller,  un
fallito. Quell'ubriacone del suo vecchio ha ammazzato la
madre, una puttana tossica, pi patetico di cos!.
Dal modo in cui Ben storse la bocca mentre pronunciava
le parole puttana tossica si capiva che anche lui aveva preso
a odiare Zoe Kruller.
Eppure a noi Zoe era sempre piaciuta, o no?
Quando andavamo da Honeystone's volevamo essere sempre
serviti da lei, vero?
Com' possibile cominciare a odiare, d'un tratto, una persona
che ti piace tanto? Di un odio terribile, doloroso, che addirittura
ti fa desiderare di ucciderla.
Perch?
Gi in terza media, a tredici anni, o sul pulmino scolastico,
mi ritrovavo insieme a ragazzi pi grandi e sentivo parole
come puttana, sgualdrina, prostituta; sapevo cosa significavano,
non avevo bisogno di chiedere, capivo che erano
parolacce riferite solo alle donne.
Tossico la si usava anche per i maschi. Un tossico poteva
essere maschio o femmina, e significava drogato, tossicodipendente,
uno che si fa.
Sentivo anche l'espressione fare marchette. Aveva un suono
piacevole: faceva pensare a qualche trucco strabiliante* -
con le carte, i giochi di prestigio, o come quando si insegna
a un cane a sollevarsi sulle zampe - per provocare l'invidia
e l'ammirazione degli altri.
Per suscitare applausi. Fischi d'approvazione.
Come sul palco, al Chautauqua Park. Zoe Kruller col suo
luccicante vestito di paillettes aderente come mercurio liquido
al corpicino frenetico, che si inchinava al pubblico -
quel pubblico che l'adorava - gettando all'indietro la chioma
biondo fragola in un fugace gesto di totale abiezione.
Inchinandosi a fondo e rialzandosi, arcuando la schiena,
con un sorriso felice all'indirizzo della folla che fischiava e
applaudiva, tanto che pensavi le sarebbe scoppiato il cuore.
Credo sia stata mia madre a dire che Zoe faceva marchette,
ma forse era stato qualcun altro, qualche ragazzo
pi grande sul pulmino scolastico. Uno di quei tipi villani
dalla risata sguaiata che evitavi di guardare, e fingevi
di non sentire. Anche quando ti chiamavano per nome,
Krista! Kris-sss-taaa! Kissy-kissy-Krisss-taaa! facevi finta di
non sentire.
Sul conto di Zoe Kruller eh e faceva marchette si dicevano
cose crudeli. Si sarebbe creduto che ora che Zoe Kruller
era morta e sepolta nel cimitero luterano di Howell Road -
naturalmente non eravamo andati al funerale, ma vi aveva
partecipato una mia compagna di scuola - la maggior
parte della gente fosse addolorata per lei e per i Kruller, ma
non era cos, non tutti lo erano.
(Per esempio, Ben, mia madre. La maggior parte dei nostri
parenti da parte dei Bauer.)
Un'altra parola che avevo imparato era adulterio. Adultero.

* L'espressione inglese turning tricks, "fare marchette", evoca l'idea del trucco
(trick) cui il testo si riferisce. (NdT)

Fortunatamente per commettere adulterio bisognava essere
un adulto, no?
Tuo padre  un adultero, Krista.  bene che tu lo sappia.
Ha infranto le promesse matrimoniali, il giuramento
fatto in chiesa, davanti a Dio. Ha tradito la sacralit di
questa famiglia. Ha tradito tutti noi. Di qualunque natura
fossero i rapporti che intratteneva con quella donna ne
ho pena perch immagino che abbia tradito anche lei.
Mi aspettavo che mamma aggiungesse Ma non  stato tuo
padre a ucciderla.
Invece non lo disse. Ci sentivamo particolarmente gi di
corda, eravamo in cucina, sole - in quel periodo, poco prima
che pap si trasferisse a Port Oriskany, Ben aveva trovato
un impiego part-time dopo la scuola - spesso ce ne stavamo
in cucina a preparare la cena che consumavamo alle
sei in punto, tutti e tre. Si chin solennemente verso di me
per baciarmi e con le labbra, che parevano mordicchiate,
secche e screpolate, mi sfior la testa e i capelli ondulati,
come a benedirmi.
Aaron.
Ripetevo in segreto il suo nome. Quel nome biblico bellissimo
e misterioso, che non avevo mai osato pronunciare
a voce alta davanti a nessuno.
In autunno, quando frequentavo la scuola media di
Sparta, attigua all'edificio pi vecchio, in mattoni rossi,
dove sorgeva l'istituto superiore, a volte riuscivo a
vedere Aaron Kruller da lontano. Frequentava il secondo
anno delle superiori; era un ripetente. Adesso Ben,
coetaneo di Aaron - doveva compiere sedici anni - era
un anno avanti rispetto a lui, frequentava il terzo anno.
Pensavo che fosse umiliante per Aaron stare insieme a
ragazzi pi piccoli. (Ogni anno tre o quattro ragazzi dai
tratti indiani, maschi e femmine, venivano bocciati. Sedevano
vicini in fondo alla classe e si riunivano in gruppetti
compatti al bar. Anche se era proibito, fumavano
sigarette dietro la scuola mentre aspettavano il pulmino
della contea di Herkimer che li portava nella riserva.)
Mi chiedevo se Aaron Kruller sapesse della mia esistenza,
della sorella minore di Ben Diehl. E se mi odiasse,
come odiava Ben.
Avevo mai osato seguire Aaron Kruller? No.
Eppure in qualche modo lo facevo; Krista Diehl andava al
7-Eleven di Chamber Street dove a volte Aaron Kruller capitava
dopo la scuola, con la scusa di dover sbrigare una commissione
per sua madre, fingeva di leggere con espressione
assorta le etichette e le date di scadenza delle confezioni di
latte esposte nel frigorifero, ed ecco l Aaron Kruller, si apriva
una Coca-Cola e divorava qualcosa di molle e schiacciato avvolto
nel cellophane, che teneva in mano. Nel 7-Eleven si respirava
spesso un'aria di festosit frenetica, gli studenti delle
superiori affollavano i corridoi tra gli scaffali, chiamandosi
a gran voce, flirtando, scambiandosi battute oscene, mentre
la bionda Krista, timida e silenziosa, alla fine non comprava
il latte e sgattaiolava fuori senza dare nell'occhio.
Mi ha visto! Sa chi sono.
Quei pomeriggi non prendevo il pulmino per tornare a
casa. Andavo a piedi, per non sedermi accanto alle mie amiche,
indovinando che mi piaceva un ragazzo pi grande di
me mi avrebbero detto Krista, sei pazza?
Furono anni terribili, allora la mia unica felicit era quando
pensavo Mi ha visto! Sa chi sono.
A volte Aaron Kruller andava in bicicletta nei viali ricoperti
di pietrisco, dalle parti di Quarry Road. Sulla strada
asfaltata davanti alla vecchia stazione dove i ragazzi pi
grandi e qualche ragazza andavano dopo la scuola, a bere
lattine di birra che poi gettavano incuranti tra le erbacce,
a fumare sigarette o a farsi uno "spinello", sghignazzando
e su di giri.
Sapevo cos'era uno "spinello": marijuana. Ne conoscevo
l'odore dolciastro e pungente, che impregnava i vestiti
e i capelli di alcune ragazze pi grandi.
Aaron si fermava poco con quei suoi amici. Si vedeva che
faceva parte del gruppo, fumava, beveva e rideva con loro,
ma non si tratteneva mai a lungo, doveva tornare a casa per
lavorare nell'officina del padre in Quarry Road.
Lo spinello era un'abitudine diffusa alla scuola superiore
di Sparta. L'erba, lo sballo.
Pensavo fosse bello, sballarsi. Come un pallone gonfio di
elio che si librava sui tetti, sulle cime degli alberi dove nessuno
poteva farti del male.
Ben parlava in maniera sprezzante dei ragazzi delle superiori
che facevano uso di droghe.
Li definiva drogati, sballati, tossici. Falliti. Lui disprezzava
gli stupefacenti, l'alcol.
Ben non sarebbe mai stato espulso per avere introdotto
della birra a scuola, averla tenuta nell'armadietto e bevuta
di nascosto, per avere fumato uno spinello nei bagni,
com'era successo ad altri studenti, lui disprezzava ogni
forma di debolezza. Quell'anno si mise sotto a studiare
tutte le materie. La primavera precedente, quando nostro
padre era andato via di casa e il guaio aveva incasinato
la nostra vita, non riusciva a concentrarsi nello studio e
non era andato molto bene agli esami; di ci incolpava
nostro padre, non l'avrebbe mai perdonato, e cos decise
che non avrebbe mai fatto il falegname come Eddy Diehl,
un costruttore di armadietti, al diavolo il lavoro manuale,
l'edilizia e le imprese di costruzioni, e si iscrisse al corso
di disegno tecnico e a quello di matematica propedeutico
per il college. Aveva smesso di frequentare i vecchi
amici, non che fossero drogati, ma non avrebbero proseguito
gli studi, e non se ne trov altri, non aveva tempo.
Dopo la scuola lavorava in una drogheria. Avrebbe stupito
i suoi insegnanti, il preside dell'istituto, il tutor che
lo seguiva. In questo modo avrebbero messo da parte la
curiosit nei suoi confronti, la compassione, forse anche
una lieve avversione, perch il nome Diehl era una sorta
di marchio d'infamia.
Gi al terzo anno delle superiori Ben aveva in mente
dove iscriversi una volta preso il diploma, non all'universit
pubblica della contea di Herkimer, dove sarebbero affluiti la maggior parte dei suoi compagni di classe che
avessero proseguito gli studi, ma lontano da Sparta: al Politecnico
Rensselaer a Troy, o all'Universit statale di New
York a Canton, dove c'erano ottime facolt tecniche, e dove
il nome Diehl non avrebbe evocato associazioni sgradevoli,
come un cattivo odore.
Ero triste, a volte arrabbiata, soprattutto stupita, per quella
situazione: un tempo avevo un fratello maggiore che mi
era amico, forse mi voleva bene, era "dalla mia parte", ora
non pi.
Ce l'hai con me, Ben? Perch? Era inutile chiederglielo,
quelle domande non facevano che imbarazzare e irritare
mio fratello. Negli ultimi anni delle superiori passava sempre
pi tempo fuori casa, lavorava part-time alla drogheria
o altrove, per stare il pi lontano possibile dalla sorella
solitaria e da sua madre; metteva da parte i soldi per la
sua fuga da Sparta.
Nei miei sogni - a volte troppo grandiosi per la mia testa,
che non riusciva a contenerli e sembrava scoppiare - mio
fratello Ben e Aaron Kruller si confondevano in maniera
bizzarra. In un vivido sogno ricorrente mi ripetevo Questo
 Ben, ma in realt vedevo Aaron Kruller, come se per qualche
inspiegabile ragione mio fratello si confondesse con lui.
L'inquietante tirannia dei sogni! Mi ha sempre meravigliato
il modo in cui ci arrendiamo a queste presenze notturne,
fiduciosi e vulnerabili come se ci avessero asportato
lo strato superficiale dell'epidermide! Nel sonno siamo indifesi,
non sappiamo dove scappare, dove nasconderci; non
troviamo sollievo, se il sogno non ce lo concede.
In terza media, a tredici anni, con sempre maggior audacia
- imprudenza? - seguivo Aaron Kruller dopo la scuola,
se mi capitava di vederlo. E se al 7-Eleven mi guardava con
aria interrogativa, aggrottando la fronte o con viso inespressivo,
distoglievo subito lo sguardo, avvampando in volto.
Mi ha visto! Forse mi ha visto! Ero una ragazza timida,
o davo quell'impressione. Dimostravo meno anni di una
studentessa di terza media. Avevo capelli lisci biondo pallido
e i lineamenti di una bambola, ero una ragazza "carina",
una "brava" ragazza - se anche mi aveva notato, Aaron
Kruller non si era soffermato pi di tanto su di me. Con
un certo sollievo misto a delusione mi dicevo Non sa di chi
sono figlia. Non mi conosce come conosce Ben.
Poi, con un brivido di paura, mi dicevo Oppure no?
A Sparta in quel periodo tutti, salvo i pi giovani, supponevano
che Delray Kruller avesse ucciso la moglie in "un
accesso di gelosia", o se non lui era stato Eddy Diehl, pi
o meno per lo stesso motivo. C'erano anche altre "persone
informate sui fatti", "sospetti", "piste", ma in sostanza
i presunti colpevoli si riducevano a Kruller o Diehl. Come
per gli sport di squadra, si sceglie per chi tifare. Era una
questione di lealt familiare, di vicinato, di amicizia: si teneva
per l'uno o per l'altro. Delray Kruller e Eddy Diehl
avevano una vasta cerchia di amicizie e conoscenze sin dai
tempi delle superiori - avevano frequentato la scuola superiore
di Sparta pi o meno nello stesso periodo, sul finire
degli anni Cinquanta - e per via del lavoro; avevano entrambi
numerosi familiari sparsi per la contea di Herkimer,
Delray Kruller aveva anche parenti fra gli indiani Seneca,
con i quali si diceva avesse interrotto i rapporti da lungo
tempo. (Era forse stata la moglie bianca, Zoe, la causa di
quel contrasto? Ma poi c'era stato davvero un contrasto?)
Non avendo trovato "prove schiaccianti" che collegassero
Kruller o Diehl all'omicidio, correva voce che la polizia
di Sparta nutrisse maggiori sospetti nei confronti di Eddy
Diehl perch se l'era "inimicata" mentendo all'inizio delle
indagini: aveva stupidamente negato di essere l'amante
di Zoe Kruller, e di andare da lei nel villino bifamiliare
di West Ferry Street... Al contrario, Delray Kruller aveva
dato l'impressione di collaborare con gli investigatori. O
forse aveva un paio di amici nella polizia di Sparta che ne
parlavano in termini positivi, come di un uomo vessato e
maltrattato dalla moglie. E poi c'era il figlio quattordicenne,
Aaron, il quale aveva ufficialmente dichiarato alla polizia che suo padre era stato con lui "tutta la notte" - quella
della morte di Zoe Kruller - fornendogli cos un alibi, mentre
per quella stessa notte e per le ore in cui era stato commesso
il delitto mio padre Eddy Diehl non era stato in grado
di fornirne alcuno.
Quando vedevo Aaron Kruller pensavo Ha mentito. E
poi Vuole distruggere mio padre. Eppure non potevo fare a
meno di seguirlo.
Non mentir per lui, perch dovrei farlo? Alla polizia posso solo
dire che non lo so. Non sono in grado di testimoniarlo. Stavo dormendo.
Non so quando  rientrato a casa. S,  tornato di notte,
ma non so a che ora. Dormivo.
Quindi non posso affermare...
Io e Ben non sapemmo mai se fosse vero quanto asseriva
nostra madre, che nostro padre le aveva chiesto di "mentire"
per lui, di dire alla polizia che era tornato a casa prima
di mezzanotte, la notte che Zoe Kruller era stata assassinata,
qualche ora dopo. Lo stesso Ben rifer che stava
dormendo - "Nemmeno io posso affermarlo, esattamente
come mamma" - e quanto alla mia testimonianza, nessuno
avrebbe preso in seria considerazione quello che avrei
potuto dire o giurare alla polizia che s, mi sembrava che
pap fosse tornato a casa verso mezzanotte.
Bastava uno sguardo alla figlia di Eddy Diehl per rendersi
conto che quella ragazza avrebbe detto qualsiasi cosa
pur di aiutare suo padre. La mia deposizione non sarebbe
stata affatto credibile, lo stesso avvocato difensore di Eddy
Diehl dubitava dell'attendibilit di un tale alibi.
Eddy Diehl dichiar di avere passato da solo quasi tutta
quella notte. Aveva perso la nozione del tempo. Era andato
in giro per la campagna con la sua jeep, era cos addolorato
per Zoe, forse a un certo punto aveva addirittura perso i
sensi in macchina, in un parcheggio, o sul ciglio di una strada,
dove si era fermato per riposare un po', una mezz'ora,
una quarantina di minuti, con il motore acceso, chiss, magari
qualcuno l'aveva visto, quella sera era stato alla County
Line, all'Iroquois, o forse al River Tree Inn, a bere da solo al
bar, in preda al suo umor nero, depresso e irrequieto, dovevano
certo esserci degli uomini che lo conoscevano, e che lui
conosceva, forse anche una donna, pi d'una, era probabile
che Eddy Diehl incontrasse dei conoscenti in ogni locale
della contea di Herkimer in cui si recava il sabato sera, ma
appariva sospetta la circostanza che non fosse in grado di
fare dei nomi precisi, n i baristi ricordavano esattamente a
che ora lo avevano visto, e cos Eddy Diehl non fu in grado
di fornire un alibi verificabile dagli investigatori.
E poi all'inizio aveva mentito, stupidamente, per i postumi
della sbornia e per quel goccetto di Jim Beam imprudentemente
bevuto in ufficio prima che gli agenti andassero a
prelevarlo, pensava di poter dire qualsiasi cosa, di passarla
liscia facilmente, se fosse stato sobrio non avrebbe certo
agito in quel modo, Eddy Diehl non era uno stupido. Be',
voleva "proteggere" la sua famiglia, ecco la vera ragione.
Aveva mentito agli investigatori in preda all'imbarazzo e
alla vergogna per quello che avrebbe provato Lucille se si
fosse ritrovata sulla bocca di tutti. E cos se li era inimicati,
sia loro che il comandante del distretto di polizia, sino
al capo della polizia di Sparta.
Delray invece non aveva mentito. Sin dall'inizio la sua
versione collimava con quella del figlio: i due avevano passato
tutta la notte nella casa di Quarry Road che mesi prima
Zoe aveva abbandonato.
Con quali parole? Qui mi manca l'aria, devo andare via. Devo
vivere la mia vita finch posso, vi prego, non cercate di fermarmi
o di seguirmi, torner quando sar il momento.
Pi o meno era questo che Zoe aveva detto a Delray Kruller
e a suo figlio Aaron, a sentire i due.
Alla fine mio padre si rivolse a un avvocato. Alcuni giorni
dopo essere stato torchiato dagli investigatori di Sparta,
quando era ormai troppo tardi. E poi, seguendo il consiglio
del legale, aveva modificato la dichiarazione rilasciata
alla polizia: s, aveva "una relazione" con Zoe Kruller, da
diversi anni; s, era stato nella casa di Zoe Kruller in West
Ferry in numerose occasioni; s, aveva avuto "rapporti sessuali"
con lei la notte dell'11 febbraio.
Quella notte! Qualche ora prima della morte di Zoe, ma
non dopo le undici di sera, ne era certo.
Forse alle nove. O alle dieci. Non era tardi. Lei non aveva
voluto che restasse, e lui era andato via. Edward Diehl
lo giur.
Tutto ci venne rivelato con un grande titolo vistoso dal
"Journal" di Sparta, suscitando l'orrore, l'umiliazione e il
disgusto di Lucille Diehl, che almeno trov conforto nel
non aver mentito per proteggere quell'adultero di suo marito.
Sulla prima pagina del giornale fu di nuovo pubblicata
la foto dell'affascinante Zoe Kruller, accanto a quella scura
di Edward Diehl, che lo ritraeva con espressione cupa.
OMICIDIO KRULLER: INDIZIATO CONFESSA
RELAZIONE CON LA VITTIMA
Diehl cambia versione: "Quella notte ero con Zoe"
Ogni volta che Aaron Kruller e io ci vedevamo, ci ricordavamo
inevitabilmente quei fatti.


Capitolo 18.
Aaron Kruller aveva una mountain bike sgangherata.
Era grossa, rozza, brutta. Il telaio sembrava assemblato
con tubi saldati insieme, color piombo e inelegante, senza
cerchioni. Il manubrio cromato, piegato in avanti per assomigliare
alle coma di un toro che carica, era tutto arrugginito;
su una specie di targa sulla ruota anteriore si leggeva
a malapena il nome inciso, Schwinn Flyer. I parafanghi
erano caduti o erano stati tolti. Il sellino di gomma nera era
cos rigido e duro che pareva di pietra. Come si fa a sedercisi
sopra?, pensai dopo essermi azzardata a toccarlo.
Poi osai toccare le manopole del manubrio, anch'esse di
gomma nera, tutte consunte. La canna mi arrivava pi o meno
al petto, quella bicicletta doveva essere il doppio della mia.
Nessuno mi aveva mai visto l, dietro l'edificio della scuola
superiore di Sparta, dove Aaron Kruller lasciava la sua vecchia
sgangherata bicicletta contro un muro. (La maggior parte
delle biciclette degli studenti erano accuratamente allineate
nelle apposite rastrelliere dietro la scuola, assicurate
prudentemente con dei lucchetti. Quelle pi vecchie e malandate,
che nessuno si sarebbe mai arrischiato o sognato di
rubare, erano semplicemente appoggiate al muro come se
fossero state lasciate l per pochi minuti, senza lucchetto.)
Quand'ero alle medie pi di una volta sgusciai fuori dalla
classe spingendomi fino ai corridoi che portavano all'istituto
superiore e da l uscivo sul retro della scuola, dove Aaron
lasciava la sua bici insieme alle altre. Non dovevo nemmeno
cercarla, con quel color piombo in mezzo alle altre cos
scintillanti la scorgevo immediatamente. E questo solo per
toccarne la cromatura rugginosa e gelida, per accarezzare
il sellino di gomma...
"Aaron Kruller".
Non aveva l'et per la patente, ma guidava nella propriet
del padre, e gi da anni. A parte i giorni pi rigidi dell'inverno,
Aaron Kruller si recava a scuola in bicicletta dalla
sua casa di Quarry Road, che distava circa cinque chilometri.
Percorreva la statale a due carreggiate e le strade piene
di buche della citt di Sparta, vicoli e marciapiedi, poi attraversava
il parcheggio del centro commerciale Sears, in
stato di abbandono, dissestato e ricoperto di vetri; era inconfondibile
nella sua tenuta da motociclista, la giacca di
pelle o il giubbotto, a volte a capo nudo, altre con un berretto
da baseball (indossato al contrario), mai con il casco
protettivo, l'espressione torva e sagace. Aaron pedalava sulla
sbiellata Schwinn Flyer senza il minimo interesse per ci
che lo circondava, salvo quando si avvicinava a un incrocio
o si trovava in mezzo al traffico. A differenza della maggior
parte dei ciclisti che giravano a Sparta, Aaron procedeva
tutto chino sul manubrio, veniva da pensare che avesse
mal di schiena, la sua postura sembrava quella di uno che
faccia una penitenza.
Era eccitante vederlo senza farsi vedere da lui! Aaron
Kruller sulla sua brutta bicicletta color piombo che sfrecciava
nel traffico congestionato di Union Street, la faccia
come cotta dal sole, l'espressione impassibile d'una maschera
di argilla.
Chi  quello? Un giorno in Union Street, mentre stava
per svoltare nel parcheggio del centro commerciale Walgreens,
come distolta da una fantasticheria mia madre not
Aaron Kruller sulla sua bicicletta; e io - ero seduta accanto
a lei, quel giorno in macchina eravamo sole, Ben era da
qualche altra parte - risposi che quel ciclista era un ragazzo
delle superiori che stava in classe con Ben, sperando che
non lo avesse riconosciuto; infatti mia madre spesso ci sorprendeva,
mostrando di saperne pi di quanto immaginavamo;
ma lei si limit a dire: In classe con Ben? Hanno la
stessa et? Impossibile, quello  un uomo.
Dal tono in cui pronunci un uomo, sembrava si stesse riferendo
a una specie di mostro.
E un attimo dopo, nel parcheggio, fece un'osservazione
perfettamente in linea con il suo modo di pensare, l'avrei
potuta fare anch'io imitandone la voce materna e un po'
impostata di quando ci rimproverava: Quel ragazzo sembrava
un indiano. Per la vita che fanno crescono troppo in
fretta. Quindi, Krista, tu e Ben statene alla larga.
A quel punto mi misi a ridere. Mamma mi lanci uno
sguardo severo.
Ma il guaio che  capitato a pap, che ti ha fatto tanto
arrabbiare con lui, non c'entra niente con gli indiani, vero?
Basta cos, Krista! Piantala con queste insolenze.
Mamma, stavo solo riflettendo. Pap  finito nei guai...
eppure  bianco... 
S. E se fosse stato un mezzosangue, come il marito di
quella donna, Kruller, sarebbe stato molto peggio.
Mia madre scese dalla macchina sbattendo la portiera,
col viso in fiamme e l'espressione indignata, affrettandosi
verso Walgreens prima che la farmacia chiudesse.
Era la logica di mia madre. La logica dei bianchi. Ridete
pure di lei! Era quella l'aria che si respirava a Sparta, non
c'era altra scelta, non si poteva vivere diversamente.
In un'altra occasione mi trovavo in macchina con mia madre
- sulla Plymouth, la berlina color tortora che mio padre
le aveva lasciato quando era andato via di casa - stavamo
percorrendo Front Street lungo il fiume; avevamo appena
svoltato da Huron Pike Road ed eravamo in prossimit
dell'incrocio trafficato con Chadd Boulevard - una zona
di magazzini, percorsa da furgoni dei trasporti Mayflower
- quando scorsi un ragazzo in bicicletta avvicinarsi velocemente
dalla nostra destra, proveniente dal Chadd. Il semaforo
era rosso, le vetture ferme aspettavano il verde, mi
resi conto che si trattava di Aaron Kruller e che non aveva
intenzione di fermarsi ma di attraversare l'incrocio a tutta
birra, stava accelerando, le gambe muscolose pedalavano
rapide, le mani guantate stringevano il manubrio, e paralizzata
dal terrore non feci in tempo ad avvertire mia madre.
Aaron era sbucato all'improvviso, la sua figura curva sulla
bicicletta avanzava veloce. Non feci in tempo ad avvertirla,
Aaron ci tagli incautamente la strada e mia madre, persa
nei suoi pensieri che le mulinavano in testa come in un incessante
ronzio di api impazzite - era stata una brutta giornata
per Lucille: povera mamma! - continu diritta senza
badare al ciclista, confidando - in questo caso era una fiducia
cieca, ostinata - nel semaforo verde su cui aveva fissato
lo sguardo, nella caratteristica postura che assumeva al volante,
china in avanti, la fronte corrugata e le labbra strette,
aggrappata allo sterzo quasi nel timore che potesse sfuggirle,
quindi il suo campo visivo era limitato, come se dinanzi
a s avesse una galleria, e all'improvviso ecco sfrecciarle
davanti, a pochi centimetri dal paraurti della Plymouth,
uno spericolato ragazzo in bicicletta, un arrogante, insolente,
distratto ciclista che altri non era se non Aaron Kruller,
con il giubbotto di pelle e il berretto da baseball al contrario,
al che la mia povera mamma fren di botto e a entrambe
sfugg un grido di sorpresa e di allarme.
Oh, mio Dio! Da dov' spuntata fuori... quella bicicletta... 
Spesso, con suo disappunto, a Lucille capitavano degli
incidenti nei dintorni di casa. In realt tutti noi - Ben, mamma
e io - negli ultimi mesi eravamo diventati goffi e scoordinati
nei movimenti. Come affetti da una sconosciuta malattia
neurologica facevamo cadere oggetti, sbattevamo, ci
procuravamo lividi, tagli e scottature; si trattava quasi sempre
di infortuni lievi che avevano effetti comici - ci sfuggiva
di mano una scatola di cereali e i fiocchi di frumento
si spargevano ovunque sul pavimento, oppure inciampavamo
per le scale - ma sulla macchina di mia madre erano
cominciati ad apparire graffi, botte e ammaccature, e sapevo
che era stata multata per delle violazioni al codice della strada, avevo trovato la contravvenzione insieme a certe
buste di carta piegate in un cassetto della cucina.
Ormai alla guida mia madre era insolitamente cauta, ansiosa.
Prendeva pillole "per i nervi", e altre "per dormire",
e quel cocktail di farmaci aveva effetti nocivi sulla vista,
sulla capacit di concentrazione e di reazione. Tutta scossa,
mia madre fren finch l'auto sussultante non si ferm.
Eravamo su una strada trafficata e gli altri automobilisti si
misero a strombazzare rabbiosamente al nostro indirizzo,
ma non importava, mia madre dovette fermarsi. Era cos
sconvolta che non mi rimprover nemmeno per non averla
avvertita, come di solito faceva in simili frangenti. Oh,
Krista! Se avessi investito quell'uomo! Dio mio, se l'avessi
tamponato... se l'avessi ucciso...
Per fortuna Lucille ignorava che il ciclista che aveva rischiato
d'investire era il figlio di Zoe Kruller.
Il cuore mi batteva all'impazzata. Non perch eravamo quasi
finite addosso ad Aaron Kruller, ma perch temevo che Aaron
mi avesse vista... allora mi sarei sotterrata per la vergogna.
Non  successo niente, mamma. Non l'hai investito.
Pronunciai quelle parole in tono piuttosto veemente. Mi
dispiaceva per mia madre, ma era diventato cos difficile
volerle bene.
Mio Dio, Krista... se l'avessi investito! Gi la nostra vita
va a rotoli...
Non sarebbe stata colpa tua, mamma, ma sua... aveva
torto lui.
 uguale, Krista replic lei con una risata amara, mentre
si asciugava gli occhi con un fazzolettino. "Ragione", "torto":
quando ti capita un guaio, ci vai di mezzo comunque.
Era il novembre del 1983. Mio padre Edward Diehl viveva
a Buffalo, dove aveva trovato lavoro "nell'edilizia",
mia madre aveva avviato le "pratiche per il divorzio" e lavorava
in un negozio che vendeva abiti usati; aveva tanti
pensieri per la testa, la rendevano eccitata e speranzosa,
altre volte irritabile, affranta e depressa. Io non ero pi
una bambina ma una giudiziosa ragazzina di quasi dodici anni, che negli ultimi nove mesi aveva improvvisamente
preso coscienza della complessit e delle molteplici sfumature
dell'esistenza adulta e soprattutto aveva sviluppato
il senso dell'ironia, come il gusto per il cioccolato amaro
e la birra scura. Per me non era un segreto che mia madre
amasse ancora mio padre, avrebbe sempre amato l'uomo
che l'aveva cos distrutta, era il suo destino.
No, non  vero. Mamma lo odia.
Cos diceva Ben, in tono compiaciuto. Erano molto legati,
Ben era il prediletto di mia madre, anche se io trascorrevo
pi tempo a casa ed ero molto pi carina con lei.
Vuole dare a intendere che lo odia. Vuole che lui lo pensi.
Ma non  cos.
Invece s.
Altrimenti non sarebbe cos ferita. Avrebbe gi divorziato.
Non riesce a dimenticarlo,  questo il suo problema.
Vaffanculo, Krista:  questo il tuo problema.
In pubblico, cio fuori casa e davanti a estranei e con
i suoi parenti pi stretti della famiglia Bauer, mia madre
riusciva a mantenere un'aria compunta, persino altezzosa.
Il pi delle volte.
Lucille non era il tipo di donna che sfuggisse timidamente
gli sguardi altrui. Il suo viso non poteva pi essere scambiato
per quello di una donna giovane, in certe condizioni
di luce, e cos pure il corpo - sodo, dalle movenze flemmatiche,
pingue ma non grasso. Quell'aria sbarazzina, affascinante,
"sexy" che Lucille Bauer aveva nelle vecchie fotografie
in cui era immortalata con l'avvenente fidanzato
Eddy Diehl non esisteva pi, era svanita.
Quando andavamo al centro commerciale Hills di Sparta
pareva quasi di sentire il mormorio che seguiva il nostro
passaggio, frasi tutt'altro che benevole e inesorabilmente
tremende Vedi quella donna?  Lucille Diehl. Il marito  Eddy
Diehl, quello che ha ucciso la donna di West Ferry Street - aveva
una relazione con lei, dicono che sia stato lui - guarda quella
poveretta, la moglie di Eddy Diehl, come cerca di farsi coraggio.


Capitolo 19.
Quella donna! Non si vergogna.
La voce di mia madre era piatta come uno schiaffo. Ma
vi si percepiva il risentimento, la rabbia, l'indignazione.
Stava fissando un titolo del "Journal" di Sparta, non in
prima pagina, ma nell'interno, un trafiletto:
DONNA DI SPARTA SELVAGGIAMENTE PICCHIATA
Residente di Towaga Street finisce in ospedale
La fotografia che accompagnava l'articolo raffigurava una
donna affascinante, con la mascella pronunciata, lineamenti
da bambolina alquanto incongrui, sopracciglia curate e
una boccuccia a cuore: era Jacky DeLucca?
Non dovevo mostrare interesse, per non insospettire mia
madre. Leggemmo insieme l'articolo: alle prime luci dell'alba
del 2 marzo 1985 - qualche giorno prima - la signora
Jacqueline DeLucca, di trentanove anni, residente al civico
32 di Towaga Street, East Sparta, era stata rinvenuta in stato
di semincoscienza lungo un viale che incrocia la statale
31, a mezzo chilometro dal Chet's Keyboard Lounge, dove
lavorava come cameriera.
A trovarla era stata una volante della polizia che pattugliava
lo Strip - un tratto della strada statale 31 - gli agenti
avevano chiamato un'ambulanza che l'aveva portata al General
Hospital di Sparta, dove la signora DeLucca era stata
ricoverata; le erano state riscontrate ferite al volto e alla testa, numerose costole rotte, un polso slogato e "un elevato
tasso alcolemico" nel sangue. Le sue condizioni erano definite
"stazionarie".
Jacqueline DeLucca aveva dichiarato alla polizia di non
avere visto il suo o i suoi aggressori, di ignorare il motivo
dell'aggressione, e di non ricordare le circostanze in cui si
era svolta. Era uscita dal Chet's Keyboard Lounge poco dopo
le due del mattino "in compagnia di amici", ma non rammentava
cosa fosse accaduto nel lasso di tempo intercorrente
fino al momento in cui aveva ripreso conoscenza sull'ambulanza,
in condizioni critiche. L'articolo si concludeva cos:
In passato la signora DeLucca ha abitato al civico 349 di
West Ferry Street, dove nel febbraio del 1983 fu trovata uccisa
la signora Zoe Kruller, con la quale la donna condivideva
l'appartamento.
Per il caso Kruller, che gli investigatori di Sparta definiscono
tutt'ora "aperto", non  stato operato alcun arresto.
Mia madre ripieg bruscamente il giornale e lo lanci sulla
sedia della cucina accanto alla porta sul retro, dove appoggiavamo
roba tipo giornali, riviste, volantini pubblicitari
e posta indesiderata, che gettavamo ogni giorno. Aveva
un'aria di riprovazione e appariva stranamente scossa, sin
troppo per quello squallido e insignificante incidente. Una
donna come quella! Come l'altra: "cameriera". "Lo Strip".
Pensi che imparino, e invece no. Dio le aiuti!
Mi venne da pensare Tu non vuoi che Dio le aiuti, mamma.
Invece dissi:  una povera disgraziata, mamma. Dovrebbe
dispiacerti per lei, non pu far altro che la "cameriera".
Dispiacermi per lei? Per tutte e due?
Mia madre mi fiss come se volesse darmi un ceffone.
Negli occhi le spuntarono delle lacrime di indignazione,
come per un affronto subito.
Tutte e due, aveva detto. Mi allontanai, convinta che non
era stata la povera Jacky DeLucca a suscitare la sua irritazione,
ma l'altra.


Capitolo 20.
Quel fallito. L'hai saputo?
Cos mi apostrof Ben a voce alta ed euforica, da adolescente,
appena entrato in casa sbattendo la porta.
Era il pomeriggio di un giorno feriale, intorno alle sei e
mezzo. Dopo la scuola e il lavoro Ben aveva accettato un
passaggio fino a casa da un vicino. Adesso cenavamo verso
le sette, a volte pi tardi, se mia madre aveva da fare. Capitava
anche che non cenassimo insieme, e allora mangiavamo
- se pure lo facevamo - da soli, qualche avanzo conservato
in frigorifero o una zuppa precotta, oppure, nel mio
caso, dei cereali che consumavo su nella mia stanza mentre
facevo i compiti.
Me ne vergognavo, non volevo che le compagne di scuola
o le mie cugine lo sapessero: mio padre andando via aveva
lasciato un gran vuoto. Prima aiutavo spesso mia madre
a preparare la cena, ma ora, non avrei saputo dire da
quando, non pi.
Non mangiavamo pi insieme tutti e quattro attorno al
tavolo della cucina.
Krista, cresci! Non torner a casa, che vada all'inferno. Che
vadano tutti allinferno, non hai bisogno di nessuno, perch dici
che hai bisogno di lui, NON  VERO.
Era raro che Ben alzasse la voce in quel modo, quindi mi
feci coraggio per sentire che novit aveva da raccontare.
In effetti, quel giorno a scuola era circolata una voce: Aaron Kruller era stato "definitivamente espulso" dalla scuola
superiore di Sparta.
Non ero tra gli studenti che si erano affollati alle finestre
per assistere all'arrivo di una volante della polizia di Sparta,
l'auto si era fermata nel vialetto, subito seguita da una
seconda, un evento memorabile raccontato infinite volte
da testimoni di prima e seconda mano, eccitati, su di giri,
sbigottiti: non solo avevano chiamato la polizia per un loro
compagno di classe, ma questi aveva anche opposto "resistenza"
agli agenti in uniforme, che lo avevano ammanettato
e condotto via a forza, facendolo salire sul sedile posteriore
di una delle loro vetture.
Ero convinta che Aaron fosse stato provocato. Era un ragazzo
irascibile, faceva subito a pugni; dovevano averlo
provocato, naturale che reagisse.
Mi dispiacque per lui, e anche per me, mi venne in mente
un pensiero cupo: non avrei mai pi rivisto Aaron Kruller.
Potrebbe uccidere qualcuno, come quell'alcolizzato del
suo vecchio.  pericoloso. Ha mandato al tappeto il signor
Farolino.  uno psicopatico.
Ben pronunci quelle parole in tono infervorato, con
gioia maligna. Era convinto che il padre di Aaron, Delray,
avesse ucciso Zoe Kruller e che Aaron avesse mentito per
proteggerlo, dichiarando che Delray aveva passato quella
notte a casa con lui.
Gli chiesi perch non fosse dispiaciuto per Aaron, dopo
tutto la madre era stata uccisa. Non  sufficiente? Perch
odiarlo?
Perch? Ben mi squadr con sguardo beffardo, come
se fossi una bambina ritardata. Perch ha mentito su suo
padre, stupida. Per quale motivo secondo te?
Come fai a sapere che ha mentito? Come puoi esserne
cos sicuro?
Perch  quello che io e mamma ci siamo rifiutati di
fare per pap.
Quella parola, pap, Ben non la pronunciava da lungo tempo.
Forse si era accorto che gli era sfuggita, e ne era imbarazzato, aveva distolto lo sguardo. Sul viso era comparso un
lieve rossore, cominci a grattarsi come se avesse prurito.
Che strana logica, Ben osservai, ridendo a disagio. In
realt  illogico.
In matematica avevamo studiato la logica" deduttiva
dei teoremi. Esisteva anche un altro tipo di logica, quella induttiva,
ma non si poteva fare affidamento su nessuna delle
due, perch nella vita le regole non valgono quasi mai.
Sai una cosa, Krista? Li odio tutti, i Kruller. Vorrei vederli
morti. Tutti i Kruller.
I Kruller. Ben pronunci quel nome come una parola
oscena.
Corsi su, in camera mia. Una cameretta col soffitto inclinato
e un unico lucernaio costruito da pap, che dava su
un pascolo accanto al fienile con l'erba troppo alta: era l
che correvo a nascondermi.
Mi rifiutavo di credere che il giudizio di Ben sui Kruller
era pi logico del mio, sempre che fosse vero quello che
aveva detto, cio che Aaron Kruller aveva mentito per proteggere
il padre.
Quella sera avrei potuto chiamare alcune compagne di
scuola per chiedere cosa sapessero, se avessero notizie di
un ragazzo delle superiori di cui non conoscevo il nome
che quel giorno era stato arrestato e portato via dalla polizia,
ma non osai, non potevo rischiare che qualcuno capisse
che amavo Aaron Kruller, o che mia madre o mio fratello mi sentissero chiedere quelle informazioni.
Dal piano di sotto udii Ben che comunicava a mia madre
l'eccitante notizia. Quella storia doveva averla raccontata
una mezza dozzina di volte. La voce sua e quella di mia madre
mi arrivavano in un flusso indistinto, il tono esultante
e pieno di livore. Mi gettai sul letto e mi tappai le orecchie
con le mani. Non volevo sentirli cos uniti nell'odio,
ma forse li invidiavo.
Almeno avevano qualcosa da condividere.


Capitolo 21.
Non tornai pi al civico 349 di West Ferry Street se non
col ricordo, n rividi pi Jacky DeLucca. In quegli anni, a
mano a mano che crescevo mi estraniavo sempre pi da
Sparta, anche se spesso nei momenti di debolezza e di solitudine
mi pareva di sentire le braccia calde e carnose di
quella donna che mi avvolgevano, i suoi grossi seni soffici
come gommapiuma, il sentore dolciastro del suo corpo
dall'igiene trascurata, all'epoca lo trovai ripugnante ma nel
ricordo era diventato piacevole, la sensazione del bacio impresso
dalle sue labbra sulla mia testa. Quell'effusione mi
era sembrata del tutto spontanea, non premeditata, come
quando un cane o un gatto ti leccano all'improvviso, un
gesto puramente istintivo, una manifestazione di affetto.
E poi quella supplica anelante e infantile dietro cui si nascondeva
la volont imperativa di un adulto Adesso siamo
amiche, vero, Krissie?
Prometti che tornerai a trovarmi.
Naturalmente non lo feci. E con ogni probabilit qualche
tempo dopo Jacky DeLucca and via da West Ferry Street.
Si trasfer altrove, forse cambiando pi volte domicilio,
in Towaga Street, nella ghiaiosa East Sparta.
Il fatiscente villino a schiera dov'era morta Zoe Kruller ai
miei occhi emanava un certo fascino, anche perch in quel
posto proibito, a noi sconosciuto, c'era stato anche mio padre,
come ammise riluttante solo in seguito. S, aveva fatto
visita alla vittima, e aveva avuto rapporti sessuali con lei, qualche
ora prima della sua morte. S, aveva mentito. Ma proclamava
la propria innocenza, e adesso non mentiva.
D'un tratto la seduzione esercitata da quella casa svan;
quando il tempo si fece pi mite, e potei spingermi in bicicletta
sino in Quarry Road, cominciai a sentirmi attratta
dalla casa dei Kruller, dove aveva vissuto Zoe e dove ancora
abitavano Aaron e suo padre Delray. Aaron abita qui!
 vivo e vegeto e non sa niente di te.
Che mistero  l'amore. Si pu essere innamorati di una persona
che non sa nulla di te. Forse la massima felicit si raggiunge
quando si ama qualcuno che ignora la nostra esistenza.
Ancora oggi, dopo tanti anni, quando chiudo gli occhi 
cos vivido il ricordo di quei lunghi e tortuosi percorsi in
bicicletta da Huron Pike Road fino al cavalcavia dal fondo
ghiaioso sul quale, in alto, passavano i binari della ferrovia;
quando mi inerpicavo con la bici per un ripido sentiero
sterrato sin sui binari, pedalando lungo la banchina
tutta accidentata e ricoperta di detriti verso il fiume che distava
mezzo chilometro, e da l sul ponticello sospeso sulle
acque dove, per via dei danni provocati da un recente temporale,
compariva il cartello PONTE PEDONALE CHIUSO PER
lavori.  PERICOLOSO ATTRAVERSARE. Sotto scorreva impetuoso
il Black River, che nasceva in alta quota sugli Adirondack,
formato dalla confluenza di innumerevoli corsi
d'acqua e torrentelli, e sfociava a ovest nel vasto lago Ontario,
dove pap ci portava in gita domenicale, quando era
in vena di scarrozzare la famiglia, sull'estesa spiaggia sabbiosa
di Mexico Bay (che strano nome! A me e a Ben faceva
ridere) vicinissima al piccolo insediamento di Texas. Pur sapendo
ci, non riuscivo a immaginare che quel fiume cos
grande e baluginante, infido e sinuoso, potesse avere origine
da qualche parte, cos come non riuscivo a immaginare
che una realt per me cos vivida qual era la mia vita potesse
avere un'origine, perch il concetto di origine implica
un tempo e un luogo antecedenti all'esistenza di un oggetto
o di una creatura: com' possibile questo?
Lo stesso valeva per il sentimento che provavo per Aaron
Kruller. Non avrei saputo dire con precisione quando
avesse avuto origine, mi sembrava di provarlo da sempre.
Da un punto di vista razionale lo capisco, e di certo lo capivo
anche allora: l'amore per Aaron aveva a che fare con
Zoe Kruller, e con mio padre, con il legame misterioso tra
quelle due persone. Ma come spiegare la profondit dei
miei sentimenti, l'ossessivit? Mi attanagliavano come le
spire di un enorme boa constrictor.
Pedalavo cauta lungo il ponte. I ponti pedonali vanno
attraversati a piedi e non in bici, ma non c'erano adulti che
potessero rimproverarmi. Cercavo di non guardare verso il
basso, di non farmi distrarre dal baluginio delle acque sottostanti
che intravedevo attraverso le fessure tra le sbilenche
assi sconnesse, eppure venivo colta da una tremenda vertigine,
fin quando giungevo sana e salva sull'altra sponda,
e scendevo goffamente per un altro sentiero scosceso che
portava a una strada di servizio nei pressi della stazione
di Chautauqua & Buffalo; superavo il deposito ferroviario
deturpato dai graffiti e da l proseguivo fino in Front Street
e sulla Chadd, poi circa dopo un chilometro e mezzo arrivavo
all'autostrada statale a due corsie, dove sfrecciavano
sbandandomi accanto enormi automezzi che emanavano
nubi di fumo e di calore, e alle volte strombazzavano rivolti
a me, con quegli orribili clacson striduli e acuti, per
avvertire quella solitaria ragazza in bicicletta del pericolo
che correva transitando in quel tratto di strada, dove normalmente
i veicoli procedevano ben oltre il limite di velocit
di novanta chilometri all'ora, spingendosi sino a centodieci
e anche oltre, alle mie orecchie suonavano come il
rimprovero di un adulto adirato Porta via il culo da qui, ragazza,
questo non  posto per te.
Seguivo l'autostrada costeggiando una zona dove sorgevano
siti industriali, depositi e piccole fabbriche, la ditta di
trasporti Atlas, il Servizio veterinario della contea di Herkimer,
dove pap una volta aveva portato un cane randagio
ferito che avevamo trovato in Huron Pike Road; avremmo
voluto tenerlo, ma pap era stato chiaro No, non possiamo,
non  possibile, ora basta, ragazzi. E l, oltre la discarica di
Sparta, c'era Quarry Road, una strada asfaltata percorsa
ogni giorno da pesanti autocarri sferraglianti che facevano
la spola dalla cava di gesso a circa un chilometro e mezzo
da l, alle spalle di un quartiere di piccole abitazioni in legno
costeggiate da vialetti asfaltati, e roulotte color stagno
decorate da bandiere americane: l si trovava l'Officina riparazioni
auto e moto Kruller.
Consisteva in due garage attigui. Su un ampio terreno
brullo erano ammassati un gran numero di motociclette di
seconda mano e altri veicoli, in vendita. Sul retro dell'appezzamento,
al limitare di un lungo vialetto di ghiaia, sorgeva
l'abitazione dei Kruller, una casa colonica vecchio stile
in legno, restaurata, come se ne vedevano tante nella contea
di Herkimer, dipinta di un tenue color pesca e con le imposte
verde limone, si notava la mano di Zoe Kruller nella
scelta di quei colori cos originali, che andavano sbiadendo.
Trovavo alquanto strano che in una casa simile fosse vissuta
Zoe Kruller, quella donna sorridente, dal volto lentigginoso,
che lavorava alla cremeria Honeystone's e che una
volta era comparsa - a meno che non me lo fossi sognato -
nella cucina della nostra casa e mi aveva rivolto la parola
in tono entusiasta e concitato, sorridendo e chiamandomi
Krissie, chiedendomi di non riferire a mia madre che era
stata l, glielo avrebbe detto lei; era davvero strano pensare
che quella stessa donna fosse la cantante che si esibiva
sul palco al Chautauqua Park, riscuotendo applausi entusiastici;
moglie e madre di un ragazzo, che viveva in Quarry
Road in un quartiere abitato, secondo quanto diceva mia
madre, da bianchi poveri, poveri diversi dalla gente di colore
e dagli indiani, forse anche peggiori.
Com'era strano pensare che Zoe, una donna cos piena di
vita, adesso fosse morta.
Pi che morta, ammazzata.
Zoe sprizzava gioia di vivere soprattutto quando si esibiva
al Chautauqua Park, le sere d'estate quando cantava con
i Black River Breakdown. In quelle notti estive mi era permesso
di rimanere alzata oltre l'ora in cui di solito andavo a
dormire, le nove. Sul palco Zoe Kruller appariva ben diversa
da come si presentava nella cremeria, affascinante e sexy
come un'artista della tv mentre con la sua voce roca interpretava
Are You Lonesome Tonight, Up the Ladder and Through
the Roof, Footprints in the Snow, Little Bird ofHeaven, con un
confuso nugolo di moscerini e di falene ronzanti sul capo,
che lei faceva del suo meglio per ignorare. Sfoggiava abiti
sfavillanti con gonne molto succinte oppure lunghe, con lo
spacco fino a met coscia. Le gambe brillavano inguainate
in calze chiare o a rete di pizzo nero, calzava scarpe col
tacco alto, oppure - non credo di essermelo immaginato -
si esibiva scalza o a piedi nudi. Una calda sera d'estate di
tanto tempo fa, a Sparta.
Proprio cos: Zoe si era tolta le scarpe. Si era sciolta i capelli
scompigliati, dalle ciocche chiare, che portava legati
indietro con una specie di fascia, scrollandoli, mentre il
pubblico fischiava e applaudiva.
Quando l'artista sul palco faceva un inchino capivi che
il concerto era finito. Ecco Zoe Kruller che s'inchinava, con
quel radioso sorriso pieno di fiducia, la mano alzata per ripararsi
gli occhi socchiusi dalle luci del palcoscenico, come
non avrebbe fatto un'artista pi consumata, mentre ringraziava
l'uditorio con le parole: Non ho mai avuto un pubblico
come voi... vi amo....
Le luci si spensero. All'improvviso, implacabilmente,
come un pesante sipario che cala.
Quella donna.
S? Quale donna?
Lo sai chi.
La moglie di Del Kruller? E allora?
C' qualcosa tra voi?
Qualcosa... che intendi? Che vuoi dire, Lucille?
Ti ho chiesto se c' qualcosa tra voi.
Di che genere?
Una relazione fra te e lei.
C' quello che c' tra te e Del.
Io non conosco Delray Kruller! E lui non conosce me.
Infatti, Lucille. Siamo pari.
Come sei volgare. Maledetto.
Accadde in macchina, mentre tornavamo a casa. Pap
guidava e mamma era seduta accanto a lui, io e Ben sonnecchiavamo
dietro.
Ripensavo a quei momenti, mentre pedalavo davanti al
vialetto di casa Kruller. Era una diafana giornata d'estate,
il cielo era coperto e una bianca luce incandescente si rifletteva
ovunque. Ero una ragazza di quattordici anni, allampanata
e smilza, da vicino dimostravo meno della mia
et. All'epoca Zoe Kruller era morta - era stata uccisa - da
tre anni e quattro mesi e non avevano ancora scoperto il
suo assassino.
All'Officina Kruller si portavano ad aggiustare veicoli di ogni genere: automobili, furgoni e camioncini, trattori,
motociclette. Il garage assomigliava a una scatola ribaltata
da un lato, da cui fuoriusciva di tutto: veicoli, attrezzi
ed equipaggiamenti, musica rock a tutto volume, meccanici
dalle tute sporche di grasso. Gli uomini parlavano a
voce alta. Ridevano forte, in tono stridulo. Mi premurai di
passare con la bici sull'altro lato della strada, non volevo
farmi ridere dietro, n attirare l'attenzione di quelli del garage,
lavoratori, clienti, lo stesso Aaron Kruller, forse era
uno dei meccanici pi giovani che avevo intravisto con la
coda dell'occhio.
In Quarry Road transitavano spesso dei ciclisti, ma per
lo pi ragazzi. Non era uno spettacolo comune vedere una
ragazza da quelle parti, sola. Con i jeans e il maglioncino
potevo passare per un maschio, non fosse stato per i capelli
biondo chiaro legati a coda di cavallo che ballonzolavano
sul collo. Se qualcuno del garage mi fischiava dietro,
chiamandomi Ehi, ragazza! Ehi, piccola!, il cuore mi batteva
per il timore, o forse per l'eccitazione, non mi guardavo intorno,
sapevo che non poteva essere Aaron Kruller - non
era tipo da fischiare alle ragazze - e di certo nemmeno suo
padre Delray, e chiunque fosse, un meccanico o un cliente,
o qualcuno che bazzicava quel garage, dove di solito si radunavano
un sacco di persone, avrebbe distolto lo sguardo
pochi istanti dopo avermi notato, spinto da una fugace
curiosit maschile, e senza avere il tempo di riconoscermi
Ehi, quella ragazza!  la figlia di Eddy Diehl.


Capitolo 22.
Non ho visto chi mi ha fatto del male. Non conosco il suo nome.
Cos avrei dichiarato. Questa sarebbe stata la mia testimonianza.
Non avevo altro modo di raccontare cosa mi era
successo senza ammettere che me l'ero cercata, altrimenti
perch mai quel giorno dopo la scuola mi sarei intrattenuta
con gente simile in un vecchio carro merci invece di
partecipare alla riunione per l'annuario scolastico dove la
nostra tutor, la signora Finder, mi stava aspettando, delusa
per la mia assenza?
Speravo che fosse l, in quell'altro posto. Alla vecchia
stazione.
Dove certi ragazzi bazzicavano dopo la scuola. Anche
giovani che avevano abbandonato gli studi, pi grandi, di
oltre vent'anni, che spacciavano droga. Si sapeva che erano
amici di Aaron Kruller. Drogati, li avrebbe definiti Ben
con un ghigno, cannaioli, tossici falliti, ma si pu essere felici
a correre certi rischi. Vuoi provare anche tu, Krissie? Vuoi
sballarti? Mi sa che ne hai proprio bisogno tesoro, andiamo, conosco
io il posto.
E cos le seguii. Forse era uno sbaglio - come tutta la mia
vita - ma come potevo saperlo se non correvo il rischio?
Aaron Kruller non c'era.
Poi invece arriv.
... non ho visto chi mi ha fatto del male. Nessuno di loro. Non
li ho visti in faccia, non conosco i loro nomi.
Non ricordo quand' che le cose cominciarono ad andare
storte. N perch. Forse non c' un perch. Quando  colpa
tua. Quando te la sei andata a cercare. Quando sai gi che
stai per commettere un'imprudenza, un'azione rischiosa,
sconsiderata, visto che quelle ragazze non sono tue amiche.
Non c' un motivo se sono qui.
La stazione era fredda e umida, come una cantina. Tossivo,
mi sentivo soffocare. Mi veniva da vomitare. Qualunque
cosa mi avessero dato - Forza, Krissie! Hai bisogno di sballarti,
tesoro - mi tornava su in caldi grumi di vomito acido,
insudiciandomi il golfino.  completamente fatta, ma chi cazzo
? Ges,  solo una ragazzina,  proprio fuori, se va in overdose
chi la porta via? Non io!
Una ragazza mi afferr per un braccio e vi affond le unghie.
Non ne ricordo il nome o la faccia, ma l'espressione
s, era molto preoccupata, inquieta. Forse piangevo, il suo
ragazzo cerc di confortarmi. Ehi, piccola: svegliati! Apri gli
occhi, piccola,  tutto okay.
La ragazza mi tirava i capelli, per svegliarmi. Mi stratton
la testa come fossi una marionetta, gli altri risero. Eravamo
tutti vicini. Il contatto dei corpi generava un intenso
calore. Malgrado ci, in quella stazione dai muri di pietra
faceva freddo, era umido come l'angolo pi remoto della
nostra cantina, dietro il vano caldaia, non ancora ultimato.
E c'era quell'altra ragazza, Bernadette. Erano tutti fatti,
sghignazzavano. Sentivo le loro voci come un ronzio, non
avrei saputo dire quanti fossero n in seguito lo avrei ricordato,
ero scossa da conati, vomitavo caldi grumi acidi
come latte rancido, le mie amiche erano disgustate, le altre
furibonde con me Dannazione, Krista, mi hai vomitato sugli
stivali, l'hai fatto apposta. I ragazzi si sbellicavano dalle
risate, simili a strida animalesche. Le ragazze che litigano
sono proprio divertenti. Non sapevo che la piccola era un
pensierino che volevano offrire ai maschi.
Infatti mi chiamavano belle tettine, fichetta. Oppure piccola,
davanti a me.
Cazzo, quanti anni ha, sembra una bambina. Qui finisce male.
Cristo, ha la nostra et!  in classe con noi.
Credevo che quelle ragazze fossero mie amiche. Erano infervorate,
gli occhi brillavano come frammenti di vetro. Una
di loro mi fece uno strappo nel golfino. Un'altra mi afferr
la testa e me la stratton, voleva farmi vomitare - come se
avessi ancora qualcosa nello stomaco - in un angolo dove
c'era un mucchio di rifiuti da cui esalava un puzzo di urina.
Non riuscivo a capire cosa ci fosse di cos divertente. Le
risate si propagavano tutt'intorno come un incendio, simili a scintille bluastre che guizzavano dall'uno all'altro dei
miei aguzzini. Poi arriv Duncan, voleva conoscere la Piccola/Belle
tettine/Fichetta, la pretendeva come merce di
scambio per la droga che aveva portato. Ero in ginocchio,
vomitavo e ridevo, pensando Almeno gli piaccio, no? Mi trovano
carina, e mi vogliono con loro.
Si passavano lo spinello, ne afferrai uno con gesto goffo
scottandomi le dita, una delle mie amiche dovette tenermi
la mano. Sentivo il fumo rovente in bocca, nei polmoni, se
respiravo era peggio, ma non potevo farne a meno per non
asfissiarmi, eppure stavo soffocando, davanti agli occhi mi
apparve la fugace visione di mia madre che mi fissava in
preda allo spavento e al disgusto Non sei pi mia figlia, sei
sua figlia. Le lacrime mi scorrono sul viso, sto soffocando e
rido, le ragazze che mi hanno portato l - Mira e Bernadette,
due compagne di scuola - mi stanno spintonando, ridono
e squittiscono Smettila di vomitare, ragazza! Ges, o forse
questo  gi successo e sta accadendo di nuovo, il sapore
acido in bocca, il mio bel maglione giallino ricamato con i
boccioli di rosa  tutto imbrattato di vomito, macchie giallognole
come burro rancido, i miei indumenti sono umidi
e maleodoranti, e sotto il maglioncino anche il reggiseno
di cotone bianco  strappato.
Qualcuno mi sta palpeggiando sotto il maglione. Dure dita
maschili, non so se per accarezzarmi o per farmi il solletico.
Perch tutto questo? All'inizio erano carini con la Piccola,
ma all'improvviso le cose sono cambiate, come un
vento gelido che si leva dal fiume, dall'odore salmastro,
nauseabondo, avverto lo squallore come le vampate di calore
che emanano i loro corpi, vedo i loro occhi di ghiaccio
acuminati come piccozze. Duncan Metz  il pi grande, ha
oltre vent'anni, da tempo ha abbandonato la scuola; ha un
collo taurino e i capelli arruffati, una barbetta a punta che
gli conferisce l'aspetto di un disgustoso satiro, un caprone
che si d arie da capo. Duncan Metz era amico di Aaron
Kruller. Li avevo visti insieme per strada. Forse Duncan
Metz lavorava all'officina di Kruller, l'avevo visto passando
davanti al garage, o lui aveva visto me, o forse non era
un meccanico ma uno di quelli che bazzicavano il garage,
aveva portato la sua auto a riparare o ne aveva comprata
una da Delray Kruller, l'aveva fatta modificare, forse una
Chevy Camaro, o una Pontiac Firebird, pap di certo conosceva
quel tipo di macchine, non abbastanza speciali per
lui. Quando vidi Duncan, pensai Adesso verr anche Aaron.
La mia vita cambier, sar bellissimo.
Non  vero, Krista Diehl non frequenta l'ultimo anno
alle superiori di Sparta, non  nella stessa classe di Mira
Roche e Bernadette Hedwig. Krista  al secondo anno. Ha
quindici anni ed  minorenne, Duncan, Jake e R.J., ragazzi
sui vent'anni, stanno riflettendo su questo fatto. A Duncan
piacciono i capelli di Krista, di un biondo chiaro naturale,
le chiede se ha la fica bionda, l'afferra per i capelli
e glieli tira, facendola mugolare dal dolore, le strattona la
testa all'ingi verso l'inguine, Duncan vuole solo scherzare
(vero?), si pavoneggia con gli amici. Krista piagnucola
come una bimba spaventata, una scena che fa sempre ridere.
Quel disgustoso caprone di Duncan Metz tira su la
testa di Krista, la costringe a mettersi in piedi sulle punte
come una ballerina, Belle Tettine sulle punte fa ancora pi
ridere, con la poca lucidit che le rimane sa che  un errore
supplicare qualcuno che si diverte a farti del male davanti
ad altri,  uno sbaglio, ma Krista non pu fare a meno di
implorare No, ti prego, non farmi male, ti prego, un altro ragazzo
cerca di intervenire, muove un'obiezione di ordine
pratico, dettata dal buon senso Duncan, lasciala stare,  troppo giovane, Belle Tettine ti mander in galera, amico, ma Duncan
replica Belle Tettine  fuori di testa, cazzo, sar fortunata
se quando torna in s non si sar fritta il cervello. Nella stazione
qualcuno ha acceso un fuoco, si sente un fetore ammorbante
di immondizia che brucia, di vecchi giornali ammuffiti,
di legno marcio, di foglie imputridite da cui si leva
un fumo acre, bisogna spegnerlo. Ma era sempre freddo e
umido in quella vecchia stazione abbandonata, si vedevano
ancora gli sportelli della biglietteria, le panche per i viaggiatori
ormai divelte, distrutte, si sentiva un tanfo di urina
e di escrementi, perch a volte, quand'era molto freddo,
dei senzatetto vi dormivano sopra, o anche sotto, sul pavimento
sudicio, avvolti dai giornali. Gli altri si passavano
gli spinelli, accovacciati attorno alle ceneri che non emanavano
calore ma un puzzo di rifiuti bruciati, veniva da pensare
Sembra una famiglia che si divide il cibo, solo che il fumo
portato da Duncan  una mistura di hashish e amfetamine,
forte come il veleno, il palato mi brucia, la testa, il cranio, il
cuore mi martellano, poi sento un'ondata di improvvisa felicit,
di calore, un piacevole e pazzesco desiderio di ridere,
come quando pap fa il solletico alla sua piccolina per
scacciare la tristezza, quell'improvvisa risata squittente, o
forse mi sto asfissiando, sto soffocando - mi hanno portato
l per soffocarmi - ho la testa ingolfata, il cervello si gonfia
nel cranio come un pallone sul punto di scoppiare. Ragazza,
te la sei voluta, altrimenti non saresti qui. Dannata stupida
Fichetta, che cercavi qui?
In qualche modo, Zoe Kruller mi recava conforto. In punta
di piedi, china sul bancone di Honeystone's, mi chiedeva
Cosa tu prendi, Krissie? Sentivo il bisogno disperato di
sapere se anche Zoe era stata l. Se ci avevano portato anche
lei. E quando aveva capito che cosa le avrebbero fatto.
Dove stava andando, un luogo da cui non avrebbe pi fatto
ritorno. Quando aveva capito che sarebbe morta. Quando
quell'uomo aveva cominciato a colpirla con il martello,
fracassandole la testa come un melone, gettandola sul letto,
oppure ce l'aveva gi scaraventata, doveva essere in preda
al furore, provava il bisogno di farle del male, una frenesia,
una furia irrefrenabile mentre le torceva l'asciugamano attorno
al collo e stringeva, fino a quando lei aveva smesso
di dimenarsi in quel modo orribile, aveva smesso di respirare,
di lottare. Adesso Zoe non c' pi, e dopo tre anni e
mezzo nessuno sa perch. Nessuno sa chi  stato. Nulla 
cambiato. Il caso non  stato risolto. La faccia di quell'uomo
 un'immagine sfocata, non se ne conosce il nome. Non c'
stato giorno o ora in cui non fossi consapevole di chi ero figlia.
Anche adesso da adulta, proprio come quando avevo
quindici anni, penso spavaldamente Ma io lo amo, non potr
mai smettere di amarlo. Gli creder sempre.
Quel giorno, di primo pomeriggio, era la quinta ora e
io, in aula, fissavo il compito di geometria, mordendomi
il labbro; avvertivo in me un vuoto incolmabile come
una voragine, quand'ecco arrivare Mira Roche, una ragazza
pi grande che conoscevo appena, una del quinto con
il viso e il fisico di una donna adulta, sorrise e si chin su
di me, bisbigliandomi Ehi, Krista, vuoi venire a una festa con
noi, stasera? Bernadette Hedwig si sedette dietro di me e
mi si accost, sentivo il suo alito sul collo, poi mi disse C'
un ragazzo, Krissie, un tipo davvero figo che vuole conoscerti. E
Mira fa S,  vero. L'ha detto anche a me. Dopo, quando andai
in bagno, mi seguirono, Mira da un lato e Bernadette
dall'altro; arrossivo per quelle lusinghe, ero confusa, perch
quelle ragazze pi grandi si interessavano tanto a me?
Mira disse che ero dannatamente sexy con quei fantastici
capelli biondi che Bernadette mi accarezzava, china su di
me come se volesse baciarmi, allora provai un'improvvisa
gioia, credevo che quelle ragazze le avesse mandate Aaron
Kruller, che parlassero di lui. Com'ero entusiasta di essere
stata scelta in quel modo! Fremevo all'idea di piacere
a qualcuno, e pensavo Queste ragazze vogliono diventare mie
amiche. Amiche del cuore. Perch a scuola non ne avevo pi.
Non potevo pi contare sulle compagne di classe di cui prima
mi fidavo. Non volevo pi fare affidamento su di loro.
Era passato un sacco di tempo dall'ultima volta che mi ero
fermata a dormire da un'amica a Sparta, com'era capitato
in un'occasione, prima che il guaio ci sconvolgesse la vita.
Ben e io sentivamo che la gente era dispiaciuta per noi, ci
compativa, e la odiavamo per questo, non bisognava fidarsi
degli amici, avevamo imparato la lezione. Se confessavo
a un'amica che mio padre mi mancava, se le rivelavo
dove viveva pap adesso (a Buffalo), e che lavoro faceva
("Lo stesso lavoro che faceva qui", anche se non era proprio
cos), se affermavo che la polizia di Sparta non l'aveva
mai arrestato perch non ce n'era motivo, non esistevano
prove, di nessun tipo, n mai erano esistite, e malgrado
ci in molti erano convinti che avesse ucciso Zoe Kruller; e
se, sempre pi imprudente, mi confidavo con lei, mettendomi
a piangere, la mia amica mi avrebbe consolato, incoraggiandomi
ad aprirmi, e cos avrei continuato, dicendole
com'era affranta mia madre, com'eravamo tristi io e Ben,
la rabbia che provavamo, quant'era ingiusto e iniquo tutto
quel gran parlare di Edward Diehl alla tv, sui giornali, tutte
menzogne, non c'era modo di cancellare quelle calunnie
o di dire le cose come stavano, quella ragazza avrebbe finto
di comprendermi, di essermi amica, avrebbe detto Oh, Krista,
dev'essere proprio dura,  come quando ti muore un parente,
mia madre  tanto dispiaciuta per te e per tua madre, dice che
non riesce a capire come sia riuscita a superare una situazione
simile, con il dubbio che suo marito abbia fatto del male a quella
donna, che sia stato lui.
Ma Mira e Bernadette non sono cos, penso.
Io e lei andiamo a fare un giro in macchina. Da soli.
Duncan sta dicendo che mi porta fuori. Mi trascina per
i capelli.  il tipo di ragazzo che rimorchia facilmente, non
ha certo bisogno di costringere una ragazza, lei ci andrebbe
volentieri, ma a lui questo non interessa, lo trova noioso,
lo proclama con voce forte e stridente  no-io-sol Ecco
perch a Duncan piace cambiare spesso giro.  arrabbiato
con Belle Tettine/Fichetta o forse finge di esserlo, per poterla
rimproverare, come un padre severo, mi trascina per
i capelli e io lo seguo claudicante come un cane dal guinzaglio corto, sforzandomi di ridere, so che Duncan Metz  un
mattacchione, si fa un vanto di far ridere la gente e quindi
se rido anch'io non  una brutta cosa, no? Se rido e non
piagnucolo per la paura n lo imploro di smetterla non mi
far del male, vero? Oppure, se mi sta facendo male, tanto
che mi metterei a urlare per il dolore alla testa,  solo un
caso, non lo fa apposta,  tutto uno scherzo.
Fuori dalla stazione piove. Nel carro merci di Chautauqua
dove Duncan sta cercando di farmi salire c' un umido sentore
dolciastro di terra putrida e di fertilizzante - andiamo
piccola, collabora! Un due tre - ci sar una logica in tutto
questo, Duncan Metz sta cercando di gettarmi nella carrozza
abbandonata o forse vuole infilarcisi anche lui, o magari
dopo avermi portato l chiuder le porte per intrappolarmi,
dev'esserci una logica in quello che sta facendo, rido
nonostante il panico ma il mio cervello  come spento, registra
solo il fatto che forse qualcuno - uno sconosciuto -
si  frapposto tra noi, un uomo afferra con furia Duncan
per un braccio e gli urla in tono disgustato Lascia in pace
la ragazza, Metz, cazzo lasciala stare, all'improvviso i due si
mettono a lottare, lanciandosi imprecazioni, si colpiscono
con forza, freneticamente, Duncan inciampa e arretra, mi
lascia andare, mi spinge persino verso l'altro mormorando
una parolaccia Vaffanculo Kruller! - mi rendo conto che
l'altro ragazzo  Aaron Kruller - Aaron  furibondo, forse
 rimasto a osservarci da lontano senza intenzione di intervenire,
ma in qualche modo lo aveva fatto, dannazione,
non aveva scelta.
Quando Duncan mi spinse via, persi l'equilibrio e caddi.
Mi sentivo le gambe molli, ero stanchissima! Esausta! Avevo
un disperato bisogno di dormire, di rifugiarmi nel sonno
sulla terra umida, ma Aaron  accovacciato su di me e mi
sta tirando su Alzati, andiamo, ragazza, non puoi dormire qui...
Riesce a mettermi in piedi. L vicino Duncan se la ride
di noi. Aaron lo ignora, mi dice Okay appoggiati a me, non
chiudere gli occhi, cerca di rimanere sveglia. Ges, forza!
Dio, che voglia di dormire. Giacere a terra raggomitolata come un piccolo bruco bianco, senza occhi n orecchie,
il cuore batte a rilento, sento le ossa cave riempirsi di sonno
come di etere ma Aaron Kruller mi sta scrollando, mi afferra
per le spalle e mi scuote, non mi lascia dormire. Pam!
Pam! Aaron Kruller mi schiaffeggia per svegliarmi e cos
spalanco gli occhi.
In seguito compresi il motivo di quel comportamento.
Mi dissi Doveva fare cos, proprio cos.
Perdo sangue dalla bocca. Ho un taglietto sul labbro superiore,
forse procurato dallo schiaffo di Aaron Kruller, o
da uno dei colpi di Duncan Metz. Dalla bocca mi cola un
rivolo di vomito, fin sui vestiti, ciocche di morbidi capelli
biondi intrisi di vomito sono appiccicate al viso. Sta'sveglia,
dice Aaron. Tieni gli occhi aperti. Se ti addormenti vai in
overdose. Mi trascina rudemente come si fa con un ubriaco
che non si regge in piedi, fino alla strada, il braccio intorno
alla vita per sorreggermi mentre Duncan ci urla dietro
qualcosa, come un folle.
Aaron lo ignora. Continua a incitarmi Forza, ragazza, che
ce la fai a camminare. Ci siamo quasi.
Sulla strada c' una macchina ferma, con il motore acceso.
Aaron mi aiuta a salire davanti. Non ho forza nelle
gambe, mi sembra di aver perso una scarpa. La testa ciondola
sul petto come sul punto di staccarsi. Ho ancora tanto
sonno, mi sento cos stordita! Sono di nuovo scossa da
uno spasmo di nausea, da conati di vomito, anche se ormai
ho lo stomaco vuoto, le budella sottosopra, avvelenate;
provo una tale vergogna che mi viene da pensare Non
pu succedere a me, a una ragazza come me non pu succedere
una cosa cos orrenda. Quando finisco di vomitare, con gesti
esperti Aaron mi asciuga la bocca con un fazzoletto di
carta che ha tirato fuori dalla tasca del giubbotto. Deve
provare disgusto ma anche un po' di meraviglia Ges, ragazza!
Guardati.
Con lui mi sento al sicuro. Penso Mi conosce. In tutti questi
anni Aaron Kruller sapeva chi ero.
I mezzosangue crescono in fretta, dicevano.
Mia madre e i suoi parenti. I bianchi, a Sparta. Non con
disprezzo o sdegno, o comunque non sempre, ma in una
sorta di colpevole stupore.
Crescono in fretta. Non hanno molta scelta.
Infatti Aaron Kruller non mi sembrava un ragazzo come
mio fratello Ben. No, Aaron Kruller non era un ragazzino. Non aveva ancora diciotto anni, credo, ma si comportava gi da adulto, un giovane alto e dai modi risoluti che
imprecava sottovoce, quasi sapesse di essere vittima della
sfortuna, una dannata sfortuna che non gli lasciava scelta.
Coinvolgersi emotivamente con Krista Diehl! Non aveva avuto scelta.
Mi port in una casa a schiera in mattoni, in qualche
quartiere di Sparta, non lontano dalla vecchia stazione. Un
villino a schiera in mattoni rossi da cui grondava la pioggia, dentro c'era odore di patatine fritte e di grasso. Mi
fece entrare cingendomi saldamente la vita con un braccio; scivolai, fui sul punto di cadere e di perdere i sensi,
ero troppo istupidita persino per piangere. Aaron mi trascin dentro con gesti energici, passammo davanti a una
donna dall'espressione stupita - una sua parente, di mezza et, non l'avevo mai vista, era venuta ad aprire la porta quando Aaron aveva bussato con i pugni, annunciandosi: Sono io, Aaron! - la superammo e attraversammo
un angusto corridoio con il pavimento in pendenza, come
un castello della paura al luna park, ed entrammo in un
minuscolo bagnetto, dove Aaron mi ordin di lavarmi la
faccia e di pulirmi, se mi accompagnava a casa e mia madre mi vedeva in quelle condizioni si sarebbe spaventata
e avrebbe chiamato la polizia.
E se gli sbirri mi vedevano ridotta in quel modo mi avrebbero arrestato.
Non riuscivo ad aprire il rubinetto del lavandino. Sentivo le ginocchia deboli, mi tenevo in piedi a stento. Aaron imprec sottovoce - mi parve che dicesse che cazzo di
situazione vaffanculo vaffanculo - e mi abbass a forza la testa, apr l'acqua fredda e me la spruzz sul viso accaldato
per rianimarmi, finch non cominciai a tossire e sputare.
Mi chiese quanti anni avevo. Glielo dissi. Scosse la testa,
con quella sua espressione tra il disgustato e lo sbalordito.
Cazzo.
Intendeva dire che ero piccola. Minorenne. Se ci trovavano
insieme, drogata com'ero, e in quelle condizioni, come
se avessi subito violenze di natura sessuale, erano guai.
Aaron? Chi  questa?
La donna ci aveva seguito in bagno, era eccitata e aggressiva
come se avesse perso la pazienza, anzi furibonda. Il
tono familiare ed esasperato con cui aveva apostrofato Aaron
ricordava vagamente il modo di parlare di Aaron, erano
parenti, appartenevano alla stessa stirpe. Lui la ragguagli
per sommi capi su quanto era accaduto alla stazione. Si riferiva
a me con il pronome lei come se non fossi l. Come
se per lui rappresentassi un problema che gli era capitato,
suo malgrado, al quale non poteva sottrarsi.
Oh, Ges. Le hanno... fatto... del male?
Non credo.
Che cosa... ha preso?
Chiediglielo.
La donna scans Aaron. Ormai mi aveva preso a cuore,
come fossi una bimba malata. L'alito caldo sapeva di birra,
aveva una camicetta di flanella rossa attillata sui grossi seni. Si
chiamava Viola, o cos mi sembrava, avevo visto quel nome,
VIOLA, su una targhetta da qualche parte, forse da Kmart.
Era una zia di Aaron - la sorella di Delray Kruller - i lineamenti
ricordavano quelli del nipote, aveva la carnagione
bruna, grandi sopracciglia scure.
La si sarebbe scambiata per la madre di Aaron Kruller,
gli somigliava molto pi di Zoe Hawkson.
Cominciai a notare confusamente un lavandino di porcellana
macchiato, con i tubi a vista, un'antiquata tazza
del gabinetto con un coprisedile di ciniglia rosa, una
grande vasca da bagno tutta graffiata dov'era in ammollo del bucato - asciugamani sporchi, lenzuola, biancheria
intima femminile. Mi venne da pensare al disgusto che
avrebbe provato mia madre davanti a quel disordine. A
quella sciatteria, a quella trasandatezza. Viola chiese ad
Aaron se qualcuno ci aveva seguiti l, lui disse che credeva
di no. Gli domand se aveva visto qualche pattuglia
della polizia nei paraggi, e anche a questo Aaron rispose
che non gli era sembrato. Poi gli chiese se in quella faccenda
c'entrava un certo olandese, o cos mi parve, e lui
replic: No, cazzo.
Ad Aaron non importava niente di quelle domande. Mi
lasci con sua zia, lei aveva il respiro affannoso come se
avesse salito una scalinata ripida. Con gesti bruschi e senza
troppe cerimonie mi ravvi i capelli con una spazzola e
con le dita - aveva unghie dalla forma strana, squadrata,
di un rosso arancio acceso, ma scheggiate - scrost grumi
e coaguli di vomito, di cui l per l non si era accorta. Esasperata,
si lasci sfuggire un'imprecazione: Ohhh merda.
Qual  il problema?
Aaron era tornato, con una lattina di birra aperta. Attraverso
le ciglia appiccicose lo vidi ingollare avide sorsate,
come un uomo sul punto di annegare che inspiri aria. Fu
allora che mi innamorai di lui. Ancora di pi.
Aaron, il giovane Kruller. Il ragazzo che da tanto tempo
seguivo e sognavo, adesso ne vedevo il volto rozzo, l'ispida
barba scura che gli punteggiava le mascelle squadrate,
la fronte e le guance segnate da vecchie cicatrici dovute
all'acne, o che si era procurato giocando a lacrosse, o
forse in qualche rissa, e sul sopracciglio sinistro un orribile
sfregio a forma di amo. Vedendolo l pensai che non
l'avrei nemmeno riconosciuto, mi faceva paura eppure ne
ero perdutamente innamorata, un amore sofferto, di quelli
che lasciano un senso di vuoto alla bocca dello stomaco,
quel sentimento dovette balenare nei miei occhi arrossati
perch Aaron mi fiss, poi distolse subito lo sguardo.
Di nuovo mormor tra s che cazzo di situazione vaffanculo vaffanculo.
Viola gli chiese perch mi aveva portato l, "fatta com'ero",
una ragazza "cos giovane", e lui disse che non aveva avuto
scelta. Poi gli domand se sapeva chi fossi; lui dapprima
non rispose, poi, con un'aspra risata malinconica, disse:
Indovina.
"Indovina"? E come diavolo faccio a indovinare?
Di cognome fa Diehl.
Di cognome... come?
Diehl.
Viola era in piedi alle mie spalle vicino al lavandino, alz
la testa verso lo specchio chiazzato appeso sopra il lavabo
e guard Aaron, dietro di noi nel vano della porta con la
sua birra in mano.
"Diehl"...? Vuoi dire... lui?
Cazzo, chi se no, Vi'? Quanti Diehl ci sono? ribatt
Aaron con una scrollata di spalle. Nello specchio Viola
mi scrutava con sgomento, affascinata. Adesso scorgevo
ancora pi chiaramente la somiglianza tra lei e il nipote:
non solo nei lineamenti e nella carnagione scura, ma
anche in quel modo di contrarre le mascelle, come se temesse
di lasciarsi sfuggire parole terribili, che non osava
pronunciare.
Traevo conforto dalla vicinanza di quella donna, dal calore
fisico che emanava, da quella logora camicia di flanella
che le fasciava i seni, dal modo in cui mi fissava, come
se non riuscisse a capire che sentimento le ispiravo. Doveva
avere l'et di mia madre. Viola Kruller aveva l'espressione
preoccupata, che le disegnava sottili rughe sotto gli
occhi, e un lieve accenno di doppio mento, ma era ancora
una donna piacente, per strada gli uomini si sarebbero
voltati a guardarla.
Infine, a mo' di rimprovero, mi diede una leggera spinta.
La figlia di Ed Diehl! Ges.
Non sapevo che dire. Davanti al lavandino, con il viso
arrossato e i capelli sugli occhi, potevo benissimo fingere
di non avere capito. Ero sballata, "fatta". Sarebbe stato ben
plausibile.
Raddolcita, con un sorriso tirato, Viola disse: Be', tu non
c'entri niente. Sei solo una ragazza. Sei sua figlia, e i figli
non hanno colpa se i padri sono degli assassini.
Avrei voluto protestare Mio padre non  un assassino! Pap
non Io , ma avevo un nodo alla gola.
D'un tratto mi sentii svenire. La debolezza mi assaliva a
ondate, e quella era particolarmente forte. La donna mi sostenne
sotto le ascelle e mi aiut a sedermi sulla tavoletta
della tazza, ricoperta da un lanuginoso copriwater di ciniglia.
Viola Kruller e Lucille Bauer avevano almeno una cosa
in comune: quei lanuginosi copriwater di ciniglia.
Nel bagno al pianoterra mamma ne aveva uno giallo, in
quello al piano di sopra uno rosa.
Mi venne da sorridere al pensiero A mamma questo qui
non piacerebbe.
Sentivo di nuovo le vertigini. Avrei voluto scivolare a terra,
rannicchiarmi sullo sporco pavimento di linoleum del
bagnetto e dormire.
Un piccolo bruco bianco tutto raggomitolato, di quelli
che si calpestano senza nemmeno accorgersene.
No, tesoro! Non qui. Non devi appisolarti. Lo sai che 
pericoloso nello stato in cui ti trovi, tesoro. Meglio di no.
Nooo... La donna mi scroll per le spalle per tenermi sveglia.
Cercai debolmente, a tentoni, la sua mano, mi ci aggrappai
con una tenacia che dovette sorprenderla. Non ricordavo
pi l'ultima volta in cui avevo stretto in quel modo
la mano di un adulto. Va bene, tesoro. Ti reggo io. Va tutto
bene. Vedrai che starai meglio.
Alle, nostre spalle giunse la voce di Aaron - rimasi sorpresa
dalla sua vicinanza, avevo dimenticato che fosse l
- Dovrei portarla fuori di qui e accompagnarla a casa, se
si regge in piedi e la donna replic: Dannazione, Aaron,
avresti dovuto pensarci prima e lui di rimando: Questo
era il posto pi vicino che conoscevo. Lo avresti fatto anche
tu, Vi'. La donna gli chiese: Perch non l'hai portata
all'ospedale, se temevi che andasse in overdose?. Lui
rispose: Respirava bene, ed era in grado di camminare
al che la donna esclam: Allora... portala via, levamela di
torno e Aaron disse: Ho paura di incasinarmi per la libert
vigilata e la donna ribatt: Pensi solo alla tua, di libert
vigilata? E la mia? Dannazione, Aaron. I ragazzi come
te non riflettono.
Dopo quel rimprovero, Aaron tacque. In quella casa battibecchi
del genere dovevano essere all'ordine del giorno.
Nella voce della zia si avvertiva una tenerezza esasperata,
nel nipote un tono fiducioso e conciliante. Ero colpita dal
fatto che quegli estranei sembravano tenere a me. Come se
temessero che andassi in overdose. Ed era strano che si riferissero
a me come fossi una bambina, non responsabile delle
proprie azioni. La donna gli chiese di nuovo se mi avevano
fatto del male - intendeva dire se mi avevano violentato,
lo sapevo - e Aaron rispose che era sicuro di no, altrimenti
avrei avuto dei "segni". Mi sa che se l' fatta addosso,
povera bimba osserv la donna, tamponandomi i vestiti
con un asciugamano umido, e Aaron disse, con quella sua
aspra risata malinconica: Non fa niente, l'importante  che
non sia sangue.
Risero entrambi, zia e nipote. I Kruller che ridevano insieme.
La donna mi colp in viso con l'asciugamano umido,
rimproverandomi bruscamente: Te l'ho detto, tesoro. Non
devi addormentarti. E, rivolta ad Aaron: Se va in coma,
se muore in questa casa, allora s che la tua libert vigilata
va a farsi fottere, signor sapientone e Aaron replic: Vaffanculo,
zia. Se doveva morire sarebbe gi morta.
Storsi le labbra, con sollievo infantile. Non sarei morta!
La donna usc, dopo essersi assicurata che riuscissi a tenermi
in equilibrio, seduta sul water. La sentii parlare al telefono,
in un'altra stanza. Non mi pass nemmeno per la
testa che stesse chiamando il pronto soccorso.
Eravamo di nuovo soli, Aaron Kruller e io. Ma adesso
lui sembrava diverso.
Come se ormai ci conoscessimo. Ci eravamo riconosciuti,
sapevamo chi eravamo.
Tu sei "Krista"... vero? Certe volte, dopo la scuola... ti
vedevo.
Intendeva dire Vedevo che mi seguivi. E so perch.
Non era una domanda. Non c'era bisogno che parlassi,
Aaron conosceva la risposta.
Quel coglione di tuo fratello, "Ben". Lo sa che deve girare
alla larga da me.
C'era del disprezzo nella sua voce. L'orrenda cicatrice a
forma di amo sul sopracciglio sfolgor d'un bianco cereo.
Era sconcertante pensare quanto pareva giovane mio fratello
Ben - il mio "bianco" fratello Ben - rispetto ad Aaron
Kruller. Non aveva ancora la barba, parlava con la voce stridula
di un ragazzino, mentre Aaron aveva una barba corta
e ispida, la voce profonda e beffarda, le grandi mani assomigliavano
pi a quelle di mio padre che a quelle di mio
fratello, ancora da adolescente, quindi l'odio tra loro poteva
rivelarsi pericoloso per Ben. Avrei voluto intercedere
per lui Ma Ben non ti ha mai fatto niente!
Aaron si stagliava su di me, nel vano della porta. Nell'aria
stantia del bagnetto sentivo l'odore del suo corpo, e il sentore
acre di birra del suo alito. Si era tolto il giubbotto, indossava
una maglietta nera con una scritta sbiadita color
lilla: BLACK RIVER BREAKDOWN. Aveva le spalle larghe e le
braccia muscolose, gli avambracci erano ricoperti di tatuaggi
raffiguranti piccoli motivi a geroglifico che conferivano
alla sua pelle scura uno scintillio violaceo fosforescente.
Immaginai che quei tatuaggi fossero recenti. Forse li aveva
fatti fare quando era stato espulso definitivamente dalla
scuola.
Si diceva che anche Delray Kruller avesse il corpo "ricoperto"
di tatuaggi. I parenti di mia madre parlavano con
disgusto e indignazione di quell'uomo. Reputavano il marito
di Zoe Kruller un bastardo mezzosangue, un teppista assassino
fuori di testa.
Sostenevano apertamente - come molti a Sparta, per lo
meno quelli schierati con mio padre - che non c'era da sorprendersi
che un ex galeotto di Attica, un motociclista degli
tell's Angels, avesse ucciso la moglie a martellate, l'avesse
strangolata e chiss cos'altro, maniaco e pervertito com'era.
Come se mi avesse letto nel pensiero, Aaron esclam
all'improvviso, in tono sgarbato: Sai una cosa, Krista? Puzzi
di vomito.  meglio che ti sciacqui la bocca.
Quanto odio nella sua voce! Sembrava che il volto avesse
mutato forma, adesso era quello triangolare di un cobra.
Poi con gesto rude si appoggi dietro di me, inchiodandomi
contro il bordo duro del lavandino, e riemp di acqua
fredda una tazza di plastica rosa fucsia che aveva preso dal
davanzale - forse la zia vi teneva lo spazzolino da denti.
L'orlo era incrostato di rossetto, ma quando Aaron me la
avvicin alle labbra non mi ritrassi schifata, come una bimba
diligente che spera di evitare la punizione mi sciacquai
obbediente e sputai l'acqua sporca nel lavandino.
Dalla bocca colava sangue, misto a saliva e ad acqua
tiepida.
Chiusi gli occhi e appoggiai la fronte sul lavandino, volevo
scivolare nel sonno e dormire sullo sporco pavimento
di linoleum, ma Aaron mi scroll di nuovo. Dannazione!
Ho detto di no.
Mossi le labbra, troppo debolmente perch il ragazzo irritato
mi udisse. Cercavo di dire Voglio solo dormire qualche
minuto. Poi vado a casa.
Dannazione, tieni gli occhi aperti, Krista. Ce la puoi fare.
Potrei dormire un po' tra le tue braccia. Poi andrei a casa.
A voce bassa, per non farsi sentire dalla zia, Aaron disse:
Tuo padre si scopava mia madre, eh? "Eddy Diehl". Li ho
visti insieme. Un mucchio di volte.  stato "Eddy Diehl",
non mio padre - chiunque l'abbia uccisa,  stato lui.
Per l'eccitazione pronunciava frasi incoerenti, ma lo capivo
benissimo.
Vuoi mettere anche me nei guai, eh? Perch mi seguivi?
Mi fissavi! Come per dire: "Ehi, sono qui. Vienimi dietro.
Provaci".
Aaron premeva forte, era chino su di me come in una goffa
presa da lottatore. Sentivo il suo torace massiccio, l'inguine,
avvertivo la tensione che lo attraversava come la cruda
vibrazione di un motore, l'improvvisa e calda ondata di
un impulso sessuale. Conoscevo il corpo dei maschi, sapevo
com'erano fatti, anche se l'unico corpo nudo che avessi
mai visto era quello di mio fratello, quando era molto pi
piccolo, sapevo che a premere contro le mie natiche era il
pene di Aaron Kruller, duro, pressante, mentre lui mi stringeva
la gola con le mani dalle grosse nocche:  cos che
ha fatto? In questo modo? Cos?. Lottavo fiaccamente, ero
troppo debole per liberarmi, le grosse dita mi serravano il
collo, quel ragazzone grugniva curvo su di me, ne sentivo
il peso sulla schiena, mi premeva sulla pancia, sul bacino,
sul piccolo e aguzzo osso pelvico schiacciato contro il
bordo di porcellana del lavandino. Oh! Oh! Oh! - cercavo
di rimanere ferma, sapevo che se continuavo a lottare Aaron
mi avrebbe stretto ancora di pi la gola. Il mio istinto
era di arrendermi. Di placare chi mi odiava, chi desiderava
farmi del male. Ero convinta che se non avessi opposto
resistenza avrebbe avuto piet di me. Pensavo Devo fare in
modo che mi ami, cos non vorr pi farmi del male.
Quella consapevolezza mi arrivava da lontano, in seguito
ci avrei visto la mano di Dio.
Perch Dio ci parla solo in momenti come quello, attraverso
l'istinto.
O forse stavo per morire. Forse quelli erano i segni che
annunciano la morte. Quando stai soffocando la volont
di inalare aria  cos imperiosa che ti convinci che stai respirando,
che se riesci a rimanere immobile senza opporre
resistenza al tuo aggressore presto starai meglio. L'altro
non deve avere l'impressione che gli stai resistendo, altrimenti
ti punir pi duramente. Forse ero sul punto di svenire
per lo scarso afflusso di ossigeno al cervello, forse la
morsa attorno alla gola era pi stretta di quanto desideravo
credere, forse Aaron Kruller non mi era amico ma voleva
solo farmi del male e trarne piacere, e non potevo resistergli
altrimenti ne avrei scatenato ancora di pi la rabbia,
la sua era una furia di natura sessuale, una volta suscitata
deve trovare uno sfogo.
Di sesso ne sapevo ben poco, ma questo lo sapevo. Una
volta risvegliato, il desiderio sessuale  come un fiume in
cui si riversano piccoli affluenti impetuosi, che lo ingrossano,
ne accelerano la corrente, lo fanno scorrere a valle inondando
i sensi fino a farli esplodere.
Il sesso  come una piccola morte, per annegamento. La
temi e te la aspetti, non puoi farci niente, devi affrettarti
nella sua direzione come ci si affretta verso un precipizio,
si sprofonda in un gorgo d'acqua e si affoga.
 cos che ha fatto, eh? Cos...
Si riferiva a mio padre, lo sapevo. A mio padre, e alle sue
mani serrate attorno al collo di Zoe Kruller. A lui che l'aggrediva,
la strangolava. Ecco cosa intendeva Aaron Kruller.
Nell'altra stanza la donna stava ancora parlando al telefono.
Ignorava quello che il nipote stava facendo alla ragazza
minorenne che le aveva portato a casa, non ne aveva
la minima consapevolezza, la pi pallida idea. Perch io
non gridavo, se ci avessi provato Aaron Kruller mi avrebbe
tappato la bocca. Se avessi cercato di lottare mi avrebbe
fatto del male, furioso com'era.
Era passato pochissimo tempo. Nemmeno due minuti.
Dallo specchio chiazzato dell'armadietto dei medicinali mi
parve di scorgere Viola nell'altra stanza, di spalle, che parlava
nel ricevitore di plastica del telefono, dimentica di noi
nel bagno a qualche metro da lei.
Dalla gola di Aaron usc un piccolo grido strozzato, smise
di ansimare, il suo corpo vibrante s'irrigid. Era finita.
Ges...
Come in preda a un delirio mi spinse via. Non gli servivo
pi, mi aveva usato. Mi allontan come si getta uno
straccio sporco.
Quando riprese fiato mi disse: Ehi. Stai bene. Nessuno
ti ha fatto niente, ragazza. Guardami.
Non riuscivo a guardarlo. Mi afferr il viso e lo sollev,
come fosse una maschera.
Ero stordita, non riuscivo a pensare con lucidit. Provavo
dolore dove mi aveva schiacciato - le spalle, la schiena,
la pancia, in pratica tutto il corpo.
Cercavo di riprendere a respirare in modo normale, boccheggiavo
alla ricerca di aria. Sentivo pulsare un'arteria
nella gola.
Dannazione. Ti ho detto che nessuno ti ha fatto niente.
Respira.
Feci come mi aveva detto: respirai.
Riuscivo a tenermi in piedi, a fatica. Non mi misi a piagnucolare,
e non feci smorfie di dolore. Volevo mostrare a quel
ragazzo furibondo, con il viso arrossato e lo sguardo torvo,
come intagliato da una piccozza, che respiravo normalmente.
Era vero, nessuno mi aveva fatto del male.
N Duncan Metz, n Aaron Kruller. S, il corpo mi doleva
per le loro mani rozze e avevo il collo arrossato per la
stretta di quelle ferree dita, il giorno dopo avrei avuto dei
brutti lividi sulla pelle, ma li avrei nascosti indossando un
maglioncino a collo alto e nessuno se ne sarebbe accorto,
nessuno avrebbe saputo, se mia madre avesse notato qualche
livido pi evidente, se mi avesse spogliato e avesse gridato
alla vista dei segni lasciati dai miei aggressori sulle
braccia, sulle cosce, sulle costole, le avrei detto quello che
Jacky DeLucca aveva riferito alla polizia Non ho visto in faccia
il mio aggressore. Non so chi sia.
Mi accompagn a casa. Quella sera Aaron Kruller os accompagnarmi
in Huron Pike Road.
Durante il tragitto parlammo poco. Era tardi, quasi mezzanotte.
La zia di Aaron, Viola, mi aveva fatto bere del caff,
dicendomi con aria risoluta Un po' di caffeina ti far bene.
Non so cosa dirai a tua madre, ma non coinvolgere Aaron, e soprattutto,
ragazza, non coinvolgere me.
Glielo promisi, non lo avrei fatto.
Quando assaggiai quel forte caff nero ebbi un conato
di vomito, ma mi sforzai di mandarlo gi, fino all'ultimo
sorso.
Proprio come avevo fatto quando mi ero sciacquata la
bocca che sapeva di vomito con la lucida tazza di plastica.
In punto di morte si impara a obbedire. Si impara a trarre piacere dall'obbedienza, un dolce piacere intenso altrimenti
inconcepibile.
Per tua fortuna non sei morta l. Avrebbero abbandonato il
tuo cadavere laggi, ragazza. In un carro merci. Sulla banchina
del fiume. Aaron ti ha salvato la vita, quindi non metterlo nei
guai, mi ascolti?
L'ascoltavo. La ringraziai. Dall'espressione dei loro visi
capii che non vedevano l'ora di liberarsi di me, come se
quella sera non fosse successo niente.
Aaron mi accompagn a casa, non mi chiese dove abitavo.
Avrebbe potuto fingere di ignorare l'indirizzo di Eddy
Diehl, ma certamente tutti i Kruller sapevano dove viveva.
Anche Aaron Kruller. Come io mi ero spinta in bicicletta
davanti a casa sua e all'officina del padre in Quarry Road,
cos forse aveva fatto lui passando davanti a casa nostra,
in Huron Pike Road.
Rimanemmo per lo pi in silenzio. Adesso che ero sobria
- o quasi, zia Viola mi aveva sfregato uno strofinaccio sulla
faccia con aria di rimprovero, mi sentivo la pelle come
scartavetrata e tra i capelli non c'erano pi resti di vomito
- ogni domanda mi sembrava stupida, come le battute
del personaggio di un fumetto racchiuse nella nuvoletta
sulla sua testa.
Ricordo di avere chiesto a un certo punto ad Aaron: Cos'
quella cosa che si m-muove?, in tono improvvisamente
allarmato. Mi dolevano gli occhi ma cercai di focalizzare
lo sguardo sulla strada che scorreva davanti a noi, illuminata
dai fari gialli della macchina di Aaron, e con la coda
dell'occhio, come da una fessura ai margini del mio cervello,
affior un'immagine liquida e tremolante, come piombo
fuso o mercurio, appena visibile e riconoscibile tra le ombre
sulla sinistra della strada; Aaron rispose che era il fiume.
Il f-fiume?
Il fiume. Vicino a casa tua.
Fissai le scure acque increspate, simili a metallo fuso. Era
come se lo vedessi per la prima volta, pur avendo sempre
vissuto in Huron Pike Road, lungo il Black River.
Forse Aaron scorse la paura sul mio volto, e forse volse
lo sguardo per non vederla.
Dopo qualche istante disse: Ora stai bene. Fatti una dormita
e starai meglio. Ti passer tutto.
S.  cos, pensai.
Aaron si ferm all'imbocco del vialetto. Con espressione
guardinga e circospetta ne valut la lunghezza, ed esit, accigliato.
Pensi di farcela? Non voglio entrare l.
Mi affrettai a rispondergli di s.
Sai, se entro ci metto un casino a girare. Tua madre si
affaccer per vedere chi .
Gli assicurai che ce la facevo, e che avrei inventato una
scusa plausibile con mia madre per spiegare quel ritardo, e
perch non l'avevo chiamata; no, non le avrei detto dov'ero
stata n con chi.


Capitolo 23.
17 aprile 1985
Caro Aaron,
grazie per avermi salvato la vita.
Krista Diehl
Ma non era proprio cos. Probabilmente no. Era un'esagerazione.
Duncan Metz non mi avrebbe uccisa, credo. Pi ci pensavo,
e ci riflettei a lungo, pi mi convincevo che voleva
solo divertirsi a prendermi in giro, forse farmi del male,
s, magari mi avrebbe violentata, ma non credo che mi
avrebbe uccisa, come non credo che sarei morta per la droga
che avevo fumato.
Mettiamo che Duncan mi avesse abbandonata in un
carro merci. Sarei rimasta l tutta la notte. Dopo mezzanotte,
se non prima, mia madre avrebbe chiamato la polizia
e in qualsiasi condizioni fossi, in stato comatoso, di
semincoscienza, gemente, piagnucolante e in cerca disperata
di aiuto, la mattina un operaio delle ferrovie mi
avrebbe trovata.
O, pi probabilmente, come riflettei ancora pi a fondo
nei giorni seguenti, una delle ragazze, Mira o Bernadette,
si sarebbe preoccupata e in preda ai sensi di colpa avrebbe
chiamato la polizia, quella notte stessa. Avrebbero denunciato anonimamente che c'era una ragazza in un carro
merci - Sembra in overdose, o forse  stata picchiata - e la
polizia e le squadre di emergenza mi avrebbero cercata e
rintracciata prima che fosse troppo tardi.
Ne ero sicura. Mi avrebbero trovata, non sarei morta.
Duncan Metz e i suoi amici non volevano uccidermi.
17 aprile 1985
Caro Aaron,
Grazie.
La tua amica,
Krista Diehl
Non potevo inviare nemmeno quel biglietto. Troppo
conciso, scialbo, striminzito, banale. Non esprimeva affatto
quel che provavo.
Come il silenzio attraverso cui si propaga il rintocco di
una campana, che permette di udirlo. Senza quel silenzio
ci sarebbe solo un frastuono. Era cos che sentivo il bisogno
di parlare ad Aaron Kruller. Con poche, semplici parole,
taglienti come pietre aguzze.
Ma non riuscivo a scriverle. Non ne ero capace. Le frasi
che buttavo gi con la mia grafia da scolaretta erano
inadeguate.
Strappavo e gettavo via quei bigliettini. Immaginavo
Aaron Kruller aprire la busta e spiegare il foglietto, le sopracciglia
aggrottate. Probabilmente sarebbe stata la prima
"lettera" mai ricevuta in vita sua e ne avrebbe provato imbarazzo,
o sarebbe avvampato di fastidio.
Se quel giorno fosse stato il padre a ritirare la posta,
l'avrebbe preso in giro.
Hai una ragazza che ti scrive? Chi cazzo ...?
23 maggio 1985
Caro Aaron,
un tempo, quando ero bambina, credo di avere amato
tua madre. Non odiarmi se ti dico che amavo il suo nome,
"Zoe". Era musica per le mie orecchie. Come le canzoni che
"Zoe" cantava sul palco, ci facevano sorridere, a volte piangere,
ma quasi sempre sorridere. Ricordo quando tua madre
lavorava da Honeystone's, non dimenticava mai il mio
nome, Krissie. Da bambini si pu amare la madre di qualcun
altro come la propria. Si pu desiderare che la madre di
qualcun altro sia la propria madre. Anche se in realt non
si conosce quella persona. Come io in realt non conosco
te. Eppure ti amo.
Krista Diehl
Com'era ridicolo! Imbarazzante.
Se avesse ricevuto quella lettera, Aaron Kruller l'avrebbe
strappata. Sul viso scabro si sarebbe disegnata una smorfia,
come per un cattivo odore.
12 giugno 1985
Caro Aaron,
voglio riprovarci. Non riesco a trovare le parole. Non dimenticher
mai le premure che hai avuto per me. Quella sera
tu e tua zia vi siete presi cura di me. Provavi vergogna, credo.
Per quello che mi hai fatto. Il risvolto sessuale della faccenda.
Adesso quella cosa la faccio da sola pensando a te,
Aaron. Mi stringo le mani attorno alla gola fin quasi a soffocare.
Mi si annebbia la vista, non vedo pi niente. Il sesso
 cos forte. Cos dolce. Dicevi:  cos che ha fatto, cos ha
strangolato mia madre, ma non  vero, Aaron. Sei convinto
che sia stato mio padre a strangolare tua madre, Aaron, ma
non  cos. Ne sono certa.
Krista
Strappai disgustata queste e altre lettere scritte ad Aaron
Kruller. Naturalmente non gliene inviai mai nessuna,
nemmeno nei momenti di maggiore debolezza, quando mi
struggevo d'amore, ma ancora oggi ricordo il suo indirizzo:
Quarry Road n. 1138.
Dopo quella volta non passai pi in bicicletta davanti
all'Officina Kruller. Non mi spinsi pi in bici fino in Quarry
Road.
Da quella sera di aprile del 1985 passarono diciassette
anni prima che parlassi di nuovo con Aaron Kruller.


Capitolo 24.
Una voce profonda e gutturale, carezzevole e inquietante
risuon come un ringhio, o la lama d'un coltello: Ehi, piccola!
Oggi sei proprio indiavolata!.
Fischi assordanti. Canzonatori. Con gesto repentino, avvitandomi
sul busto, avevo strappato il pallone dalle mani
di una delle pettorute ragazze della riserva Seneca, e adesso
Irene Griggs mi stava caricando con sguardo feroce e i
gomiti alzati, bam! - mi mand lunga distesa. L'arbitro fischi
il fallo. Le ragazze di entrambe le squadre ridevano
di me. Dovevano trovare comica la scena: che diavolo le era
preso, a Krista Diehl? Era la terza o quarta volta durante
quella partita che mi lanciavo sulla palla, come se ne andasse
della mia vita, cercando di sgusciare sotto il braccio
di una guardia, dribblando velocemente per il campo diretta
a canestro come se avessi qualche remota possibilit di
fare centro, prima di venire stoppata da una ragazza come
Kiki, o Dolores, o Irene Griggs, quella con i capelli irti sulla
testa, che mi sbatteva gi, mandandomi a gambe levate.
L'arbitro era la nostra insegnante di educazione fisica, la
signora Ritsos. A volte le ragazze pi grandi, sue amiche,
la chiamavano per nome, Marion.
Krista! Se giochi in modo cos spericolato ti farai male.
Con me la signora Ritsos aveva un atteggiamento protettivo,
pur disapprovandomi: non capiva perch non giocassi
a basket con le ragazze del secondo anno invece che con
quelle pi grandi, del quarto e del quinto. Ero la pi giovane
e la pi minuta, subivo sempre falli. Mi buttavano a terra
e mi rialzavo, rossa in viso e imbarazzata, zoppicando,
ma ansiosa di ricominciare.
Bisogna essere pi aggressivi, aveva detto. Mi aveva sgridato
Devi essere pi cattiva, rischiare di pi.
Se hai paura di farti male, Krissie,  meglio lasciar perdere.
Stavo ridendo. Mi asciugai il viso accaldato con la maglietta
della scuola. Ero contenta dei due tiri liberi che mi
ero guadagnata per il fallo subito: sbagliai il primo ma con
il secondo segnai. Le mie compagne di squadra mi acclamavano:
Cazzo, Krissie  proprio indiavolata.
Ridevano di me, ma erano colpite dall'audacia che mostravo.
Dalla mia spericolatezza.
Giocare a basket mi eccitava, ancora di pi se era rischioso.
Soprattutto da quando pap mi aveva visto e mi
aveva rimproverata, notando i miei difetti e dandomi consigli
per superarli. Avvertivo fitte brucianti all'addome
per l'euforia del rischio, potevo farmi male se non ero veloce
o abile abbastanza. Immaginavo di vedere mio padre
con la coda dell'occhio, all'entrata della palestra, dove stazionavano
degli uomini, numerosi ragazzi pi grandi che
seguivano la partita delle loro fidanzate, preferivano starsene
appoggiati alle porte invece di sedere sulle gradinate
ben illuminate. Ha detto che questa settimana sarebbe venuto a
Sparta. Che si sarebbe fermato al Days Inn. Sarebbe entrato in
palestra senza farsi notare, sarebbe apparso all'improvviso.
Sarebbe rimasto impressionato nel vedere con quanta
grinta giocavo adesso, come tenevo duro, che coraggio dimostravo
con quelle ragazze grandi e robuste.
Una della mia squadra mi pass la palla. Stavo per perderla,
invece la presi! Mi chinai, ruotai su me stessa e mi
lanciai palleggiando per il campo cos rapida da sorprendere
quella che mi marcava, la superai e puntai dritto a canestro,
saltai, tirai e feci centro...
Fischi e applausi per Krista Diehl. Ma Irene, quella dai
capelli irti, che mi marcava, era parecchio incavolata, mi
sgambett e mi affibbi una gomitata nella schiena, tanto
per mettere le cose in chiaro, come un buffetto affettuoso.
Mi mand a gambe levate per la seconda volta in cinque
minuti e di nuovo la signora Ritsos fischi, stavolta arrabbiata
ed esasperata, stagliandosi su di me: Tutto bene, Krista?.
Le risposi di s, alzandomi sulle ginocchia anche se la
testa mi martellava e avvertivo un ronzio alle orecchie. Alcune
ragazze fecero capannello attorno a me, guardandomi
dall'alto; segu un lungo istante di silenzio, ero rintronata,
avevo battuto a terra con la tempia destra, sentivo la
caviglia destra come stretta in una morsa, avevo la schiena
dolorante per la rude gomitata di Irene e - Ges - a terra
c'era del sangue, avevo una ferita al sopracciglio destro.
La signora Ritsos disse: Forza, Krissie, andiamo in infermeria
ma io non volevo andare, intendevo tornare a
giocare, mi spettavano i due tiri liberi per il fallo subito ed
ero decisa a segnare, per i muri della palestra sembravano
inclinarsi e in alto il soffitto brillava di un'accecante luce
fluorescente, mi sembrava che pap mi stesse osservando,
adesso era orgoglioso della sua Krista, sua figlia non era
una che si dava per vinta. Mi sgorgarono delle lacrime Pap,
vieni e portami via, mi sento cos sola.
Quella fu l'ultima volta che giocai a basket con quelle ragazze,
anzi, non giocai mai pi a scuola.
Chiamai il Days Inn chiedendo di parlare con "Edward
Diehl", ma l'impiegata mi disse che non c'erano clienti con
quel nome.
Protestai, non poteva essere. Quell'uomo era mio padre
e aveva promesso di fermarsi in quell'albergo. La donna
controll di nuovo, o finse di farlo, poi ripet: Qui non figura
nessuno a nome "Edward Diehl".
E sotto un altro nome? Potrebbe essersi registrato sotto
un altro nome.
Be', in questo caso non posso aiutarla, signorina.
Devo parlargli,  urgente. Lui ...
Mio padre. Lui  mio padre.
Mi aiuti a trovare mio padre.
Appesi il ricevitore. Ero sconvolta! E risentita, pap aveva
detto che si sarebbe fermato parecchi giorni a Sparta, ed
era solo gioved. Eravamo molto legati, non potevo credere
che fosse andato via senza salutarmi.
Ero disperata per causa sua, non sapevo nemmeno
io perch. Ormai era uscito da anni dalle nostre vite.
Ma avevo ancora tanto bisogno di lui. Mi aiuti a trovare
mio padre.
Avevo sbattuto la testa sul campo da basket, sulla guancia
destra avevo un livido, e un taglietto sul sopracciglio.
Sarebbe guarito, non sarebbe rimasta una cicatrice come
quella a forma di amo che aveva Aaron Kruller. Mi doleva
la caviglia destra, camminavo zoppicando lievemente con
una smorfia di dolore. Inciampai sulle scale della scuola. 
stato mio padre, mi dicevo.  colpa sua.
Ma quando mia madre not quei segni e mi chiese cos'era
accaduto, le risposi che mi ero fatta male giocando a basket.
A basket! ribatt. Non pensavo che uno sport cos
rude andasse bene per le ragazze.
Qualsiasi sport praticato con grinta  rude replicai con
una scrollata di spalle. Era un'osservazione che avrebbe potuto
fare mio padre.
Mia madre trasse un brusco sospiro. Nelle mie parole aveva
colto l'intonazione di mio padre, e percepito il rimprovero.
Pi tardi, come se si fosse preparata con cura quell'annuncio
e avesse voluto comunicarmelo con calma, mi disse:
Se quell'uomo cerca di nuovo di incontrarti, Krista, se
si fa vedere dove gli  proibito, non devi seguirlo, Krista.
Non devi.
Non replicai. Evitai di guardarla negli occhi.
Mi disse che aveva chiamato la scuola. Aveva parlato con
il preside, il vicepreside e il tutor, una sua ex compagna di
scuola. Li ho allertati e messi in guardia spieg. Sanno
dell'ordinanza del tribunale. Se mia figlia viene rapita da
suo padre nelle propriet dellistituto, in violazione di quella
disposizione, li riterr legalmente responsabili.
Mi chiesi se fosse possibile. Sorrisi con espressione incerta,
come se non avessi capito bene.
Proprio cos! Li riterr legalmente responsabili, sar arrestato.
Hai capito?
Il cuore mi batteva forte, provavo astio e risentimento
per quella donna, ma tacqui.
La pelle di mia madre sembrava ricoperta di stucco. Aveva
delle striature verticali sotto gli occhi, come se le lacrime
le si fossero raccolte in rivoletti.
Pensai S, lo so che ti ha ferito. Ti ha tradito. Lo so che stai soffrendo,
ma non mi importa, sono sua figlia e non la tua.
Era vero? O desideravo solo che lo fosse?
Mi hai sentito, Krista?
S.
Quando mia madre era spaventata, o si sentiva minacciata,
parlava a singulti come se avesse il fiato corto. Mi
accorsi che le sue mani desideravano ardentemente stringermi
a s. Quelle mani mi erano pi familiari delle mie.
Mi rendevo conto che voleva toccarmi, accarezzarmi, darmi
dei buffetti, dei pizzicotti, tenermi tra le braccia come
quand'ero piccola, ma ormai non osava.
Colui che ama ha bisogno di toccare l'oggetto del proprio amore,
una madre ne ha diritto. Altrimenti si sente defraudata. Perde
la propria identit. Ma ero troppo giovane e incurante per
capirlo.
... devo sapere se posso fidarmi di te, Krista! Dopo tutto
quello che la nostra famiglia ha passato per colpa di tuo
padre. Sappi che tuo padre ... non ... una persona stabile.
D'accordo, certe persone lo trovano... "affascinante". Ma 
una persona negativa, e...
Continuava a muovere la bocca, pronunciando parole
pungenti come piccoli insetti, zanzare o moscerini. Vidi
le sue mani annaspare, si cercavano, un gesto che cominciava
a farmi paura, perch inconsciamente avevo iniziato
a imitarlo: se le stringeva come se stesse torcendo
uno straccio. Per non provare compassione per lei ricordai
le parole rabbiose uscite da quella bocca qualche sera
prima Mi fai schifo, Krista! Sei disonesta, diventerai come tuo
padre, un traditore...
... eh? Me lo prometti?
S, mamma. Te lo prometto.
Perch  finita, sai. Non importa cosa ti dice, se ti supplica,
 finita. Non  rimasto pi niente.
Lo avvertir, pensai. Ma non avevo modo di contattarlo,
di dirgli di non farsi vedere a scuola. Aspettai ansiosa tutto
quel gioved, e il venerd, ma lui non si fece vivo, allora
fui colta da una nuova inquietudine Forse ha lasciato Sparta.
 andato via senza salutarmi.
Trascorsi il fine settimana in uno stato di confusione mentale.
Avevo capito che mio padre non sarebbe mai tornato
nella casa da cui era stato scacciato. Sapeva che mia madre
avrebbe chiamato la polizia e che l'avrebbero arrestato,
per fermarla avrebbe dovuto farle del male e non era ancora
cos disperato.
L'hai visto? mi chiese Ben. Cosa diavolo vuole?
Gli risposi che non l'avevo visto.
Sei una bugiarda. Ho sentito che mamma ti parlava.
Cosa vuole... tornare qui? Che vada al diavolo.
Non replicai. Stavo pensando che il luned sarebbe stata
una giornata cruciale: sarebbe venuto a scuola. Era il posto
pi logico dove trovarmi, al di fuori di quella casa.
E invece il luned... fu una delusione! Non c'era l'allenamento
di basket, quindi non avevo motivo di rimanere dopo
le lezioni e attardarmi nei pressi dell'uscita posteriore, mentre
le mie compagne di classe si precipitavano spintonandosi
nell'aria fredda e i pulmini parcheggiati lungo il marciapiede
partivano emettendo gas di scarico. Non c' niente di pi fastidioso
dell'aria fredda ammorbata dai tubi di scappamento
dei pulmini scolastici. Me ne stavo da sola come in attesa -
di cosa? di chi? - mentre gli altri mi superavano senza quasi
notarmi, o lanciandomi occhiate irritate, o perplesse, avvertivo
una sensazione di estraneit verso quel posto, quegli
sconosciuti, persino Ben era diventato un estraneo per me,
non potevo fidarmi di lui. Mi rivolgevo mentalmente a mio
padre, doveva pensare a me visto che lo evocavo, promettendogli
Pap, rischier di pi, non sono una che si d per vinta!
L'autobus che mi avrebbe portato a casa part, con gli altri.
Rimasi l ad aspettare come una stupida, dietro l'ingresso
posteriore, troppo agitata e inquieta per trovare un'aula
vuota dove mettermi a fare i compiti, indugiai vicino alla
porta con la fronte appoggiata contro il vetro finch dopo
un'ora arriv un altro pulmino, si ferm lungo il marciapiede
e vi montai insieme agli altri.
Il giorno seguente mi aggiravo come una sonnambula
per i corridoi affollati dove risuonava il brusio di un vespaio,
cercando di non farmi urtare. Non sopportavo che
mi sbattessero contro, che mi spintonassero. Certi maschi
urtavano di proposito le ragazze che se ne stavano per conto
loro, come Krista Diehl, dovevo evitarli senza far capire
che ero consapevole della loro presenza. Persino gli insegnanti
a cui ero sempre stata simpatica e che mi sorridevano
avevano una cupa espressione di compatimento nei
miei confronti Diehl? Suo padre non  quello che ha ucciso quella
donna qualche anno fa?...
Oppure, Povera Krista. Suo padre  detenuto ad Attica, vero?...
Mi chiedevo come facesse Ben a sopportare quella situazione.
Perch di certo sapeva, e il suo risentimento era
molto pi forte del mio.
Mi nascosi nei bagni delle ragazze al primo piano, come
gli studenti che facevano uso di droghe. Saltai la lezione
d'inglese, la mia preferita, pur consapevole che notando il
mio posto vuoto la professoressa avrebbe detto Oggi Krista
Diehl  assente? Dal registro non risulta. Quante volte a scuola,
non sopportando quegli occhi puntati addosso, dovevo
nascondermi nel bagno, o in un gabinetto dai muri deturpati
da scarabocchi e disegni, rozzi cuori con delle iniziali
come in un segreto codice del desiderio. In quei momenti,
cosa che facevo spesso nel mio letto, mi portavo le mani
al collo. Prima delicatamente, esitando, poi stringendo un
po' pi forte, come aveva fatto Aaron Kruller serrando le
mani sulla mia gola. Stringevo a poco a poco, fino a quando sentivo i battiti accelerare. Stringevo fino a vedere dei
puntini luminosi. L'impetuosa vita del sangue, nella grossa
arteria palpitante. Il corpo ha una sua esistenza che la mente
non pu controllare. E cos che ha fatto? Cos? Cos? Sentivo
l'odore del corpo di Aaron, acceso di desiderio. Ero sul
punto di svenire per lo struggimento.
Da quella sera non avevo pi visto Aaron. Ormai era passato
pi di un anno. Un anno intero! Me lo meritavo perch
ero la figlia di Edward Diehl, e Aaron Kruller non voleva
rivederla mai pi.
Ma pap mi amava, sarebbe tornato da me. Lo speravo.
Non potevo dubitarne. Pap mi amava di un amore puro,
non come Aaron Kruller, lui voleva solo proteggermi, non
sarebbe andato via da Sparta senza di me, ne ero certa.
Cercavo di ricordare se davvero mi aveva promesso di venirmi
a prendere quando sarebbe tornato a Sparta. Mi sembrava,
ma forse mi sbagliavo. Pensavo S, certo! Cos? Cos?
Le dita intorno alla gola, provocanti, sempre pi strette. Aaron
era convinto che mio padre avesse strangolato sua madre
ma non era vero, lo sapevo.
Cos.
Quei giorni passati come uno zombie, in attesa che mio
padre tornasse.
Che tornasse per me. Per proteggermi e amarmi.
In seguito appresi - divenne di dominio pubblico - che
in quei giorni Edward Diehl aveva fatto pi di trenta telefonate
dalla sua stanza d'albergo al Days Inn, alcune sempre
allo stesso numero: chiedeva di parlare con gli investigatori
della polizia di Sparta Martineau e Brescia e con
il capo della polizia Schnagel; chiedeva di conferire con
il procuratore distrettuale della contea di Herkimer, un
certo Decker; chiedeva un incontro col caporedattore del
"Journal" di Sparta, e con parecchi giudici della contea che
non avevano niente a che vedere con il suo "caso". Tra le
altre cose mio padre chiedeva la pubblicazione di tutti i documenti
"riservati", "segreti", relativi alle indagini della
polizia di Sparta sull'omicidio di Zoe Kruller; visto che le
telefonate non sortivano effetto, tent di parlare di persona
con quegli individui, chiedendo un appuntamento, ma
gli venne seccamente rifiutato. Il giorno seguente prov di
nuovo, invano. In uno stato di "estremo stress emotivo",
come avrebbero riferito dei testimoni, un venerd mattina
Edward Diehl si present al "Journal" di Sparta chiedendo
di parlare con il direttore, da tempo pretendeva che il
quotidiano pubblicasse in prima pagina una ritrattazione
dei numerosi articoli diffamanti apparsi sul giornale da
quel febbraio del 1983 su Edward Diehl, definito il "principale
indiziato" dell'omicidio di Zoe Kruller, ma adesso gli
era venuta una nuova idea: voleva che il "Journal" pubblicasse
un'intervista a lui, un "innocente" perseguitato dalla
polizia di Sparta, che non lo aveva mai arrestato n formalmente
incriminato per qualsivoglia reato, e di conseguenza
mai prosciolto, distruggendo cos la sua esistenza di marito,
padre, cittadino. Aveva perso famiglia e lavoro. Aveva
perso la casa. Lo avevano derubato della vita. Adesso pretendeva
giustizia, e quella era una forma di giustizia, no?
Perch gliela si negava? Solo i milionari potevano permettersi
costosi avvocati per riacquistare la reputazione perduta?
Stavano cercando di insabbiare qualcosa? Gli investigatori,
il capo della polizia e il procuratore distrettuale
coprivano qualcuno? Prendevano mazzette? Esisteva un
sistema di corruzione della polizia? Era coinvolto anche lo
sceriffo della contea? Persino il "Journal" di Sparta? Non
avendo ottenuto niente da quelle ripetute richieste, mio
padre si present all'emittente televisiva di Sparta WWSP-TV
chiedendo di "andare in onda", e venne allontanato
da un dirigente in preda al panico. Allora si rec nello
studio di un avvocato al centro di Sparta, un certo Schell,
il nome lo aveva trovato sull'elenco telefonico, chiedendo
insistentemente di essere ricevuto, sperava di suscitarne
l'interesse in modo che accettasse di difenderlo intentando
un'azione legale per "calunnia", "diffamazione a mezzo
stampa", "danni materiali" nei confronti della polizia
di Sparta, del procuratore distrettuale, del "Journal" e di
altri quotidiani dello stato che lo avevano diffamato, ma il
suo livello di sovreccitazione, i modi aggressivi e la mancanza
di denaro dissuasero Schell dall'accettare l'incarico.
Prov a offrire al legale un "patto di quota lite" - Edward
Diehl avrebbe rinunciato di buon grado al 90 per cento della
somma che avrebbe ottenuto in caso di vittoria, era convinto
che si trattasse di "milioni di dollari" - ma invano,
Schell declin l'offerta.
N gli consigli di rivolgersi a un altro avvocato.
Ges, quel poveraccio! avrebbe detto poi. Mi guardava
come un topo che sta per affogare, si era reso conto che
nessuno l'avrebbe aiutato a salvarsi.
E cos mio padre Edward Diehl cominci a pensare che
quegli uomini, che non sembravano avere alcun rapporto
tra loro, fossero segretamente alleati. Ben lungi dall'esprimergli
la propria solidariet, come qualcuno di essi finse
di fare, in realt erano in contatto tra loro e ridevano di lui
e delle sue disgrazie.
All'inizio lo avevano accusato di omicidio. Avevano cercato
di estorcergli una confessione, di scaricare su di lui la
colpa di un crimine che non aveva commesso. Poi ci avevano
rinunciato. Nessuno di loro, ne era certo, credeva davvero
che lui avesse ucciso Zoe Kruller. E non erano nemmeno
riusciti a raccogliere le prove che ad ammazzarla fosse
stato Delray Kruller. Era una storia vecchia, sepolta. Adesso
ridevano di quel pazzoide di Eddy Diehl, uno "svitato",
uno zimbello.
Era come in un branco: l'animale che rimaneva ferito,
zoppicava, era condannato, gli altri lo abbandonavano al
suo destino. Sarebbe morto solo, espulso dal branco; sempre
che i suoi simili, assetati di sangue, non gli fossero saltati
addosso, per azzannarlo alla gola.
Con il ghigno delle creature selvagge. Dei lupi.
I musi insanguinati. Splendide creature crudeli che balzando
sulla neve si lanciavano sopra l'animale che giaceva
inerme, una carcassa sventrata.
Un marted pomeriggio al crepuscolo mio padre infine si
present a scuola. Lo aspettavo ancora, eppure provai una
violenta emozione nel vederlo con la Cadillac Seville color
rame scuro, come qualche giorno prima. Allora malgrado
tutto  vero! Pap esiste.
Aveva passato quasi tutto il giorno a bere. Erano le 16.40,
dalla tarda mattinata tracannava whisky e birra. Erano giorni
che non dormiva. Aveva preso la sua decisione.
Krista, tesoro. Sali.
Mi affrettai verso la Cadillac Seville, sembrava nuova.
Probabilmente qualche compagna di classe mi stava osservando,
e forse mi invidiava.
 suo padre.  venuto a prenderla. Che macchina elegante!
Si chin per abbracciarmi, cos forte da lasciarmi senza
fiato, sentii l'alito che sapeva di whisky. Risi eccitata, adoravo
quel sentore di alcol nel respiro di pap, la sua barba
corta e ispida.
Ero sicuro di trovarti qui, micetta. Scusami se ho fatto
tardi. Avevo degli affari da sbrigare. Adesso sono libero.
Sapevo che non mi avresti deluso.
Uscimmo dal parcheggio. Notai dei cambiamenti dall'ultima
volta che l'avevo visto: indossava sempre la giacca
di camoscio ma adesso appariva sporca, persino strappata.
I capelli rossi ingrigiti erano arruffati, come se al
mattino non li avesse pettinati. Aveva il volto devastato
eppure luminoso, gli occhi velati e arrossati, ma vigili
e vivaci. Per quanto disperato, Eddy Diehl era un uomo
onesto. Al corso di storia avevamo studiato la vicenda
di John Brown, il leader abolizionista, "il folle sanguinario",
come alcuni lo definivano, un uomo che aveva sacrificato
la vita per i propri principi. Lo avevano impiccato,
era diventato un martire della lotta per la messa al
bando della schiavit negli Stati Uniti. Nella fotografia
che compariva nei nostri libri di storia John Brown assomigliava
a mio padre, pensai.
Da questo momento, siamo io e te, Krista. Ho bisogno
che mia figlia mi sia vicina.
E io, accecata dalla felicit, risposi S!
Ma sappi che se adesso vieni con me non potrai tornare
da lei. Non potrai tornare da nessuno di loro, rimarrai
con me.
E io, accecata dalla felicit, risposi Oh, s!
Perch non ti vorr pi. Tua madre non ti vorr pi
vedere.
E io dissi Lo so, oh pap, lo voglio anch'io.
Al Days Inn mi mostr la pistola.
La tir fuori con calma da una sacca da viaggio, era avvolta
in una maglietta bianca di cotone. Aveva appoggiato la sacca
- sporca, decorata da sigilli ed emblemi misteriosi, probabilmente
era appartenuta a qualcun altro - sul letto, per aprirla.
Il suo viso segnato si distese in un sorriso infantile, l'espressione
timida ma anche spavalda. Gli si acceler il respiro.
Una pistola! Una rivoltella! Avevo visto spesso dei fucili
da vicino, calibro 22 e quelli ad aria compressa dei ragazzi:
Ben ne possedeva uno, glielo aveva regalato mio padre
quando aveva compiuto dodici anni. E la doppietta di mio
nonno, con cui da giovane andava a caccia di fagiani, che
a me e a Ben era proibito toccare.
Ma una rivoltella, un revolver, l'avevo visto solo nei film
e alla tv.
Aveva la canna smussata, era brutta, scura e opaca, mi
faceva paura vederla tra le mani impercettibilmente tremanti
di mio padre.
Tremavano entrambe, mentre la stringeva. Prendeva la
mira come il poliziotto di un film, con la fronte solcata da
rughe profonde, e in quell'atteggiamento si guardava nello specchio appeso sopra una cassettiera.
Il nostro segreto, tesoro. Eh?
Ero troppo sorpresa per replicare. Sorrisi stupidamente
come mi capitava spesso quando mi atterravano sul campo
da basket, in quei primi momenti di confusione prima
che il naso cominciasse a sanguinare a causa della pallonata
ricevuta per sbaglio o scagliata con crudelt sul mio viso
di ragazzina bianca.
Krista, non fare quella faccia spaventata, tesoro. Una pistola
pu servire in caso di pericolo. Quando si hanno nemici
armati. Vedi, tesoro...
Pap mi stava mostrando un particolare della pistola,
ero troppo turbata, troppo distratta per capire cosa dicesse,
cosa volesse farmi vedere, in seguito avrei pensato C'era
la sicura, vero? Non userei mai un'arma se non ci fossi costretto.
Lo farei solo per difesa personale o per proteggere
la mia famiglia. Per proteggere te. Se per esempio entrano
qui e cercano di portarti via.
Ero troppo confusa. Non riuscivo a capire nemmeno
quello.
"Entrano"...? Qui?
Se ci trovano. Se scoprono che Edward Diehl  in questa
stanza.
Il cuore mi martellava nella piccola gabbia toracica. Quelle
parole per me non avevano senso. I versi della canzone
che Zoe Kruller cantava con voce sexy, roca e seducente
L'uccellino del Paradiso! L'uccellino del Paradiso  qui, nella
mia mano! si susseguivano nella mia mente, come a sbeffeggiarmi,
il mio cuore era diventato l'uccellino che sbatteva
follemente le ali per fuggire.
Sempre con la pistola in mano, pap and a chiudere a
chiave la porta della stanza d'albergo tirando il chiavistello. Abbass le veneziane dell'unica finestra, che dava su un
parcheggio il cui asfalto era solcato da crepe, semideserto
a quell'ora del giorno.
Cerc anche di tirare le tende, ma il cordone si spezz.
Giusto per prendere qualche precauzione, tesoro. Non
credo sappiano che sono qui, e che tu sei con me, a meno
che non mi abbiano seguito, o abbiano seguito te. A meno
che la tua vendicativa mamma non li metta sulle mie tracce,
o uno dei Kruller che spera ancora di addossare la colpa
a me e scagionare Delray, loro sanno che  stato lui... Dannazione,
che sprofondino all'inferno.
Deglutivo a fatica. Avevo la bocca secca. Pap parlava
in tono ragionevole, convinto che fossi d'accordo con lui.
Avrei voluto dirgli Pap, perch hai una pistola? Pap, ti prego,
mettila via! ma le parole mi morivano in gola. Non mi prestava
la minima attenzione, come un padre che non bada alle
chiacchiere del proprio figlioletto, e non si degna di ascoltarlo.
Ero stordita, dovevo assolutamente sedermi ma avevo
paura di appoggiarmi sul letto dove pap aveva gettato le
sue cose, la sacca da viaggio aperta con quei misteriosi emblemi,
che doveva essere appartenuta a qualcun altro, un
sacchetto di carta marrone da cui spuntavano lunghi e scintillanti
colli di bottiglie - whisky? - e una scatola di cartone
contenente delle cartelline ormai sudice a furia di sfogliarle.
N sarei stata a mio agio sull'unica sedia della stanza, posta
accanto al televisore; c'erano appoggiati gli indumenti sporchi
di mio padre, canottiere sudate e boxer che probabilmente
indossava per andare a letto e che quella mattina aveva
steso ad asciugare.
L'odore del suo corpo pervadeva la stanza. Lo avrei ricordato
a lungo, salato, acre, sapeva di sudore, di angoscia,
l'odore di un uomo disperato.
Quasi mi avesse letto nel pensiero, disse in tono allegro:
Krissie, tesoro! Fa' un sorriso al tuo vecchio paparino, eh?
Come sorridevi quando sei salita in macchina. Vedi, questa
pistola  un'arma coi fiocchi, una Smith & Wesson calibro
38. Questa pistola non ti far del male, Krissie.  solo per difesa
personale. Ti basti sapere che qui siamo al sicuro. Se ci avessero
seguito ormai avrebbero gi fatto irruzione.
Durante il tragitto verso il Days Inn mio padre aveva tenuto
d'occhio lo specchietto retrovisore sopra il cruscotto
e quello esterno. Avevo pensato che un'altra vettura gli
stesse alle calcagna, imboccava bruscamente strade laterali, e attraversava con imprudenza incroci mentre stava per
scattare il rosso. Adesso capivo che voleva accertarsi di non
essere seguito.
I nemici di pap. I nostri nemici. Ma chiusi in quella stanza
eravamo al sicuro.
Mi chiedevo perch fossimo l. Cosa sarebbe accaduto
in quel posto.
Ti va una Coca, Krista? Avrai sete. Fuori c' un distributore
automatico, ti prendo una lattina, tu aspetta qui.
Mi affrettai a dire no, pap, grazie.
Se fosse uscito da quella porta poteva correre qualche pericolo.
E forse - quei pensieri mi svolazzavano nel cervello come falene stordite - sarei sgattaiolata via, sarei corsa
fuori per chiamare aiuto e pap avrebbe perso la fiducia in
me, non mi avrebbe pi amato.
Sicura? Io bevo qualcosa. Non vuoi proprio niente?
Mio padre aveva sempre il revolver in mano. Non lo
puntava, in quel momento non era, strettamente parlando,
una pistola, unarma; sembrava quasi un oggetto qualsiasi.
Eravamo in una stanza al pianterreno, in fondo a quell'edificio
in stucco a un piano, alquanto malandato e triste; l'insegna
DAYSINN CAMERE LIBERE era piuttosto elegante, eppure
comunicava un'aria mesta e sciatta. Si dice che i libri
trasmettano dei significati; quando il nostro insegnante d'inglese
ci leggeva le poesie di Robert Frost la constatazione
che i versi di una poesia fossero cos carichi di significato mi
lasciava sconcertata e un po' spaventata, ma la vita, in posti
come il motel Days Inn, ha ben poco significato,  solo una
cosa che esiste. Fuori dalla nostra stanza c'era una striminzita
siepe di sempreverdi che pareva sul punto di seccarsi, e
dietro un maleodorante bidone dell'immondizia. La stanza
era deprimente, non c'era da stupirsi con quel letto rifatto
senza cura, come per una beffa o uno scatto d'ira; qualcuno,
forse mio padre, alzandosi aveva steso di traverso il copriletto
di ciniglia sopra le lenzuola, facendo cadere a terra
un cuscino sporco di sudore. A casa nostra mia madre ci
faceva rifare il letto tutti i giorni, lo aveva insegnato persino
a Ben, doveva farlo non appena alzato, era un'abitudine
come lavarsi i denti e la faccia e pettinarsi, una cosa che
andava fatta. Ma questo non valeva per mio padre, e non l.
La stanza era disseminata di oggetti appartenenti a lui:
cartelline, fogli che sembravano documenti legali, giornali,
una bottiglia vuota di Four Roses sul comodino, due birre
Pilsner in una confezione da sei. A casa sapevamo che nel
territorio di pap, gi nello scantinato, cio un po' ovunque,
non bisognava mettere le mani: soprattutto sul suo
"banco di lavoro", come lo chiamava, una lunga asse adibita
a tavolo dove teneva i numerosi utensili da falegname,
gli arnesi elettrici, alcuni appesi a dei ganci, rigorosamente
nello stesso ordine. Si capiva che Eddy Diehl era un uomo
serio, malgrado adorasse scherzare, prendere in giro gli altri,
bere insieme agli amici: Eddy era una persona coscienziosa
che prendeva sul serio il proprio lavoro e i suoi utensili;
l, nel suo regno, non si perdeva in chiacchiere - e tanto
meno cazzeggiava.
Ma in quella stanza, quell'orribile stanza al Days Inn, i
suoi oggetti sembravano sparsi alla rinfusa, come se fosse
passata una tempesta di vento che per non aveva spazzato
via l'odore di stantio.
In seguito si sarebbe appurato che diverse sere prima mio
padre si era registrato al motel sotto il nome di "John Cass".
Non era chiaro - dall'incerta testimonianza dell'impiegato
si argu che questi non aveva controllato con attenzione il
documento esibito da mio padre - perch avesse scelto quel
nome, "John Cass", ma io lo capii al volo  per Johnny Cash.
Quell'idea mi fece sorridere. Non di gioia, ma perch
avrei potuto condividere quell'intuizione con pap. Era un
suo segreto, non lo avrei rivelato a nessuno.
Come non rivelai quasi nulla di quanto pap mi confid
nelle due ore seguenti. Alla fine mi raccont del periodo trascorso
nell'esercito, al centro addestramento reclute di Fort
Pendleton, e dei cinque mesi passati in Vietnam; di come
si sentisse "stranito e spaventato" laggi; della soffice terra
nera che pareva erompere dalle proprie viscere, come se
le esplosioni avvenissero in profondit e non in alto; al ricordo
di quei momenti gli veniva da ridere, era tutto cos
facile, cadere, perdere conoscenza, arrendersi - un gioco
da ragazzi. Aveva scoperto che morire poteva essere facile,
il difficile era tornare a vivere, affrontare il proprio destino,
svegliarsi in un letto d'ospedale delirando dal dolore
e portarsi dietro quella sofferenza per il resto della vita,
insieme a certi ricordi. Quello era il difficile. Mi raccont
che una volta congedato era tornato a casa, claudicante,
soggetto a emicranie e con un incessante maledetto ronzio
nelle orecchie, ed era andato a lavorare con un'impresa di
costruzioni alle Thousand Islands, e l, quell'estate, a ventidue
anni, aveva avuto la fugace visione della "ricchezza",
"l'unica cosa che conta", non si trattava solo del "cottage"
che la sua squadra stava costruendo per un uomo d'affari,
un milionario del Sud dello stato, ma di quasi tutte le propriet
dell'isola, la Harbour Island, sulla quale sorgevano
enormi residenze estive, con quindici, venti stanze, e non
piccole, costruite con i legni pi pregiati (sequoia, cedro),
fornite di cucine elegantissime, di bagni, riscaldamenti,
impianti elettrici di ogni tipo; e i porticcioli di dieci metri,
gli yacht, Dio quanti ce n'erano, tutti di un bianco abbagliante
e alcuni cos grandi da richiedere un equipaggio; e
barche a vela di dimensione e fattura che Eddy Diehl non
aveva mai saputo che esistessero, motoscafi d'alto bordo,
persino canoe. Canoe! Spendevano centinaia di dollari per
una canoa! Quell'estate aveva "aperto gli occhi", mi rivel
pap asciugandosi la bocca mentre beveva. Diavolo, mi
fece capire cos' la vita, ero arrivato a quell'et, dopo essere
stato in quel dannato esercito, pensavo di sapere delle
cose, avevo visto uomini saltare in aria, avevo provato
cosa significa sentirsi prosciugati come quando l'acqua scorre
in un lavandino, ma quello non era niente, era solo un
film, un fumetto, scoprii che in realt il mondo  diverso.
E il mondo  questo, Krissie, gente che possiede cose, che
possiede te. Questo nessuno te lo insegna, non lo vedi alla
luce del sole. Avevo ventidue anni e non sapevo un cazzo.
Non avevo capito niente di come vanno le cose. Non pi di
uno scarafaggio che striscia sullo scafo di uno di quei lussuosi
yacht di dodici metri. Capisci cosa sto dicendo, Krissie?
Mi guard di sottecchi. Bevve ancora, asciugandosi
la bocca con gesto inelegante. l rendi conto, e fa un male
cane, come un ferro nel culo, che non avrai mai tutto quello.
Non lo avrai mai, non importa quanto sgobberai, se cacherai sangue, non basta, capisci? Non basta mai, per uno
come me. Lo scoprii allora. Fu ancora pi duro di scoprire
che puoi morire. Perch con questa consapevolezza ci
devi convivere; se invece vuoi farla finita, basta arrendersi.
Fu allora, ed ero solo un ragazzo, che scoprii come vanno
le cose. Pensavo a mio padre, e a suo padre. E a quelli
dell'impresa di costruzioni, che avevano un "buono stipendio"
grazie al sindacato. Non ho mai avuto manie di grandezza
come capita a certi. Tua madre avrebbe voluto che
"investissi" dei soldi con i suoi fratelli, diceva che avrei potuto
mettere su un'impresa di costruzioni, ma non conosceva
le regole degli affari, mi rompeva le scatole ripetendomi
in continuazione cosa dovevo fare. Insomma, Krissie, scoprire
questa verit non ti aiuta a vivere, ma almeno vedi le
cose per quello che sono. Ecco.
Pap tacque, sorridendo. Stava pulendo il revolver con
un angolo del copriletto di ciniglia, con gesti teneri, distratti.
Sarei voluto tornare la notte per dare fuoco a tutti i fottuti
cantieri in cui ho lavorato. Lo sognavo spesso, e mi svegliavo
ridendo. Ma non lo si fa mai.
Pap sedeva in maniera scomposta sul letto, che scricchiolava
sotto il suo peso. Sudava copiosamente. Si era tolto
la giacca di camoscio, l'aveva appoggiata da una parte, rimasi
sorpresa nel constatare quanto fosse scadente, non aveva
nemmeno la fodera, chiss come avevo fatto a scambiarla per
un capo costoso. La faccia di pap era devastata e raggiante,
ricoperta da un velo di sudore, ma lui non sembrava a disagio,
puliva la pistola con gesti teneri e meticolosi, come se
in quel modo potesse, quasi per magia, evocare un genio da
quel sinistro oggetto di irrimediabile bruttezza. Mi ricordai
di quando, nella fattoria del nonno, ci era stato proibito toccare
le sue armi; ormai invecchiato, non andava pi a caccia;
a quanto pareva l'aveva presa in odio; si rifiutava di parlarne,
qualche anno prima in famiglia era accaduta una "disgrazia"
provocata da un colpo di fucile, un nostro cugino pi grande
di me e Ben, da noi mai conosciuto, era morto nella tenuta del
nonno. Mia madre ci aveva ammonito di non fare domande
su quel cugino, o sulla caccia ai fagiani; e ci aveva proibito
di avvicinarci all'armadietto dove il nonno teneva le armi, in
uno stipo sul retro della fattoria. Adesso mi sembrava di implorare
mia madre Ma pap non mi far del male, pap mi ama.
E, vedendo la sua espressione sprezzante, proclamavo Pap
non mi far del male, se rimango qui con lui.
Krista, ehi, sei sicura che non ti va una Coca? Pap mi
guard di traverso, l'espressione premurosa e alterata, quasi
imperativa, di chi  mezzo brillo. Potremmo rimanere un
bel po' in questa stanza.
Rifiutai scuotendo la testa, inebetita. Non lo stavo ascoltando.
Stasera tua madre e io dobbiamo prendere una decisione,
Krista. Quella donna  ancora mia "moglie", e io sono suo
"marito", sar sempre cos. La cosa ti riguarda, ecco perch
sei qui. E poi... diavolo, lo sai, il tuo vecchio ti vuole bene.
Pap si vers un bicchiere di bourbon e bevve. Rimase a
rimuginare per lunghi istanti, fissandomi, soppesando la
pistola nella mano.
Avrei voluto dirgli Anch'io ti voglio bene, pap. Avevo la
gola completamente asciutta.
Gli occhi gli splendevano di emozione, d'amore - m'illudevo
che fosse tale - era spaventoso, una sensazione troppo
intensa. Disse che doveva mostrarci delle prove, a me a
e mia madre, raccolte - in quanto tempo? anni? Intendeva
sottoporre il suo caso all'opinione pubblica, ormai non aveva
alternative. Vedi, Krista, mi hanno spinto alla disperazione.
Ma mi hanno anche reso un uomo migliore, credo.
Pi forte. La mia anima ... d'acciaio.
Sul letto sgualcito erano sparsi fogli pieni di appunti, taccuini,
cartelle colme di ritagli di giornale, fotocopie di lettere
scritte a mano e malamente dattiloscritte, con numerose
correzioni, che, mi disse, aveva inviato alla polizia di
Sparta, a quella dello stato, ai federali, alle emittenti televisive
locali, ai network nazionali, al "Journal" di Sparta, ai
quotidiani di Buffalo, Albany, al "New York Times" e alla
rivista "Time".
Spieg di avere scritto ad alcuni giudici. Magistrati della
contea di Herkimer, giudici federali dello stato di New
York. Ne conosceva i nomi e gli indirizzi. Si era rivolto al
procuratore generale degli Stati Uniti e ai componenti della
Corte Suprema degli Stati Uniti, a Washington, DC.
Notando la mia espressione spaventata e afflitta, pap
si affrett ad aggiungere: S, certo, tesoro, lo so: la maggior
parte di quei figli di puttana non legge la posta spedita
dalla gente comune. Dai "cittadini". Hanno delle segretarie,
giusto? Qualcuno che apre la posta, che la legge.
Dev'essere cos, altrimenti... e se una lettera contiene una
"minaccia"? Devono saperlo. Vogliono saperlo. Nelle mie
lettere non c' niente del genere, Krista, assolutamente. Non
sono uno stupido. Non ho fatto nemmeno "accenni". Ho
solo esposto il caso, il modo in cui sono stato trattato dalla
"legge", dalle "autorit", solo fatti, nessuna "minaccia",
spero che qualcuno lo noti, prenda a cuore la cosa... anche
se mi rendo conto che... con ogni probabilit....
La voce gli manc. Mi sforzavo di sorridere, i muscoli
del viso mi dolevano a furia di farlo, e anche per l'attenzione
con cui seguivo il discorso di mio padre, capivo che
era importante, doveva esserci una ragione se mi metteva
a parte di quelle cose. Con voce esitante gli dissi che aveva
fatto un lavoro incredibile a raccogliere tutte quelle prove,
e che magari potevo aiutarlo, in qualche modo...
Diamine, per ironia della sorte avrebbero potuto arrestarmi.
E se mi avessero "processato"? Come si dice, un cittadino
ha diritto di essere sottoposto a un regolare processo.
Per poter "essere riabilitato". Perch se l'avessero fatto
avrebbero dovuto riconoscermi "non colpevole". La parola
ironia, pronunciata da mio padre con quel tono concitato,
suonava strana alle mie orecchie; era un vocabolo che
non ti aspettavi da un Diehl, e invece adesso pap l'aveva
usato; come a sottolineare quella stranezza, e a suffragare
le sue affermazioni, smise di parlare e mand gi un sorso,
asciugandosi di nuovo la bocca. Negli ultimi anni era
cambiato: non era pi giovane. Non era pi un uomo avvenente e spavaldo, che suscitava il desiderio delle donne.
Sulle guance gli era spuntata una barba ispida e scura,
a chiazze. Aveva un che di allegro, quella barba, lo faceva
assomigliare al pirata di un film d'avventure per bambini,
dove s'incontrano personaggi del genere che ammiccano
e ridono. Invece pap disse: Ho chiesto di essere nuovamente
sottoposto a quel test, alla "macchina della verit". Il
primo che ho fatto  stato definito "non convincente". Che
accidente significa "non convincente"? Che non ha dimostrato
che stavo mentendo, no? Ma il mio dannato avvocato
s'intromette e dice no, non  una buona idea, non devo
sottopormi una seconda volta al test. Perch ero agitato,
avevo la pressione alta, secondo lui se andava male potevano
"incriminarmi", e a quel punto sarei rimasto fregato.
E cos non l'ho fatto, ho seguito il suo consiglio. Ero in stato
confusionale, non riuscivo a pensare lucidamente. Poi mi
sono reso conto che  stato uno sbaglio. Ho fatto un mucchio
di sbagli, allora. Adesso  troppo tardi. Dovrei pagare
per sottopormi privatamente a un test, ma non posso permettermelo,
e comunque quegli stronzi non gli darebbero
credito: la macchina della verit non  una prova "ammissibile"
in un processo. Si rifiutano persino di parlare con me,
adesso. Mi riferisco alla polizia di Sparta, i miei persecutori...
i pubblici ministeri. Come se non esistessi. Non hanno
mai scoperto il colpevole perch non l'hanno cercato nel
posto giusto. Delray, anche lui ha sfortuna con gli avvocati.
Quei bastardi ti succhiano il sangue come sanguisughe.
Hai l'impressione che non sappiano cosa diavolo stanno
facendo, o che non gliene importi un accidente, per loro 
solo un lavoro come un altro. E quando finisci i soldi ti scaricano,
e ti ritrovi solo. Perch gli sbirri non hanno mai arrestato
Delray?  stato lui a ucciderla. Chi altri? Zoe ripeteva
sempre: "Se mi succede qualcosa,  stato Delray. Ma
non mi succeder niente". Poi rideva in quel suo modo, era
convinta che se una cosa doveva accadere, non la si poteva
scongiurare. Quando sei sballato - a Zoe piaceva sballarsi
- non riesci a capire che andrai a finire male.  stato quello
il suo errore. Uno dei tanti. Credeva di sapere cosa sarebbe
successo, ma in cuor suo ne dubitava. Come tutti noi, immagino.
Pap tacque, si gratt le guance. Gli era improvvisamente
affiorato alla mente un pensiero sepolto chiss
dove nel cervello. Sai... forse non  stato Delray. Ora ricordo,
mi dissero delle cose che mi lasciarono sorpreso, davvero
inquietanti... Zoe vedeva altri uomini. Gente da cui
prendeva denaro. Io e Delray, quel poveraccio, avremmo
dovuto parlarne. Ne avevamo proprio bisogno, e non l'abbiamo
mai fatto. Solo io e Delray, e questa pistola - forse
lui mi avrebbe detto cosa accadde quella notte, non credi?
Pap rise. Non si esprimeva in modo molto chiaro, la sua
mente barcollava e oscillava come uno sciatore ubriaco che
scenda da un pendio insidioso. Con gesti impazienti si era
messo a infilare i fogli nelle cartelline, come se ne provasse
imbarazzo, cincischi con i ritagli di giornale ingialliti che
caddero a terra, d'impulso mi chinai a raccoglierli e glieli
misi tra le mani tremanti.
Pap aveva le nocche spellate, piene di lividi. Come se
avesse colpito qualcosa o qualcuno.
Grazie, tesoro. Sei una bambina dolce. Cristo! Sono cos
stanco.
La mano tremante che stringeva la pistola - quella pesante,
orribile rivoltella che emanava un lucore opaco - si
distese; l'arma gli cadde dalle dita e scivol adagio sul letto.
Pensai Adesso posso prendergliela. Vuole che la porti via.
Ma ero come paralizzata. La pistola era a meno di mezzo
metro da me ma non riuscivo a muovermi. Ricorder sempre
quella sensazione d'impotenza. Non riuscivo ad afferrarla.
Se l'avessi presa, che ne avrei fatto? L'avrei puntata
contro mio padre? No, non credo. Non sarei arretrata, non
avrei sollevato la pistola stringendola tra le mani tremanti
e puntando la canna contro il volto sorpreso di mio padre.
Non l'avrei mai fatto.
Sembrava dimentico di me, si alz barcollando. Dal suo
corpo si diffuse un odore animalesco, avvertii un prurito
alle narici, un misto di eccitazione e disgusto. Tanto tempo
prima, quando viveva con noi, alle volte mio padre emanava
quell'odore quando tornava dal lavoro, con gli indumenti
inzuppati di sudore in quelle lunghe giornate estive,
e mia madre rifuggiva visibilmente da lui, non in maniera
offensiva, con l'intenzione d'insultarlo - anche se naturalmente
il suo era un affronto - Perdonami, Lucille. In
quei momenti avresti volentieri evitato di stare nei paraggi,
di assistere a quelle scene. Sul volto di pap si dipingeva
l'istintivo risentimento del maschio verso la femmina
sin troppo schifiltosa, in quei momenti avrebbe tanto voluto
prenderla a schiaffi.
Ma non schiaffeggiava mia madre. Non lo fece mai, o almeno
io non lo vidi.
Lo giurai anche. Quando mi fecero delle domande - non
fu un "interrogatorio", mi fecero solo delle domande alla
presenza di mia madre e di un funzionario del tribunale -
lo giurai.
Pap lo ripet, Cristo, era proprio esausto. Aveva un'aria
sconcertata e mortificata, e pensai Adesso si mette a dormire
e uscir a chiamare aiuto.
Sul comodino un orologio digitale produceva un ronzio
come un cuore difettoso: segnava le 18:56.
A casa mia madre mi stava aspettando. Era sicuramente
in ansia, e arrabbiata, offesa, sapeva che nel profondo amavo
mio padre pi di quanto amassi lei. Malgrado tutto, non
posso farci niente. Ancora oggi. Perdonami!
Sarei uscita a chiedere aiuto per mio padre, non per me.
Fuori dal motel giunsero delle voci animate, un rumore
di portiere di automobili che sbattevano. Dall'autostrada
proveniva il frastuono sordo e continuo del traffico. Ma
nessuno sarebbe accorso nella stanza 23 del Days Inn. Nessuno
sarebbe entrato in quella stanza registrata a nome di
"John Cass" per aiutarci, anche se ne avevamo tanto bisogno.
Forse involontariamente feci un movimento improvviso - mi
asciugai gli occhi con le dita -, pap alz la testa
di scatto, gli occhi vigili e guardinghi, e afferr la pistola.
Cos'... c' qualcuno l fuori? Chi c'?
Nessuno.  solo... qualcuno che ha parcheggiato.
And alla finestra, barcollando. Mi resi conto che aveva
bevuto troppo, era come narcotizzato. Eppure gli occhi brillavano
pericolosamente. Si lecc le labbra con gesto avido,
come un cane affamato. Infil le dita nella veneziana, per
scrutare tra le stecche. Chiunque ci fosse l fuori non dest
la sua preoccupazione. Torn verso di me, con un fremito
allegro sul viso punteggiato dalla barba.
Krista, lo sai che ti voglio bene, tesoro... lo sai, vero?
S, lo sapevo. Ammetterlo era come una condanna.
Sei sempre stata nel mio cuore, Krista. Il mio "uccellino
del Paradiso".
Ricordavamo entrambi di quando, ero una bimba, mi
afferrava al volo tra le braccia, mi lanciava in aria, leggera
come un cuscino, e mi riprendeva subito, mentre strillavo
e scalciavo. Non correvo pericolo, pap mi teneva saldamente.
Se mi spaventavo e mi mettevo a piangere, se strillavo
e scalciavo troppo, si spazientiva.
Meglio che chiami tua madre, Krista.  tardi. Dille che
sei con me, che voglio parlarle, non al telefono ma di persona.
Spiegale: "Pap non ti far del male". Tacque, sorridendo.
Si sforzava di sorridere, come un uomo chino in
procinto di sollevare un peso che gli spezzer la schiena.
Gli dissi nervosamente che mia madre avrebbe riattaccato
prima di darmi il tempo di spiegare.
Gli dissi nervosamente che desideravo mettesse via la
pistola. Quell'arma mi spaventava.
Pap si accigli. Era uno di quei padri a cui non piaceva
essere contraddetti, mai.
A volte te ne dimenticavi. Quando chiedeva il tuo aiuto,
quando si mostrava pi tenero con te. Poi ti accorgevi
di avere sbagliato, di avere commesso un errore da non ripetere
mai pi: confondere l'amore che nutriva per te con
il rispetto. Un bambino si ama ma non si rispetta. L'avevo
dimenticato.
Non riattaccher. Stavolta capir che non deve farlo.
S, ma... Lo sai com' mamma...
Al diavolo "mamma"! Cos'ha fatto "mamma" per te?
Io sono il tuo pap, ti voglio bene, no?
S, pap, ma la pistola mi fa...
Volevo dire paura, ma la voce era flebile, suonava colpevole.
Non ti far del male, Krista, lo sai disse in tono di rimprovero.
Finir tutto subito. In un baleno. TI risparmier
delle sofferenze. Tesoro, la vita  quasi tutta una sofferenza
- come dice la Bibbia, "Tutto  vanit sotto il sole". Vanit e
stronzate. Scoppi a ridere, come avesse fatto una battuta
spiritosa. Indic con la pistola il telefono sul comodino.
Tua madre sta aspettando questa chiamata, Krista.  una
donna intelligente, perspicace, sa che il suo "ex marito"  a
Sparta, quindi sa anche perch sono qui, e che questa sar
l'ultima volta che la supplico.  l'ultima occasione che ci
rimane. Credo che lo sappia. S, credo che lo sappia. Rivoglio
la mia famiglia, che mi  stata ingiustamente sottratta.
Rivoglio la mia vita, che mi  stata ingiustamente tolta.
La decisione tocca a tua madre. La responsabilit  sua. Si
definisce una cristiana, no? S'inginocchia, prega, e cazzo,
chiunque preghi, Dio Padre, Suo Figlio il Salvatore, devono
darle il consiglio giusto, no? "Finch morte non vi separi."
"Nella buona e nella cattiva sorte."  meglio che fai come
vuole tuo marito, Lucille.  tuo marito! Quando le intestai la
casa e tutte le propriet, le dissi: "Affido tutto questo nelle
tue mani, Lucille. Spero che un giorno mi riaccoglierai".
Tua madre non disse di no. Tra noi c'era l'intesa che avrebbe
detto s. Perch ero sicuro che sarei stato scagionato. Perch
non avevo fatto del male a quella donna, non avevo fatto
del male a nessuno. Non volontariamente, e mai a voi, i
miei figli! Mi fidavo fino a tal punto di lei, di vostra madre.
D'accordo, ero un "adultero", e lei lo sapeva. Era vero. Ma
l'altra cosa no. Pap s'interruppe, come riconoscendo che
l'altra cosa - l'atto indicibile, l'irrevocabile gesto dell'omicidio
- gli prosciugava tutte le energie.
Fuori si sentivano sbattere altre portiere. Si stava facendo
sera, calava la notte, al Days Inn. Arrivavano famiglie,
coppiette. Una coppia forse ubriaca nella stanza accanto.
Pap li ignorava. Indicava il telefono con la pistola, in un
modo che mi innervosiva parecchio.
Chiama tua madre, Krista, e spiegale le circostanze. Dille
che hai scelto di seguirmi, che con me sei al sicuro. Che
non ti accadr niente, a nessuno di noi accadr niente, se
accetta le sue responsabilit, cosa che finora non ha fatto.
Se viene da me, stasera. Deve solo salire in macchina e venire
qui, da me. Se ti ama come una madre dovrebbe. Dille
che... dille: "Pap dice che se vieni qui potr andare via.
Chiamala "mamma", lei  la tua "mamma". Di' a mamma
che se viene qui pap ti lascer andare. Se "mamma" prende
il tuo posto. Vedi, Krista, il vincolo matrimoniale  la
cosa pi importante. Abbiamo fatto un giuramento: "Finch
morte non vi separi". Se Lucille viene, Krista pu andare
via. Con la promessa di non parlare di noi a nessuno,
va bene? La promessa di non chiamare nessuno. Mi basta
solo un po' di tempo faccia a faccia con tua madre, credo
che possiamo sistemare le cose. So che possiamo farlo. Voglio
mostrarle questi giornali. Deve capire. Anche tu devi
capire, Krissie: il tuo pap non ti farebbe mai del male. E
nemmeno a tuo fratello. Te lo prometto. Non c' neanche bisogno
di prometterlo. Va da s.  un fatto. Ma stasera devo
incontrare Lucille. Diglielo.
Lo stavo fissando. Aveva parlato in maniera ragionevole.
Torceva la bocca in un sorriso mesto, come se stesse dicendo
delle assolute ovviet, che non c'era quasi bisogno
di spiegare.
Ma pap, se mamma sa che sei qui... con me... temo che
riattaccher, te l'ho detto. Non vorr nemmeno ascoltare.
Pap avvamp. No. Non riattaccher. Vuole parlare con
me, in cuor suo.
Era cos? Non lo credevo. Accarezzavo l'idea che fosse
cos ma tremavo di paura, pap stringeva la pistola, non me
la puntava proprio contro, ma la teneva in un modo che,
spostandola leggermente, avrebbe mirato all'altezza del
petto. O forse stava solo prendendo in giro la sua Krissie.
Forse voleva farmi ridere. Tra poco avrebbe sorriso, facendomi l'occhiolino. Un pap sa essere cos divertente! Pensai
Pap sta scherzando.  proprio un burlone.
Il numero lo sai, Krissie. Chiama.
Alzai la cornetta di plastica, appiccicosa per il sudore di
mani estranee. Inebetita composi il numero di casa ma si
sentiva solo un ronzio frenetico, e pap disse ridendo: Piccola,
devi digitare il "nove" per prendere la linea esterna,
siamo in albergo. Ci riprovai, stavolta premetti il nove e
poi feci il numero di casa, pregando che mamma rispondesse
al primo squillo come se stesse aspettando con ansia
la mia telefonata. E cos fu.
Mamma? Sono...
Non appena sent la mia voce, mia madre disse bruscamente:
Krista!  l con te?. Dissi di s e lei replic: Ha bevuto?
risposi di s e lei chiese: ... pericoloso? al che esitai,
non potevo dire di s, non potevo tradire pap; poi mia
madre incalz Dove siete? e anche allora esitai, pap era
chino vicino a me, gli brillavano gli occhi per l'eccitazione,
in una sorta di euforica paura, avvertivo il calore viscoso
emanato dalla sua pelle, l'orribile revolver puntato verso il
basso e in quell'attimo pensai Posso farlo, devo... devo strappargli
la pistola dalle mani, potrebbe essere l'ultima occasione,
devo gridare, devo coglierlo di sorpresa e spaventarlo, devo scappare
con la pistola verso la porta... ma la porta era chiusa a
chiave e con la catenella tirata, ci avrei messo troppo tempo
ad aprirla per salvarmi la vita. In pochi attimi quell'uomo
grande e grosso, sudato e disperato, mi sarebbe balzato addosso,
furibondo perch gli avevo disobbedito, avevo messo
in discussione la sua autorit, avevo osato prendergli
una cosa sua. E quindi sarei stata punita. Mi avrebbe fatto
del male. Lo sapevo. Ero paralizzata, impotente, mentre
all'altro capo del filo mia madre con voce sempre pi stridula,
in tono adirato, agitato, impaurito, mi chiedeva dove
eravamo. Dove mi aveva portato? Allora pap perse la pazienza
e mi strapp il ricevitore di mano.
Lucille! Siamo a Sparta, Lucille. Vieni da noi, chiariremo
tutto.
Pap stringeva il ricevitore nella mano sinistra in modo
goffo, con il gomito alzato per tenere il microfono vicino
alla bocca. Parlava con malcelata impazienza, sorridendo.
Sentivo la voce alterata di mia madre ma non udivo le
sue parole, poi pap disse con calma: Non  cos, Lucille.
La cosa ti dar fastidio, ma  qui di sua volont.  cos,
Lucille. Quindi vieni anche tu, chiariremo questo malinteso.
Sentii di nuovo la voce di mia madre ma non quello
che diceva, pap ascolt con pazienza per diversi secondi
prima di interromperla: Sai dove si trova il Days Inn, Lucille?
Sull'autostrada? Lo conosci di certo. Dietro l'Holiday
Inn e Mack's, sai, lo svincolo con la rotatoria. Il Days Inn.
Non puoi sbagliare, ha l'insegna luminosa. Credo sia gialla.
Subito dopo Mill Road. Sono nella stanza ventitr, Lucille.
Ventitr. Ti aspetto, Lucille. Non c' bisogno di bussare,
ti aprir io, Lucille, ti vedr quando arrivi. Io e Krista ci
stiamo rilassando qui... ti aspettiamo, Lucille. Dobbiamo ricomporre
la nostra famiglia. Ben lo chiameremo pi tardi.
Ricominceremo io, te e Krista, Lucille. Sai quanto lo desidero,
Lucille. Conosci il mio cuore. Krissie vuole stare qui,
Lucille. Sta bene. E non le succeder niente. A nessuno, lo prometto.
Non ti succeder niente, ci mancherebbe. Per vieni
qui, Lucille, vieni da sola, subito, e appianeremo tutto. Sta'
a sentire, se pensi che Krista sia turbata, se sei preoccupata
per lei la lascer andare, non appena entri in questa stanza.
Voglio dire... Krista  libera di andare. Pu aspettare in macchina.
Magari pi tardi, se tutto va bene, possiamo chiamare
Ben, passeremo a prenderlo e andremo tutti a mangiare
una pizza da qualche parte. Che ne dici? Ai ragazzi piace
tanto la pizza. Lucille, credo che noi non abbiamo mai davvero
comunicato. Forse ho frainteso i tuoi sentimenti. Mi
sono sentito abbandonato, hai chiuso il tuo cuore troppo
presto! Ma adesso possiamo perdonarci a vicenda. Non 
troppo tardi. Vedrai, sono cambiato, Lucille. Ti chiedo solo
di salire in macchina, tesoro, esci a Garrison, sulla Mohawk,
e da l sempre a nord sulla statale 31, ci metterai al massimo
un quarto d'ora, Lucille. Ma devi uscire subito. Non
chiamare nessuno. Sali in macchina e vieni qui. Sai quanto ti
amo, Lucille, sei mia moglie - "finch morte non ci separi"
- questa decisione non l'ho presa a cuor leggero, sai che 
quella giusta, e il futuro ci aspetta. Lucille?.
Pap ascolt. Aggrott le ciglia e la interruppe: No, Lucille.
Subito.
E riattacc.
La fine, quando arriva,  rapida.
Non la si pu prevedere. Anche se in qualche modo l'hai
gi fatto.
Il guaio che aveva sconvolto la mia vita doveva finire, insieme
a quella vita.
Ovviamente mia madre chiam la polizia. Non esisteva
la bench minima possibilit che Lucille accondiscendesse
alla richiesta di mio padre di recarsi nella stanza 23 del
Days Inn, e meno ancora che desiderasse prendere il mio
posto, perch lui mi lasciasse andare. Terrorizzata e sull'orlo di una crisi isterica mia madre chiam la polizia e balbettando
disse quello che sapeva, cio che mio padre "aveva
rapito" la loro figlia e si trovava al Days Inn sulla statale
31; spieg che mio padre, Edward Diehl, era stato coinvolto
nell'omicidio di Zoe Kruller, nel 1983, ma non era mai
stato arrestato; aggiunse che quell'uomo "ha minacciato
me e i miei figli, ripetutamente...". Sei minuti dopo quella
chiamata gli agenti dello sceriffo della contea di Herkimer
arrivarono al Days Inn, insieme alle pattuglie della polizia
di Sparta. In tutto c'erano dodici vetture, oltre a un'ambulanza;
di l a poco sarebbe sopraggiunto anche un furgoncino
con la troupe della tv locale; sirene, lampeggianti rossi,
le voci amplificate di sconosciuti che intimavano a Edward
Diehl di aprire la porta, uscire con le mani in alto, gettare
l'arma se ne aveva una, e subito.
In quei momenti me ne stavo atterrita in un angolo della
stanza che puzzava di muffa come un animale paralizzato
dal terrore. Mi ero incuneata tra il muro e una cassettiera,
stesa scompostamente a terra, ansimante, mentre mi
dicevo Se mia madre interviene, se  qui, gli parler, la lasceranno
parlare con lui e andr tutto bene. Mi dicevo Non gli faranno
del male, e nemmeno a me. Andr tutto bene. Pap mi
vide, dovetti fargli pena; non mi pun, non mi sgrid; andava
avanti e indietro per la stanza, irrequieto, stringendo
la pistola e borbottando tra s, con il respiro affannoso. Il
viso gli brillava per l'euforia, l'eccitazione. I lampeggianti
rossi ne illuminavano il volto segnato e barbuto da pirata
e gli sfolgoranti occhi vitrei.
Ti voglio bene, micetta! Voglio che tu lo sappia.
Risuon una voce amplificata da un megafono, assordante
come se fosse l in quella stanza con noi. Gridava, una
voce maschile adirata ripeteva istruzioni a Edward Diehl,
doveva deporre l'arma, aprire la porta e lasciare andare
sua figlia; se usciva lentamente con le mani in alto ben visibili
non gli sarebbe stato torto un capello, ripeteva che a
Edward Diehl non sarebbe stato torto un capello. Forse mio padre
rise, credo di averlo sentito ridere, o era un singhiozzo
che sembrava una risata, aveva un'espressione incredula,
il viso avvamp, con quell'aria di piratesca allegria,
la bocca contratta in una smorfia, gli occhi saettanti colti
dal bagliore del potente faro puntato sulla porta e sulla finestra
del motel, la luce penetrava dalla veneziana sporca
con le stecche incrinate che pap aveva abbassato per nasconderci
da sguardi indiscreti. In quegli ultimi incredibili minuti della sua vita mio padre non parl, non mi disse
niente, come se in quei momenti concitati si fosse dimenticato
di me, una sorta di oblio gli aveva avvolto l'anima, la
sua anima indurita come acciaio, mi aveva dimenticato, aveva
dimenticato la moglie che cos disperatamente voleva
al suo fianco. Aveva dimenticato la famiglia, la sua vita andata
in malora. Perch in cuor suo sapeva bene che morire
 facile, molto pi facile che vivere. And alla porta e con
calma apr la serratura e la catenella come gli era stato ordinato,
e attraverso le dita della mano con cui mi coprivo
gli occhi, mentre giacevo paralizzata dal terrore in un angolo
di quella stanza maleodorante e polverosa, vidi, attraverso le stecche storte della veneziana, la sfavillante luce
puntata contro di noi, una violenta luce accecante, un bagliore
luminescente, di un bianco che potevi scambiare per
la luce purissima d'una stella, che illuminava e consacrava
tutto ci che toccava anche se recava oblio, annichilimento,
estinzione, e immerso in quella luce - perch mio padre
aveva aperto la porta con un calcio, adesso la stanza
del motel puzzolente di muffa era esposta agli sguardi di
estranei - vidi pap accovacciarsi, le spalle curve e la testa
china, si era voltato e non potevo vedere se sorrideva, non
avrei mai pi visto il volto di pap, dovevo rinunciare a lui,
stringeva nella mano tremante il revolver che i mezzi d'informazione
identificarono come una Smith & Wesson calibro
38 detenuta illegalmente da Edward Diehl, lo vidi entrare
fiducioso nel cono di luce accecante e puntare la pistola
come nell'atto di sparare, in un gesto beffardo apparentemente
spontaneo che sarebbe stato l'ultimo della sua vita.

 Capitolo 25.
Il trionfalistico titolo a caratteri cubitali del "Journal" di
Sparta:
DIEHL, EX CITTADINO DI SPARTA
INDIZIATO PER L'OMICIDIO KRULLER NELL'83,
UCCISO IN UN MOTEL
IN UNO SCONTRO A FUOCO CON LA POLIZIA
Dal "Journal" e da altri quotidiani si apprendeva che il
nome completo di mio padre era Edward James Diehl, era
nato nel 1942 e morto nel 1987. Essendo originario di Sparta,
nello stato di New York, sembrava giusto che fosse morto
nella sua citt natale. Si apprendeva, inoltre, che, sebbene
non fosse mai stato arrestato, era tra i "maggiori indiziati"
dell'omicidio: perch Edward Diehl rimase per sempre un
indiziato, anche da morto.
Sul "Journal" e altrove fu falsamente riportato che mio
padre era morto in uno "scontro a fuoco" con la polizia, in
realt non c'era stato alcuno scontro a fuoco dalle fosche e
melodrammatiche tinte scandalistiche a uso e consumo della
tv, si era trattato di un massacro: mio padre non aveva
esploso nemmeno un colpo. La pistola era carica ma aveva
la sicura, chiaramente mio padre non aveva intenzione
di sparare e questo fatto non venne riferito, lo appresi solo
mesi dopo.
Pap voleva morire. Non voleva uccidere. Non aveva
intenzione di farmi del male. Ne ero convinta. Sapevo che
era cos.
Si appur che otto agenti avevano fatto fuoco contro
Edward Diehl nel giro di pochi secondi e nessuno aveva
mancato il bersaglio. In base a una norma della contea di
Herkimer, gli agenti devono sparare non meno di due colpi
contro il loro bersaglio. E cos diciotto proiettili avevano
dilaniato la testa e la parte superiore del corpo di mio padre,
alcuni mentre cadeva, altri quando era gi a terra, altri
ancora mentre si contorceva moribondo sulla moquette
dentro la stanza dove si era accasciato supino per il contraccolpo
delle pallottole, scalciando, con la pistola che volava
via dalla mano.
Non assistei a questa scena. Non ne serbo ricordo. Anche
se ero la figlia che Edward Diehl aveva "tenuto in ostaggio"
in quella stanza, la figlia quindicenne di Edward Diehl "liberata"
dalla polizia, non vidi morire mio padre, n avrei
ricordato nulla, a parte l'assordante frastuono delle armi.


Capitolo 26.
11 FEBBRAIO 1983
 un'accecante domenica mattina di neve, lui apre lentamente
la porta del civico 349 di West Ferry adornata da una ghirlanda
natalizia composta da fili dargento, rametti colmi di bacche
rosso vermiglio e un grande nastro rosso di velluto sintetico,
anche se - Cristo! - Natale  passato da un mucchio di tempo,
lui intuisce che qualcosa non quadra, la vita di sua madre  stata
un fallimento e non sopporta l'idea che la colpa sia sua, se si 
stancata di fare da madre a lui e da moglie a Delray Kruller, chi
pu biasimarla? Quindi si arma di coraggio, per affrontare quello che trover dentro. Dalla strada ha notato che le imposte sono
tutte chiuse, al piano di sopra e sotto, ha girato intorno al villino
a schiera di pietra livida e si  diretto sul retro, strizzando gli
occhi per mettere a fuoco le immagini nel riverbero abbacinante
della neve; strano, la porta d'ingresso non  chiusa, brutto segno,
pensa Aaron Kruller.
Non c' nessuno, al pianterreno? Il soggiorno - se cos si pu
chiamare -  tutto sottosopra. Come se avessero fatto dei bagordi,
e poi non avessero rimesso in ordine. Malgrado sia giorno c' una
lampada accesa, con il paralume storto. Aaron si augura di non
incontrare lamica di sua madre, che a sentire lei  come una sorella,
anche se Aaron non laveva mai vista n aveva mai sentito
parlare di lei, quella donna dalla faccia lucida, i capelli tinti color
barbabietola e i seni tenuti su da quello che sembrava un corsetto
di nylon, Aaron provava disagio a guardarlo, Jacky si inumidiva
le labbra mentre lo fissava come se conoscesse i suoi pensieri
pi reconditi, e non erano pensieri casti, ma quelli apertamente
sconci ed erotici di un adolescente, la sua amica Zoe Kruller non
sembra proprio abbastanza vecchia per essere la madre di un ragazzone
come Aaron, alto pi di un metro e ottanta, con la testa
bitorzoluta tutta rasata, il viso solcato da cicatrici e lo sguardo
inesorabile come l'ira di Dio, che la scruta giudicandola.
Aaron si ritrova a guardare qualsiasi donna - anche quelle
pi grandi di sua madre, come Jacky DeLucca, qualche sua insegnante
o la madre di un amico da cui si ferma dopo la partita di
lacrosse - senza poter fare a meno di spogliarle con gli occhi, immaginandone
il nudo corpo femminile, ne  affascinato, turbato e
spaventato, e la sua meraviglia, come una sostanza spremuta da
un tubetto, si manifesta con un ghigno sprezzante, non riesce a
sorridere nel timore che indovinino i pensieri sconci che gli passano
per la testa, O Cristo, non vedeva lora che la DeLucca se
ne andasse per farsi una sega, il cazzo spara come una pistola un
liquido simile ad albume sbattuto che gli imbratta le mutande.
Ma a quanto pare Jacky non c'. Il televisore  spento.
Anche lultima volta che  stato l la porta era aperta, ma dentro
cera gente, aveva sentito delle voci. Adesso invece c' una
strana atmosfera inquietante, un silenzio eccessivo.
Ehi, mamma. Sono io.
 da coglioni gridare Sono io, Aaron" con quella voce assordante
quanto il muggito di un vitello, come diceva Zoe ridendo
e tappandosi le orecchie con le mani, ma sembra proprio che Zoe
non sia l, a lamentarsi di lui.
Aaron  pieno di disgusto e di rabbia, come sempre, ed  fin
troppo ansioso di scoprire cosa trover in quella casa.
 da un po che lei non lo chiama. I primi tempi che era andata
via gli telefonava, lo avvertiva e lui si faceva trovare in casa,
lui la trattava male e la insultava, ma andava bene lo stesso, era
tutto OK, lei lo chiamava e parlava con lui, e anche se le diceva
Vaffanculo, mamma e riagganciava, tra loro era tutto a posto e
lei lo sapeva. E anche lui. Ma adesso erano quasi due settimane
che non sentiva Zoe. E non la vedeva, Cristo, da quanto - forse
un mese. Era passato Natale - un periodo di merda, da dimenticare
- e Capodanno - peggio ancora - li aveva trascorsi inebetito
dall'alcol e dalle droghe, lei lo aveva chiamato per dirgli che
voleva dargli un regalo di Natale, un pacchetto, ma non era mai
venuta a portarglielo. Passa a prenderlo, gli aveva detto. Come
cazzo fa un ragazzo di quattordici anni ad andare fin laggi in
bicicletta - quel vecchio catorcio della sua Schwinn - slittando e
sbandando per le strade ricoperte di neve ghiacciata? Delray non
lavrebbe accompagnato, poco ma sicuro.
Non l, nella casa di West Ferry. Delray aveva dichiarato che
non ci avrebbe mai messo piede, temeva di fare uno sproposito.
Quella puttana di tua madre. Quella puttana tossica, che crepi
quella cagna, e tu arrangiati.
La pesante mano di Delray era piombata sulla spalla di Aaron.
Lui laveva respinta, fremente come un cavallo che si dimena
per scacciare le mosche, trattenendosi dall'assestare un pugno
in faccia al vecchio.
Non credi che sia una puttana, eh? Cazzo, vuol dire che non
conosci le puttane.
Mamma? chiam ad alta voce. Il muggito di un vitello che
chiama la madre.
In effetti gli era capitato di sentire un vitello muggire, non lo
si dimenticava!
Forse gli avrebbe risposto da sopra le scale. Avrebbe detto: O
Dio, Aaron, sei tu? Sei qui? Ges, aspetta, dammi un minuto.
Se hai sete prendi qualcosa dal frigo, tesoro, va bene? Non salire,
qui  tutto un casino, okay?
E lui avrebbe pensato con un brivido di disgusto, lass con lei
c' qualcuno.
Aveva gi visto sua madre con un uomo, una sola volta. O
forse pi di una. A dire il vero non era nemmeno sicuro di averli visti, aveva distolto subito lo sguardo. O magari non si trattava
di Zoe - erano a una certa distanza - ma di una donna bionda
che le assomigliava. Pi che altro aveva sentito qualcosa, di
nascosto. Delray al telefono. I suoi parenti che si lamentavano di
lei. Forse erano tutte stronzate, come faceva a saperlo? Dicevano
che le puttane bianche si comportano cos, non ci si pu fidare,
sono pur sempre bianche e ti trattano come una merda, ma Delray
non era un Seneca purosangue, e ancor meno lo era Aaron, e
poi lui era figlio di Zoe, non solo di Delray, poteva anche passare
per indiano ma in realt non lo era. Cavolo, no.
Aaron fece capolino in cucina - non c'era nessuno. Delle sedie
in vinilpelle erano rovesciate sul pavimento. Il lavandino era
pieno di bottiglie, bicchieri, piatti sporchi. Come se avessero fatto
bisboccia anche l, era un po come l'alta marea che scende, lasciando
il surf in secca e la spiaggia ingombra di detriti, uno spettacolo
desolante. Coperto da un puzzo di immondizia stantia, si
avvertiva il profumo di Zoe.
C' un silenzio inquietante. A Zoe non piace il silenzio. Nella
casa di Quarry Road, a chilometri dal centro, in aperta campagna,
dannazione, era troppo fuori mano per i suoi gusti, Zoe teneva
sempre la radio a tutto volume o cantava, provava i brani
dei Black River Breakdown, la sentivi per tutta la casa, era rassicurante
e sconcertante nello stesso tempo, perch capivi che Zoe
Kruller aveva un'altra vita, che conduceva lontano da casa e davanti
a sconosciuti che la divoravano con gli occhi, la vita tanto
agognata che Delray e Aaron non potevano darle, e detestavano.
Non le avevano mai chiesto perch loro non le bastavano, Delray
e Aaron non erano in grado di formulare una domanda del genere.
Tuttavia Aaron conservava anche bei ricordi, anzi splendidi,
come quando tornava a casa da quella maledetta scuola dove lo
trattavano come una merda o dopo una partita di lacrosse, pieno
di lividi, malconcio e sanguinante per le ferite al volto, e trovava
Zoe che cantava in cucina e sembrava felice.
Andava fiero delle cicatrici che si procurava durante le partite
di lacrosse. I ragazzi pi grandi lo rispettavano. A volte entrava
in cucina con la mazza da lacrosse, ma a Zoe non permetteva di
toccarla. Perch? Perch alle donne  proibito toccare una mazza
da lacrosse. Anche alla propria madre.
Che razza di vecchia superstizione indiana  questa, aveva
chiesto Zoe.
Lui aveva mormorato una risposta, con una scrollata di spalle.
Zoe aveva riso irritata, dicendo che era un vero insulto, come
se il solo fatto di toccare quel dannato aggeggio potesse contaminarlo, e Aaron aveva replicato con un sorrisetto: Proprio cos,
mamma.  il lacro...
Zoe aveva cercato di toccare la mazza. Aaron se l'aspettava e
laveva sollevata sopra il capo, ridendo, paonazzo in volto. Zoe
era sbottata: Va bene, saputello, allora preparati la cena da solo
se sei cos bravo.
Ma non c'era stato bisogno. Per l'ora di cena avevano fatto pace.
Sulle scale chiama con quel muggito da vitello: Ehi, mamma,
sei lass?.


Capitolo 27.
MARZO 1990
Al suo tocco la donna si volt verso di lui, e appena vide la
sua faccia cominci a gridare. Questo lo mand in bestia,
dannazione, non sopportava che gli si urlasse contro. Si protese
in avanti per zittirla con le mani rudi e goffe come le
zampe di un animale, e quando la tocc lei si mise a gridare
ancora pi forte, lanciando acute urla di terrore che gli
perforavano i timpani, voleva ridurla al silenzio ma quando
si svegli non c'era nessuno, la donna era scomparsa, le
urla erano gli squilli del telefono vicino alla sua testa; si sentiva
intontito, era stravaccato su un nudo materasso sporco
con indosso solo i boxer e una maglietta arrotolata fino
a met schiena, cerc a tentoni quel dannato telefono che
aveva fatto cadere sul pavimento, afferr il ricevitore e stavolta
sent davvero la voce concitata di una donna Aaron!
Maledizione, rispondi! Vieni subito a prendere Delray.
Aaron si mise in piedi a fatica, inebetito dall'alcol. Si sarebbe
preoccupato dopo di capire dove si trovava. Gli sembrava
di avere ricevuto una badilata in testa. In bocca avvertiva
un sapore rancido, come di vomito. Le sudice dita
nude dei piedi, simili a quelle di una scimmia, affondavano
nel tappeto macchiato come ad aggrapparsi istintivamente
a qualcosa di solido. La donna che era con lui a quanto
pareva era sparita. In effetti accanto ad Aaron su quel materasso c'era stata una donna nuda, mugolava e si contorceva,
ma adesso non c'era pi. Un orologio dal quadrante
luminoso segnava le quattro del mattino. Fuori dalla finestra
non si vedeva il riflesso della luna sulla neve, era buio
come in un abisso marino. Alla tv aveva visto un documentario
sulle profondit oceaniche, luoghi dove la luce non arrivava
mai, in quell'eterna tenebra si aggiravano pesci dalle
forme grottesche mai osservati da occhio umano, invisibili
gli uni agli altri. Il motivo dell'esistenza di simili creature
rimaneva un mistero. Come lo scopo della vita sulla terra.
Ci si ritrovava qui, si nasceva e bisognava giocare le carte
che si avevano in mano. Aaron si strofin gli occhi e attraverso
la porta socchiusa del bagno vide una luce, gli arrivava
l'odore del vapore della doccia, ma della donna nemmeno
l'ombra.
Ges! esclam, notando sullo stipite della porta e sulla
parete accanto al letto delle macchie che sembravano impronte
di sangue lasciate da una mano.
Forse le era uscito dal naso, gli pareva di ricordare di
averla colpita inavvertitamente, o forse era il suo, era stata
la donna a dargli una gomitata. Non ricordava.
Adesso udiva pi distintamente la voce femminile al telefono,
aveva un tono pressante e imperioso: Aaron! Ci
sei? Sei sveglio? Dannazione sono Viola, sto parlando con
te! Ho detto che Delray si  fatto molto male. Dev'essere
svenuto e ha battuto la testa, oppure qualcuno gli ha dato
una botta. Vieni a prenderlo, cazzo,  tuo padre, glielo devi,
se non vieni immediatamente chiamo la polizia. Portalo al
pronto soccorso. Dannazione, non voglio che Delray muoia
a casa mia.
Balbettando, Aaron disse alla zia di non chiamare il 911,
di non chiedere aiuto, suo padre non avrebbe voluto. Dimmi
dove sta, Viola. Vado a prenderlo.
"Dove sta?" Non mi hai sentito, Cristo santo? Sei ubriaco?
Sei fatto?  qui! A casa mia! Non ha diritto di stare qui! Tutti
voi, tu, lui e lei, la tua dannata madre - ci avete creato solo
problemi! A tutta la famiglia! L'ultima volta che Delray 
venuto qui ho passato met della notte a cercarti, te la sei
presa comoda ad arrivare, ma stavolta non ho intenzione di
caricarmi tuo padre fin dentro casa su per le scale e farmi
vomitare addosso - al diavolo.  nel vialetto qua davanti,
sulla neve, dove l'ha lasciato qualche suo amico motociclista,
o uno di quegli sbirri che conosce, sai con chi se la fa.
Comunque dev'essere qualcuno che sa che sono la sorella.
Ero a letto e sento il clacson di una macchina, delle grida,
guardo dalla finestra e vedo uno steso sul mio vialetto,
morto o troppo ubriaco per reggersi in piedi. Delray avr
lasciato la macchina da qualche parte, in qualche locale,
non era in condizioni di guidare e cos me l'hanno scaricato
qui. Oh, Dio. Viola tacque, aveva il respiro affannoso.
Quando riprese a parlare singhiozzava, furibonda. E
se tuo padre ha qualche trauma cranico? Lo sai che  gi
mezzo sciroccata. E se ha un'intossicazione al fegato? Ho
cercato di parlargli e mi ha assicurato che smetter di bere,
si far disintossicare, met della famiglia si  offerta di accompagnarlo
e di andare a trovarlo in ospedale, e poi ecco
cosa succede, ho una paura del diavolo. Sono la sorella di
Delray, non la madre! E nemmeno la moglie! O la figlia! Tu
sei il figlio, capisci? Quindi vieni qui, Aaron, riportatelo a
casa o chiamo la polizia, e se arrivano gli sbirri o l'ambulanza
ve ne andate al diavolo, tutti e due.
Aaron disse che stava arrivando, il tempo di vestirsi. Ormai
si era alzato, ed era abbastanza sveglio. Gli erano bastati
dieci secondi per tornare perfettamente lucido. Raccomand
alla zia di non chiamare gli sbirri o l'ambulanza,
potevano arrestare Delray. Poi lo "internano" e non lo fanno
uscire, come quella volta all'ospedale dei reduci di Watertown,
per poco non ci lasciava le penne.
Sua zia riattacc. Ad Aaron sfugg il ricevitore dalle mani,
che cadde rumorosamente a terra. Pian piano stava ricordando
dove si trovava. Un luogo vagamente familiare. Illuminato
da un raggio di luce proveniente dal bagno vide
qualcosa che gli fece rizzare i capelli in testa - un serpente?
In casa? D'inverno? Doveva essere pi grande di un
colubro, aveva un corpo grosso, scuro, lucido come fosse
unto. O forse Aaron non riusciva a mettere a fuoco, aveva
la mente ottenebrata. Se aveva preso delle metamfetamine
gli avevano fatto proprio un brutto effetto. Se era ubriaco
forse aveva il delirium tremens. Altra cosa strana, non si
trovava in camera sua ma in una stanza sul retro della casa
di Quarry Road, con un vecchio materasso lercio sul pavimento
e un sudicio tappeto ricoperto da misteriosi indumenti,
scarpe, asciugamani sporchi, mozziconi di sigaretta
e gusci di insetti morti, ma... un serpente? Magari d'estate,
se la porta sul retro veniva lasciata sbadatamente aperta,
un serpente poteva entrare da l oppure sgusciare tra fessure
e squarci nelle zanzariere, o dalla cantina, strisciare
sulle scale fino al primo piano, ma quello sembrava inerte,
oppure profondamente addormentato. Aaron si avvicin
con cautela e si arrischi a spostarlo con il piede nudo:
era solo una treccia di capelli finti, scura e lucida, sar stata
lunga venticinque centimetri.
Capelli finti! La vistosa treccia bruna era legata alla chioma
luminosa e sexy di quella donna, la prima cosa che Aaron
aveva notato di lei, e invece era finta.
Perch delle donne non ci si pu fidare. Nemmeno delle ragazze.
Non sai mai che cazzo pensano, cosa provano, quali sorprese
ti riservano, sai solo che non saranno piacevoli.
Prese la macchina e and dalla zia a Dock Street. Viola
non lo aveva ancora del tutto perdonato per averle portato
a casa la figlia di Diehl quella sera. E ora ecco l Delray.
In preda alla paura, mentre guidava per le strade di Sparta,
completamente deserte a quell'ora di notte, in uno stato
di sospensione come trattenendo il respiro, pensava Dio,
fa' che mio padre non muoia. Non in quel modo, non lo merita, e
mentre il furgone slittava sul manto ghiacciato si diceva Se
lo trovo morto... di chi  la colpa? Aaron voleva bene al padre
ma francamente da troppo tempo sopportava le sue stronzate.
Da quando Zoe era stata uccisa, e Delray era considerato
un "sospettato". Da quando Zoe era andata via di
casa promettendo di tornare, dicendo che le bastava qualche mese, aveva bisogno di respirare, anche se Delray non
le aveva mai creduto.
Era la terza volta da Capodanno che lo svegliavano nel
cuore della notte perch andasse a riprenderlo. Vedere un
uomo come Delray Kruller ubriaco fradicio e indifeso come
un bambino era uno spettacolo sconvolgente, vergognoso,
orribile. C'erano ragazzi della sua et che avevano padri
alcolizzati da pi tempo di Delray, alla fine ci si stancava
di loro, se ne aveva abbastanza, ma quelli non se ne andavano
e non morivano. Avevano la pelle dura. Dannazione,
Aaron era incazzato. Voleva conservare un bel ricordo di
Delray - come quello che aveva di Zoe - voleva ricordarli
com'erano quando lui era bambino, non come adesso.
Non era giusto.
Quella notte regnava una calma innaturale, faceva molto
freddo. Non spirava nemmeno il vento dalle montagne,
o dal fiume. Aveva indossato dei vestiti maleodoranti e si
era infilato gli stivali senza calzini. In Dock Street, alle spalle
di un isolato di negozi bui e di un supermercato con le
saracinesche abbassate, sorgeva il villino a schiera in mattoni
rossi dove zia Viola abitava in un appartamento in affitto
al secondo piano. Nel vialetto scorse quello che sembrava
un mucchio di stracci vecchi. Un corpo abbandonato
sulla neve, immobile. Era stato trascinato per qualche metro
in direzione della casa, si vedevano le tracce, come se,
malgrado quello che aveva detto al telefono, Viola avesse
cercato di portarlo dentro, ma poi avesse desistito e gli
avesse gettato addosso una coperta con un gesto di costernazione
e di disgusto, coprendogli quasi per intero il volto
cos che in un primo momento lo si sarebbe creduto morto.
Aaron chiam ad alta voce: Pa'? Svegliati.
Scopr con cautela il volto del padre. Sperava quello che
si spera in questi casi Non  lui!
Il viso dell'uomo era malconcio e gonfio. Sembrava un
pallone che aveva preso troppi calci. I capelli grigi, che Aaron
ricordava di un nero brillante, sui quali Delray portava
una fascia come un guerriero Comanche per incutere
paura ai bianchi, si stavano diradando sulla sommit del
capo ed erano tutti arruffati, le guance erano ricoperte di
peli ispidi come aculei. Delray aveva solo quarantotto anni
- o quarantanove? - Aaron non ricordava bene, ma ne dimostrava
almeno dieci di pi, aveva delle ecchimosi sotto
gli occhi socchiusi e la bocca spalancata come un pesce
morto. Una volta Aaron aveva visto in un museo un'antica
e rozza maschera funeraria dei Seneca, con le orbite vuote,
la bocca atteggiata a forma di O e ornata da ciuffi di piume
di gufo e, dannazione, Delray somigliava proprio a quella
maschera, alla cui vista i bambini avevano riso, assembrati
davanti alle vetrine polverose del museo. I bambini indiani,
riuniti in un gruppetto serrato, erano quelli che ridevano
di pi, quasi di rabbia.
Sembrava che Delray fosse stato pestato, preso a calci.
Non era stramazzato a terra solo perch ubriaco. Aaron immagin
che gli avessero fatto parecchio male, colpendolo
dappertutto.
Dall'ingresso del villino a schiera giunse una voce femminile.
La zia di Aaron, con un cappotto addosso, gli grid:
Portalo via di qui! Non ne posso pi! Dannazione, se
si vuole ammazzare, che lasci in pace me.
Ma vedendo che Aaron faticava a sollevare Delray, Viola
si calm e and ad aiutarlo. Grugnendo per lo sforzo riuscirono
infine a mettere in piedi quell'uomo pesante, che stava
riprendendo conoscenza. Ehi, pa', non puoi dormire
qui. Vuoi che ti si geli il culo? Sono io, c' anche Viola. Forza,
svegliati.
Viola gett della neve sul viso livido di Delray, aiutandolo
cos a riprendere i sensi. Aaron lo cinse con un braccio
per sorreggerlo. Ges, il vecchio era ingrassato! Sembrava
un sacco di patate. Non era pi alto di Aaron, ma pesava
almeno quindici chili di pi. Delray stava mormorando
qualcosa, come fosse irritato, indignato. Spingeva Aaron,
sembrava non averlo riconosciuto, nonostante lui volesse
aiutarlo. Aaron supplic: Ges, pa', forza. Devo portarti
a casa prima che arrivino gli sbirri.
Quando ci si ubriaca in quel modo  come riportare un
danno cerebrale. Non c' da scherzare. Negli ultimi tempi
Delray beveva vodka a tutto spiano e forse si stava spingendo
fino a un punto di non ritorno.
Ormai era sempre pi distante. Una figura nebulosa che
pi la si guardava pi era evanescente.
Con l'aiuto di Viola Aaron riusc a condurre Delray fino
al furgone, a sollevarlo e a farlo sedere sul sedile anteriore,
dove si stravacc lamentandosi e imprecando. Viola rideva
esasperata, il viso rigato di lacrime. Ne aveva abbastanza,
disse. Delray era suo fratello maggiore, lo aveva sempre
ammirato, si era preso cura di lei nei momenti pi delicati
- quando il suo primo marito era impazzito e aveva tentato
di ucciderla, prima di finire in carcere a Potsdam, dov'era
morto, e in altre occasioni, ma adesso la faccenda era diversa
e lei non sapeva come affrontare quella situazione.
Tra i Kruller si diceva apertamente Delray la seguir allinferno.
Alludevano a Zoe. Che era gi all'inferno.
Viola disse: Domani portalo a Watertown, all'ospedale
dei reduci.  gi stato ricoverato l. Dovranno accoglierlo.
Lo metteranno nel reparto disintossicazione. Un'altra notte
cos e Delray tira le cuoia.
Aaron la rassicur, l'avrebbe fatto. Voleva vedere come
sarebbe andata l'indomani mattina.
Viola esclam brusca: Ti ho detto di portarlo l. Fallo ricoverare.
Al diavolo cosa accadr domattina.
Aaron acconsent. Temeva l'ira della zia, quando le donne
sono cos in collera se non stai attento ti ritrovi il viso
tutto graffiato. Stava pensando che dopo sette anni - sette!
- dall'omicidio di Zoe, davano ancora la colpa a sua madre.
Tutto ci che accadeva loro era una conseguenza delle
azioni di Zoe. La seguir all'inferno.
Aaron guid piano, con cautela, fino in Quarry Road. Il
vecchio, ubriaco com'era, da un momento all'altro poteva
cominciare a dimenarsi come un pesce, a vomitare o a lottare
con lui - un alcolizzato in uno stato cos grave  pericoloso, come chi  sotto l'effetto delle metamfetamine.
L'adrenalina che Aaron aveva in circolo cominciava a calare.
Adesso aveva paura, gli stava per venire un'emicrania,
come se le vene e le arterie indurite e tese fossero sul
punto di scoppiare.
Davanti a s vide un'auto della polizia svoltare in Post
Road. Aaron rallent. Non voleva certo attirare l'attenzione
degli agenti. Era convinto di essere ormai sobrio, ma quella
sera aveva bevuto e se gli sbirri l'avessero fermato e sottoposto
alla prova del palloncino poteva risultare positivo
e l'avrebbero accusato di guida in stato di ebbrezza, gli
avrebbero ritirato la patente, e poi che avrebbe fatto? Non
si pu vivere senza patente.
Dopo il lavoro si era fermato al Grotto a bere con degli
amici. Due ragazzi dell'officina di Delray, sposati e pi grandi
di lui, che non avevano voglia di tornare a casa dalle loro
famiglie. E poi c'era quella ragazza - quella donna - pi
grande di lui di qualche anno, si chiamava Sheryl? - Shirl?
- aveva dato ad Aaron un cocktail di eroina e cocaina, voleva
sballarsi insieme a lui, cazzo, non era bello sballarsi da
sola, aveva detto, e Aaron aveva accettato, facendole credere
che per lui, a ventun anni, farsi era un'esperienza nuova
e che era stata lei a iniziarlo. Adesso cominciava a ricordare:
Sheryl aveva una treccia che faceva oscillare come una
coda di cavallo, e gli respirava affannosamente in faccia in
un sibilo simile a vapore. Nel parcheggio dietro al Grotto
si erano messi a pomiciare mugolando, quindi se l'era portata
a casa immaginando che Delray non ci fosse - infatti
non c'era - ma poi non ricordava bene cosa fosse accaduto
tra loro in quella stanza sul retro.
Lei aveva lasciato quella finta treccia lucida, come per
deriderlo.
Nella peggiore delle ipotesi le aveva fatto del male o
l'aveva offesa senza sapere come, lei lo aveva denunciato
agli sbirri che adesso lo stavano cercando, notando il numero
di targa l'avrebbero fermato e, con Delray stravaccato
sul sedile accanto a lui ubriaco fradicio, gli avrebbero controllato la patente e il libretto, avrebbero verificato
i suoi dati al computer trovando certo il nome Kruller, Aaron nella banca dati, quand'era minorenne Aaron era stato
coinvolto in una rissa a scuola ed era stato condannato per
"aggressione" e oltraggio, in base alla giurisdizione dello
stato di New York quei precedenti erano stati archiviati ma
il suo nome compariva ancora nella banca dati della polizia
di Sparta e quindi c'era da supporre che vi comparisse anche Kruller, Delray. Nel 1987 gli era stata ritirata la patente
per sei mesi per ubriachezza molesta, guida in stato di ebbrezza e resistenza a pubblico ufficiale.
Ma sarebbe stato il legame con Kruller, Zoe ad attirare
maggiormente l'interesse degli sbirri.
Sta' calmo, pa'. Ci siamo quasi.
Delray cominciava ad agitarsi sul sedile. Nello stretto abitacolo del furgone si sentiva il forte puzzo di alcol e vomito
che emanava. Chiedeva ad Aaron dove diavolo lo stesse portando e perch non guidava lui - quello era il suo furgone,
no? Aaron gli spieg: Pa', sono appena venuto a prenderti a casa di Viola. Alcuni amici ti hanno scaricato nel vialetto, saresti morto assiderato se Viola non fosse stata sveglia.
Poi aggiunse: Vedi, pa', ti sto portando a casa. Hai bisogno di una bella dormita.
Hai bisogno di una bella dormita. Come se fosse quello di
cui Delray aveva pi bisogno.
Aaron stava pensando che era davvero sbagliato accudire il padre in quel modo. Come fosse un bambino. Era innaturale, di solito  il padre ad accudire il figlio.
Non poteva fare a meno di provare del risentimento.
Come per Zoe, che aveva smesso di amarlo in quel modo
speciale. Una madre ti ama incondizionatamente e ti perdona sempre, ma un giorno quell'amore pu finire e ti ritrovi
solo. Forse lui era cresciuto troppo per lei. Ma non era colpa sua! Ti voglio bene, tesoro, e anche a tuo padre, solo che adesso
voglio vivere un po' la mia vita, trovare un posto dove respirare.
Una beffa crudele, visto che era morta strangolata. Non
poteva respirare pi.
Erano le quattro e mezzo passate quando Aaron imbocc
il vialetto che conduceva nella casa dove viveva da sempre,
a quanto ricordava. La vecchia fattoria che Zoe aveva
fatto dipingere di una tinta pesca, un bel colore ma ormai
sbiadito, sembrava cemento sporco; da quando era andata
via, oltre sette anni prima, le imposte si erano scolorite e
alcune addirittura erano marce. Come le fioriere che Aaron
laveva aiutata a fissare sotto le finestre; lei vi aveva piantato
dei fiori di un rosso sgargiante - gerani? - ma poi si era
stancata di curarli. N lui n Delray si occupavano della
casa in cui vivevano come molluschi nel loro guscio, anche
se a volte Aaron si rendeva conto che la casa stava andando
in pezzi come una nave in balia delle onde in qualche
mare remoto, Zoe se ne sarebbe rattristata.
Oh, tesoro! Com' potuto accadere! Non avrei mai voluto che
succedesse una cosa del genere.
Perch gli parlava ancora. Pi di quanto lui facesse con
lei. Gli sembrava quasi di sentire la sua mano che gli toccava
il polso. Doveva reprimere l'impulso di voltarsi verso
di lei, disperato e bramoso, chiedendole Mamma? Dove sei?
... non ho mai toccato tua madre, Aaron.
Va bene, pa'. D'accordo.
Lo sai, vero, Aaron?
S.
Grugnendo e imprecando Aaron riusc a far scendere
Delray dal furgone e a condurlo in casa. Non fu facile
senza l'aiuto di Viola, il vecchio era troppo ubriaco per
collaborare, una volta dentro Aaron lo port nella stanza
sul retro - Delray non poteva certo salire le scale - dove
qualche ora prima aveva portato quella donna dalla lucida
treccia finta, Sheryl o Shirl. Fece stendere Delray sul
sudicio materasso nudo, gli sfil gli stivali, i luridi calzini
di lana, il giaccone di montone sporco di vomito. Delray
cercava di aiutarlo alzando le braccia, le gambe, e si
mise a mormorare in tono di scusa: ... l'amavo. Tu non
mi credi ma l'amavo. Sei ancora un ragazzo, non capisci
queste cose. Amavo tua madre....
Certo, pa'. Lo so.
Aaron si accovacci per slacciargli i pantaloni, un gesto
goffo e imbarazzante, non riusciva a guardare il vecchio
in faccia. Poi and a prendere un asciugamano umido in
bagno e gli pul alla meglio il viso malconcio. Forse Delray
non stava poi cos male. I pugili che sanguinano facilmente
sembrano sempre in condizioni peggiori di quanto
non siano. E comunque le lesioni gravi non sono visibili. Il
sangue non  indice di lesioni gravi. Quando si gioca a lacrosse
si pu sanguinare un po' ovunque, ma si continua
a giocare.  una questione di orgoglio non abbandonare la
partita, e Aaron era deciso a non abbandonarla. Alcuni suoi
amici che vivevano nella riserva dei Seneca l'avevano fatto,
arruolandosi nell'esercito. Era quella la loro via d'uscita:
l'esercito. Ma Aaron Kruller non l'avrebbe fatto. Aveva
deciso di rimanere l a Sparta, di aiutare suo padre in officina
e, un giorno, di rifarsi una reputazione. Era una sorta di
missione di cui non aveva mai parlato a nessuno. Di certo
non a Delray.
Esamin le mani di suo padre e con un sorriso not che
sulle grosse nocche c'erano delle escoriazioni, quella notte
doveva essere rimasto coinvolto in una rissa e aveva picchiato
sodo qualcuno. Forse era stato lui stesso a provocarla,
se l'era cercata. Con chi eri stanotte, pa'? Per curiosit.
Delray parve non sentire. Prese dalle mani di Aaron
l'asciugamano umido e se lo premette sugli occhi, gemendo
sommessamente.
Dopo un po' riprese: ... mi credi, vero? Su tua madre?
Eh?.
Certo, pa'. Non ti preoccupare.
Non denunceresti mai tuo padre, vero, Aaron?
Aaron rise, imbarazzato. Ne avevano gi parlato altre volte.
Perch dovrei farlo adesso, pa'? Non l'ho fatto allora...
Adesso era meglio andarsene, pens. Lasciar dormire suo
padre. Forse Delray aveva solo bisogno di una bella dormita,
al risveglio, verso mezzogiorno, avrebbe dimenticato
tutto, e anche lui voleva dimenticare.


Capitolo 28.
Quella notte. Solo in seguito ci avrebbe pensato come a quella
notte.
In realt, Aaron era rincasato tardi quella notte.
Cio la notte in cui era morta Zoe Kruller. La notte in
cui Zoe venne uccisa. La notte in cui tutto cambi. E io lo seppi
troppo tardi.
Andavano avanti cos. Vivevano in quel modo, insieme,
nella casa di Quarry Road, dopo che Zoe era andata via. Il
pomeriggio - prima che venisse espulso dalla scuola con
l'etichetta di disturbatore cronico - Aaron lavorava nell'officina
di suo padre. Metteva la benzina e imparava il mestiere
di meccanico da Delray, e quando non c'era lui a insegnarglielo
ci pensava il suo braccio destro, Mitch Kremp.
Accompagnava Mitch con il carro attrezzi per dargli una
mano; dopo la chiusura del garage, alle sei del pomeriggio,
passava quasi tutte le sere con gli amici, rincasando il
pi tardi possibile, tanto quasi certamente non avrebbe trovato
Delray.
Svoltando nel vialetto di casa aveva visto una luce accesa
in una stanza al pianterreno. Pur sapendo che non era
possibile - ne era sicuro - aveva sentito un tuffo al cuore
al pensiero che Zoe fosse tornata, ma probabilmente quella
luce l'aveva lasciata accesa lui, la mattina.
Quella notte dell'11 febbraio 1983. Quando la vita di Aaron
and in frantumi. Era in giro con alcuni amici della
riserva, in North Post Road. Si ritrovavano a un incrocio,
davanti a un 7-Eleven dove il fratello maggiore di un amico
di Aaron aveva comprato una confezione da sei lattine
di birra e delle sigarette. Uno dei pi grandi era andato
in macchina a Sparta, alla vecchia stazione ferroviaria,
per procurarsi un po' d'erba da un tale che conosceva. Aaron
era tra i pi giovani del gruppo, un ragazzo incauto
e fiducioso. Se usciva fuori qualche mattana era sempre
il primo a proporsi. Avevano forzato alcune automobili
parcheggiate dietro il centro commerciale Sears, ma c'era
solo qualche sacchetto della spesa con dentro giocattoli e
stronzate da donna tipo asciugamani, biancheria intima
e calze, che gettarono via disgustati. Niente di valore, la
gente aveva il buon senso di chiudere le macchine e loro
non si arrischiavano a rompere i vetri. Entrarono facendo
una gran cagnara nel centro commerciale dov'era il CineMax,
sotto gli occhi di qualche studentessa delle superiori,
e il direttore del cinema dovette avvisare il servizio
di sicurezza, perch accorse una guardia ad allontanarli.
Ragazzi, questa  propriet privata. Non  un luogo pubblico.
Uno dei giovani rovesci un bidone dell'immondizia
e ruppe un vetro, la guardia dal faccione grasso li rincorse
per un breve tratto fino al limitare di un terreno, dove
non riusc pi a stargli dietro, Aaron e i suoi amici correvano
tutti eccitati come una muta di cani, frantumando
con i piedi la crosta di ghiaccio mentre la guardia gli gridava
dietro con voce disgustata Brutti stronzi, la prossima
volta vi faccio sbattere dentro. Tornatevene in quella fottuta riserva
da dove venite.
Sghignazzavano, ma Aaron si sentiva svuotato come una
ruota sgonfia, e non vedeva l'ora di tornare a casa.
Erano le undici passate quando rientr. Ora che Zoe era
andata via pareva che a nessuno importasse un accidente
se Aaron tornava tardi, perdeva qualche lezione o addirittura
saltava la scuola. Se aveva qualcosa da mangiare o divorava
come un animale affamato quello che trovava nel
frigorifero - avanzi, cibo da asporto preso al ristorante cinese, tranci di pizza, panini al salame, formaggio e verdura.
Le uniche provviste che Delray teneva erano di birra.
Quella notte. Quando Aaron rientr Delray non era in
casa; si mise a guardare la tv, stravaccato sul divano, bevendo
una lattina di birra e finendo un panino stantio trovato
nel frigorifero, ma era fuori discussione, Aaron credeva
a suo padre quando questi affermava di avere passato
quelle ore con una donna, non poteva rivelarne il nome
perch era sposata e temeva di perdere l'affidamento dei
figli. Aaron non conosceva l'identit della donna ma sembrava
non abitasse a Sparta bens a Star Lake, quindi da l
Delray con la macchina ci aveva messo almeno quaranta
minuti, e questo pareva plausibile. Era fuori discussione,
Aaron credette a suo padre quando lui gli giur che quella
notte non era a Sparta, non si era avvicinato a West Ferry
Street, quella notte non aveva visto Zoe.
Negli occhi del padre iniettati di sangue aveva visto la
sincerit di quelle parole. Non ho fatto del male a mia moglie
Zoe, l'amo ancora, mi credi, vero, Aaron?
Certo. Aaron gli credeva.
Alla polizia che gli aveva chiesto dove fosse stato Delray
quel sabato notte e nelle prime ore di domenica mattina,
Aaron aveva risposto: Pap era a casa, con me. Eravamo
tutti e due a casa.
L'espressione astiosa da adolescente, lo sguardo evasivo.
Quando era messo alle strette la sua pelle assumeva un
colorito rosso scuro, la tipica carnagione dei nativi americani
che pareva bruciacchiata, malgrado sua madre fosse
bianca e bionda.
Per tutta la notte? Sei sempre rimasto con tuo padre quella
notte e le prime ore del mattino di domenica? Ci stai dicendo
questo, Aaron?
S. Stava dicendo proprio quello.
Non stava mica mentendo per proteggere il padre, vero?
insinu con tono falsamente amichevole l'investigatore pi
anziano, quello che si chiamava Martineau.
Per un lungo attimo Aaron non rispose. Il sangue scuro pulsava sotto la pelle del viso. Ma non abbocc, rispose
solo che no, non aveva mentito. Suo padre era stato a casa
con lui, avevano passato tutta la notte insieme.
Nella stessa stanza? Nello stesso letto? Tutta la notte?
L'investigatore aveva un tono beffardo, ma Aaron non cadde
nel tranello, sedeva ostinato, impassibile. Non stava mentendo.
Era convinto di non mentire. Se Delray gli aveva giurato
di non avere fatto del male a Zoe, e che quella notte non
era stato al civico 349 di West Ferry Street, Aaron gli credeva.
Lo sai che non ti mentirei, figliolo.  la pura verit.
Alle domande incalzanti degli investigatori Aaron rispose
con voce flebile ed esitante: era proprio cos, diversamente
dal solito quella notte lui e suo padre erano rimasti a casa.
Capitava che Delray passasse la notte fuori, poteva stare
via due o tre giorni, Aaron non sapeva dove andasse, ma la
notte del 10 febbraio Delray era rimasto a casa. Forse aveva
un po' d'influenza, era andato a letto presto, mentre lui
aveva visto la televisione. Quindi era a casa, e suo padre a
letto in camera sua al piano di sopra, Aaron poteva giurarlo. Anche in tribunale, se necessario.
E la mattina quando lui era uscito suo padre era ancora
a letto, ne era certo. Aveva deciso di fare un salto dalla madre,
che abitava insieme a un'amica, lei gli aveva chiesto di
passare a prendere un regalo di Natale che aveva comprato
per lui, prima di partire per un viaggio - Aaron pensava
fosse "un viaggio in aereo" - doveva "fare un provino"
in un nightclub. No, non sapeva altro. Di solito Zoe gli accennava
i suoi progetti, ma non entrava nei dettagli.
Comunque, rifer Aaron, voleva vederlo prima di partire,
sembrava una cosa importante per lei.
Gli domandarono con quale frequenza incontrava sua madre,
da quando era andata via dalla casa di Quarry Road.
Non troppo spesso, rispose Aaron con una scrollata di spalle.
"Non troppo spesso"? Quando avevi visto tua madre
per l'ultima volta, prima di quella mattina, figliolo?
Figliolo. Aaron sent un sapore acido in bocca, avrebbe
voluto sputare sul tavolo.
Non troppo spesso, conferm. Ma Zoe lo chiamava, a casa.
Ha detto che doveva darti un "regalo di Natale"? Dov'
questo regalo?
Aaron si strinse nelle spalle. Non ci aveva pi pensato,
a quel regalo di Natale.
E tua madre non ti ha detto con chi avrebbe fatto quel
"viaggio in aereo"? E dove sarebbe andata?
Aaron scosse la testa. No, non glielo aveva detto.
Hai avuto qualche "presentimento" che potesse esserle
accaduto qualcosa?  per questo che sei andato da lei?
Aaron scosse la testa. No, non l'aveva avuto.
Presentimento era una parola nuova per Aaron, ma ne conosceva
il significato.
Aveva accettato un passaggio in macchina per Sparta
da alcuni vicini di Quarry Road che si stavano recando in
chiesa. Questo verso le nove. In quelle luminose mattine
d'inverno si alzava presto.
E tuo padre era ancora a casa? A letto? Dormiva?
Aaron si strinse nelle spalle. A quanto ne sapeva, s.
Gli investigatori si scambiarono occhiate scettiche, perplesse.
Aaron cap che non gli credevano, ma non avrebbe
abboccato rivolgendosi a loro in modo insolente.
L'investigatore pi giovane, Brescia, insiste: Allora sei
proprio sicuro, Aaron? Ci stai dicendo la verit, non stai
mentendo per proteggere tuo padre,  questo che vuoi che
crediamo?.
Come se avesse detto Vuoi che crediamo questa stronzata.
Aaron avvert di nuovo quel disgustoso sapore acido in
bocca, come di catrame, pi intenso di prima.
Si strinse nelle spalle. Sorrise. S, era sicuro.
Dopo le prime settimane di indagini gli investigatori di
Sparta ammisero di non essere riusciti a raccogliere prove
concrete a carico di Delray Kruller per l'omicidio della moglie.
Era un dato di fatto che delle numerose impronte rilevate
sulla scena del delitto, sparse come escrementi di mosca
per tutta la squallida abitazione, nessuna apparteneva
a Delray Kruller.
Nessun testimone tra i vicini afferm di avere visto Delray
nei pressi del civico 349 di West Ferry quella notte, alcuni dichiararono
invece di avere notato un paio di uomini, tra cui
Eddy Diehl con la sua scintillante Oldsmobile nera.
Aaron non ne fu sorpreso. Sapeva che Delray non gli aveva
mentito. Se Delray glielo giurava, lui avrebbe scommesso
la testa che non mentiva.
Eddy Diehl era il nome che si sentiva citare pi spesso riguardo
all'omicidio di Zoe Kruller.
Eddy Diehl era stato l'amante di Zoe, ed era stato ricevuto
da lei, in West Ferry Street.
Eddy Diehl, un uomo sposato con figli. Noto per il temperamento
irascibile, e con la fama di grande bevitore.
Apr la porta socchiusa. Vide immediatamente un corpo
femminile seminudo riverso sulla sponda del letto disfatto,
e un braccio insanguinato steso sul pavimento, come a
richiamare l'attenzione.
Dalla sua gola eruppe un grido. Il gemito di un animale
ferito, che gli graffi la gola.
Non url il suo nome, Zoe, ma mamma.
Grid ripetutamente mamma mamma mamma, e non solo
in quei momenti ma tante altre volte, per tutta la vita.
Ricordava quei primi, terribili istanti, quando aveva sentito
qualcosa avventarglisi contro, come la sagoma scura di
un pipistrello, sul viso, come se volesse soffocarlo. Fu sul
punto di perdere i sensi, le ginocchia cedettero, si ritrov a
terra piegato in due a vomitare.
Un caldo vomito acido, un rigurgito che fuoriusciva dalla
bocca.
Ecco che significa essere morti. La carne che imputridisce.
Ecco che significa essere morti.
Gli era parso di sentire l'odore di lei. Anzi, ne era certo.
Nonostante l'aria gelata. Ne era certo.
Quello che Aaron fece nei minuti successivi non fu rivelato
dagli organi d'informazione.
Non corse fuori dalla stanza, come avrebbero fatto altri. Non si precipit gi per gridare aiuto. Nemmeno per
un attimo gli pass per la mente il pericolo che incombeva
su di lui, se l'assassino o gli assassini di sua madre erano
ancora in casa.
Non fece niente di tutto questo. Riusc a rimettersi in piedi
e si avvicin a sua madre, al cadavere insanguinato, seviziato,
riverso sulla sponda del letto disfatto, grugnendo per
lo sforzo iss il corpo per adagiarlo sul letto, sollevando da
terra il braccio rigido. Cerc di distendere le braccia piegate
in una posa grottesca, e di coprire le nudit. Le lenzuola
indurite erano intrise di sangue. Nella stanza faceva molto
freddo, si gelava: una finestra era stata aperta con la forza.
Malgrado ci si avvertiva un inconfondibile puzzo di
urina e di feci. Nonostante lo shock, Aaron si sentiva mortificato
e provava vergogna. Non per lui, per Zoe. Per sua
madre, per il suo corpo nudo. Si prova una grande vergogna
davanti a un corpo nudo. E per le urine e le feci che le
imbrattavano le cosce. Sul palco, illuminata dai riflettori,
con quel costume scintillante Zoe Kruller appariva splendida,
ma il suo corpo straziato e mutilato era tutto tranne
che splendido. Come quell'odore.
Qualcuno aveva lasciato la finestra semiaperta. La neve era
caduta dentro. Aaron si trascin alla finestra e la spalanc.
Perch? Perch perdere tempo per fare una cosa simile?
Eri impazzito, Aaron? Cosa ti passava per la testa?
La stanza era sottosopra, come il letto di Zoe. Dava l'idea
che fosse stata sistematicamente, deliberatamente messa
sottosopra. Era stata teatro di una lotta furibonda. Il pavimento
era cosparso di oggetti caduti. Aaron incespic in
una scarpa col tacco alto. Un paralume lacerato, una lampada
di ceramica infranta. Indumenti intimi, calze da donna.
Un maglioncino sporco, alla rovescia. Un reggiseno color
carne strappato, trasparente come una ragnatela. Fuori
dalla finestra la neve appena caduta rifletteva i raggi accecanti
del sole di febbraio, che mettevano a nudo la sudicia
carta da parati chiazzata di sangue. Sembrava che un bambino
impazzito avesse schizzato di vernice rossa le pareti. Serrato al collo di Zoe, legato intorno alla nuca, c'era un
asciugamano inzuppato di sangue. La donna aveva perso
sangue dalla testa, le avevano sfondato il cranio. Avevano
scaraventato a terra gli oggetti posti su un cassettone: una
borsetta azzurra di paillettes con una tracolla dorata, articoli
da toilette, un vasetto di borotalco versato. La polvere
odorava di mughetto, Aaron si accovacci e si mise subito
a spargerne manciate sul corpo della madre e sul letto. Ne
cosparse il pavimento e le pareti appiccicose di sangue rappreso.
Tir su le lenzuola e arrotol le coperte per coprire il
corpo martoriato, vi ammucchi sopra qualsiasi cosa trovasse,
ogni oggetto che gli capitava tra le mani brancicanti,
e quello che rimaneva del borotalco.
Cos va meglio. Adesso s.
Infine, esausto, usc dalla stanza. Si trascin barcollando
fuori dalla camera che ora odorava di mughetto. Aveva lasciato
ovunque impronte senza pensarci, non si era chiesto
se in casa ci fosse ancora qualcuno, nascosto da qualche parte.
Non lo sfior nemmeno l'idea che potesse esserci Jacky
DeLucca, la donna che gli sorrideva inumidendosi le labbra
strette, che avessero ucciso anche lei, da qualche altra
parte della casa, si era completamente dimenticato di quella
donna. Non and a guardare nell'altra stanza, e nemmeno
nel bagno attiguo. Istupidito e in preda a una calma innaturale
scese le scale, come un sonnambulo. Le mani odoravano
di sangue e di morte, e di mughetto, un nauseante
sentore dolciastro. Ed erano sporche di sangue. Sul viso,
sulle guance, dove si era toccato c'erano grumi di sangue e
borotalco. Mentre scendeva le scale fu sul punto di svenire,
ma riusc a trascinarsi fuori, nella fredda aria pungente,
e sedette pesantemente sulla piccola veranda. Gli sembrava
di avere le gambe inerti, si sentiva debolissimo, ma avvertiva
una strana calma, un senso di soddisfazione, come
se avesse portato a termine un compito. Aveva fatto quanto
poteva per Zoe. Era troppo debole per andare via, o per
chiamare aiuto. Rimase sul lurido pavimento di cemento
della veranda, con la porta socchiusa alle spalle e la sgargiante ghirlanda natalizia che pendeva tutta storta. Forse
l'aveva urtata lui. Lo trovarono cos, in quello stato di penosa
catalessi, con gli occhi sbarrati e quella calma apparente.
A qualche isolato da l suonavano le campane della chiesa
di St Patrick, in Dock Street. Erano le undici del mattino di
una domenica di febbraio del 1983 quando la vita di Aaron
Kruller and in frantumi.
Quanto tempo era rimasto accasciato sulla veranda invece
di chiedere aiuto? gli domandarono in seguito. Non
ne aveva idea. Dieci minuti? Quindici? Mezz'ora? Immerso
nell'oblio, in quello stato di trance, forse aspettava che
Delray passasse a prenderlo. O forse - chiss? - aspettava
Zoe. Non sentiva nemmeno il freddo, c'erano dodici gradi
sotto zero. Ma era scosso da un tremito convulso, aveva
la giacca a vento e i pantaloni chiazzati di sangue e di
strani coaguli misti a borotalco. Infine fu notato da un vicino,
l'uomo vide un ragazzo seduto tutto solo sulla veranda
come un cane abbandonato, senza cappello, senza
guanti, con le ginocchia raccolte contro il petto. Davanti a
quella neve abbacinante i pensieri di Aaron si susseguivano
con innaturale lentezza. Rammentava Zoe sul letto della
sua camera al piano di sopra, ma non ricordava chiaramente
di avere aperto la finestra accanto al letto o di avere
cosparso il corpo di borotalco. Alla domanda dei poliziotti
che volevano sapere il motivo di un gesto simile, Aaron
rispose semplicemente A mamma piacevano le cose profumate.
Le sarebbe dispiaciuto rimanere in quello stato. Era vero. Lo
dicevano tutti: Zoe Kruller non usciva di casa se non era
inappuntabile. Voleva apparire bellissima, uno schianto. Sarebbe
rimasta mortificata all'idea che degli estranei rinvenissero
il suo cadavere nudo in un letto imbrattato di urina,
feci e sangue. La vergogna l'avrebbe seguita anche nella
morte. Quel poco che potevo fare, l'ho fatto, dichiar Aaron.


Capitolo 29.
LABOUR DAY 1977
Ecco Zoe sul palco tutto illuminato, con lo sfolgorante vestito
rosso e le scarpe coi tacchi a spillo, era bellissima e non
potevi fare a meno di ammirarla; s, certo, Zoe era sua mamma
ma anche una sconosciuta, aveva un rapporto speciale
con il pubblico che andava in visibilio quando cantava il
suo cavallo di battaglia, Little Bird ofHeaven, un brano dal
ritmo vivace, cos diverso da come lo intonava ad Aaron da
bambino, una specie di ninna nanna, lui era convinto che
fosse una canzone appositamente composta dalla mamma,
che cantava solo a lui. Chi  il mio uccellino del Paradiso? gli
chiedeva Zoe, china sul letto, strofinando il viso contro il
suo, dandogli un bacetto sul naso e rimboccandogli le coperte
Chi  il mio uccellino del Paradiso?... Sei tu! Tu sei il mio
uccellino del Paradiso. Adesso Aaron aveva otto anni, era disorientato
e allarmato, gli sembrava un tradimento sentire
la mamma cantare quella canzone che credeva destinata
solo a lui, e in maniera cos diversa, vederla sorridere e
ammiccare a tutti quegli sconosciuti, con quel vestito luccicante
che non le aveva mai visto indosso, inchinarsi davanti
al pubblico mettendo in mostra la scollatura, il tessuto
attillato intorno alla minuta gabbia toracica, alla vita
e ai fianchi, come un fluido che la ricopriva.
I looked up and I looked back
Walked a hundred miles on the railroad track
Alls I can tell from where I stand
There's alittle bird of heaven right here in my hand*
Certo, Aaron lo capiva, Zoe cantava in un gruppo e i cantanti
si comportavano cos: indossavano vestiti particolari,
si piazzavano sorridenti davanti a un microfono e si esibivano
come quelli alla tv, mentre il pubblico acclamava e
applaudiva. Aaron lo capiva, tuttavia si sentiva offeso. Vedeva
l'affascinante donna bionda illuminata dai riflettori,
in quel momento non era sua madre, cantava col suo
gruppo, i Black River Breakdown, che suo padre detestava,
quegli uomini a pap non piacevano e se ne lamentava
con la mamma: il violinista dai capelli bianchi, il chitarrista
che somigliava a Elvis, e quell'uomo tarchiato che pizzicava
uno strumento simile a un grosso violino appoggiato a
terra, producendo un suono basso e profondo come il gracidio
delle rane dietro alla casa, in Quarry Road.
Ma pap aveva acconsentito, e in fondo era orgoglioso
di mamma. S che lo era.
Aaron e suo padre sedevano in prima fila sotto il palco.
Dovevano allungare il collo all'indietro per vedere. La musica
a tutto volume li travolgeva, come onde. Quei posti in
prima fila erano riservati ai familiari e agli amici dei componenti
della band, erano posti privilegiati vicini al palco. Al
pubblico piacevano anche altre canzoni interpretate da Zoe:
Big Rock Candy Mountain, You Are My Sunshine, Little Footprints
in the Snow. Era evidente l'eccitazione di Zoe, l'ansia
di farsi amare, acclamare, applaudire dal suo pubblico. Socchiudendo
gli occhi Aaron si volt a guardare le file di posti
dietro di s, c'era cos tanta gente, facce a lui sconosciute,
avevano tutti lo sguardo fisso su Zoe al centro del palco, Aaron cont trentadue file, ognuna di venticinque posti, quindi
davanti al palco c'erano... ottocento persone? Ma molti stavano
in piedi, sull'erba altri spettatori erano seduti su delle
coperte, e tutt'intorno, nel parco, gente ai tavoli da picnic
e attorno ai barbecue. Saranno state settecento persone.
I Black River Breakdown erano il terzo o il quarto gruppo
a esibirsi al concerto per il Labour day e quello con il maggior
seguito. Aaron lo sapeva, doveva essere orgoglioso di
sua madre. E voleva esserlo, non doveva pensare che mamma
lo avesse tradito, sapeva che non era giusto, non doveva
comportarsi come un moccioso, adesso era cresciuto, era
contento per sua madre, eppure si sentiva strano, confuso,
come se avesse davanti qualcuno con indosso una maschera,
o avesse scambiato il manichino di un negozio per una
persona in carne e ossa, c'era qualcosa di strano in quella situazione,
ascoltare Little Bird ofHeaven in quel posto, dalla
voce alterata della mamma, che non era quella della ninna
nanna riservata a lui.
Pap gli era seduto accanto, sulla sedia pieghevole, le
gambe allungate e una lattina di birra aperta sulle ginocchia,
ascoltava in silenzio, l'espressione severa, fissava
mamma sul palco e applaudiva solo alla fine di un brano,
e non in modo spontaneo come gli altri. Applaudiva forte,
in maniera teatrale, le mani alzate affinch Zoe potesse vedere
- se lo desiderava - che la stava acclamando, com'era
fiero e felice per lei.
E lo era davvero.
Oltre agli applausi, altri rumori infastidivano Aaron e
Delray. Acclamazioni, fischi, grida - di uomini, ragazzi -
e le loro espressioni, inequivocabili. Aaron aveva solo otto
anni, ma capiva.
Esibire cos il tuo corpo. Non dirmi che non  vero. E quel modo
di muovere le labbra. Credi che non ti abbia visto?
Pap diceva a mamma cose che lei non voleva sentire.
E che Aaron non doveva sentire.
Dopo il concerto ci fu un ricevimento. Aaron era convinto
che vi avrebbero partecipato, ma prima ancora che gli
applausi si smorzassero Delray si alz barcollando e and
via lasciandolo indietro, a lui non rimase che seguirlo.
Forse aveva mormorato Andiamo! o forse non aveva detto
niente, e cos Aaron dovette farsi largo tra la folla di sconosciuti
che lo urtavano, in preda all'inquietudine, all'eccitazione.
Sentiva il tradimento di Zoe bruciargli il viso come
una scottatura.
Nei pressi del parcheggio si arrischi a dire: Hai permesso
a mamma di farlo... non glielo hai impedito.
Delray camminava avanti, senza prestargli attenzione.
Perch glielo hai permesso, pap? Perch non glielo hai
impedito?
Delray lo sent. Mentre apriva la macchina, come dopo
avere riflettuto su quella domanda, che gli suscit un riso
beffardo, disse: E perch avrei dovuto "impedirglielo"? Tua
madre  felice cos. Ha una bella voce, ha sempre sognato
di cantare in un gruppo. Non ne avr sempre l'opportunit.
Poi rise, un riso di scherno, adesso era evidente. Uscendo
dal parcheggio - Delray fu uno dei primi ad andare via
- aveva dimenticato di accendere i fari, e qualche automobilista
glielo segnal. Aaron chiese: Perch non siamo rimasti
con mamma? Quando torner a casa? e Delray rispose,
ridendo: Non preoccuparti. Mamma trova sempre
un passaggio, ovunque voglia andare.
Nel suo letto, senza la mamma a rimboccargli le coperte,
si sentiva infelice, non riusciva a prendere sonno, era irrequieto,
avvertiva un prurito - in quel dannato parco era
stato punto dalle zanzare. Era eccitato, ma quando chiuse
gli occhi vide Zoe sul palco, la sent cantare, udiva il suono
basso e profondo simile al gracidio delle rane prodotto
dall'uomo che suonava il gigantesco violino. Era offeso, la
mancanza di Zoe gli toglieva luce e calore l nel letto, lei li
risucchiava da ogni stanza da cui usciva: la temperatura si
abbassava, si percepiva il gelo della sua assenza. Il vuoto.


Capitolo 30.
MAGGIO 1978
Mamma? Ehi, mamma...
La chiamava, ciondolando per casa, pur sapendo che
non c'era. Regnava un grande silenzio: niente radio, nessuno
che canticchiava in cucina. Un tempo la mattina presto
Zoe bussava piano alla porta di Aaron, entrava e se lo
trovava ancora a letto si metteva a punzecchiarlo, a dargli
dei buffetti e a fargli il solletico perch si alzasse. Gli diceva
dormiglione, poltrone. Sollevava le coperte mentre lui si svegliava
a fatica, la pelle umidiccia e il battito cardiaco lento
come quello di una creatura assopita nella mota di un
oceano profondo.
Ma quella mattina la casa era immersa nel silenzio. Ormai
a nessuno importava un accidente se Aaron si svegliava in
tempo per prendere il pulmino, o se non si alzava per niente.
Delray aveva detto, con voce calma e strozzata Non c'
modo di impedirle di fare ci che vuole, se  decisa a farlo. Noi
non possiamo darle quelle cose.
Aaron aveva nove anni. Era un bambino grande e grosso
che ti fissava con occhi tristi, gli scuri capelli opachi ricadevano
a ciocche sul viso che pareva scolpito. Si stropicciava
gli occhi con i pugni in preda al dolore e alla rabbia, ora che
la madre era andata via. Zoe aveva fatto una brutta cosa,
lo sapeva, pap era disgustato di lei e lui doveva schierarsi
con pap, altrimenti sarebbe rimasto disgustato anche di lui.
Pap a volte si lanciava contro Zoe, lui lo aveva visto. Non
l'aveva detto a nessuno, altrimenti pap si sarebbe arrabbiato.
Usciva da una stanza sbattendo la porta e correva dietro a
Zoe, l'afferrava per le spalle e la scrollava tutta, digrignando
i denti gialli come il ghigno malefico di una grossa zucca
di Halloween, anche se sosteneva di non averla mai picchiata,
per lo meno mai presa a pugni, cos diceva ad Aaron.
Mamma osava schiaffeggiarlo, i capelli scomposti sul viso
paonazzo. Osava graffiarlo, fino a spezzarsi le unghie. Bastardo
figlio di puttana, picchiare una donna. Sei il doppio di me,
sei proprio un uomo coraggioso, brutto figlio di puttana.
Se Aaron fosse saltato fuori dal suo nascondiglio e si fosse
arrischiato a mettersi in mezzo, pap gli si sarebbe rivoltato
contro, lo avrebbe immobilizzato e tempestato di pugni
sulla testa, nella pancia, sul sedere.
Dopo che la madre and via di casa, zia Viola veniva a cucinare
per loro. Viola era la sorella minore di Delray; prendeva
le difese della cognata e consigliava al fratello di starle
meno addosso, lui sapeva quanto era importante per Zoe
sfondare come cantante, aveva una bella voce melodiosa,
lo dicevano tutti. Delray rispondeva in modo volgare che
di bello e melodioso sua moglie aveva solo il culo. Quella
dannata voce non interessava a nessuno.
Viola replicava ridendo, be', se lo diceva lui.
Una sera, Delray era fuori, Viola e Aaron erano soli in
casa, stavano mangiando davanti alla tv dei maccheroni
al formaggio e una zuppa di pesce cucinati da lei, quando
la zia gli confid un segreto: Zoe e i suoi amici musicisti
dei Black River Breakdown erano andati in macchina a
New York a fare un "provino" per una casa discografica,
e se quel "provino" andava bene presto Aaron avrebbe visto
Zoe alla televisione e l'avrebbe ascoltata alla radio. Forse
li avrebbero invitati a Nashville per partecipare al Grand
Ole Opry Magari sarebbero diventati amici di Dolly Parton, Johnny Cash, June Carter. La gente avrebbe comprato
i loro dischi e sarebbero stati ricchi, cos potevano andare
via da Sparta e trasferirsi in qualche citt tipo Nashville
o New York, o almeno in una zona migliore di Sparta, tipo
Ridge View, dove c'era chi aveva un porticciolo privato e
le barche sul fiume.
Aaron rimase sbalordito nell'udire quei discorsi. Delray
non gliene aveva mai parlato. Viola sorseggiava la birra di
Delray, mangiava e parlava con sguardo sognante, disse che
era andata a salutare Zoe per augurarle buona fortuna. No,
non approvava tutto quello che faceva, ma capiva le sue esigenze.
Si era messa in viaggio con i suoi amici musicisti su
un furgoncino Chevy color crema e la scritta BLACK RIVER
BREAKDOWN a caratteri rosso porpora sulle fiancate, si erano
portati gli strumenti (chitarre, batteria) e le attrezzature per
fare delle "serate" - matrimoni, riunioni familiari, concerti
estivi, esibizioni. I Black River Breakdown erano un gruppo
di tre musicisti e una cantante, tutti con lavoro e famiglia, e
non erano conosciuti fuori dalla contea di Herkimer anche
se erano ormai cinque anni che giravano per quelle "serate"
e, come diceva Zoe, La giovent se ne va!
Nella casa di Quarry Road c'era un antiquato pianoforte
verticale che Zoe aveva comprato da ragazza per quaranta
dollari da un anziano vicino. Zoe aveva sempre desiderato
prendere lezioni di piano, ma nel frattempo aveva cominciato
a suonare a orecchio con due dita e a strimpellare
canzoni sentite alla radio o dai dischi. In quel modo aveva
imparato un sacco di pezzi, era molto diligente e volenterosa.
Aaron ascoltava con attenzione Zoe strimpellare melodie
al piano, gli pareva che le note - a volte esitanti, altre
suonate in modo fluido - rappresentassero un codice segreto
che lui doveva decifrare.
Quando Aaron batteva goffamente le dita o i pugni sulla
tastiera le corde vibravano nello strumento, procurandogli
una dolorosa sensazione di allarme. In preda alla
frustrazione appoggiava il pollice sulla tastiera dalla parte
destra, fin dove riusciva ad arrivare, e lo faceva scivolare verso sinistra con un movimento forte e rapido, producendo
un terribile frastuono e scorticandosi la pelle fino a
farla sanguinare.
Zoe aveva un altro sogno: scrivere canzoni!
Voleva scrivere soprattutto canzoni d'amore da incidere
con i Black River Breakdown, ma ogni volta che ne componeva
una, per quanto all'inizio sembrasse originale, si rendeva
presto conto che assomigliava a qualche pezzo delle
Supremes.
 come se avessi la loro musica nel cervello. Dannazione!
Nel periodo che trascorse a New York Zoe chiamava a
casa ogni giorno alle sei di sera per parlare con Delray e poi
con Aaron. Delray era brusco e burbero, scambiava a malapena
qualche parola prima di passare il ricevitore al figlio;
ad Aaron faceva una strana impressione sentire la voce della
madre al telefono, era una novit, ma risuonava calda e
intima come quando si chinava sul letto a soffiargli nelle
orecchie e a fargli il solletico per svegliarlo.
Nelle prime tre telefonate Zoe raccont ad Aaron tutta
entusiasta che si stava divertendo: New York era una citt
"fantastica", e la prossima volta avrebbe portato con s
la famiglia. Ma la quarta e ultima sera scoppi in lacrime
e disse che non vedeva l'ora di tornare a casa, loro le mancavano
troppo.
Aaron rimase sbalordito nel sentire sua madre piangere
al telefono. Fu sul punto di scoppiare in lacrime anche lui,
ma suo padre gli strapp il ricevitore di mano.
Zoe? Al diavolo, torna a casa. Altrimenti vengo a prenderti
io.
Zoe torn mortificata e scoraggiata, la gente riteneva che
i Black River Breakdown avessero sbagliato ad andare subito
a New York, avevano sostenuto un "provino per l'incisione
di un disco" con la Empire Music Productions Spa
e gli avevano scucito 1650 dollari.
Che "studio" orribile!  al dodicesimo piano del palazzo
pi vecchio e decrepito della Quarantatreesima Strada,
a pochi isolati da Times Square, pensavamo fosse uno studio serio, visto dove si trova, e ci siamo cascati. Dopo avere
pagato quanto pattuito sono saltate fuori un casino di
"tariffe extra" - di "spese accessorie" - ci hanno sottoposto
un contratto pieno di cavilli, l'abbiamo firmato senza
leggerlo. Davanti a quell'edificio c'erano drogati e vagabondi
- a New York li chiamano "senzatetto" - accampati
sul marciapiede di fronte al palazzo, praticamente per entrare
dovevi scavalcarli, avremmo dovuto capirlo che era
un brutto segno. E quel "signor Goetsch" che si  presentato
come "amministratore delegato della societ" intasca
i nostri soldi, un assegno circolare, e ci porta in una stanza
che doveva essere uno "studio di registrazione" insieme a
un "tecnico del suono", passiamo almeno sei ore a incidere
delle specie di quarantacinque giri ma pi piccoli, cio
dei veri e propri dischi, ma in formato ridotto, ce li danno,
malgrado mi vergogni gli chiedo: Tutto qui? Tutti quei soldi
per avere questi dischetti di plastica con i pezzi dei Black
River Breakdown, quando a casa abbiamo gi nastri e cassette?
Il signor Goetsch promette che ci chiamer l'indomani
o entro due giorni per il nostro "provino", se passeremo
allo "stadio successivo", nel frattempo alloggiamo al Motel
Howard Johnson sulla Quarantasettesima Strada, con
gli scarafaggi nel bagno, un casino tremendo tutta la notte
- sirene, ambulanze, camion dei pompieri, botti che parevano
petardi, o colpi di arma da fuoco, come nelle peggiori
storie che si sentono su New York e che sembrano esagerate.
Oh, Dio, ho dovuto controllare che nel letto non ci fossero
le cimici. Avevo l'impressione che quelle creature orrende
mi strisciassero sulla pelle! Di giorno siamo andati a
visitare posti tipo l'Empire State Building e il Rockefeller
Center, non li immaginavamo cos imponenti, la sera abbiamo
visto degli spettacoli, come quelli delle Rockettes, 
stato bello ma costava un casino, molto pi di quanto pensa
la gente qui, ho speso quasi tutti i risparmi messi da parte
lavorando da Honeystone's, cavolo, mi brucia. Ci sto proprio
male... E cos passa un giorno, e il secondo, la mattina
del terzo, e dal signor Goetsch ancora nessuna notizia,
ci aveva detto che avrebbe mandato la registrazione del
"provino" a degli impresari, a case discografiche, a dj della
radio e a gente della tv aspettando le risposte, ma non ci
aveva chiamato e quando cercavamo di contattarlo l'operatore
ci metteva in attesa e niente. Cos mi decido ad andare
di persona dal signor Goetsch, sono disperata, a quel
punto non c'era pi niente da perdere, naturalmente nello
"studio di registrazione" c' un altro gruppo per un provino,
sembrano studenti delle superiori che scimmiottano
Mick Jagger, e il signor Goetsch mi guarda come se non mi
riconoscesse, mi liquida dicendo che adesso non ha tempo
per me, ma io gli dico che il tempo farebbe bene a trovarlo
e subito, altrimenti vado alla polizia. Il signor Goetsch mi
ride in faccia, devo sembrargli proprio una stupida.
 pi vecchio di come ci era sembrato il primo giorno.
Ha una faccia paffuta con la pelle untuosa e l'alito che puzza
di whisky, e non  nemmeno mezzogiorno. Mi porta nel
suo ufficio, mi prende una mano e la stringe, come se tra
noi ci fosse un rapporto particolare, siamo in un stanzetta
angusta e deprimente che d su un muro cieco, e io gli
dico, signor Goetsch, so che il mondo  pieno di dilettanti
che sperano di sfondare, mi dica solo se io o i Black River
Breakdown abbiamo qualche possibilit. E il signor Goetsch
fa: Certo che ce l'avete, cara Zoe, questa  l'America e c'
sempre un'occasione per avere successo, ma poi s'interrompe
come se si fosse sgonfiato, mi fa un sorriso triste e
forzato e si mette a rovistare in un cassetto, tira fuori una
grande cartina stradale patinata degli Stati Uniti, la stende
sulla scrivania come farebbe un insegnante, inforca gli
occhiali, con le lenti bifocali, respira pesantemente dalle
narici pelose, con una matita picchietta sulla cartina stradale
indicando dei punti da nord a sud, da est a ovest, e
con quella voce triste mi fa: Zoe, lei mi sembra una ragazza
carina e per bene e so che ha un gran "cuore" e potrebbe
diventare una leggendaria interprete, ma voglio essere
franco con lei, mia cara, come merita: le vede tutte queste
citt? Queste metropoli? Ovunque, in ogni stato? In ognuna di esse c' almeno una ragazza molto carina, con una
bella voce, una voce "promettente", che spera di fare strada
nel mondo dello "spettacolo", che sogna di diventare
ricca e famosa, l'orgoglio della sua famiglia, di far rodere
dall'invidia le compagne di liceo, che fantastica di essere
fermata per strada da sconosciuti che le chiedono un
autografo e di scattare qualche fotografia con lei. In tutti
gli angoli pi remoti degli Stati Uniti, in tutte le metropoli, le cittadine, i piccoli insediamenti desolati che diventeranno
presto citt fantasma, destinate a essere sepolte dalla
polvere nei prossimi decenni, senza pi nessuno a ricordarle,
o a cui importi un accidente - sono solo punti sulla
cartina, vede? E la tragedia  che come lei ce ne sono troppe,
cara Zoe. Ci sono troppe "Zoe Kruller" e non c' posto
per tutte. Siete come creature marine degli abissi, tutte
cos affamate, e non c' mai cibo a sufficienza. E quindi
quelle stesse creature diventano prede. Se non ci fossero
le altre "Zoe" - e tutte le "stelle" che si aggrappano disperatamente
al successo raggiunto, ne conoscer tante - lei
potrebbe avere una chance. Ma non  cos, capisce, Zoe? E
quindi lei non ha possibilit.
Zoe raccontava questa storia abbassando la voce, per imitare
il profondo tono baritonale di Goetsch. Voleva divertire
gli ascoltatori, ma alla fine immancabilmente le spuntavano
le lacrime e si asciugava gli occhi con le dita.
Aaron si chiedeva se dovesse ridere. Mamma voleva cos?
Ogni volta che la raccontava a persone diverse quella storia
diventava sempre pi divertente, la voce sempre pi esasperata,
l'espressione di mamma sempre pi buffa, ma poi
spuntavano quelle lacrime, Aaron le vedeva.
Come odiava l'uomo di New York che aveva detto quelle
cose a Zoe!
Odiava chiunque facesse piangere la sua bellissima mamma,
e detestava immaginare le persone come orde di pesci
famelici, e che cos in tanti finissero divorati.
Oh, cavolo, devo ammettere che aveva ragione. S, ha
ragione. Times Square  il vortice, voglio dire il "centro"
in cui si riversano quella fame e quelle speranze, lui lo sa.
Forse si chiamava davvero "Goetsch", riflettemmo poi, tornando
a Sparta con il furgone, forse quel nome significava
"Beccato", della serie "Ci sei cascato, coglione!" o forse era
falso, solo un soprannome. Chiss. Forse non stava scherzando.
Voglio dire con me, con altri era diverso. Con me ha
parlato sinceramente, ne sono certa. Era un po' brillo, ma
non ubriaco. Mi chiamava Zoe in modo molto tenero, mi
ha offerto da bere, voleva brindare ai Break River Blackout
- cos li ha chiamati, ma non per scherzo - gli ho risposto
no grazie, e lui mi ha detto va bene Zoe, e mi ha salutato
con un bacio sulla guancia. Va bene e bonheur toujours. Ho
preso l'ascensore e ho lasciato quel posto, mi sono incamminata
sulla Quarantatreesima Strada, piangendo e ridendo,
pensavo, Ci sono troppe Zoe Kruller, e tutte cos affamate.
Mamma, a me piace come canti! disse Aaron con atteggiamento
protettivo.
Bene!  questo che conta.
Zoe sorrise e si chin a baciare Aaron, ma perse l'equilibrio
e le labbra protese mancarono il suo nasino; l'alito della
mamma aveva uno sgradevole odore dolciastro, Aaron
si chiese se l'aveva portato da New York.


Capitolo 31.
APRILE 1980
Aveva undici anni, stava ripetendo la quinta. Alla scuola
elementare Harpwell, negli occhi dei compagni di classe pi
piccoli di un anno scorgeva la propria inadeguatezza. E la
intravedeva negli occhi dell'insegnante. Nella sua mente cominciarono
a prendere corpo pensieri troppo grandi per lui.
Nella sua testa cominci a materializzarsi Krull.
Li aveva visti alla discarica di Garrison Road. Era a cavalcioni
della sua bici, una giornata umida di aprile, da
solo. Trascorreva solo la maggior parte del tempo. Avvert
una fitta al cuore, sapeva che la donna nel furgone era sua
madre. Anche se aveva la vista annebbiata e il cuore scalciava
frenetico come una bestiola, lo sapeva, quella donna
era Zoe. Doveva essere lei, i folti capelli striati di biondo
legati all'indietro con un foulard di seta rosso. Conosceva
quel foulard. Conosceva quella risata che ricordava il suono
emesso da un uccello che becca. La voce dell'uomo era pi
bassa, sussurrante.
Aaron lo aveva visto pi d'una volta da Honeystone's.
Non ne conosceva il nome, ma era insieme ai figli, un ragazzo
della sua et e una ragazzina pi piccola. Aveva notato
che aspettava che Zoe fosse libera per farsi servire da lei,
con fare circospetto, la osservava con la coda dell'occhio. E
il riso deliziato di Zoe quando se ne accorgeva. Come una
grossa gatta che faceva le fusa compiaciuta per il piacere, si
leccava le labbra mentre si chinava sopra l'alto bancone puntellandosi
sui gomiti e mormorando Ehi, cosa tu prendi oggi?
Aaron chiuse gli occhi e ricord il nome: Eddy.
Cosa tu prendi, Eddy?
Con quella voce particolare. Una voce dolce, roca, provocante.
Come quando si chinava sul suo letto mentre lui
dormiva e lo svegliava soffiandogli piano nell'orecchio.
Quell'uomo, Eddy. Di certo era un bianco. Nemmeno una
goccia di sangue scuro, Aaron ne era sicuro.
Un bell'uomo con una maglietta e pantaloni cachi, un
berretto da baseball calcato sulla fronte. Braccia muscolose
ricoperte da una peluria chiara e un'aria da prepotente,
non era il tipo che aspetta pazientemente in fila, eppure
aspettava Zoe Kruller.
Eddy, lo dicevo che eri tu, ti trovo bene.
Anch'io ti trovo bene, Zoe.
Aaron bazzicava quella discarica. Di solito da solo, a volte
con gli amici. In quell'immondezzaio c'erano grossi uccellacci
sgraziati che emettevano strida rauche, si sentivano
dalla strada. Come se li stessero scannando. Corvi, gabbiani,
avvoltoi dal collo rosso. Gli avvoltoi erano uno spettacolo!
Li chiamavano spazzini. I ragazzi pi grandi si spingevano
in bicicletta fino alla discarica per sparare a quegli uccelli
con fucili ad aria compressa calibro 22. Ad Aaron piaceva
il rumore secco degli spari, bang. Significava che il terrore,
il dolore, la morte terribile che si abbatteva su una creatura
vivente erano solo un suono secco, come il bang in un fumetto.
Sparare, ecco cosa avrebbe fatto Krull il giorno che
avesse avuto un'arma.
Delray un'arma l'aveva. Un fucile da caccia. Non lo teneva
pulito e oliato e l'ultima volta che l'aveva preso, per esaminarlo,
aveva la canna arrugginita. Dannazione, potrebbe esplodermi
in mano, aveva commentato con disgusto.
Aaron si era accovacciato dietro una cassa da imballaggio.
Cercava di non respirare a fondo, il fetore dell'immondizia
putrida era insopportabile. Mentre si avvicinava in bici alla discarica non aveva notato il furgone verde
scuro, ma poi l'aveva visto, parcheggiato fuori dal recinto,
in una macchia di alberi e alti cespugli di cardi e giunchi,
da dove partiva una strada di servizio che si addentrava
nel sottobosco. Aveva sentito delle voci ma non riusciva a
decifrare le parole. Nascosto dietro le piante poteva vedere
i due nel furgone, un uomo con un berretto da baseball
e una donna con i capelli legati all'indietro da un foulard
rosso. Il cuore gli martellava in modo fastidioso. O forse
era piacevole. Sent ridere. Gli sembrava di conoscere la risata
stridula della donna. S che la conosceva. Avvert una
strana sensazione, come delle formiche rosse che gli mordevano
la pelle.
Quel pomeriggio era solo, si era spinto in bicicletta fino
in Garrison Road. La mattina aveva bighellonato nei pressi
dell'officina nella vana speranza che il padre gli assegnasse
qualche lavoretto, ma Delray era uscito con il carro attrezzi
portandosi dietro un giovane meccanico, e non lui.
Zoe era andata a fare la spesa. O chiss cosa, di sabato
pomeriggio. Un tempo portava Aaron in macchina con s,
ora non pi.
Adesso sei grande, tesoro, perch non vai a giocare con i tuoi
amichetti?
Oggi ti annoieresti con mamma. Mi saresti d'impaccio. S,
d'impaccio!
Aaron os avvicinarsi al furgone. Avanzava accovacciato
come un'orrenda creatura nana. Nell'ora di ginnastica gli
altri ragazzi lo guardavano con diffidenza. Aaron Kruller
era cos alto, con quegli occhi scuri e la carnagione olivastra.
Alla scuola elementare Harpwell non c'erano bambini
come lui, alle medie e alle superiori s, i ragazzi della riserva
indiana dei Seneca che arrivavano col pulmino. Cos'hai
detto ai compagni? Li hai minacciati?, gli aveva chiesto l'insegnante
con voce sibilante, lasciandolo sbalordito, incapace
di discolparsi.
Siedi qui. Al tuo posto. Non ti muovere! Non voltare la testa.
Lascia in pace gli altri bambini. Tu sei pi grande e grosso di loro.
La rabbia covava in lui, vedeva la bionda chioma appoggiata
al finestrino del furgone dal lato del passeggero, dove
l'uomo l'aveva spinta, senza che lei opponesse resistenza.
Gli cedeva come un'indolente gattona, allungando le braccia,
e adesso l'uomo era chino su di lei. Eddy, col berretto
da baseball. La donna gli strinse le braccia attorno al collo,
e lo tenne stretto.
Krull sapeva cosa stavano facendo. Sapeva che significava
scopare: la cosa pi brutta che si potesse fare. Glielo
avevano detto i ragazzi pi grandi. Al garage dell'officina
risuonavano spesso parole come cazzo, vaffanculo. Delray
pronunciava quella parola, cazzo, tutto d'un fiato, quando
era in collera, ma si poteva dirla anche se non si era arrabbiati,
era un intercalare, a volte la usavano persino le donne,
anche Zoe diceva cazzo. Per, se la pronunciava lui lei
lo sgridava.
Bada a come parli! Ci sono delle signore.
Zoe scherzava, lei non era una signora. Ma che c'era di
cos divertente?
A undici anni Krull conosceva il significato delle parole
cazzo e scopare, e ne provava disgusto. Non si capacitava per
quale ragione una donna volesse farsi scopare da un uomo.
Chiunque fosse quell'Eddy, aveva un furgone Chevy
verde scuro nuovo modello e in buone condizioni, ad Aaron
pareva di averlo visto nel garage di suo padre. Forse a
fare benzina. Magari lui stesso gli aveva fatto rifornimento.
A Delray non sarebbe piaciuto vedere Zoe con quell'uomo.
Nemmeno a Krull piaceva. Sentiva come dei morsi di
formiche rosse sotto le ascelle, dove stava spuntando una
peluria ispida, e si grattava l'inguine con veemenza, quasi
a infliggersi un castigo.
Krull sapeva tutto di Aaron, ma Aaron sapeva ben poco
di Krull. Krull era un nome speciale, i ragazzi pi grandi
lo chiamavano cos, forse per indicargli che a loro piaceva.
Zoe gli aveva detto che Aaron era il nome speciale scelto da
lei prima che lui nascesse, preso dalla Bibbia.
A quanto ne sapeva lei, in tutta Sparta nessuno si chiamava cos, quindi lui era una persona speciale e doveva mostrarsi
degno di quel nome.
Perch speciale? le aveva chiesto.
Perch sei mio! aveva risposto lei, ridendo e dandogli un
bacetto sul naso.
Era uno scherzo? Oppure no? La mamma era meravigliosa,
poteva farti credere qualunque cosa, se eri disposto
a darle retta.
Perch sei mio e di pap. Ecco perch sei un bimbo speciale.
Krull non era uno sciocco. Era rimasto molto male per
la bocciatura in quinta elementare, dovuta a difficolt di lettura
e a un'insufficienza in condotta. Umiliato e inferocito,
non avrebbe pi avuto fiducia in quei dannati insegnanti.
Quando si sforzava di leggere, le parole gli si confondevano
davanti agli occhi, come i numeri. Detestava gi solo
guardare una pagina scritta, e davanti alla lavagna serrava
le palpebre, tanto era l'odio per la scrittura.
Quando l'insegnante gli dava il gessetto, per interrogarlo alla lavagna, lui non capiva quali numeri doveva scrivere,
ma Krull lo consolava Mandali affanculo e vattene. Esci
da questa fottuta aula, non ci pensare, amico.
Fissava il furgone Chevy parcheggiato all'estremit del
recinto. Adesso nell'abitacolo non si scorgeva pi niente,
nemmeno il foulard rosso, e non si sentiva pi ridere. Se
qualcuno fosse passato di l in bicicletta avrebbe pensato
che il furgone era vuoto, abbandonato, o che il proprietario
era da qualche parte nella discarica o nei boschi circostanti,
a caccia, con un'arma. Con un fucile.
Bang! Bang bang bang! Krull sentiva i ragazzi ridacchiare,
uno gli pass il fucile.


Capitolo 32.
Quegli anni. Krull cresceva.
Un suono secco come un pugno: Krull.
Pesante e massiccio come un blocco di cemento: Krull.
A casa il padre lo chiamava figliolo. A volte Aaron, quando
voleva rimproverarlo. Era facile scontentare Delray, e
difficile soddisfarlo, ma tutto sommato Aaron e suo padre
andavano d'accordo. In officina, dove Aaron dava una
mano - senza ricevere compensi: ti pago con vitto e alloggio,
figliolo -, a volte Delray lo prendeva da parte e gli parlava
in modo diverso, riservato, quasi con tenerezza, spesso in
tono canzonatorio, scompigliandogli i capelli con le mani
unte di grasso, dicendogli Bene, figliolo, stavolta non hai fatto
cazzate. A dire il vero hai fatto proprio un bel lavoro.
Era come quando giocava a lacrosse e un ragazzo pi
grande lo guardava approvando con un cenno del capo.
Anche se Aaron abitava a Sparta e non dove vivevano loro.
Anche se aveva una madre bianca, disprezzata dalle loro
madri. (Come faceva a saperlo? Lo sapeva e basta.) Giocare
a lacrosse era un'attivit salutare. Come giocare alla guerra.
Non tutti potevano giocarci: alle ragazze era proibito.
Persino alle massicce, muscolose e mascoline ragazze indiane.
I giocatori sfoggiavano con orgoglio i segni delle battaglie,
lividi, cicatrici, ginocchia, caviglie e spalle doloranti,
sarebbe stato un affronto se le femmine avessero toccato una
mazza da lacrosse, figuriamoci sgambettare per il campo
ansiose di giocare. Da tempo Aaron sentiva storie di giocatori
di lacrosse della riserva di Herkimer scelti da osservatori
delle squadre professionistiche canadesi, che li portavano
a loro spese in Canada, dov'erano pagati per giocare
a livello agonistico, e che avevano rinunciato alla cittadinanza
statunitense per assumere quella canadese senza
pensarci due volte.
Adesso che era pi grande e frequentava le superiori, Aaron
doveva lavorare di pi all'officina del padre. Non c'era
tempo per giocare a lacrosse, o per fare i compiti. I quaderni
li lasciava a scuola nel suo armadietto o sul banco. Zoe
protestava, diceva che Aaron era troppo giovane per lavorare
come un dannato mulo in quel garage, tutto sudicio di
grasso, era solo una ragazzo, sarebbe stato meglio se avesse
imparato qualcosa a scuola, e una volta preso un diploma
si fosse iscritto all'universit pubblica per seguire dei
corsi di primo livello. Ma Delray replicava che lui non aveva
preso nessun diploma, figuriamoci se era andato all'universit,
al che Zoe ribatteva Infatti,  per questo che nostro figlio
non dovrebbe prenderti a modello.
E dovrebbe prendere tea "modello''? ribatteva Delray ridendo.
Zoe temeva che Aaron rimanesse vittima di un incidente
in officina. E se una macchina sollevata o una motocicletta
in riparazione slittava e gli fracassava una gamba? Se rimaneva
schiacciato? L'Officina Kruller non era certo la meglio
attrezzata nel circondario di Sparta. In effetti vi si erano verificati
incidenti, dei meccanici erano rimasti feriti. Lo stesso
Delray si era infortunato a un dito della mano sinistra,
perdendone la sensibilit, e a un dito del piede sinistro aveva
un'unghia morta, spessa e scolorita come uno zoccolo,
ma se la rideva di quelle piccole menomazioni, consolandosi
che almeno non gli avevano dovuto amputare qualche
arto come ai suoi commilitoni in Vietnam. Niente irritava
Zoe pi di vedere il figlio adolescente tornare a casa
con le spalle curve come un uomo di mezza et, con indosso
una tuta lercia di grasso e maleodorante di olio, benzina
e sudore; lo obbligava a lavarsi le mani e le braccia con
il borace, e prima di farlo sedere a tavola gli puliva con la
sua limetta le unghie rovinate sporche di grasso, e gliele
tagliava con le sue forbicine, limandole dov'erano spezzate
o lise. Sul viso aveva macchie di grasso che parevano
pitture di guerra dei pellerossa, e persino sulle ciglia e tra
i capelli. Cos Delray portava Aaron dal barbiere per fargli
tagliare i capelli a spazzola come una recluta dei marine.
Lui se la rideva delle preoccupazioni di Zoe: Stronzate.
Aaron con me sta bene.
Ed era cos. Con Delray Aaron stava bene. Quasi sempre.
Era bello avere un padre come lui, profondo conoscitore
di macchine, di motociclette.
Un padre con una Harley-Davidson che ogni tanto tirava
fuori, quando usciva con i suoi amici motociclisti.
Circolava la voce che un tempo Delray Kruller facesse
parte degli Hell's Angels degli Adirondack. A chi glielo
chiedeva, Zoe rispondeva scrollando le spalle con gesto
evasivo Domandalo a Del. I tatuaggi ce li ha.
I tatuaggi.
Doveva esserci del vero in quella diceria, anni prima era
accaduto un guaio con una banda di motociclisti. Qualcosa
era andato storto. Forse fu in quel periodo che suo padre
fin in prigione su a Potsdam. Sin da piccolo Aaron sapeva
bene che quello era un argomento tab. Bisognava tenere
la bocca chiusa, se il padre voleva dirgli qualcosa l'avrebbe
fatto. Niente mandava pi in bestia Delray di sapere che
qualcuno chiedeva a Zoe cose sul suo conto.
Quando Aaron era piccolo, ogni tanto Delray lo portava
sulla Harley-Davidson. Felice e come in trance, Aaron
montava sull'ampio e morbido sellino dietro Delray, cingendolo
alla vita, un atteggiamento impensabile in altre situazioni.
Un contatto cos intimo con il suo pap! E che muscoli
aveva, anche se sui lombi e attorno alla cintola era un
po' flaccido, stava ingrassando. Adesso non c'era pi modo
di avere un contatto fisico con suo padre, tanto meno cos
intimo. Per Aaron quello stato di trance dovuto alla felicit
era una sorta di oblio che, nei momenti di profonda tristezza, per esempio a scuola, o quando giaceva a letto irrequieto
e in un bagno di sudore, senza riuscire a prendere
sonno, poteva vivere e rivivere nel ricordo come la replica
di una scena vista alla tv.
Del, lo ammoniva Zoe, almeno fagli mettere il casco! E mettilo
anche tu. Delray replicava in tono canzonatorio Tranquilla,
tesoro, il piccolo con me  al sicuro. Non andremo a sbattere.
A dire il vero, quando Delray lo riteneva necessario indossavano
entrambi il casco. Ma non per brevi corse su percorsi
accidentati lungo viottoli polverosi, tra campi di granturco
i cui steli sferzati dal vento erano alti pi di due metri,
e producevano suoni e sibili come povere creature viventi,
mentre i motociclisti sfrecciavano nei paraggi. Se il tragitto
in moto era pi lungo e bisognava percorrere una strada
asfaltata - per esempio da Quarry Road fino a Post, e sulla
strada che costeggiava il fiume, con una sosta alla taverna
di Post - Delray allacciava il casco al figlio e indossava
il suo; Aaron chinava obbediente la testa come il giovane
pilota di un caccia, o un astronauta che un superiore aiuta
a prepararsi per una missione pericolosa.
Tieniti forte, figliolo. All'inizio balleremo un po'.
Con Aaron dietro che lo cingeva stretto, Delray raramente
superava i centodieci chilometri orari quando lanciava la
rombante Harley-Davidson su tratti aperti di strade di campagna.
Oltre i centodieci, centoventi, la moto cominciava a
vibrare e tremare in modo sinistro, e Delray non voleva rischiare
un incidente, con suo figlio a bordo. Per gran parte
della vita era stato uno spericolato figlio di puttana - era il
primo a riconoscerlo - ma adesso, superati i quaranta, cominciava
a essere pi cauto. Si vantava del suo istinto di
motociclista, anche quand'era brillo sapeva come frenare in
curva - mai slittare sulla ghiaia, nemmeno a velocit moderata,
aveva assistito a incidenti del genere in pieno giorno,
uno davvero brutto, fatale.
Tenendosi a Delray per la cintola, con la bocca secca,
mentre sfrecciavano sulla Harley-Davidson Aaron osservava
meravigliato il familiare paesaggio rurale sfocarsi come
un oggetto nell'acqua, notava le increspature - veicoli che
saettavano verso di loro a velocit incredibile, sembravano
strattonati come yo-yo, mentre in alto il cielo si dissolveva,
biancastro come vapore infiltratosi da scintillanti squarci
di sole attraverso nubi rosso fuoco, e gli veniva da pensare
Questo  il colmo della felicit, non sar mai pi felice come adesso.
Con il tempo Delray prendeva sempre meno la Harley-Davidson.
In realt voleva vendere quella dannata moto.
Aveva problemi alla schiena, "dolori alla cervicale", e con
l'et si diventa pi prudenti.
Tuttavia Delray era ancora un uomo alto e ben piantato,
con i lineamenti marcati e cesellati da indiano e una folta
capigliatura scura come il manto di un bisonte, diceva
Zoe, con disgusto misto ad ammirazione, del suo folle marito
motociclista che aveva sposato cos giovane "Diamine,
ero una ragazzina, non sapevo cosa stavo facendo".
Nel cuore dell'estate indossava la bandana come un hippie
fuori epoca, beveva birra e a volte fumava una canna nella
sua officina, un'attivit che all'inizio degli anni Ottanta
gli permetteva a malapena di tirare avanti, e che, come
Zoe aveva cominciato a capire, era destinata a chiudere, vista
la concorrenza di officine pi nuove e meglio attrezzate
sorte nel circondario di Sparta. La prima cosa che si notava
di Delray erano i tatuaggi: le spalle muscolose e le braccia
ricoperte da una folta peluria nera rilucevano di colori
stravaganti, sull'avambraccio destro era raffigurata una
bandiera americana intrecciata con un cobra, su quello sinistro
un'aquila dai torvi occhi bronzei, e sulla schiena, ampia
e dalla carnagione pallida, ricoperta di ispidi peli scuri
come una pelliccia, uno spettrale teschio nero ghignante
dalle cui orbite fuoriuscivano fiamme, con sotto incisa la
misteriosa scritta aha61.
Adirondack Hell's Angels 1961?
Cos immaginava Aaron. Delray non gli avrebbe mai rivelato
i suoi segreti.
Sulle nocche spigolose della mano destra aveva un cuore
cremisi con una scritta nera: Zoe.
Da uomo a uomo, Delray aveva confidato ad Aaron di
essersi pentito di quei tatuaggi, soprattutto della bandiera
e dell'aquila americana.
Sai,  come se la pelle non ti appartenesse pi, non puoi
tornare indietro. Come un tabellone pubblicitario o qualcosa
del genere, una stronzata. Dovresti farti spellare vivo,
capisci, figliolo? E, cazzo, non ne vale la pena.
Perch tu sei speciale. Sei mio!
Che stronzata. Non lo era mai stato. Si ritraeva da sua
madre quando gli arruffava i capelli, lo pungolava e gli faceva
il solletico come sapeva fare lei. A Zoe piaceva stabilire
un contatto fisico mentre parlava. Le piaceva toccare
l'altro, anche senza bisogno di parlare.
Adesso che era diventato Krull non le credeva pi.
Si era convinto che tutto quel che lei gli diceva fossero
stronzate, perch era sua madre, e lo amava.
Krull capiva che un amore come quello era una forma di
debolezza. Ti entrava dentro, ti sfibrava. Come un cancro
al midollo. A scuola Aaron era timido e impacciato, aveva
problemi a leggere e detestava essere interrogato, temeva
di mettersi a balbettare, di non saper rispondere, i compagni
avrebbero riso di lui, e cos si era fatto la reputazione
di ragazzo intrattabile, "non collaborativo". Gli insegnanti
erano a disagio con lui e lo giudicavano male; poi, a tredici
anni, quando Aaron divent pi alto e robusto, sviluppando
un fisico muscoloso, venne fuori Krull: a quel punto
non ci si poteva pi sbagliare, era proprio lui.
In terza media cominci a compiacersi del fatto che i compagni
di classe lo rifuggivano. Alcuni distoglievano subito
lo sguardo, fingendo di non vederlo. (Ma tornavano a
fissarlo, di nascosto. Soprattutto le ragazze.) A Krull veniva
da ridere nello scorgere quell'ombra di paura sui loro
volti. Per suscitarla non c'era bisogno di spingerli, urtarli,
spintonarli contro una ringhiera o una fila di armadietti.
Prima paura, poi rispetto. Krull cresceva.
I ragazzi pi grandi lo rispettavano. Alcuni vivevano nella
riserva, altri nel remoto distretto settentrionale di Sparta, vicino a Quarry Road, qualcuno abitava nella sua zona.
Erano ragazzi come lui. I loro padri erano uomini come Delray
Kruller: minatori, manovali, camionisti, saldatori, operai,
meccanici. Quei ragazzi dividevano con lui sigarette,
spinelli, birre e persino whisky. Bisognava avere un fratello
maggiore o un cugino per procurarsi quella roba al 7-Eleven
o al Circolo Beer & Wine, oppure dovevi sgraffignarla
a casa. A scuola, nel bagno dei maschi, o, sfrontatamente,
persino nei corridoi tra le classi, tracannavano incuranti
lattine tiepide di birra, con il liquido che pungeva le cavit
nasali, sbellicandosi dalle risa, emettendo sghignazzi simili a guaiti per attirare l'attenzione. Perch era proprio quello che volevano, e spaventare, intimidire e mettersi in mostra,
e poi speravano di venire espulsi dall'istituto e spediti
una volta per tutte a casa, con la carriera scolastica completamente
fottuta. E ovviamente fumavano a scuola, sin dalle
elementari. Alcuni di loro - ma non Krull, lui aveva troppo
buon senso - sniffavano colla da bottigliette di plastica nascoste
in buste di carta. Era un modo per sballarsi di brutto,
uno sballo "da paura", dicevano che ti friggeva il cervello.
Come le metamfetamine, che loro non si potevano
permettere. Si azzuffavano con gli altri ragazzi - i "bravi"
ragazzi -, che li denunciavano alle autorit. Deturpavano le
panchine nei parchi con vernice spray, fracassavano vetrine,
squarciavano copertoni. Krull si univa di rado a quelle
erranti bande di giovinastri, doveva lavorare nell'officina
del padre. Irrompevano ovunque, apparentemente senza
scopo, aggressivi come un branco di cani, sprizzando energia.
Usavano un linguaggio tagliente e offensivo, ripetitivo
e cantilenante: cazzo, testa di cazzo, faccia di culo, figlio di
puttana, succhiacazzi, stronzo, fica, troia. Era come un idioma
sacro, una sfilza di espressioni che avevano il potere di incutere
timore e offendere pesantemente - le ragazze, le donne,
i ragazzi pi deboli. Solo i maschi potevano usare quel
linguaggio. Krull vi ricorreva come se gli fosse connaturato.
Era eccitante pronunciare parole come quelle, offendere
in quel modo. Era come andare a sparare alla discarica,
a caccia di uccelli che si cibavano di carogne. Sparare agli
scoiattoli, ai cinghiali, alle marmotte, ai cani randagi e ai
gatti. Voglio sparare a quello stronzo, diceva uno. Cazzo, gli faccio
schizzare via un occhio, sta' a vedere. Richie Shinegal era
un amico di Krull, abitava in Quarry Road, a un chilometro
e mezzo da lui. Richie aveva quindici anni e frequentava
le superiori, chiss quale anno, aspettava di compierne
sedici per abbandonare gli studi. Era pi alto di Krull, pi
robusto e pi cattivo. Aveva una pistola Remington ad aria
compressa che sparava pallettoni di gomma in grado di uccidere
piccoli animali, di mutilare o accecarne altri. Se Richie
ti puntava contro la sua pistola, mirava agli occhi. Lo
faceva per spaventarti, ti costringeva a ripararti il viso con
le mani, ma se eri suo amico non premeva il grilletto. Un
giorno la comitiva and in bicicletta alla discarica, Richie
si pavoneggiava sparando a dei bersagli - cornacchie, corvi,
topi che sgambettavano tra i rifiuti - e a un certo punto
diede la pistola a Krull, spiegandogli come usarla, come si
armava e si premeva il grilletto tenendo l'arma sollevata,
mirando lungo la canna e trattenendo il fiato, ma quando,
seguendo le sue istruzioni, Krull spar a un corvo a dieci
metri di distanza qualcosa and storto, qualche misterioso
meccanismo si incepp e scatt sulle nocche della mano destra
di Krull. Richie si sganasci dalle risate, mentre Krull
guaiva come un cane ferito, pallido in volto per l'improvviso,
lancinante dolore. La mano s'infiamm, divenne livida
e gonfia il doppio del normale, tanto che tornando a
casa riusciva a stento a tenere il manubrio della bicicletta.
Quella sera a cena Zoe not la mano tumefatta, fece per
esaminarla chiedendogli cosa diavolo gli era successo, ma
Krull la ritrasse di scatto e assunse quella faccia da bimbetto
offeso che pareva un pugno chiuso. Non voleva che sua
madre lo toccasse, mai pi.


Capitolo 33.
AGOSTO 1981
Dopo sei anni di salario minimo, trattata come una pezza
da piedi dalla vecchia Adele Honeystone, con quella faccia
da prugna secca sempre imbronciata (era chiaramente
invidiosa della popolarit che lei riscuoteva con i clienti, in
particolare gli uomini), Zoe all'improvviso si licenzi. Se ne
and via una domenica pomeriggio d'estate, nel momento
di maggior attivit. Con quella sua voce affettata, come se
avesse un attizzatoio infilato nel sedere ossuto, Adele aveva
detto Zoe, per favore, asciuga il banco,  tutto appiccicoso! E
usa la spugna pulita, non quella vecchia e sporca, GRAZIE. Zoe
s'irrigid, senza il coraggio di replicare o muoversi, poi, lentamente,
si tolse quella maledetta retina dai capelli, l'appallottol
e la gett nella pattumiera.
No, signora. Non ci penso nemmeno.
Cosa?
Ho detto di no, signora. Non ci penso nemmeno. Mi
licenzio.
Ah, finalmente era arrivato quel momento! Per mesi, addirittura
per anni, aveva covato il risentimento dietro quei
dolci sorrisi, perch aveva bisogno di denaro, Delray non
sganciava un soldo per quella che lei chiamava la sua carriera
musicale, non la considerava una cosa seria, invece era
il sogno d'una vita. Per la sua carriera musicale i soldi Zoe
li doveva raggranellare da s, e quindi, dannazione, aveva
ingoiato l'orgoglio e la rabbia, e sopportato le ramanzine
della sprezzante signora Honeystone, ora perch metteva
troppo gelato ai clienti, ora perch aggiungeva troppe nocciole
e troppa glassa sulle coppette, ma soprattutto perch
secondo lei dava troppa corda e rideva come una smorfiosa, intendendo
che flirtava con i clienti (maschi, che se la mangiavano
con gli occhi) e in genere accusandola di spassarsela
invece che lavorare.
E cos, fremente di rabbia, Zoe si licenzi.
Cosa, Zoe? Che hai detto? La vecchia la fissava sbalordita
attraverso le spesse lenti bifocali, come se un docile animaletto
le si fosse rivoltato contro o l'avesse morsa, poi segu
Zoe intorno al bancone verso la porta, mentre i clienti
assistevano incuriositi alla scena sorridendo perplessi. Zoe,
non puoi licenziarti! Non cos! Non fare la stupida, Zoe, rimettiti
la retina, non puoi licenziarti nel bel mezzo di...
Signora, ho detto che me ne vado. Si trovi qualcun altro
che sopporti le sue stronzate da vecchia pettegola. Zoe
ne ha abbastanza.
Signora. Stronzate da vecchia pettegola. Zoe ne ha abbastanza.
Quelle parole, pronunciate da Zoe Kruller con la sua voce
pi melodiosa e flautata, a Sparta sarebbero entrate nella
leggenda, prima ancora che facesse sera.
Zoe Kruller gett via la retina, si slacci il grembiule che
lasci sul bancone e fece un'uscita teatrale dalla cremeria.
Su di lei circolarono presto un mucchio di voci, come acqua
che scorre in una cunetta: in effetti da mesi Zoe si comportava
in modo strano, e non solo da Honeystone's. Non sarebbe
stata una sorpresa se si fosse scoperto che aveva sottratto del
denaro, magari intascando dei soldi invece di batterli alla
cassa o rubandoli senza dare nell'occhio, anche se nessuno
poteva dire di averla vista. Comunque in certi ambienti
era risaputo che Zoe s'incontrava di nascosto con un amante,
anche se si ignorava chi fosse - il chitarrista di quel gruppo
country e western era troppo giovane per lei, ma conoscendo
Zoe poteva anche essere lui, o il maturo violinista
che dalla destra del palco le lanciava sguardi concupiscenti,
doveva essere imbarazzante per i familiari di quel vecchio.
E c'erano uomini, a dozzine, che bazzicavano Honeystone's
solo nei fine settimana, quando c'era Zoe Kruller, e facevano
in modo di essere serviti da lei. La risata pronta, squillante
di Zoe aveva l'effetto di uno stimolante, un eccitante,
tipo amfetamine; tra le abitanti di Sparta era scoppiata una
specie di epidemia, in molte erano ormai dipendenti dalle
pillole dimagranti - ragazze pompon alle superiori, infermiere
dell'ospedale, casalinghe, persino nonne. Le amfetamine
erano parecchio in voga fra le donne lavoratrici
oltre i trent'anni che in quel modo speravano di mantenere
un certo fascino e una certa vivacit.
E poi rendevano sexy, eccitanti, conferivano sex appeal.
Ma le voci peggiori circolavano su Delray: era stato lui
a costringere Zoe a licenziarsi, per gelosia, non sopportava
che tutti quegli uomini le facessero il filo l da Honeystone's.
Soprattutto, non sopportava che Zoe cantasse in
quella band di musica country Delray era stato in carcere,
era un ex motociclista, picchiava la moglie. Era risaputo
che aveva un quarto di sangue indiano, o forse met. Aveva
stampati in faccia i lineamenti dei Seneca, in testa i loro
capelli. E quando beveva diventava una bestia. Aveva un
temperamento estremamente focoso. Faceva gli occhi neri
alla moglie, per questo a volte lei portava occhiali da sole.
Le lasciava dei lividi sui polsi, ecco spiegati i braccialetti
tintinnanti da lei indossati. Una volta l'aveva quasi strangolata,
per questo lei aveva la voce cos roca. Tutti sapevano
che Delray era un bevitore accanito, faceva uso di droghe
e strapazzava la moglie per farla rigare dritto.
Perch mi sono licenziata? Perch  arrivato il momento di
cambiare vita, ecco perch.
Perch mi guardate cos? Andate tutti affanculo, mi merito un
po' di felicit, o almeno voglio provarci. Ecco perch.
"Il diritto alla felicit" sta scritto nella Costituzione americana!
"Tutti gli uomini sono creati uguali", il che significa anche
le donne!
La giovent se ne va, questo  certo. Vale per tutti.
Se devo starmene in piedi a sorridere ai clienti tanto vale fare
la cameriera. Almeno prendo le mance!
Un giorno avr anch'io la mia occasione. Ne sono certa.
Non sono superstiziosa, e nemmeno religiosa, ma credo.
Bisogna avere fede nel proprio destino. Bisogna crederci.
Al Checkers c una clientela diversa. Girano pi soldi, gente
con pi classe, rispetto agli altri locali sullo Strip. Il proprietario
mi ha promesso che un venerd sera mi far cantare. Tutto
pu succedere.
Cosa pensa mio marito del fatto che la moglie lavori sullo Strip?
Chiedetelo a lui.
E chiedetegli perch. Perch lei sta l. Chiedeteglielo. Sentite
un po' cosa vi risponde.
Aveva dodici anni. Era alto un metro e settanta e pesava
sessanta chili, era un ragazzo muscoloso e irritabile che dimostrava
pi della sua et. E si sentiva pi grande.
Della madre non parlava mai, n di quello che era accaduto
tra lei e suo padre. Quando loro litigavano andava
via di casa. Dormiva fuori, nel vecchio fienile, con i vestiti
e le scarpe.
Certo che aveva assistito alla scena. Zoe era corsa fuori
ed era salita sul furgoncino color crema con la scritta BLACK
RIVER BREAKDOWN sulle fiancate. Aveva con s una valigia,
Delray non era in casa.
Da quel giorno alla discarica conosceva il nome dell'uomo
con il Chevy: Ed Diehl.
Forse aveva visto anche un'altra volta Zoe insieme a Ed
Diehl. No, non ne era sicuro. Ma era certo di avere visto
Diehl all'officina di suo padre per fare benzina.
Un giorno inforc la sua bicicletta color grigio topo e
and da Honeystone's. Senza una ragione. Agiva spesso
senza un motivo evidente. Una volta aveva raccolto un uccellino
pelle e ossa caduto dal nido, mentre i genitori della
bestiola, dei pettirossi, stridevano e svolazzavano in alto;
poteva schiacciare l'uccellino tra le dita o montare su una
catasta di legna e rimetterlo nel nido, e senza una ragione
aveva scelto questa seconda possibilit, mentre i pettirossi
gli mulinavano pericolosamente intorno alla testa emettendo
strida rauche, ma in un'altra occasione, anche in quel
caso senza una ragione, aveva scalciato via una tartaruga
dalla strada, scaraventandola gi da un terrapieno, e probabilmente
il guscio si era infranto su una roccia, non era
sceso a controllare.
Gli sarebbe piaciuto avere la pistola ad aria compressa
di Richie Shinegal. Meglio ancora, un fucile calibro 22. Non
sapeva bene perch. Non ancora.
Arrivato da Honeystone's aveva appoggiato la bicicletta
grigio topo contro un muro, era entrato dalla porta a zanzariera
e aveva annusato l'odore di latte, di cioccolato, di
dolci al forno, come un consolante, antico sogno perduto
dell'infanzia. Zoe aveva lavorato in quella cremeria per parecchi
anni, ma Aaron vi mancava da un pezzo, lo imbarazzava
vedere la sua attraente e giovane madre con la divisa
bianca dietro il bancone, era cos bella, affascinante e
sbarazzina con quei modi da ragazza, e lo infastidivano gli
sguardi della gente, degli uomini che se la mangiavano con
gli occhi. Quando arrivava lei gli faceva subito l'occhiolino
e gli sorrideva, chiamandolo ad alta voce Ehi, tesoro! Vieni
qui. Adesso Zoe non lavorava pi da Honeystone's, quindi
Aaron Kruller non aveva motivo di entrare nel locale lasciandosi
alle spalle il calore baluginante dell'estate inoltrata.
Da dietro il bancone una ragazza con la faccia da gatta
lo fiss sorpresa. Anche altri si voltarono a guardarlo. Era
a met strada rispetto a dove Zoe era solita stare, quando
risuon seccamente una voce nasale da vecchia: Aaron
Kruller! Qui non sei gradito! Per favore, va' via.
La signora Honeystone era dietro uno degli espositori refrigerati
di dolci, l'espressione imbronciata, tutta tremante.
Krull storse la bocca in una smorfia. Non il sorriso imbarazzato
di un ragazzo, ma un ghigno beffardo, con i denti
scoperti. Adele Honeystone conosceva Aaron sin da bambino
- e Zoe Kruller da almeno quindici anni - ma quello
non sembrava lui. Non era un ragazzo ma un adolescente
di et indefinibile, pi alto di lei e con indosso una sudicia
maglietta nera, pantaloni da lavoro sporchi di grasso e
una fascia di pelle nera sul polso sinistro, di quelle che portano
i motociclisti. La si poteva scambiare per un orologio
ma in realt era un polsino di pelle nera. Gli occhi infossati
sotto le folte sopracciglia scintillavano di un sarcasmo
adolescenziale che innervosiva l'anziana donna. In seguito
la signora Honeystone avrebbe istericamente affermato di
avere intravisto il manico di un coltello - o comunque di
un'arma, forse di un martello - sporgere da una tasca dei
pantaloni del giovane Kruller, perch di certo era venuto
l per commettere una rapina e terrorizzare i clienti, e cos
la donna dai capelli bianchi si mise a urlare: Fermatelo!
Al ladro! Chiamate la polizia!. Krull fu colto di sorpresa.
Nemmeno lui si aspettava una reazione simile. Era entrato
l come un idiota, al cospetto della nemica di sua madre,
ingenuamente, senza un piano. Attraverso gli occhiali della
vecchia baluginavano paura e ribrezzo mentre muoveva
intrepida contro di lui, vedendo che indietreggiava, con
gesto feroce brand qualcosa contro di lui, forse una teglia
che aveva afferrato da dietro il bancone - tra gli indumenti
di Krull rimasero dei frammenti di dolce - e si mise a gridare:
Aiuto! Ladro! Teppista!  il figlio di Zoe Kruller! 
stata lei a mandarlo qui. Chiamate la polizia!.
A quell'ora da Honeystone's c'erano pochi clienti. La maggior
parte erano in fila in attesa di essere serviti, altri erano
seduti ai tavolini di ferro battuto, per lo pi madri con figli
piccoli. Nessuno vide l'arma nella tasca del ragazzo, tanto
meno tra le sue mani, come invece avrebbe affermato in seguito
la signora Honeystone, ma i presenti si misero subito
in allarme, le madri abbracciarono spaventate i loro bambini
mentre la canuta signora Honeystone brandiva minacciosa
la teglia nel tentativo di respingere il ragazzo verso
la porta; in un improvviso accesso d'ira lui sferr alla cieca
un pugno alla vecchia, la colp al fianco facendola barcollare
e vacillare; poi, con la faccia stravolta come un animale
ringhiante, si abbass per sferrarle un altro pugno, sarebbe
stato un colpo violento ma si rese conto che era meglio fermarsi,
portare via il culo da quel posto, prendere di corsa
la bicicletta grigio topo e battersela, mentre nel locale quella
donna emetteva strida da uccello terrorizzato.
No! Non ho mai detto che l'avrei uccisa.
Non volevo colpirla,  stata quella vecchia strega ad aggredirmi
per prima.
Non ho mai avuto un coltello. Nessuno l'ha visto!
... diceva delle falsit su mia madre. Forse ci sono andato per
questo.
Si presentarono a casa al civico 1138 di Quarry Road con
un mandato di cattura. Due volanti della polizia sopraggiunsero
a tutta velocit sull'accidentato vialetto sterrato
che conduceva alla casa color pesca tra i campi di granturco.
Avanzavano verso di lui con le pistole spianate come
fosse un adulto notoriamente armato e pericoloso. Lo apostrofarono
in malo modo, e quando lui ingenuamente oppose
resistenza - alzando le braccia per difendersi, voltandosi
come per scappare - tre agenti lo scaraventarono a
terra (sul pavimento di linoleum della cucina, che Zoe non
teneva esattamente pulito come gli sfavillanti pavimenti
di linoleum della pubblicit alla tv), gli rivoltarono le tasche
in cerca di armi, e gli ammanettarono le mani dietro
la schiena, facendolo gemere di dolore. Poi lo rimisero in
piedi, due giovani agenti dal viso paonazzo lo afferrarono
saldamente per le braccia e lo trascinarono a forza verso la
prima vettura, mentre lui era sul punto di svenire per il dolore.
Delray non era a casa n in officina, e dove fosse Zoe
Aaron balbett di non saperlo.
Si era ripromesso di non piangere. Dannazione, non avrebbe
pianto.
Alla stazione di polizia di Sparta fu accusato di aggressione
a mano armata, tentato danneggiamento di propriet
privata, minacce gravi alla persona, a seguito della querela
presentata dalla signora Adele Honeystone. Nei confronti
di Aaron Kruller venne spiccato un mandato di cattura.
Al momento dell'arresto Aaron aveva dodici anni, undici
mesi e sei giorni. Frequentava ancora la quinta elementare.
Quando, ore dopo, Zoe rispose al telefono di casa, la polizia
la convoc alla centrale, dove arriv scossa, spaventata
e infuriata, il figlio venne rilasciato sotto la sua custodia
dopo parecchie ore, durante le quali si svolse un consulto
tra gli agenti di polizia che avevano operato l'arresto e
un rappresentante del tribunale dei minori della contea di
Herkimer. Balbettando, rosso in viso come fosse colpevole
- perch certo tale sembrava - Aaron ribad di essere andato
alla cremeria senza un motivo preciso, vi si era recato
in bicicletta, cavolo, non sapeva nemmeno lui perch, non
aveva intenzione di derubare nessuno, n di commettere
"atti vandalici" o "minacciare" chicchessia, appena lo aveva
visto, la vecchia si era messa a strillare come un'aquila,
lui non aveva fatto niente per provocarla.
Forse l'aveva colpita, s, forse le aveva dato un pugno per
farla arretrare, perch lei lo aveva aggredito, lo stava picchiando
sulla testa e sulle spalle con un piatto o qualcosa
del genere. Aveva colpito la vecchia per difendersi, ma solo
una volta, era pronto a giurarlo, e non forte.
Tornando a casa, sul far della sera, Zoe si ferm in un negozio
di liquori per comprare una confezione di lattine di
birra da sei, e nel parcheggio se ne apr una per calmarsi,
aveva i nervi a pezzi. Quindi disse ad Aaron, che si stava
massaggiando i polsi e le braccia gi lividi: Oh, prendine
una anche tu, lo so che voi ragazzi bevete. Dannazione.
Per prima cosa lui aveva cercato di spiegarle perch era andato
alla cremeria. Era quella la fatidica domanda che Zoe
continuava a fargli, avrebbe dovuto sapere, Cristo santo
non era un idiota n un coglione, che gli Honeystone non
lo volevano l; le spiegazioni che Aaron le forn non avevano
alcun senso nemmeno per lui, che alla fine si arrese e
Zoe disse: Lo hai fatto per me, Aaron. Per tua madre. Ma
hai sbagliato, capisci? Hai agito in maniera sconsiderata, hai
fatto una cosa che non dovevi fare. Anche se ci fossi andato
quando la cremeria era chiusa, per fare dei danni - per
appiccarvi il fuoco - avresti fatto una cosa sbagliata. E non
perch gli Honeystone non lo meritino, ma perch ti avrebbero
beccato, poco ma sicuro. E allora che vadano a farsi
fottere, ti faremo prosciogliere da quelle accuse. Sono tutte
stronzate, quella vecchiaccia non pu dimostrarle. Che ci
provi! Che mi calunnino pure, che raccontino quelle orrende
menzogne su di me, non me ne frega pi un accidente.
Con Sparta ormai ho chiuso, capisci? Un giorno me la rider
di tutto questo. E anche tu, tesoro. Aspetta e vedrai.
Cosa significassero quelle frasi esuberanti, Aaron lo ignorava.
Zoe si scol la prima lattina di birra, ne apr un'altra e
la tracann avidamente come lui non aveva mai visto fare
a una donna, tanto meno a sua madre. Anche lui beveva,
ma con circospezione. Si sentiva nauseato, disgustato. Uno
degli sbirri pi giovani gli aveva dato una ginocchiata nella
pancia. Durante la colluttazione lo avevano preso a calci
e pugni, e riempito di schiaffi. Aveva sbagliato a cercare di
scappare, colto cos alla sprovvista, come un animale terrorizzato,
era un gesto disperato, da coglioni, perch in un
attimo si era ritrovato faccia a terra con le braccia dietro la
schiena, uno sbirro che lo immobilizzava con un ginocchio
sul dorso, con il peso di un adulto all'altezza dei reni, mentre
almeno tre agenti grandi, grossi e aggressivi come Delray
Kruller gli urlavano Sta'fermo! Sta'fermo, non ti muovere,
delinquente! Piccolo teppista maledetto! Minacciare una signora
anziana, delinquente, qui non ci sono vecchiette, mentre lui non
riusciva a respirare, non poteva spiegare, si sforzava solo
di rimanere vivo, i polsi, le braccia, le costole, la schiena, le
cosce, la pancia e la guancia destra erano piene di lividi e
di escoriazioni come se l'avessero trascinato per terra, fuori
sul vialetto, e probabilmente l'avevano fatto. Forse era inciampato,
o l'avevano atterrato di nuovo, trascinandolo semisvenuto
mentre gemeva, e dannazione si era sforzato al
massimo di non piangere, Delray sarebbe rimasto disgustato
se avesse saputo che aveva pianto. E Zoe non sarebbe
stata orgogliosa di lui. Se per esempio si fosse pisciato
addosso, cosa che non fece. Mentre guardava stupito dalla
finestra della cucina le volanti della polizia che accorrevano
nel vialetto come in un film alla tv aveva pensato, deve
essere uno scherzo... vero?
I suoi amici non parlarono d'altro per giorni. Per settimane
si comunicarono la notizia meravigliati Hai saputo?
Hanno arrestato Krull! Abbozz un sorriso, almeno quella
faccenda aveva un risvolto positivo.
Zoe gli diede uno scappellotto sulla guancia meno livida.
Be'? Che fai, ridi? Cosa c' di cos divertente?
Niente! si affrett a rispondere Aaron. Non c'era niente
di divertente.
Come tuo padre. Anche Del ha la fedina penale sporca
sin da minorenne.
Con le dita gelate dalla lattina di birra, Zoe gli scost
dalla fronte i capelli arruffati e madidi di sudore. Poi, con
una sorta di distaccata tenerezza, come quando dalla macchina
si vede un animale ferito sul ciglio d'una strada, gli
disse: Sei proprio come tuo padre, ora me ne rendo conto.
C' del buono in Delray, ma ha anche tanti difetti,  fatto
cos.  un tipo particolare, ecco. Mi sa che stai crescendo
pi in fretta del previsto. Diavolo, troppo in fretta, non
me ne sono quasi accorta. Gli sbirri non mi hanno creduto
quando gli ho detto la tua et, a essere sinceri non ci crederei
nemmeno io se non fossi tua madre. Ma non ho bisogno
che intervieni in mio aiuto, capito, tesoro? Complichi
solo le cose. E puoi farti del male. In questa fase della mia
vita ho preso un'altra strada. Dovrai avere fiducia in me,
ti amer ancora pi profondamente, sarai sempre nel mio
cuore anche se le cose cambieranno, per un po'. Dovete lasciarmi
andare, capito? Tu, e lui.
Lui. Cio Delray.
Lasciarmi andare. Aaron preferiva non pensare al significato
di quelle parole.
Lei gli prese il viso tra le mani, per dargli un bacio. Un
bacio umido che sapeva di birra, sul naso. Aaron rise imbarazzato,
cercando di divincolarsi. Ridevano tutti e due, a
crepapelle. Cosa c'era di cos divertente? Che c'era da ridere in una situazione come quella? Era stato arrestato in seguito
alla denuncia di una vecchia strega isterica e accusato
di gravi reati, come un adulto, lo avrebbero processato e
se era fortunato il tribunale dei minori gli avrebbe concesso
la libert vigilata senza condannarlo a qualche mese di
riformatorio. E quella sera, una volta appresa la notizia che
Zoe non poteva nascondergli, suo padre gli avrebbe rotto il
culo. Persino Krull era preoccupato della possibilit di finire
in riformatorio, com'era capitato a certi suoi amici, e la
prospettiva che il suo vecchio gliele suonasse non lo allettava
affatto, dopo tutte le botte che aveva preso.
Avrei voluto vedere in faccia quella vecchia pettegola,
quando ti sei avventato su di lei. Almeno quella strega di
Adele avr qualcosa a cui pensare. Zoe si asciug gli occhi,
pieni di lacrime per le matte risate.
Non mi sono "avventato su di lei", mamma. Non  andata
cos.
Be'... Avevi un coltello, no? Cos mi hanno detto.
No, mamma. Non  andata cos, davvero.
L'importante  che non trovino il coltello.
Zoe mise in moto, sulle mani spiccavano le unghie da cameriera
lunghe cinque centimetri, laccate d'un bronzo cremisi,
e si diressero verso casa.


Capitolo 34.
Ho preso un'altra strada. Dovete lasciarmi andare.
Tu, e lui.
Dopo l'assassinio di Zoe loro due continuarono ad abitare
nella casa di Quarry Road, ma non erano pi un padre
e un figlio in attesa della moglie e della madre che li teneva
uniti, bens un uomo con il ruolo di "padre" e un ragazzo
con quello di "figlio". La differenza era fondamentale,
anche se n Delray n Aaron l'avrebbero saputa spiegare.
E a volte non sembrava nemmeno che fossero un "padre"
e un "figlio", spesso passava un intero giorno, anche due,
senza che si vedessero o si scambiassero una parola, come
sonnambuli o spettri che si aggirino nello stesso luogo maledetto.
Zoe era andata via di casa al principio dell'inverno
del 1982, un paio di mesi prima della sua morte, e la casa
era scivolata pian piano nel caos, nello sfacelo. Come diceva
Delray con un sospiro di disappunto ma anche di soddisfazione
Era andata in malora.
Era stata Zoe a far dipingere la casa colonica d'una tinta
pesca, e adesso che lei non c'era pi il colore cominciava a
sbiadire come una luce che svanisce lentamente. Le imposte
verde scuro iniziarono a marcire e dal tetto filtrava l'acqua.
Gi molto prima della morte di Zoe, avvenuta in un'altra
casa a chilometri da l, i tappeti e i pavimenti nudi erano
imbrattati da impronte di fango. Nel lavandino erano accatastati
piatti, posate e bicchieri sporchi che Aaron "lavava" ogni settimana o due versandovi sopra acqua bollente.
Lo sporco si raccoglieva ovunque, anche sulle scale. C'erano
gomitoli di polvere grandi come topi, sudice impronte
di mani sulle pareti. Le finestre venivano lasciate sconsideratamente
aperte, la pioggia sferzava attraverso le zanzariere,
formando pozze e macchiando i mobili, le pareti,
il pavimento. Camminando si calpestavano i gusci frantumati
di grossi scarafaggi morti, che si sbriciolavano sotto
i piedi. Quando le fogne si intasavano o quel dannato bagno
si ostruiva - come accadeva spesso - Delray vi versava
dell'acido muriatico, indietreggiando per evitare le esalazioni.
Aaron impar a lavare i pavimenti: versava a terra
del detersivo, inzuppava di acqua bollente uno straccio sudicio
e con una sorta di frenetica concentrazione lo passava
dappertutto fin quando non si stancava, pulito o meno
che fosse.
Lei aveva detto Stai certo che torner, tesoro. Anche solo a
prenderti. Ma torner, prima o poi.
Dopo la sua morte gli ci volle del tempo per abituarsi a
quell'idea: Zoe non sarebbe tornata. In quei mesi, per qualche
ragione a loro ignota, come l'origine delle macchie sempre
pi numerose sul soffitto, avevano la vaga sensazione
che Zoe sarebbe tornata, ne erano certi, l'avrebbero sentita
canticchiare in cucina come sempre, avrebbero riascoltato la
sua voce allegra, ma poi si era fatta strada una nuova consapevolezza,
lei non sarebbe pi tornata in Quarry Road.
Viola, la sorella minore di Delray, cominci a passare
da casa una volta alla settimana, oppure ogni dieci giorni.
Andava abbastanza d'accordo con Zoe, ma non approvava
il sogno della cognata di sfondare come cantante, e ancora
meno la decisione di andare via di casa. D'accordo, vivere
con Delray  un inferno, ma era pur sempre suo marito. E
che ne sar di Aaron?  solo un bambino.
Zia Viola passava rumorosamente l'aspirapolvere per tutta
la casa, fischiettando in un modo che ad Aaron dava sui
nervi, perch gli ricordava la madre. A met delle scale osservava
la robusta zia in tuta da lavoro e con una camicia
di flanella da uomo, e quando Viola lo guardava accigliata
chiedendogli di darle una mano, dannazione, c'erano un
mucchio di cose da fare per pulire quella casa, Aaron replicava:
Nessuno te l'ha chiesto. Puoi anche farne a meno.
Be', qualcuno dovr pur farlo. Volete vivere in un porcile?
Aaron sfil accanto alla zia, a testa china, mormorando
qualcosa tra s, Viola era certa che avesse detto Vaffanculo,
Viola.
Lei rise, sorpresa. Ma c'era poco da sorprendersi, Aaron
era il tipo di ragazzo da uscirsene con una frase simile.
Comunque non lo rifer a Delray, non voleva creare problemi
nella famiglia Kruller, ce n'erano gi abbastanza, soprattutto
tra Delray e suo figlio. Soffrivano tanto, anche se
non se ne accorgevano o non lo ammettevano.
E poi i Kruller sapevano che Aaron aveva mentito per scagionare
il padre. Delray non era in casa la notte che Zoe era
stata uccisa - un sabato! - eppure Aaron aveva dichiarato
questo alla polizia, ed era disposto a giurarlo.
Tra noi c' un legame speciale, Aaron gli aveva detto
Viola, ma lui ignorava cosa intendesse.
Le donne proprio non le capiva. Soprattutto quelle adulte,
era come se parlassero in una lingua straniera, dovevi
prendere per buono ci che dicevano.
Forse con quelle parole, "legame speciale", intendeva
che la famiglia Kruller sarebbe rimasta unita, non si sarebbe
sfasciata dopo quanto era accaduto a Zoe. Anche se  stato
Delray a ucciderla. Erano affari suoi. Aaron suppose fosse
questo il significato di quella frase. Altri parenti del ramo
Kruller avevano alluso a qualcosa del genere, scrutandolo
con ansia, con un certo allarmato rispetto.
Ha mentito per proteggere il padre. Quindi deve amarlo.
Ad Aaron tutto questo non faceva alcun effetto; se avesse
dovuto definire ci che provava, avrebbe detto che si sentiva
come un maiale scannato e sventrato, eppure ancora
vivo. Era quella la cosa strana, assurda: essere ancora vivi.
Dopo avere trovato il cadavere della madre, quella mattina. Dopo averla vista, con quegli occhi semichiusi, simili a
chicchi d'uva spappolati, che parevano guardarlo.
A scuola, in scienze, avevano studiato "la teoria dell'evoluzione".
Aaron non era andato bene nei compiti in classe,
ma una cosa l'aveva capita: Tutto muta in continuazione.
Niente rimane com'.
Senza Zoe tra loro, lui e suo padre avevano difficolt a
comunicare. Se Aaron era in cucina a improvvisare una colazione,
una scodella di corn flakes con del latte quasi rancido,
che consumava in piedi vicino al lavello, guardando
dalla finestra schizzata di pioggia un campo di granturco
a una quindicina di metri da casa, Delray passava davanti
alla porta senza notarlo, o al pi gli mormorava un buongiorno,
ma di solito preferiva fare colazione allo Star Grill
Diner sulla Garrison, dov'era conosciuto e le cameriere lo
trovavano simpatico, considerandolo un marito maltrattato
dalla moglie, un'eroinomane che lo aveva piantato per
farsela con altri uomini, ed erano convinte che a ucciderla
non poteva essere stato Delray Kruller, quell'uomo lasciava
mance cos generose, sorrideva e scherzava con loro, e poi
era evidente il dolore che provava, stava cercando con tutte
le forze di superare quel momento terribile.
Se Delray era nel soggiorno immerso nella penombra a
guardare la tv, facendo zapping con il telecomando, troppo
irrequieto per sedersi o seguire un programma per pi
di qualche minuto, Aaron scivolava in silenzio dietro di
lui, saliva le scale per andare in camera sua e si chiudeva
la porta alle spalle.
Ehi, lo sai che non le ho mai fatto del male, vero? L'amavo.
Lo sai, Aaron, vero? Aaron?
Dai, guardiamo insieme la televisione. Solo un po'. Ehi, Aaron?
L'unico posto dove padre e figlio convivevano senza problemi
era l'officina. L Delray era circondato da un'aura di
autorevolezza; impartiva istruzioni agli altri meccanici, ordinava
pezzi di ricambio al telefono, parlava con i clienti e
ne riceveva le lamentele, preparava preventivi e incassava
i soldi, gestiva le carte di credito, controllava gli assegni,
contava il denaro liquido, era lui a pagare i conti e a consegnare
le paghe ai lavoranti. Era una cosa che doveva dargli
soddisfazione, pensava Aaron. Agli uomini che lavoravano
per lui suo padre piaceva, lo rispettavano - Delray era un
meccanico esperto, quando ci si metteva. I ricordi pi lieti
di Aaron legati all'officina risalivano ai tempi in cui Delray
lo portava nel suo ufficio, dove non arrivavano il frastuono
e il lavorio dell'officina, c'erano una vecchia scrivania con
il piano ribaltabile e una sedia girevole che Zoe aveva comprato
per il marito a un'"asta giudiziaria" quando ancora lo
amava, delle mensole con sopra manuali di meccanica e cataloghi
di automobili, e alle pareti poster, manifesti pubblicitari,
un calendario con modelle in biancheria intima e in
varie pose seducenti, che Aaron non osava guardare troppo,
perch avvertiva immediatamente un'eccitazione al basso
ventre. Seduto alla scrivania, se era dell'umore giusto e se
quel dannato telefono non squillava, o non veniva nessuno
a lamentarsi, Delray prendeva un foglio e tracciava schemi
per mostrare ad Aaron gli interventi da effettuare su un
veicolo: Vedi? Cos. Aaron trovava affascinante la logica
dei motori; il funzionamento degli ingranaggi, i pistoni, i
cilindri, l'accensione e la carburazione; erano le uniche occasioni
in cui Delray gli parlava in quel modo, descrivendo
le riparazioni da effettuare come se quella fosse la cosa
pi importante, da prendere sul serio e con rispetto, a prescindere
da chi la facesse.
Vedi, figliolo, essere un bravo meccanico  per met una
questione d'istinto, ci si nasce. Ma per l'altra met, bisogna
imparare. E io posso insegnartelo.


Capitolo 35.
APRILE 1983
Sar stata la settimana dopo Pasqua, una macchina sconosciuta
imbocc il vialetto della casa di Quarry Road, una
Ford Escort usata, un'utilitaria da quattro soldi, di un colore
verdastro; si ferm, e come un viscido mollusco che
scivola fuori dal guscio ne scese quella donna, la DeLucca.
Krull fiss la scena incredulo. Lei!
(Dopo la morte di Zoe, era sempre pi spesso Krull. Lo
evocava soprattutto quand'era solo con i suoi pensieri, dolorosi
e furibondi come una raffica di chiodi piantati nel
cervello.)
Senza alcun invito n preavviso la DeLucca - "Jacqueline",
"Jacky" - and a bussare alla porta. Era la donna che
abitava con Zoe nel villino a schiera di West Ferry, quando
era stata uccisa. Aaron l'aveva vista di sfuggita, una sola
volta. I mezzi d'informazione locali avevano riportato le
sue affermazioni, pronunciate con voce tremula e infantile
La povera Zoe aveva tanti uomini, sar difficile trovare quello
che le ha fatto del male.
E aveva aggiunto Di alcuni non ho mai saputo i nomi. E credo
che nemmeno lei li conoscesse!
Agli amici Delray diceva che quell'orribile donna era una
puttana, una prostituta, una tossica, era colpa sua se Zoe era
stata ammazzata. L'aveva accolta in casa sua, aiutata a trovare lavoro sullo Strip e presentata a certi individui che le
procuravano droghe pesanti come l'eroina - Delray non
aveva dubbi, prima Zoe fumava solo uno spinello ogni tanto
e prendeva qualche pillola per dimagrire, non si era mai
iniettata niente nelle vene. Ma a suscitare in lui sentimenti
omicidi verso Jacky DeLucca era la voce secondo cui quella
donna aveva riferito alla polizia di Sparta che Zoe si sentiva
minacciata da Delray.
Sapete, Zoe era terrorizzata dal marito, mi ha detto che lui la
picchiava e che l'aveva minacciata se lei lo avesse lasciato. Minacciava
anche di fare del male al bambino.
No, non l'ho mai visto l, a casa nostra. Mai. Ma ero spesso
fuori. E quella notte non c'ero.
La DeLucca aveva rilasciato queste dichiarazioni al
"Journal" di Sparta e alla televisione locale. Non una, ma
diverse volte. Accuse di quel genere, ampiamente citate,
possono provenire solo da "testimoni", i giornali e le tv riportano
esclusivamente "notizie".
Nei giorni e nelle settimane seguenti gli affari dell'officina
di Kruller si ridussero drasticamente, e da quel momento
ebbe inizio un lento declino. Soprattutto le donne smisero
di rivolgersi a quel garage. Persino alla pompa di benzina
ci fu un calo di clienti. Delray incolpava la polizia di Sparta
e i mezzi d'informazione: Fanno credere alla gente che
sono un assassino, Cristo santo, che ho ucciso mia moglie.
Krull si ritrasse dietro la porta della cucina per non farsi
vedere dalla DeLucca.
Probabilmente era andata prima all'officina in cerca di Delray,
e non lo aveva trovato. Da settimane sperava di incontrarlo.
Aveva cercato di parlargli al telefono, ma Delray la
evitava. All'officina i lavoranti annotavano i suoi messaggi
su foglietti di carta sporchi: Per favore richiamare Jaky DeLuca,
 URGENTE! ma Delray li strappava disgustato. Una volta,
a casa, Aaron aveva risposto al telefono e all'altro capo
una voce femminile ansimante aveva detto Proooonto? Delroy?
Parlo con Delroy Kruller? Pronto? ma aveva subito
riagganciato, immaginando a chi apparteneva.
E adesso aveva il coraggio di presentarsi a casa loro.
S'inerpicava con le scarpe aperte in punta sul pendio che
conduceva alla porta d'ingresso, recando quelli che sembravano
due grossi sacchetti della spesa. Aveva una corporatura
robusta, camminava a passetti rapidi e irregolari,
come se portasse qualcosa di prezioso che temeva di far cadere.
Aaron la osservava da dietro una tenda trasparente.
O meglio, era Krull a osservarla. Per quell'occasione ci voleva
lui. Vide la donna fermarsi e aguzzare lo sguardo nella
sua direzione, nella fredda e soleggiata giornata d'aprile,
il viso lustro come lucidato con un panno. Aveva la voce
squillante d'una ragazza.
Salve. Salve. C' nessuno? Sei... Aa-ron?
Lo aveva visto, dietro la porta. Non si era scostato in
tempo.
Fu lei stessa ad aprire, non Krull. Avanzava a passo incerto
verso di lui, con un'espressione come se volesse abbracciarlo,
stringerlo forte. Gli occhi sbavati di mascara luccicavano
di lacrime. Come se Zoe Kruller fosse appena morta
e adesso loro due potessero piangerla insieme.
Oh, Aa-ron! Oh, tesoro... Ho cercato di c-chiamarvi... Te
e il tuo pap... vi ho chiamato tante volte ma Del-roy non
ha m-mai...
Pi bassa di Krull di qualche centimetro, quella donna
pesava almeno dieci chili di pi e la maggior parte del peso
era concentrata nella parte superiore del busto e sui fianchi.
Sfil davanti ad Aaron, lasciando dietro di s uno sgradevole
sentore di talco, e si diresse nel soggiorno, come se l'avessero
invitata a entrare. (L'odore di borotalco. Krull si sent
mancare le ginocchia.) Non era una giornata calda, ma la
DeLucca non indossava un cappotto o un giaccone, portava
solo un paio di pantaloni di stoffa sintetica color salmone
elasticizzati e un maglioncino nero con lo scollo a V d'un
tessuto lucido come gommalacca, che faceva somigliare i
grossi seni a due dirigibili gemelli visti da distanza ravvicinata.
Le scarpe che sembravano di plastica erano aperte
in punta, e lasciavano intravedere due tozzi piedini pallidi con le unghie smaltate. Tra i floridi seni, nella scollatura
del maglione nero, scintillava una piccola croce d'oro con
una catenina, anch'essa d'oro. Malgrado fosse leggermente
sovrappeso, Jacky DeLucca emanava un fascino volgare
e una forte carica sensuale. I capelli di una tonalit mogano
scuro risplendevano come fili irti sul cuoio capelluto in
vertiginosi grovigli, le sopracciglia ad arco disegnate con
tratti di matita color mattone le conferivano un'aria sbarazzina.
Aveva la bocca cremisi, umida come una ferita aperta.
Le pupille nere erano dilatate come per l'effetto di qualche
sostanza, forse metaqualone. Krull conosceva un sacco
di gente che assumeva quel potente tranquillante e dei tipi
che lo spacciavano a scuola.
... una missione dolorosa, Aaron! L'ho procastrinata... castrinata...
per troppo tempo! Volevo portare qui le cose di
Zoe... i suoi bei vestiti. So che lei voleva che andassero alla
sua famiglia, magari c' qualche cuginetta o una nipotina
o qualcuno a cui vanno le taglie piccole - a me di certo
non entrano! - ma a quanto pare Delroy a casa non c' mai
e non risponde al telefono, spero non per causa mia. Voglio
dire spero che non ce l'abbia con me.
La DeLucca parlava con aria assorta, di civettuolo rimprovero,
come se pensasse che Delray fosse nei paraggi, in
ascolto.
Krull mormor che poteva lasciare a lui i sacchetti, ma la
DeLucca parve non sentirlo. Si avvicin al ragazzo fissandolo
con sguardo concupiscente.
Sai, Aaron, sei cambiato. Sei pi grande. Ho letto di te sul
giornale, Aaron. Ohhhh, i tuoi occhi non sono gli occhi di
un bambino! Cos'hanno visto quegli occhi...
Krull fu colto di sorpresa, non riusciva a spiccicare parola.
... sai, Aaron, ho dovuto lasciare quella casa. Quel luogo
maledetto. Non si riusciva a pulire, Aaron. A viverci. Adesso
abito da un'altra parte, sto cercando di cambiare vita. Quei
figli di puttana - i piedipiatti di Sparta, e anche gli sbirri dello sceriffo della contea di Herkimer - mi hanno messo sotto
torchio! Hanno minacciato di "incracerarmi" per "intraccio alla giustizia", ma io non ho mai saputo niente, non avevo
niente a che fare con quella storia! Io... io aspetto il perdono.
Perdono! Krull indietreggi, incerto sul significato di
quella parola. Non si era ancora ripreso dalla zaffata di sudore
e borotalco emanata da quella donna.
Avrebbe voluto che suo padre fosse a casa. Delray avrebbe
saputo affrontare quella donna invadente, l'avrebbe subito
accompagnata alla porta e se lei non fosse andata via
le avrebbe affibbiato una ginocchiata nella schiena.
Se solo fossi stata l quella notte, Aaron! Con Zoe. Avrei
rischiato di m-morire anch'io... se avessi potuto salvarla.
Quando quella notte uscii sapevo che forse stavo facendo
uno sbaglio. Uscire con quell'uomo... no, non dovevo farlo!
Adesso sto aspettando qualcuno che mi redima, Aa-ron!
Aaron indietreggiava goffamente mentre Jacky DeLucca
avanzava vacillando verso di lui. Gli occhi della donna,
colmi di lacrime di compassione, lo fissavano come quelli
di un ipnotizzatore. Nello stato di confusione in cui versava,
Krull non sapeva se quella donna corpulenta che aveva
l'et di sua madre, o qualche anno di pi, lo stesse provocando
deliberatamente, come facevano certe ragazze di
Sparta, quand'erano al sicuro in luoghi pubblici e in compagnia
di amici, o se gli stesse parlando ingenuamente e
con franchezza, per avere la sua solidariet. Tuo padre
Del-roy ha detto un sacco di brutte cose sul mio conto, Aaron!
Naturalmente lo capisco... mi sforzo di comprendere
la durezza del cuore umano... sto cercando di perdonare.
Da quando  successa quella tragedia a Zoe, alla mia migliore
amica, la pi cara, e io sono stata risparmiata - Dio
solo sa perch - cerco ogni giorno di pregare, e di capire.
A volte Zoe mi parla, Aaron! Non con le parole ma sussurrandomi
nell'anima.  cos cambiata adesso. "Adesso conosce
entrambi i mondi." Vuole che ti dica che ti ama. Ha
cambiato dimensione, ma ti ama sempre, Aaron, ti pensa
sempre... proprio cos.
Krull non sapeva cosa replicare. Chiudeva e apriva goffamente
a pugno le mani da adolescente, sudate.
Una volta, stava bevendo, Zoe mi disse all'improvviso:
"Jacky, mi sento cos in colpa... non sono una buona madre".
Rise e aggiunse: "Amo i bambini, amavo mio figlio quando
era piccolo, ma i bambini crescono". E un'altra volta,
non molto tempo prima che accadesse quella cosa terribile,
Zoe era un po' su di giri e in uno dei suoi stati d'animo
altalenanti disse: "Non me ne frega niente di quello che mi
pu succedere, Jacky, purch succeda qualcosa". Disse proprio
cos! E io replicai: "Zoe, ma che dici?" e lei "No-o?" e
rise. Quando era in quello stato diceva tutto quello che le
passava per la testa. Tipo quando decise di andare in aereo
a Vegas, mi fece: " come un gioco d'azzardo. Ti giochi la
vita ai dadi".
Krull era con le spalle al muro. La testa gli pulsava. Stava
cercando di dire a quella donna che non voleva parlare di
Zoe con lei.
... fa tanto bene piangere, tesoro! Sei solo un bambino.
I ragazzi come te crescono troppo in fretta, hai il sangue
di Del-roy, il sangue dei Seneca... lo so bene io, una volta
ero fidanzata con uno della vostra razza, voi non riuscite
a piangere, e questo  un male. Anche un uomo, un ragazzo,
ha bisogno d'amore. Non solo le donne. Se ti  negato,
si diffonde dentro di te una specie di veleno. Per un attimo
inquietante, perturbante, Jacky DeLucca pos lo sguardo
sul basso ventre di Aaron - l'inguine, le gambe - dove
lui avvertiva una forte pulsazione che martellava rapida
e violenta. Io e te, Aaron, credo che abbiamo l'et giusta.
Potrei essere tua madre - avrei la benedizione di Zoe, da
dove dimora adesso. Non ho mai avuto un figlio, e questo
sarebbe un chiaro segno che Zoe mi perdona.
Con voce roca Krull ripet che non voleva parlare di sua
madre. Poteva lasciare l le cose che aveva portato...
Il pianoforte di Zoe!  quello?
In un angolo del soggiorno c'era il vecchio pianoforte verticale
di Zoe. L'aveva comperato a qualche asta o a una svendita.
Aveva i tasti ingialliti e impolverati, certo n Delray n
Aaron se ne erano presi cura dopo che lei era andata via di
casa; Aaron evitava persino di guardarlo. Jacky DeLucca vi
si fiond e si mise a pestare sui tasti con gesti teatrali. Quei
suoni acuti gli scossero i nervi. Aveva una gran voglia di
piangere, si morse il labbro cos forte da spaccarsi la pelle.
Zoe adorava il pianoforte! Chiedeva a tutti di darle lezioni.
Anche al Chet's. Il signor Csaba, il nostro principale, le aveva
promesso che le avrebbe pagato delle lezioni ma lei non
ci ha mai creduto. Al locale, se la notte era poco movimentata,
Zoe strimpellava qualche motivo al piano, con aria sognante.
E cantava, con quella voce meravigliosa. Oh, come
cantava bene Zoe! L'uomo che le ha fatto del male, chiunque
sia stato, ha approfittato di lei, del suo desiderio di cantare.
Ne sono convinta.
Krull argu: Quindi non crede che sia stato Delray.
Cercava di dare un senso a quelle parole Allora sa chi 
stato.  questo che mi sta dicendo.
Notando l'espressione sul volto di Krull, addolorata ma
assente, Jacky DeLucca disse:  meglio che porti queste
cose di sopra, tesoro. Le appender. Zoe vorrebbe cos. Le
pieghe andranno via, puoi chiedere a qualche cuginetta
di venirle a vedere. O forse, se hai una fidanzata, una ragazza
sexy che porta la seconda, puoi farle scegliere quello che vuole.
Krull trasal. In famiglia nessuno avrebbe voluto la roba di
Zoe! E quanto a una sua fidanzata, la sola idea gli ripugnava.
La DeLucca gli sfil sfrontatamente davanti e si avvi
per le scale. Come se fosse gi stata in quella casa e conoscesse
la strada.
A Krull non rimase che seguire quella donna invadente.
Diavolo, sperava proprio di non dover dare spiegazioni a
Delray Non mi ha ascoltato, pa'!  piombata dentro, non sono
riuscito a fermarla.
Dopo l'incidente da Honeystone's, quando Krull aveva
perso il controllo e aveva colpito con un pugno al fianco
quella vecchia, faceva bene attenzione a non toccare le
donne. Ma non dur molto.
Era stato incriminato per aggressione, con le attenuanti
del caso. Grazie all'interessamento di un avvocato d'ufficio,
una giovane donna, le altre accuse - aggressione a mano armata,
tentato danneggiamento di propriet privata, minacce gravi alla
persona - erano state lasciate cadere. Il caso era stato discusso
a porte chiuse da un magistrato del tribunale e il giudice
- anche lei donna, un'accigliata signora di mezza et - aveva
rivolto dure parole alla giovane avvocatessa della difesa e ai
genitori dell'imputato, una coppia dall'espressione compunta,
condannando il ragazzo a sei mesi da scontare al riformatorio
di Algonquin, ma dopo una pausa aveva aggiunto la
pena  sospesa, al che Zoe era scoppiata in lacrime di gratitudine.
Grazie, Vostro Onore! Grazie, dal profondo del nostro cuore.
Per l'udienza Zoe e Delray si erano vestiti come per andare
in chiesa, Delray con un cappotto di velluto a coste,
la cravatta e i capelli ben pettinati per l'occasione, Zoe con
un abito blu scuro castamente abbottonato sul davanti e i
capelli sobriamente acconciati con cura in uno chignon. Il
giudice li avvert che nei sei mesi di libert vigilata cui sarebbe
stato sottoposto Aaron uno dei due genitori doveva
accompagnarlo ogni settimana da un pubblico ufficiale della
contea di Herkimer, addetto al controllo della libert vigilata
dei minorenni, e se non si fossero presentati, a meno
di non avere una valida giustificazione, il provvedimento
sarebbe stato revocato e Aaron avrebbe scontato il resto
della pena ad Algonquin. Aaron si present puntualmente,
ma in quei sei mesi Zoe and via di casa, e fu un esasperato
e amareggiato Delray ad accompagnarlo a quei controlli.
Cazzo, per fortuna non hai ucciso quella donna. Cazzo, ti
avrebbero mandato a Potsdam, l  troppo lontano per arrivarci
in macchina.
Sulle scale Krull guard impotente i fianchi della donna
davanti a lui, fasciati da un paio di aderenti pantaloni
sportivi color salmone. Alla vista della fessura tra le natiche
avvert una disgustosa eccitazione all'inguine, come gli
capitava a volte - Cristo, che nausea - quando vedeva una
carcassa maciullata, un procione, un giovane daino, investiti
da qualche macchina, immobili sul ciglio di una strada.
Mentre saliva le scale come una giovane atleta piena di
entusiasmo, tutta ansimante, la DeLucca disse: Vedrai che
sorprese! Alcuni vestiti di Zoe sono davvero incantevoli.
Di classe! Quel fine settimana che and a New York - con
un amico, durante le feste di Natale - lui le compr delle
cose davvero carine, ma qui dove le indossi? Sullo Strip? 
come gettare perle ai porci" diceva Zoe, questo tocca fare
qui alle donne quando crescono.
Anche se non era mai stata in quella casa - Krull ne era
certo - la DeLucca si diresse senza indugi nella camera da
letto in fondo al corridoio, tir fuori gli indumenti dai sacchetti
e li dispose sul letto: un vestitino di seta nero con le
bretelle sottili, che ricordava una sottoveste, e forse lo era;
un tubino aderente di velluto color rosso mirtillo con una
profonda scollatura a V trapunta di perline; un abito di lam
dorato che doveva aderire al corpo come un guanto; un vestito
in crespo d'una tonalit bronzea, con una macchia sotto
le ascelle; scarpe con il tacco alto, gioielli; un completino
formato da reggiseno di seta color porpora e mutandine di
pizzo. Krull fissava i capi di vestiario e si sentiva avvampare
in volto.
La DeLucca si port l'abito di seta nero al volto, per annusarlo.
Senza dire niente lo porse ad Aaron, che all'odore
di borotalco rabbrivid e respinse la mano della donna.
Cosa c' che non va, Aaron?  un'incombenza penosa,
non hai rispetto per i morti?
Con gesti pudichi la DeLucca si mise ad allisciare con la
mano gli indumenti sgualciti stesi sul letto. Krull not un
lampo malizioso nei suoi occhi umidi, come se fosse sotto
l'effetto di qualche droga. Quello era il letto dei suoi genitori,
adesso Delray non vi dormiva pi, si era sistemato in
un'altra stanza; era sciattamente coperto da un copriletto di
broccato d'una tinta dorata, sbiadito e macchiato per le perdite
dal soffitto. Sotto c'era solo il nudo materasso, da mesi
Viola aveva tolto le lenzuola. Quando era a casa Delray dormiva
sul divano al piano di sotto; dopo la morte di Zoe evitava
di entrare in quella stanza. Aveva chiesto a Viola di impacchettare le cose della moglie e di darle in beneficenza, ma
Viola non l'aveva fatto. Ogni volta che Krull entrava l, senza
sapere perch, come vi fosse attirato, provava una sensazione
d'inquietudine e di spossatezza, e gli veniva voglia di
piangere perch a volte, quando era solo, piangere gli faceva
bene. Aveva frugato nella cassettiera di Zoe diverse volte,
come alla ricerca di qualcosa che lei avesse lasciato, ma aveva
trovato solo un bottone spaiato e un rossetto quasi finito.
In un'altra stanza aveva scoperto una scatola con un album
di vecchie fotografie, non voleva guardarle ma lo fece, c'era
Delray Kruller sulla sua Harley-Davidson, giovane come
Krull non lo aveva mai visto, con lunghi capelli scuri arruffati,
occhiali da sole e una sigaretta tra le labbra, sottobraccio
a una ragazza bionda, doveva essere Zoe ai tempi delle
superiori, molto prima che nascesse Krull. Zoe era bellissima,
con quel suo sorriso radioso. Indossava un succinto top
e pantaloncini, aveva le gambe e i piedi nudi.
Dannazione, non gli importava. Cazzo, ormai era troppo
tardi.
Mi dai una mano, tesoro?
La DeLucca lo stava rimproverando in tono impaziente
e affettuoso, come se fosse in confidenza con lui. Appendeva
i vestiti di Zoe nell'armadio con gesti meticolosi e compunti.
Credo che Zoe sarebbe contenta. Il suo spirito potr
tornare qui senza dover vagare tutto solo. Oh, era una
sognatrice! L'ultima cosa che mi ha detto  stata: "Se non
dovessi tornare, Jacky, vieni a trovarmi a Vegas e porta anche
Aaron. Forse avr una suite al Caesar's Palace". Vedi
che ti pensava? Adesso confido nello spirito. Zoe mi parla
in un sussurro. Vorrei che tu non fossi cos arrabbiato,
Aaron, e ti fidassi di me. "Siamo qui sulla terra per amarci,
nient'altro".
Era una frase biblica? si chiese Krull. Non sembrava.
Desiderava fuggire da quella stanza ma era come paralizzato.
Doveva farlo, ma qualcosa lo tratteneva. Non riusciva
a distogliere lo sguardo dall'umida ferita cremisi sul volto
di quella donna.
A bassa voce la DeLucca disse: Sei stato tu, vero, Aaron?
Il borotalco.
Dapprima Krull non cap. Il borotalco?
Poi ricord. Lo shock che aveva provato.
 stato un gesto d'amore, Aaron. Una "purificazione".
Mesi prima gli investigatori avevano assicurato a Krull
che quel particolare - la sua reazione di panico alla scoperta
del cadavere di sua madre - sarebbe rimasto segreto,
non sarebbe stato divulgato. Eppure, in qualche modo Jacky
DeLucca ne era venuta a conoscenza.
All'epoca era ancora Aaron. Krull non esisteva. Era stato
Aaron a salire le scale che portavano al secondo piano di
quel villino a schiera dove aleggiava il tanfo della morte. E
in quella stanza lo aspettava una scena mai vista...
Povero Aa-ron! L'amavi.
Jacky DeLucca parlava in tono appassionato, l'avrebbe
abbracciato ma Aaron si affrett ad allontanarsi facendosi
schermo con le braccia. Adesso aveva paura: Non toccarmi!
Va' via! Non sopportava che quella donna lo toccasse.
Aveva quindici anni, compiuti la settimana prima, ma
non li aveva festeggiati. Delray ignorava la data del suo
compleanno, quelle ricorrenze non gli interessavano, non
avrebbe nemmeno saputo dire l'et esatta del figlio, indifferente
com'era forse non conosceva nemmeno il nome del
presidente degli Stati Uniti, o del governatore dello stato di
New York. Quel genere di cose le lasciava ad altri, a lui non
importavano un accidente. Zoe non si dimenticava mai del
compleanno di Aaron, ma lei non c'era pi.
Perch sei cos arrabbiato? O forse... hai paura?
Alla DeLucca sfugg un riso sommesso. Lo stava provocando:
lo aveva stretto contro il letto. Lui aveva due possibilit:
lasciarsi cadere sulla sponda o spingerla via e scappare.
Ma aveva terrore di toccarla. Not le unghie mangiucchiate,
dallo smalto rosso scuro scheggiato, e d'improvviso si ricord
che quando aveva trovato Zoe in quel letto insanguinato
intriso degli umori del suo corpo aveva notato che
le unghie di cui andava cos fiera erano scheggiate e spezzate, come se avesse lottato disperatamente con il suo aggressore
per salvarsi la vita.
Per "purificare" quello che era contaminato. Per alleviare
la vergogna di quella povera donna. Lo capisco, Aaron.
Krull avrebbe voluto chiederle Ma come lo sai? Chi te l'ha
detto?
 un segreto, Aaron. Lo so. Non avrei dovuto dirtelo, ma
volevo che lo sapessi: "Jacky DeLucca ti  amica". Potrei vegliare
su di te al posto di Zoe. Esistono tanti orribili segreti,
Aaron, questo invece  bellissimo, riguarda te e me. Vuoi?
La DeLucca armeggi in una tasca dei pantaloni color salmone.
Sul palmo della mano comparvero tre pillole, scure e
lucide come la corazza di uno scarafaggio: le stava offrendo
a Krull? Lui scosse la testa, no. Cos'erano, amfetamine?
Metaqualone? Non era roba per lui. Non a quell'ora e non
con quella donna. No? Sei sicuro? Be', non mi va di dormire
Aa-ron. Nooo, non ancora.
Lo lasci andare. Gli stava vicinissimo, sentiva il suo alito
sul viso. Con un gesto apparentemente casuale gli aveva
strusciato il dorso della mano sull'addome e sull'inguine,
l dove aveva un'erezione, tutti i sensi risuonarono come il
rintocco di una campana.
Scusami un attimo. Torno subito.
La DeLucca and nel bagno adiacente alla stanza. Di
nuovo si comportava come un'ospite che fosse gi stata in
quella casa. Krull avvamp indignato. Non era un bambino,
da manipolare a piacimento. Era furibondo, la DeLucca
era andata in bagno senza preoccuparsi di chiudere la
porta - la sentiva, era sulla tazza - si tapp le orecchie con
le mani e corse via dalla stanza gi per le scale con l'intenzione
di scappare e nascondersi nel fienile o meglio ancora
nei boschi sul retro della propriet, dove spesso da bambino
si rifugiava senza una ragione, solo per il gusto di farlo.
Ma al pianterreno si ferm. Sent il rumore del rubinetto e
delle tubature nella vecchia casa, la donna che camminava
al piano di sopra, passi femminili che non erano di sua madre.
E quasi con calma pens Mi sta aspettando.  nuda lass.
Il cuore gli batteva per l'eccitazione. L'uccello era indurito
per l'afflusso di sangue, aveva l'impressione di esserne
trafitto come una creatura pugnalata e sventrata con una
lama tagliente. Sal esitante le scale da cui era appena sceso
in preda al panico e vide Jacky DeLucca uscire dal bagno,
sorridendogli. Oh! Aa-ron, eccoti disse con voce provocante
e cantilenante, si comportava come una verginella. Era
seminuda: si era tolta il maglione scuro a V e anche il reggipetto,
aveva i seni nudi enormi e penduli, con capezzoli
prominenti come bacche o occhi. Lui non voleva guardare
ma non riusciva a distogliere lo sguardo. La DeLucca se li
prese dolcemente tra le mani e li sollev. Krull si chiese se
erano gonfi di latte, un latte caldo e dolce, pronto a schizzare.
Alla DeLucca piacque come la fissava sbalordito e gli
sorrise, poi con un sussurro gli disse: Lui non  in officina.
Non si sa dov'. Ho provato a chiamarlo. Ho cercato prima
lui. Se te lo chiede, diglielo. Krull non capiva cosa intendesse.
Non era stato lui ad avvicinare la donna, al contrario.
Si accorse che era a piedi nudi. Si era tolta con un calcio
le scarpe aperte in punta, ma aveva ancora i pantaloni
color salmone, attillati sui fianchi e sul ventre. Attir gi a
s la testa di Aaron, che era molto pi alto. Lo baci sulla
bocca, le umide labbra cremisi avvolsero le sue. Poi d'improvviso
lui sent la lingua saettare dentro la sua bocca.
Gli si stringeva contro, i seni nudi gli strusciavano addosso.
Lei rise, e lo condusse nella camera da letto. Lo guidava
come si fa con un ubriaco, o un cieco. Il copriletto di broccato
dorato che Zoe aveva acquistato tanto tempo prima era
sgualcito e macchiato come se altri vi si fossero pi volte
accoppiati sopra con accanimento. L'ultima cosa che Krull
vide chiaramente fu la scintillante croce d'oro tra i seni penduli
che oscillava su di lui.
Da dove dimora adesso Zoe mi benedir.
Ti amo, al posto suo!


Capitolo 36.
11 FEBBRAIO 1984
Al risveglio non ricordava che giorno fosse.
Al piano di sotto, sul tavolo della cucina, c'era il "Journal"
di Sparta lasciato l per lui, aperto e di sghembo, qualche
minuto prima aveva sentito Delray che usciva sbattendo la
porta, e prima ancora che parlava al telefono, a voce alta.
Adesso cap cosa aveva turbato suo padre, sulla prima pagina
del giornale c'era un titolo in primo piano:
LA POLIZIA DI SPARTA:
NESSUN NUOVO "INDIZIO"
PER L'OMICIDIO KRULLER
con la didascalia, Zoe Kruller, vittima dell'omicidio dell'83 non
ancora risolto, sotto la foto che il "Journal" aveva pubblicato
innumerevoli volte e che Krull non sopportava pi di vedere!
Eppure se ne stava chino sul tavolo, a fissarla.
Fu colto da un pensiero terribile: era passato un anno
intero. Zoe era morta da un anno. E in quella fotografia
la donna bionda continuava a sorridere come a sfidare il
proprio destino, anche se di certo la sorte si faceva beffe di
quel sorriso.
Quei bellissimi occhi dalle ciglia folte spalancati in
un'espressione d'ingenua speranza come di fronte a una
promessa, colta dall'obiettivo...
S. Sono qui. Amami.
Sotto c'erano altre fotografie, raffiguranti due uomini che
si assomigliavano molto, sembravano fratelli, Delray Kruller,
Edward Diehl. Anche quelle erano state pubblicate parecchie
volte su quel giornale e altrove, perch la polizia di Sparta
li aveva interrogati in quanto persone informate sui fatti.
Non indiziati, nessuno dei due era mai stato arrestato.
In preda al disgusto, Delray doveva averlo lasciato l perch
lui lo vedesse, altrimenti avrebbe strappato e gettato
via quel maledetto giornale. S, voleva che il figlio lo vedesse.
Il figlio della vittima, e della persona informata sui fatti.
Con espressione accigliata Krull diede una scorsa all'articolo,
tre lunghe colonne in prima pagina che proseguivano
a pagina otto. L'articolo parlava del "primo anniversario"
del "caso di omicidio rimasto irrisolto" e sosteneva che
gli investigatori della polizia di Sparta, malgrado la collaborazione
degli investigatori dello stato, a quanto pareva
non avevano raccolto "nuove prove, nuovi elementi, nuove
tracce," n erano saltate fuori altre "persone informate sui
fatti" o "sospetti".
Krull strapp il giornale, in un improvviso accesso di
rabbia.
Avrebbe voluto avere tra le mani chi aveva scritto e pubblicato
quell'articolo, usando la faccia di sua madre per vendere
copie. Il volto sorridente di una donna morta.
Stronzi.
Quella sera chiam zia Viola.
Volevo solo sapere come stavate, Aaron.
Parlava con voce esitante, Krull mormor una risposta
vaga.
Mio fratello  in casa?
No. Delray non c'era.
Sai quando torna?
No. Krull non sapeva quando sarebbe tornato.
Immagino che avrai visto...
S. Aveva visto.
... quei maledetti, perch non ci lasciano in pace! Perch
non lasciano in pace tuo padre, ne ha sopportate fin troppe.
Viola aveva il respiro affannoso, o forse singhiozzava. Il
tipo di respiro accelerato, simile a un singulto, forse dovuto
alla rabbia.
Quelle foto sul giornale! Sempre le stesse! Povera Zoe,
e povero Delray! Non puoi capire come ci si sente in casi
come questi finch non ti capita... Ges.
Quella di Delray era una grande famiglia, con parenti
sparsi per tre contee a sud degli Adirondack e lungo il
Black River e il Mohawk River e Krull immagin che quel
giorno si fossero tutti sentiti per telefono, turbati, indignati
e offesi per quel nuovo articolo. E forse se ne parlava anche
alla tv locale, Krull non lo sapeva e non voleva saperlo.
Primo anniversario del caso irrisolto di omicidio di una donna di
Sparta, la trentaquattrenne Zoe Kruller.
Viola parl a lungo, piena di rancore. Si chiese perch
quei dannati giornalisti non scrivevano una storia sul "caso
umano" di un innocente perseguitato dalla polizia e dai reporter,
con gli affari sull'orlo del fallimento a causa di ci.
Perch non parlavano della famiglia della vittima, le cui ferite
aperte erano insanabili per via di tali dicerie.
Viola gli chiese cosa stava facendo. Krull biascic qualcosa
tipo Niente.
In realt stava lavando il pavimento della cucina, disgustato
dalla patina appiccicosa che ricopriva il linoleum e si
attaccava sotto i piedi. Usava un detergente, acqua calda e
uno scopertone da bagno con il manico di legno che passava
nelle strette fessure tra i piani della cucina, il frigorifero
e i fornelli, dove la sporcizia si era accumulata da mesi.
Allora, cosa ti prepari per cena stasera, Aaron?
Si sforzava di apparire allegra, ciarliera. Come se le importasse
di lui, il figlio del fratello.
Krull mormor che qualcosa c'era, Delray gli aveva lasciato
della roba da mangiare.
S? E cosa?
Krull rispose con voce appena percepibile. Non vedeva
l'ora che sua zia riattaccasse, quella conversazione lo rendeva
nervoso.
Delray dovrebbe occuparsi di pi di te, Aaron. Si sta lasciando
andare, e non  giusto nei tuoi confronti. Lo sa, gli
ho parlato, ma dove diavolo ? All'officina dicono sempre:
"Del  uscito per qualche minuto".
Be', lui non poteva farci niente, disse Krull. Suo padre faceva
quello che voleva, no?
S, hai ragione. Ha sempre fatto quello che voleva. 
questo il problema.
Krull non sapeva cosa replicare. In sottofondo, all'altro
capo del filo, si ud un rumore improvviso, come a radio.
O una voce maschile, e qualcuno che rispondeva. Risate.
Aaron, tesoro, adesso devo riattaccare. Mi dispiace lasciarti
cos. Mi sembra che... be', che non sia giusto. Soprattutto
in un giorno come questo. Il "primo anniversario".
Del dovrebbe stare con te, dannazione. Non sei pi un
bambino ma dovrebbe ancora prendersi cura di te. Viola
tacque. Krull aspettava che riattaccasse. Si sentiva inquieto,
era risentito. Perch sua zia l'aveva chiamato, se voleva
chiudere subito? Se non aveva intenzione di dirgli che se
aveva fame, se era solo, poteva cenare con lei quella sera?
Sempre in sottofondo gli parve di udire un rumore di birilli
che cadevano. Forse era al Bowling sull'autostrada vicino
al B & B Barbeque... Come se ci avesse pensato solo in quel
momento, Viola disse: Aaron? Se sei solo e non hai ancora
mangiato posso passare a prenderti. Ho finito di lavorare
e sto con degli amici, non ci sarebbero problemi. Possiamo
farci una pizza, o una grigliata, ti va?.
Krull sbatt il ricevitore sull'apparecchio e interruppe la
comunicazione.
Viola non richiam.


Capitolo 37.
Siamo qui sulla terra per amarci.
Un bellissimo segreto fra te e me.
Potrei essere tua madre, avremmo la benedizione di Zoe.
In seguito, in un parossismo di ripugnanza chiuse la
stanza.
La vecchia camera da letto dei genitori con la scolorita
carta da parati a fiori voluta da Zoe.
Il letto sul quale erano stati. Sfatto come la melma di un
porcile.
E i vestiti di Zoe appesi nell'armadio che emanavano un
fascino malinconico - non riusciva a guardarli, figuriamoci
a darli via come gli aveva suggerito la DeLucca.
Non aveva mai detto a suo padre che Jacky DeLucca era
venuta per lui e poi aveva scelto Krull.
Non voleva pensare a quella donna, ma lo faceva in continuazione.
Alle cose che gli aveva fatto - la sua bocca, le
mani, le cosce grassocce e perlacee, il modo in cui lo aveva
accolto dentro di s cos a fondo, sempre pi a fondo, fino
a quando i sensi erano esplosi in un folle bianco chiarore,
accecante.
Potrei essere tua madre, Aa-ron. Abbiamo l'et giusta.
Era terrorizzato all'idea che potesse tornare in quella casa,
o all'officina, in cerca di Delray Kruller.
Quella prima volta. Lei era su di giri, sotto l'effetto di
qualche amfetamina. La sua pelle scottava. I suoi baci erano come morsi frenetici. Roteava gli occhi. I capelli tinti color
barbabietola emanavano un odore di sostanze chimiche
e di sudore. Ansimava, gemeva e lo stringeva come una
creatura marina in preda a un moto convulso Oh oh ohhhh
Ges aiutami ti amo ti amo.
Dall'uccello di Krull sprizz una sorta di muco caldo.
Immagin che fosse la sua anima.
Dopo settimane le mani e i capelli odoravano ancora di
quella tinta color barbabietola.
Aveva la schiena solcata da graffi. Alcuni si erano infettati
e gli procuravano un terribile prurito. La bocca era escoriata
dai morsi.
Passava notti insonni, a smanettarsi l'uccello fino a irritarlo.
E quando dormiva sognava quella donna, si risvegliava
per l'esplosione nell'inguine che lo faceva ansimare
forte, in preda a un intenso piacere e a una vergogna altrettanto
intensa.
Ohhh Aa-ronl Ti amo.
Sotto le lenzuola aggrovigliate il materasso del letto di
Krull era macchiato del suo sperma. Quell'inconfondibile
odore acre. Disperato, spalancava la finestra della stanza
per fare entrare il vento, la pioggia. Ma quell'odore, anzi,
gli odori, non andavano via.
Che schifo.
Non sapeva se si riferiva a se stesso, o alla DeLucca.
Ai vecchi pensieri morbosi riguardanti Zoe si erano sostituiti
quelli sulla DeLucca. Dannazione, ce l'aveva con lei!
Nel letto, mentre cercava di addormentarsi, ricordava quello che avevano fatto, ci che quella donna gli aveva fatto,
l'uccello sempre duro e sempre pi irritato, sentiva il desiderio
sessuale come un grosso e pigro serpente arrotolato
nel basso ventre dove, a suo piacimento e malgrado lui, si
snodava, saettante come una tagliola per conigli, bisognava
fare attenzione a non finirci dentro con il piede.
Ohhh Aa-ron! Sei fantastico, ti adoro.
All'Officina Kruller gli affari ristagnavano, ormai quasi
tutti i giorni venivano solo uno o due meccanici a lavorare. Krull si occupava del distributore, il compito meno gravoso.
Ogni volta che un'utilitaria svoltava in Quarry Road
in direzione della pompa di benzina si chiedeva se fosse la
Ford Escort verdastra di Jacky DeLucca. La immaginava
che abbassava il finestrino e lo guardava fingendosi sorpresa,
sorridendogli e leccandosi le labbra carnose e lucide di
rossetto, e gli diceva Ohhh, Aa-ron! Mi sei mancato, mentre
Krull rimaneva impassibile, l'espressione seria.
Come se non l'avesse riconosciuta. Cos lei si sarebbe
eccitata.
Ma a quanto gli risultava Jacky DeLucca non era pi tornata
in Quarry Road. Forse aveva smesso di cercare Delray
Kruller o lo aveva incontrato da qualche altra parte, Krull
sarebbe stato l'ultimo a saperlo.
Forse era meglio che Zoe non vivesse pi con loro. Avrebbe
disfatto il letto di Krull per lavare le lenzuola e avrebbe
visto tutte quelle macchie di muco secco e il materasso
vergognosamente imbrattato. Avrebbe fatto qualche battuta
per metterlo in imbarazzo - Come un tempo, quando eri
piccolo e facevi la pip a letto! Era uno strazio.
I bambini crescono, aveva detto.
Lei non l'amava. Era questo il segreto tra loro.
Sono contento che sia andata via, quella stronza!
Adesso non dovevano preoccuparsi di perderla.


Capitolo 38.
MARZO 1985
Delray disse che nella sua vita aveva commesso degli errori.
Pregava Dio che quegli errori non ricadessero sulla generazionefutura,
come ammoniva la Bibbia.
Parlava cos pur non essendo ubriaco, battendo pesantemente
la mano sulla spalla del figlio, che rabbrivid ma
non si ritrasse. Lui pensava Pap non  ubriaco. Non  la solita
sbronza.
Quando era in quello stato d'animo cupo e incline all'autocommiserazione,
Delray parlava spesso del padre e del nonno
e dei legami di sangue indiani. I legami con la Nazione Seneca
che in qualche modo Delray aveva reciso.
Quello che vogliono da te...  pi o meno succhiarti il
sangue. Non sanno nemmeno loro quello che vogliono.
Forse il bianco" che  in te. Vorrebbero succhiartelo, come
midollo. Quando ho sposato Zoe, ho chiuso con i miei parenti
della riserva.  andato tutto a puttane. Avevo un cugino
cui ero molto legato, non mi rivolse mai pi la parola.
Adesso  morto, e non si pu rimediare.
Il figlio ascoltava turbato il padre, intuendo cosa gli stava
per rivelare.
Amava suo padre, malgrado il male che da un momento
all'altro gli poteva fare.
... quello che voglio dirti  di non pensare di tornare l.
Non puoi. Giochi a lacrosse con alcuni di loro, ma non credere
che ci sia qualcosa di pi, sarebbe uno sbaglio. Non
pensare di poter diventare un "fratello di sangue" con loro,
o stronzate del genere, perch non  cos.
Il padre di Delray era un mezzosangue Seneca e suo nonno
un Seneca puro, Aaron non li conosceva, non li aveva
mai incontrati, nemmeno visti di sfuggita.
Zoe aveva detto: Se tuo padre vuole parlartene, lo far.
Ci sono un sacco di cose che non mi ha detto, e sai perch?.
Perch? le aveva chiesto.
Decide lui cosa dirci e cosa non dirci, ecco perch. Quindi
non fare domande.
La mattina seguente giunse una notizia sulla DeLucca.
Il "Journal" di Sparta riferiva di una selvaggia aggressione.
La trentanovenne di Sparta Jacqueline DeLucca, cameriera
al Chet's Keyboard Lounge,  stata rinvenuta da un
guardiano, alle prime ore di luned mattina, priva di sensi
e sanguinante nel parcheggio sul retro del negozio Discount
Accessori Big Boy.
Non si conosce l'identit dell'aggressore o degli aggressori.
La donna  ricoverata al General Hospital di Sparta, in
condizioni stazionarie. La polizia sta indagando.
L'articolo era breve, compariva in una pagina interna, non
era accompagnato da fotografie. Krull non l'avrebbe mai
saputo, ma in officina c'erano alcune pagine del "Journal"
lasciate da un cliente.
Le labbra si mossero intorpidite: "Jacqueline DeLucca".
Non voleva neanche pensare - non ne aveva ragione -
che Delray avesse a che fare con l'aggressione. Non aveva
alcun motivo di credere che Delray fosse in qualche modo
legato alla DeLucca. Nemmeno Krull aveva niente a che
fare con lei, erano passati due anni da quando la donna si
era presentata a casa loro per portare gli abiti di Zoe.
Potrei essere tua madre, avremmo la benedizione di Zoe.
Krull da quel giorno non l'aveva pi vista, se non nei
pi morbosi sogni erotici, ma di persona non l'aveva pi
incontrata. Non aveva pi visto quella donna, un'amica intima
di Zoe Kruller, vittima di omicidio nel 1983, come notava
l'articolo pubblicato dal "Journal", e aveva fatto di tutto
per dimenticarla.
Quella notte con i suoi amici, alla vecchia stazione ferroviaria.
Le sere che non doveva lavorare sino a tardi o dare
una mano con il carro attrezzi che garantiva il servizio di
assistenza ventiquattr'ore al giorno, Krull aveva preso l'abitudine
di frequentare quei nuovi amici pi grandi, che ammirava.
Perch a differenza di lui erano maggiorenni. Come
cambiavano in fretta le cose - un anno lasciavi la scuola,
e dopo un po' ti ritrovavi a venticinque, trent'anni. Come
Delray, quei giovani provavano di tutto. E anche le ragazze
che qualche volta si portavano dietro. Krull aveva un debole
per la birra, ma gli piaceva anche la sensazione sognante
e di abbandono che gli davano gli spinelli. Era come la novocaina.
Prima un ronzio nelle orecchie, poi lo stordimento,
ci vedevi male come fossi miope, ti sfarfallava tutto davanti
agli occhi, i volti si sfaldavano in un lento vorticare,
e ti veniva da ridere.
Zoe era stata una tossica, consumatrice di eroina. Cos si
era detto dopo la sua morte.
Della marijuana gli piaceva la sensazione che dava, le facce
si smaterializzavano mentre le fissavi. In uno stato simile,
come potevi prendere sul serio la scena che ti si presentava
davanti se aprivi una porta e vedevi un corpo in un
groviglio di lenzuola insanguinate?
Rilassati, gli aveva consigliato il suo amico Duncan Metz.
Cazzo, qualsiasi cosa sia successa  passata, non puoi tornare indietro
per cambiarla. Metz era pi grande di Krull di ben dieci
anni, ma lo aveva preso in simpatia, girava voce che nella sua
famiglia ci fosse stato un omicidio, forse pi d'uno, era chiaramente
un mezzosangue, aveva una pelle olivastra pi scura
di quella di Krull e gli stessi occhi scuri incavati, ovviamente
i ragazzi come loro si attraevano come cugini, o fratelli.
Metz fece provare a Krull un altro tipo di fumo chiamato
Giamaicano, pi costoso e difficile da trovare, che procurava
uno sballo violento, spiacevole e ti faceva martellare
il cuore all'impazzata, per questo non tutti volevano
provarlo, soprattutto le ragazze si guardavano bene dal fumarlo
e dal rimanere da sole con i maschi che ne facevano
uso, perch quando la fumavi e la inalavi a fondo nei polmoni
quell'erba ti metteva una voglia pazza di scopare, e
Krull cominci a preferirla a tutte le altre.


Capitolo 39.
Diehl, B. era tra la dozzina di nomi di studenti del terzo
anno affissi fuori dal laboratorio di chimica, al secondo
piano dell'istituto superiore di Sparta.
Krull non seguiva il corso di chimica, n i corsi di biologia,
fisica, matematica avanzata o lingue. Non aveva scelto
materie che gli avrebbero permesso di iscriversi all'universit
bens discipline professionali, tecniche, ma per diplomarsi
bisognava anche seguire corsi d'inglese, scienze sociali,
igiene, educazione fisica, educazione stradale e materie
tecniche.
Educazione stradale! Come se Krull non avesse guidato,
persino dei camion, da quando aveva undici anni.
A Krull dava fastidio vedere quel nome, Diehl, B., su
quella lista, e accanto un bel voto. Eddy Diehl era un operaio
edile, un "manovale", o no?
A quanto ne sapeva, il padre di Ben Diehl, Eddy, non viveva
pi a Sparta. La polizia gli aveva permesso di andare
via e correva voce che non fosse tornato.
Li aveva visti nel furgone. Alla discarica. Prima che lei andasse
via di casa. Prima che fosse uccisa. L'aveva vista con Eddy Diehl
e Delray non l'aveva saputo.
Con suo disappunto quell'anno incontrava spesso Ben
Diehl. Probabilmente si incrociavano per via delle lezioni
che seguivano. Quei continui incontri avevano l'aria di una
provocazione. Al bar della scuola, sulle scale, nei corridoi
Krull si aggirava alto e allampanato e scattava come un cobra
appena vedeva quel ragazzo pi piccolo dai capelli rossicci
e dalla faccia emaciata, che lo evitava fingendo di non
accorgersi di lui, allontanandosi con passo rigido come se
avesse un manico di scopa nel culo. Perch di certo Ben si
accorgeva di Krull, come una preda si accorge del cobra,
ma era troppo impaurito per riconoscerlo.
C'era anche una ragazza. Ben Diehl aveva una sorella
pi piccola.
Quella prima volta accadde per puro caso.
Krull non stava seguendo Ben Diehl. Aveva altro per la
testa. Lo aveva visto entrare nello spogliatoio dei maschi,
a pochi metri da lui. Il ragazzo era solo, come spesso quando
lo incontrava. Si muoveva a scatti quasi che le parti del
corpo, tenute insieme da uno scheletro fragile e rigido, volessero
andare in direzioni diverse. Quel ragazzo non era
certo un atleta, si capiva. Aveva il viso cupo, terreo, lo sguardo
basso, la fronte solcata da rughe. Muoveva la bocca senza
emettere suoni, come se parlasse tra s. Non arrivava a
un metro e settanta, pesava meno di sessanta chili. Era vestito
come i suoi compagni di classe, con jeans, camicia,
scarpe da corsa, ma a lui quell'abbigliamento non donava.
Diehl! Quel tipo strano. Con sua sorpresa Krull not quanto
poco assomigliasse al padre Eddy, che era, o era stato, un
bell'uomo. Sembrava quasi che Ben Diehl portasse il peso
della vergogna e della cattiva reputazione del padre, il che
significava che provava dei sensi di colpa, quindi avrebbe
capito perch andava punito.
Alla quinta ora Krull non aveva lezione di educazione fisica
- frequentava il secondo anno, non il terzo, perch era
stato bocciato - ma come per istinto segu il giovane Diehl
nello spogliatoio evitando gli altri ragazzi come se non li vedesse,
fin quando lo scorse mentre appoggiava lo zainetto su
una panca in fondo allo spogliatoio. Alcuni notarono Krull
avvicinarsi rapido a Diehl con il chiaro intento di picchiarlo
e tacquero immediatamente, indietreggiando, altri che erano
nelle vicinanze di Diehl si allontanarono subito, quindi
mentre Krull avanzava verso Diehl - pi alto di lui di parecchi
centimetri e pi pesante di almeno dieci chili - si erano
gi dileguati tutti; il ragazzo minuto, che sembrava pi
giovane di Krull, alz sorpreso lo sguardo su di lui, in una
sorta di colpevole stupore, quasi se lo aspettasse; ebbe appena
il tempo di balbettare: Cosa... cosa vuoi... prima che
Krull lo afferrasse per le esili spalle e con movimento fluido
lo scaraventasse contro gli armadietti con tale forza che l'intera
fila traball con un rumore sferragliante. L'aggressione
avvenne nel silenzio, con precisione esemplare. Sembrava
che il ragazzo pi grande non avesse fatto alcuno sforzo.
Diehl non ebbe tempo di difendersi, forse non ne aveva la
forza, fin lungo disteso sul freddo pavimento di piastrelle e
si rannicchi sotto la panca lunga e stretta, mentre Krull la
rovesciava per afferrarlo, incombendo su di lui con il viso
paonazzo, scosso da un tremito.
Alzati, brutta checca. Alzati.
Dei testimoni dichiararono di avere sentito Ben Diehl
implorare: Non p-picchiarmi! Cosa ti ho fatto? L-lasciami
in pace, non ti ho fatto niente con un'espressione cos terrorizzata,
un tono cos vile e supplichevole, che Krull gli
assest un paio di pugni, un calcio, e si allontan pieno di
disprezzo.
Usc con tutta calma dallo spogliatoio, lanci appena
un'occhiata ai compagni di classe di Ben Diehl che lo stavano
osservando, sette o otto ragazzi che si tenevano a rispettosa
distanza in silenzio; non ci fu alcun bisogno di minacciarli.
Avevano capito.
Adesso sai cosa posso farti. In qualsiasi momento.
Te lo meriti, tuo padre ha ucciso mia madre.
Per un po' ignor quel Diehl. Avrebbe voluto ammazzarlo
con le sue mani. Calpestarlo con gli stivali. Aaron Krull
intuiva che presto non avrebbe pi avuto tante occasioni
di incontrarlo, i suoi giorni alla scuola superiore di Sparta
erano contati, fra poco avrebbe compiuto sedici anni e abbandonato
gli studi, lo desiderava tanto e gi assaporava
quel momento.
Non lasciare la scuola, dannazione, lo sai che tua madre non
voleva.
E lui protestava Pa', tu non ti sei diplomato, perch dovrei
farlo io?
Perch non devi fare la mia stessa fine. Quelli come me non
hanno futuro.
Le parole pronunciate da Delray suonavano agghiaccianti
per il figlio. Non era possibile che Delray Kruller pensasse
quelle cose e ancor meno che le dicesse.
Nel periodo successivo alla morte di Zoe diventarono ancor
pi due estranei, come se a separarli ci fosse una nube
di gas tossico.
Delray diceva A tua madre non  mai piaciuto che lavorassi
con me, cos piccolo. Diceva: Aaron pu fare altro. Non deve diventare
uno schiavo che aggiusta motori.
Che vada affanculo.
Delray lo guard come se non avesse sentito.
Che vada affanculo. Non me ne frega niente di quello che vuole,
ci ha lasciato, no?
Rapido come un serpente, Delray gli sferr un manrovescio,
colpendo alla tempia la faccia imbronciata del figlio,
quasi stendendolo.
Non parlare cos di tua madre, piccolo ubriacone. Porta rispetto
o ti rompo il culo.
Se prima c'era qualche dubbio, adesso era fugato. Da quel
momento in poi l'obbedienza del figlio al padre fu fuori
discussione.
Spunt fuori dal nulla. Come per caso. Il ragazzo dai lineamenti
da indiano alto e robusto che chiamavano Krull
- il figlio della donna assassinata - apparve al margine di
un sentiero che scendeva verso il fiume proprio mentre Ben
Diehl lo stava risalendo diretto al ponticello pedonale che
attraversava il corso d'acqua.
Sul viso di Ben Diehl si dipinse il terrore: doveva scappare?
O... era meglio di no?
Dopo l'aggressione nello spogliatoio, non premeditata e
apparentemente casuale, forse Ben Diehl sperava che fosse
finita l, aveva subito la rabbia di Krull con aria colpevole,
senza riferire l'episodio al professore di ginnastica o
alle autorit scolastiche, non l'aveva detto nemmeno a sua
madre, spiegandole con convincente autoironia di essere
inciampato nella panca dello spogliatoio e di avere sbattuto
contro un armadietto.
Nessun compagno aveva confermato questa versione. A
quanto pareva nessuno sapeva niente.
Erano trascorse alcune settimane di quell'umido inverno.
Ben Diehl indossava un giaccone di velluto a coste marrone
con il cappuccio calato sulla fronte, Krull un giubbotto
color argento che pareva di vinile, senza cappuccio. Ben
Diehl portava uno zainetto probabilmente zeppo di libri.
Camminava a capo chino, gli occhi bassi, come attratti da
una sorta di forza di gravit. Krull aveva lo sguardo da predatore,
rivolto verso l'alto, vigile. Quel giorno non aveva
intenzione di seguire - "pedinare" - Ben Diehl, ma era proprio
quello che aveva fatto.
Non mi piace ma forse  cos che vanno le cose.
Era la voce di Zoe? Quando cantava una delle sue canzoni
bluegrass?
Krull aveva la sensazione di udirla. Era un brano famoso
- forse di Johnny Cash - ma l'aveva sentito cantare da
Zoe solo per lui, all'orecchio.
Non aveva premeditato una seconda aggressione. Ma stavolta
non ci sarebbero stati potenziali testimoni.
Ecco! pens. Adesso s.
Si riferiva alla felicit improvvisa, quasi fulminea, che
provava. Quando fu a pochi metri dal ragazzo spaventato,
Krull gli si avvent contro di corsa, le gambe muscolose
che sprizzavano energia, nelle membra un vigore gioioso;
not di sfuggita un cartello: PONTE PEDONALE CHIUSO PER
LAVORI VIETATO L'ACCESSO, Ben Diehl non poteva tornare indietro,
Krull lo stava sospingendo verso il ponte e nel giro
di qualche secondo lo raggiunse e lo afferr per un braccio,
scuotendolo come una bambola di pezza - Che fai, scappi?
Girati, che ti rompo il culo.
Ben cerc di spintonarlo. Le braccia avevano una forza
spasmodica, i denti erano scoperti in una furiosa smorfia
di terrore, Krull rimase sorpreso, il piccolo Diehl sembrava
un topolino che lottava disperatamente. Krull lo stratton
pi forte e lo sbatt contro la balaustra del ponte, lasciandolo
senza fiato. Aveva il respiro affannoso, che si condensava
per il freddo. Sotto di loro il Black River scorreva scuro,
ingrossato dalla pioggia recente. Krull fu attraversato da
un pensiero Potrei ucciderlo, non lo verrebbe a sapere nessuno.
Passerebbero settimane prima che ritrovino il corpo.
Invece disse a Ben Diehl: Tuo padre... dov'?.
Ben Diehl balbett che non lo sapeva.
Lo sai! Ha ucciso mia madre.
Ben Diehl balbett di no.
S che l'ha fatto. E l'ha passata liscia! Adesso vive chiss
dove, non ha mai pagato!
I ragazzi lottarono goffamente, Ben Diehl cercava di liberarsi
dalla stretta di Krull che lo teneva per il collo e la
spalla, come in una presa da wrestling. Voleva fargli male,
ma in quell'atteggiamento c'era anche un'imbarazzante intimit.
Quasi implorando, Krull esclam: Perch l'ha fatto!
Perch l'ha uccisa! e Ben protest: Non  vero. Non 
stato lui. Poi in qualche modo Ben riusc a tirare fuori dalla
tasca un coltello a serramanico, fece scattare la lama da
dieci centimetri e sferr una coltellata alla cieca a Krull prima
che questi si rendesse conto di cosa stava accadendo, il
colpo fu deviato dalla manica del giaccone e Krull afferr
incautamente la lama, strinse le dita e si fer senza nemmeno
rendersene conto, sent una fitta intensa ma fugace, preso
com'era dalla lotta quasi non l'avvert. Ben Diehl singhiozzava
cercando di riprendere il coltello per colpire di nuovo
Krull, mentre si dibatteva freneticamente. Krull imprec tentando
di impossessarsi dell'arma, entrambe le mani gli sanguinavano
ma riusc a sferrare un pugno a Ben Diehl con le
nocche, ebbe l'impressione di aver rotto lo zigomo destro
al suo rivale. Ben Diehl lasci il coltello, cadde in ginocchio
stordito dal colpo, e fu investito da una scarica di pugni sul
viso, sulla testa e sulle spalle. Il volto di un pallore cadaverico
era sporco di sangue, mentre il viso di Aaron era paonazzo.
Krull disse: Potrei ucciderti, maledetto! Potrei buttarti
gi, annegheresti. Nessuno mi vedrebbe. Il coltello a serramanico
lucido di sangue era stato scalciato via, a qualche
metro, Krull lo raccolse e lo scaravent oltre la balaustra,
nel fiume. Cos non poteva servirsene. Pur preso dalla furia
omicida intuiva che era meglio cos. Scaraventare gi
nel fiume Ben Diehl era diverso, non avrebbe riportato ferite
da arma da taglio. Non avrebbero potuto incriminare
nessuno. Tempest di calci il ragazzo che giaceva raggomitolato
come un verme sull'assito del ponte, per ripararsi. Lo
colpiva alle gambe, alle cosce, nel sedere, ma non nelle costole,
altrimenti gliele avrebbe rotte, ed evitava di colpirlo
al volto, quel disgraziato gi sanguinava. Con il fiato mozzo
e quasi singhiozzando gli disse: Potrei ucciderti, vedi?
Dillo a quel figlio di puttana di tuo padre! Digli che Aaron
Kruller poteva ucciderti e non l'ha fatto. Diglielo.
Lasci Ben Diehl l, sul ponte. Si volt e si allontan, e
quando raggiunse il viottolo si mise a correre senza voltarsi
indietro. Aveva il viso umido come se avesse pianto, le
mani sanguinavano, se le era asciugate addosso. La vista
del proprio sangue gli fece una strana impressione, cominciava
a sentire il dolore acuto e pulsante alle mani, e intanto
pensava  stato un bene. Ho risolto un problema. Quella sera
alla vecchia stazione, ubriaco e strafatto, agganci una ragazza,
Mira; era sballata anche lei, ridendo gli si mise a cavalcioni,
lo baci in bocca mugolando, e Krull si asciug le
mani sporche di sangue che aveva fasciato alla meglio, con
le bende ormai sciolte, sui capelli arruffati di lei.


Capitolo 40.
Quella ragazza. La sorella minore di Ben Diehl.
In un primo momento Krull la ritenne una coincidenza.
A dire il vero era troppo giovane per suscitare in lui un'attrazione
sessuale. Quell'esile biondina dagli occhi tristi che
si nascondeva non appena lui la osservava, com'era accaduto
al 7-Eleven vicino a scuola.
La ragazza si era voltata troppo rapidamente, sgattaiolando
nel retro del negozio. Krull la guard allontanarsi e
pens Ges! Non mi star mica seguendo? Era sconcertato,
sbigottito. Lui aveva quindici anni, quella ragazza sembrava
molto pi piccola.
Poi ricord di averla notata da qualche altra parte. E la
rivide, apparentemente per caso, nei giorni seguenti - lungo
la strada mentre lui passava in bicicletta, nel vicolo alle
spalle di Post Street che percorreva come scorciatoia, dietro
la scuola, dove Krull e gli studenti lasciavano le biciclette,
la sua era un vecchia e rozza Schwinn con un duro sellino
di gomma e il manubrio basso, il telaio punteggiato di ruggine
come acne. Solo in seguito si chiese per quale ragione
una ragazza che non frequentava le superiori si aggirasse
da quelle parti, lanciandogli occhiate. Da vicino.
Cos dedusse Dev'essere lei. La figlia di Diehl. Che vuole
da me?
Krull era un po' allarmato, impaurito. Avvert persino
una fitta di panico.
Non aveva ammazzato il fratello di quella ragazza. Qualcosa
glielo aveva impedito. E adesso la sorella... lo seguiva.
Fiut il pericolo. Sapeva riconoscerlo. Meglio ignorarla.
Non incrociarne lo sguardo, quando lei lo osservava con
quegli occhi tristi e imperscrutabili mentre lui si allontanava
sulla vecchia e rozza Schwinn senza voltarsi indietro.
Dopo l'episodio del ponte, Krull aveva evitato Ben Diehl.
Come se tra loro ci fosse un accordo. Una sorta di tregua.
Perch a Krull, come a Ben Diehl, bastava sapere che
gli aveva risparmiato la vita. Avrebbe potuto scaraventarlo
gi dal ponte, sarebbe annegato nel fiume, o ucciderlo
con il suo stesso coltello. (Aggredire Krull con un coltello,
proprio lui! Doveva riconoscere che Ben Diehl aveva fegato.)
Gli aveva salvato la vita con un gesto di misericordia,
nessuno glielo aveva imposto. Bastava cos, Krull si era ferito
le dita e i palmi delle mani con il coltello di Ben Diehl,
e quei tagli erano maledettamente lenti a guarire.


Capitolo 41.
Quando sucede qualcosa a qualcuno, sucede alla socciet.
Ma non nello stesso momento. Se muore una Persona non
significa che non puoi parlare con loro e a volte loro parlano
con te. Di solito la Persona morta parla solo nei sogni. La
Persona morta ti pu guardare in un cierto modo come per
dirti Sono qui. Voresti credere che ce un dio e ce la giustizzia.
Ma questo non vuol dire che esistono davvero.
L'insegnante del corso di recupero d'inglese, la signora
Hare, lo incoraggiava. Restituiva ad Aaron Kruller i suoi
componimenti, scritti diligentemente a mano, con commenti
vergati in inchiostro rosso porpora, simili a merletti. Ma
qualunque fosse il tema, Aaron Kruller non riusciva a buttar
gi pi di due o tre periodi succinti, simili a borbotti,
che spesso avevano un che di enigmatico, e il cui significato
non era subito evidente alla signora Hare. Ai corsi di recupero
la met degli studenti consegnava elaborati dattiloscritti
pi o meno accurati e chiari, Aaron invece scriveva a
mano con una grafia ampia e infantile, come chi maneggi
con difficolt la penna; le pagine del quaderno erano sgualcite
per l'impegno e lo sforzo che vi profondeva, e chiazzate
qua e l di sbiadite macchie di grasso.
Ai corsi di recupero della scuola superiore di Sparta i
voti assegnati non erano espressi in numeri come negli altri
corsi, ma indicati con due lettere, "S" e "I": "sufficiente"
e "insufficiente". (In quelli d'inglese, venivano date
per lo pi S.) Se non prendeva S, quasi sempre Aaron si ritrovava
con degli ambigui ??? accompagnati da una nota
della signora Hare che gli chiedeva di presentarsi da lei.
L'inchiostro porpora, a differenza del semplice rosso usato
dagli altri insegnanti, era la firma di Marsha Hare. Lei riteneva
che quella tonalit non fosse crudele" come il rosso
vivo. Il rosso era il colore dei cartelli che indicavano lo
stop, il pericolo e le uscite di sicurezza in caso di incendio
- sull'elaborato di uno studente l'inchiostro rosso faceva
pensare al sangue di minuscole ferite. Di contro, il porpora
era un colore "gentile", "tenue". La signora Hare era da
lungo tempo una supplente della scuola pubblica di Sparta
e nell'autunno in cui Aaron frequentava il terzo anno era
stata chiamata in tutta fretta a sostituire un insegnante che
aveva rassegnato le dimissioni per motivi di salute. La signora
Hare non desiderava offendere, ferire o scoraggiare i
suoi alunni, si trattava di adolescenti affetti, alla stregua di
gravi forme di acne, da "difficolt di lettura", "attitudini limitate",
"disturbi della personalit"; e molti di loro, come
Aaron Kruller, manifestavano forme di risentimento e disagio
che apparivano quasi minacciose.
Salve, Aaron Kruller.
Cos lo salutava allegramente quando lo incontrava
nei corridoi della scuola, o quando il ragazzo sgattaiolava
nella sua classe poco prima che suonasse la fine della
lezione. Era pi alto di lei di parecchi centimetri e i capelli
rasati e neri come quelli degli indiani emanavano
un odore di grasso, gli occhi dalle palpebre pesanti erano
sfuggenti e stretti, eppure alla signora Hare Aaron
sembrava il pi promettente dei trentasette studenti che le
avevano affidato.
E, vista la sua storia familiare, il pi pericoloso.
La signora Hare era una donna attraente sotto i cinquanta,
sempre animata da impulsi di tenerezza materna che
la lasciavano senza fiato e piena di bramoso entusiasmo.
Aveva occhi dalle sopracciglia sottili, d'un nocciola slavato,
che brillavano di emozione; il viso era quello di una ragazza, pallido e chiazzato come un acquerello. Praticamente
era l'unica del corpo insegnante della scuola superiore di
Sparta a sforzarsi di vestire "alla moda" - sfoggiava camicette
firmate piene di fiocchi, tailleur pantalone di sartoria
in tinte mirtillo, fucsia, rosso arancio acceso. I capelli grigio
spento erano pettinati con un'acconciatura elaborata, tenuta
su da pettinini di tartaruga; usava un fondotinta smorto,
e un rossetto rosso arancio. Si rivolgeva agli studenti con
voce entusiastica e incoraggiante, i suoi discorsi traboccavano
di parole e frasi tipo Promettente, Continua cos! S che
puoi! Mai dire mai. Correva voce che la signora Hare avesse
subito un brutto intervento chirurgico: le avevano asportato
un seno e l'utero. E inoltre che avesse un marito anziano su
una sedia a rotelle, o forse era il padre, oppure, circostanza
ancora pi triste, un figlio gravemente handicappato. I ragazzi
scherzavano alle sue spalle sul suo nome, chiamandola
"la Pelosa" - se indossava camicette a maniche corte
si intravedevano ispidi ciuffi di peli sotto le ascelle; a quella
vista le ragazze pi sensibili rabbrividivano e si scambiavano
occhiate di raccapriccio. Una volta, dei ragazzi in
vena di scherzi crudeli misero un assorbente nel cestino accanto
alla cattedra della signora Hare, nascosto da un foglio
accartocciato; ma prima che cominciasse la lezione Aaron
Kruller, rosso in viso, port fuori il cestino e lo svuot in un
inceneritore. La signora Hare non colse lo scherzo e cos la
burla non produsse effetti, anche se suscit grande ilarit e
imbarazzo in classe.
A Krull la signora Hare ricordava la DeLucca, e questo
gli provocava disagio. Gli occhi umidi che lo fissavano, il
corpo da ragazza ormai pingue, la sua mezza et. Un'indefinibile
aria bramosa, di femminile desiderio. Aaron?
Se ti va di parlare con me, di qualsiasi cosa, dimmelo pure.
Quando vuoi.
Oppure: Se vuoi confidarti con me, Aaron...
Aaron mormorava qualcosa tipo S, signora, evitando di
incrociare lo sguardo acceso della donna.
Tra i due - la supplente d'inglese di mezza et e il ragazzo
ormai sedicenne - si era creato un legame curioso, impacciato.
Come tra parenti, tra una zia e un nipote scontroso.
Un pomeriggio, Aaron si rec riluttante a un colloquio
fissatogli dalla signora Hare. L'insegnante sedeva dietro la
cattedra, aveva davanti un elaborato di Krull, pieno di note
a inchiostro rosso porpora.
Krull sedette su una sedia di vinilpelle che sembrava fragile
sotto il suo peso, mentre la signora Hare intrecci le lunghe
mani affusolate sul petto. Fece un profondo respiro e cominci,
come un tuffatore che prenda la rincorsa su un trampolino, prima
di perdere il coraggio: Aaron, ho riflettuto a lungo se dirtelo
o meno. Anche nella mia famiglia  avvenuto un delitto. In
quella di mia madre, a Troy. Accadde una cosa terribile... una
ragazza, una mia cugina... pi grande di me... venne rapita e
uccisa a coltellate... gettarono il corpo nel canale... fu rinvenuto
solo dopo settimane. Il colpevole di quell'orrendo assassinio era
una bellissima ragazza di diciannove anni, fidanzata, stava
per sposarsi... non fu mai trovato... in tutti questi anni, sono
passati decenni, quel crimine ha gettato un'ombra sulle nostre
vite. All'epoca avevo dodici anni... adesso sono una donna di
mezza et. Quindi io ti capisco, Aaron. La voce della signora
Hare vibr di una intrepida speranza. O almeno lo spero.
Krull fu colto alla sprovvista, quelle parole lo fulminarono
come una scossa elettrica. Doveva farsi animo, ma non
ci riusciva.
... se senti il bisogno, be', di parlarne. O di scriverne. Pi
direttamente, Aaron. Mi accorgo che scrivi sempre di quel
tale argomento - non dir cosa - ma senza mai confrontartici.
Ti ha come fagocitato. Devi liberartene.
Krull sedeva rigido, ostinato, sprofondato su quella sedia
di vinilpelle scadente con le gambe di alluminio. Sembrava
confuso, muoveva le labbra senza parlare. La signora
Hare continu, nervosamente:
Insomma! Voglio dire, Aaron, che comunque hai una
scelta davanti a te. Oltre a queste lezioni, intendo. Al di l
della scuola. Puoi diventare un cittadino, o un "animale solitario".
Come quegli elefanti "solitari". Puoi vivere ai margini
della societ perch sei stato ferito e sei pieno di rabbia
- si vede quanta ne hai - so quanto ti temono gli altri studenti,
e che sei stato coinvolto in risse e in atti di vandalismo...
sono molto contenta dei compiti che fai con me... 
un ottimo lavoro... promettente... ma stammi a sentire, puoi
vivere cos finch sei giovane, forse anche fino ai trent'anni.
Ma poi...  finita. Se diventi un cittadino, la ferita si rimarginer
e potrai vivere la tua vita, un'esistenza utile, da
adulto. Ma se rimani un animale solitario e un emarginato,
schiavo delle tue ferite, non potrai farlo. La signora Hare
tacque. Aveva parlato con voce tremula, incerta. Come se si
fosse spinta su un'altura pericolosa e stesse guardando in
basso verso Aaron. Temo che non vivrai a lungo.
Il pretesto per il colloquio di quel pomeriggio era un compito
che Krull aveva consegnato il giorno prima, dal titolo L'individuo nella societ. Krull era riuscito a scrivere solo
poche frasi. Una manciata di parole buttate gi con grande
difficolt, su cui aveva sudato sette camicie seduto alla
scrivania nell'officina di Delray. Aveva dovuto smettere
quando all'improvviso era arrivata una chiamata: doveva
recarsi con un altro meccanico sull'autostrada, c'era stato
un incidente e serviva un carro attrezzi. Dopo avere letto
quello che aveva scritto, Quando sucede qualcosa a qualcuno,
sucede alla... aveva avvertito un'ondata di vergogna, di rabbia.
Maledizione, sapeva cosa voleva dire ma non riusciva
a esprimerlo, le parole erano come bloccate dentro di lui.
Adesso stava sbirciando l'elaborato che la signora Hare
gli aveva restituito. Vide che aveva scritto male la parola
societ. E succede. Avrebbe voluto accartocciare quel dannato
foglio.
Aaron? Mi ascolti, vero?
Sembrava quasi che avesse detto Mi ascolti, vero, caro?
Krull mormor qualcosa. Si sent avvampare. Fece quasi
per alzarsi, pronto a sgattaiolare via.
Sembri cos... triste, Aaron. Hai un'espressione...
Krull balz in piedi, il compito stretto in mano. Avrebbe
accartocciato quel dannato foglio non appena fuori di l.
Be', in ogni caso spero... che rivedrai il tuo elaborato.
Voglio dire, spero che lo svilupperai. Sembra sempre che tu
abbia molte pi cose da esprimere, che non hai detto. Bisogna
scrivere almeno cinquecento parole, Aaron. Non che si
debbano contare, ma...
Krull non vedeva l'ora di andare via. Si augurava che
quell'incontro non finisse male. Gli apparve davanti l'immagine
del volto martoriato di Zoe, i lividi e le orbite peste.
S, signora!, mormor.
La signora Hare lo accompagn alla porta dell'aula, come
la padrona di casa in un telefilm quando accompagna un
ospite alla porta. Era l'aula di ricevimento di Marsha Hare,
l'aveva decorata con foto patinate di animali, paesaggi, fiumi.
L'aveva abbellita con quello che Zoe avrebbe definito un grazioso
tocco femminile: vasi con girasoli finti, felci e violette in
vasetti d'argilla, curiosi oggettini di legno intagliati. Da seduta,
la signora Hare sembrava alta quasi quanto Krull, ma
in piedi si vedeva come era bassa, accanto a lui; la sua autorit
diminuiva immediatamente. Certo va bene grazie signora
Hare, avrebbe riscritto il compito, S signora, ma il giorno
dopo in palestra Krull si azzuff con due ragazzi - "bianchi"
- che l'avevano fatto incavolare perch lo guardavano
come se puzzasse, erano intervenuti anche altri compagni,
alcuni in difesa di Krull, la maggior parte contro, scoppi
un gran parapiglia che and avanti con molto clamore per
parecchi minuti, ma stavolta alla scena assistettero dei testimoni,
tra cui l'insegnante di ginnastica, il signor Casey,
che ne usc con il naso sanguinante, e cos nell'arco di poche
frenetiche ore Krull venne prelevato dalla polizia di Sparta,
condotto alla centrale e arrestato con l'accusa di percosse
e lesioni, disturbo della quiete pubblica e resistenza a pubblico
ufficiale. Krull non torn pi a scuola, venne espulso. Non
prese il diploma. Non vide pi Marsha Hare.


Capitolo 42.
Quella ragazza. La figlia di Eddy Diehl.
Adesso ne conosceva il nome: Krista. Sapeva bene chi
era, ma non perch lo seguiva. Una ragazza dai capelli d'un
biondo pallido come un fantasma, troppo giovane per attirare
l'attenzione di Krull.
Eppure lo osservava, da lontano. Nascondendosi quando
lui la vedeva. Ma non abbastanza in fretta.
C'era qualcosa di implorante nel viso di quella ragazza,
nei suoi occhi tristi. Fammi del male! Provaci.
Krull aveva fatto del male a suo fratello Ben, forse lei lo
sapeva. Forse Ben glielo aveva detto. (Anche se Krull dubitava
che Ben avesse confidato a qualcuno un'umiliazione
del genere.) Ma Krull non avrebbe mai fatto del male a una
ragazza. Nemmeno alla figlia di Eddy Diehl.
N l'avrebbe avvicinata. Mai.
Adesso che sapeva di quella ragazza, Krista, la figlia di
Eddy Diehl, si rese conto di avere gi sentito parlare di lei,
da Mira Roche. Gli aveva detto che era pi piccola, una sempliciotta,
dolce e ingenua. Poverina, c'era quasi da compatirla,
con quel padre...
Krull non aveva fatto domande su di lui.
... suo padre aveva avuto dei guai con la polizia, si diceva
che fosse andato via da Sparta.
E poi c'erano Duncan Metz e i suoi amici, Krista ignorava
i programmi che avevano in serbo per lei.
Mira rise, a disagio, vedendo che Krull si era rabbuiato.
(Di certo Krull non si sarebbe fatto coinvolgere. Cercava
di stare alla larga da quella gente. Non si potevano chiamare
amici, Krull non avrebbe saputo come definirli. Le ragazze
andavano pazze per lui, ma questo non lo lusingava,
erano delle cretine che facevano tutto quello che un ragazzo
chiedeva loro, pur di procurarsi la droga, e quando erano
sballate si spingevano anche oltre, finch non perdevano
i sensi. Ragazze cos belle, come Mira Roche... Duncan
Metz sosteneva di essere un buon amico di Krull, ma Krull
non si fidava del tutto di lui. Di Metz si diceva con ammirazione
che dall'et di sedici anni era stato beccato parecchie
volte dalla polizia, eppure non aveva scontato nemmeno
un giorno di galera o di riformatorio. E adesso non si faceva
pi pizzicare, era troppo scaltro. Aveva fatto un sacco
di grana. Vantava un qualche misterioso legame con l'ufficio
dello sceriffo della contea di Herkimer, un cugino vicesceriffo,
forse era un informatore fidato, faceva soffiate alle
forze dell'ordine in cambio di favori particolari. L'ultima
volta che erano stati insieme Metz aveva spinto la sua Firebird
Cabriolet a centocinquanta chilometri all'ora sull'autostrada
interstatale - centocinquantacinque, centosessanta,
e oltre - mentre Krull, seduto accanto a lui, gli diceva Rallenta!
Ges, ma Metz, sotto l'effetto delle amfetamine, se la
rideva. Rilassati, Krull, con me vai tranquillo.)
Da quando era stato espulso dalla scuola Krull lavorava
pi ore al garage. Adesso era inverno, in officina ricevevano
chiamate per rimuovere veicoli bloccati dalla neve e
gli affari che prima languivano migliorarono sensibilmente.
Malgrado ci Delray aveva solo due meccanici a tempo
pieno e due o tre giovani part-time. A Krull dava qualcosa
ogni tanto. Quando Delray non era in officina era lui a
prendere le telefonate e a parlare con i clienti. Stava imparando
a preparare preventivi di spesa. Sentendolo al telefono,
S signore, s signora, nessuno avrebbe immaginato che
avesse solo diciassette anni. Delray gli affidava sempre pi
spesso il carro attrezzi, le operazioni di rimozione notturne.
Il tipo di lavoro che ti capita di notte dopo un'abbondante
nevicata, dopo avere sgobbato tutto il giorno in officina.
Un lavoro di merda, lo definiva Delray, ma frutta.
A dire il vero a Krull piaceva rimuovere veicoli bloccati
dalla neve, soprattutto di notte. Quell'attivit aveva un
che di rischioso ed eccitante come il lacrosse: lavoravi con
gli altri, si era una squadra, poteva rivelarsi pericoloso,
ma se ti concentravi e tenevi sempre gli occhi aperti andava
tutto liscio.
Il trucco era lavorare quanto pi potevi. Accettare le
chiamate e rimboccarsi le maniche. Fare bene il proprio lavoro,
e chiedere qualche dollaro in meno della concorrenza.
Era quello a fare la differenza.
E poi avevi la sensazione di sentirti utile. La gente ti era
grata quando la soccorrevi. Soprattutto le donne, o gli anziani.
Ti erano riconoscenti perch se non gli spalavi la neve
dal vialetto rimanevano intrappolati.
Sentirsi utile: a Krull piaceva sempre pi quella sensazione.
Ripensava alla signora Hare, che riponeva tanta fiducia
in lui. Era strano che quell'insegnante provasse simpatia
per "Aaron Kruller" e che mesi dopo essere stato espulso
Krull improvvisamente si ricordasse di lei, e ne sentisse la
mancanza, proprio lui, che odiava la scuola e sognava di
tornarci per abbattere muri e sfasciare tutto. Cosa gli aveva
detto? Puoi diventare un "animale solitario" o un "cittadino".
C'era una bella differenza. Non che Krull credesse
in una vita utile - a chi, poi? - e ancor meno aspirava a
diventare un "cittadino", ma doveva aiutare Delray. E non
voleva morire giovane.
Ogni marted mattina alle nove Aaron Kruller si presentava
al palazzo di giustizia della contea, in Union Street.
Aspettava il suo turno per entrare nell'ufficio del Dipartimento
dell'amministrazione penitenziaria dello stato di
New York. Dopo l'arresto a scuola era stato condannato a
tre anni e aveva ottenuto la libert vigilata. Delray l'aveva
presa male, era disgustato, ma non aveva dato in escandescenze,
aveva paura. Krull decise di non fare pi cazzate,
se non altro per amore di suo padre.
Dunque, la ragazza. La figlia di Eddy Diehl.
Una minorenne. Si vedeva subito. Dolcissima, aveva detto
Mira Roche. Una credulona.
Tanto da risultare patetica.
Krull voleva tenersi alla larga da Krista Diehl. Checch
ne dicesse Mira, a lui non interessava un accidente. Non
erano problemi suoi. Tra loro non c'era alcun legame. Tuttavia
quella sera dopo la chiusura dell'officina, Krull and
in macchina in citt, alla vecchia stazione dove bazzicavano
quei suoi amici. C'erano le ragazze e Krista dai capelli
d'un biondo pallido come un fantasma. L incontr Metz,
con la ragazza. Non aveva scelta, doveva intervenire. Metz
era fatto di brutto, di metamfetamine, aveva un inquietante
sguardo spiritato e in pratica non riconobbe il suo amico,
Krull, che gli intim di lasciare andare la ragazza, l'avrebbe
riaccompagnata lui a casa. Ci fu una discussione, poi si
azzuffarono. In seguito Krull non ricordava bene cosa fosse
accaduto. Ma era rimasto sorpreso, Duncan Metz aveva
battuto in ritirata. Vaffanculo, prenditela. Andate tutti e due affanculo.
Chi se ne frega.
Cos aveva detto Metz. Krull ne avrebbe riso ma era una
faccenda seria, c'era poco da ridere.
Dunque, la ragazza: Krista Diehl. Krull aveva la responsabilit
di accompagnarla a casa.
La figlia di Eddy Diehl. La ragazza che lo seguiva, da vicino.
Che lo osservava con occhi tristi. Krull pensava Questa
 una prova, forse mandata da Dio. Una prova per vedere dove
la porto, cosa faccio.
Krull non credeva in Dio. Krull non credeva quasi in
niente. Eppure in quella situazione vide una sorta di segno.
Come avviene nella Bibbia. Un modo per metterti alla prova
e vedere come ti comporti. Per giudicarti.
Zoe non credeva in Dio, di solito. Ma era abbastanza acuta da intuire che se non si aveva fede quando era necessario,
nei momenti cruciali, si era spacciati.
Altre volte, nelle situazioni meno importanti, si poteva
anche non credere in Dio, ma bisognava saper distinguere
i vari momenti.
Sta' sveglia. Tieni gli occhi aperti. Se ti addormenti adesso
non ti risvegli pi.
Ges! Krull osservava con ribrezzo i luminosi capelli biondi
della ragazza incrostati di grumi di vomito.
Doveva essere il suo vomito. Era colato sui vestiti, perfino
sulle scarpe. Fu scosso da un brivido di disgusto.
Dal modo in cui Krista Diehl respirava, col fiato affannoso
e corto, e dalla faccia di un pallore mortale, Krull temette
che fosse in overdose. L'estate precedente aveva visto una ragazza
in overdose per una miscela di eroina e cocaina, erano
dietro la vecchia stazione sul furgone di qualcuno, roteava
gli occhi, il giovane viso inespressivo e la bocca spalancata
come una bambina che vomita. Il ragazzo che era con lei la
scuoteva per tenerla sveglia, la schiaffeggiava, e cos adesso
Krull si mise a scuotere Krista Diehl come una bambola
di pezza, la testa ciondolante sulle spalle. Lei piagnucolava
debolmente, implorandolo di smettere.
Almeno non aveva perso i sensi. Con l'aiuto di Krull
riusciva a stare in piedi. D'un tratto ricominci a vomitare,
rigett la roba che aveva preso, vomit anche l'anima.
Krull imprec perch non era riuscito a spostarsi in tempo
e si era sporcato gli stivali.
Ges! Guardati.
Era disgustato, indignato. Eppure rise di lei, di quella graziosa
e pallida ragazzina bionda che sembrava un uccellino
bagnato, con le piume incollate sul capino.
Era eccitante pensare di avere tra le mani la sorella di
Ben Diehl. La figlia di Eddy Diehl. Che lo guardava, implorando
il suo aiuto.
Krull la caric in macchina, con i vestiti sporchi di vomito
e tutto il resto. In preda all'eccitazione e al ribrezzo
guid lungo Ferry Street verso Union e Post, senza sapere
dove diavolo andare, pensando Scaricala al pronto soccorso!
Le faranno la lavanda gastrica.
A volte capitava, un tossico in overdose veniva abbandonato
sul marciapiede davanti all'ospedale di Sparta e la persona
alla guida della macchina si allontanava a tutta birra.
Invece Krull port la ragazza a casa di sua zia Viola. La
donna rimase sconvolta davanti a quella ragazza bionda
semincosciente che non si reggeva in piedi, cos giovane, e
prima ancora di sapere chi fosse lo redargu, pensava che
quella minorenne - quanto poteva avere, quattordici, quindici
anni? - fosse la fidanzata di suo nipote Aaron, che l'aveva
drogata e aveva abusato di lei, cio l'aveva violentata,
una ragazza cos giovane, che adesso pareva in overdose
e sarebbe morta di l a poco. Perch diavolo l'hai portata
qui? gli chiese la zia, e lui rispose che non sapeva cos'altro
fare. Non poteva accompagnarla a casa in quelle condizioni
e non voleva rischiare di scaricarla al pronto soccorso,
qualcuno poteva notare la targa o la sua faccia. E non voleva
lasciarla all'angolo di una strada o in un campo o in un
vagone merci alla stazione, proprio dove l'avrebbe abbandonata
quel bastardo di Duncan Metz. Viola gli chiese se
era la sua fidanzata e lui neg con veemenza, no che non
lo era. Lui non faceva sesso con ragazze cos giovani e non
l'aveva mai fatto con quella, Cristo santo! Al che Viola disse,
rossa in viso:  uno stupro, Aaron. Si chiama "coruzzione
di minorenne". Quando la ragazza  minorenne e tu no.
Ho detto che non ci ho fatto sesso.
 stato qualcun altro?
Krull non lo sapeva. Non voleva pensare a quello che
Metz poteva avere fatto a Krista Diehl, alla vecchia stazione.
Guardava la ragazza, che si reggeva in piedi a stento.
Sua zia la teneva su, le asciugava il viso con un fazzolettino
di carta. La ragazza sembrava a malapena consapevole
di dove si trovava. Krista Diehl, qui! Krull fu costretto a riflettere
sul legame che lo univa a quella ragazza; un legame
potente come un vincolo di sangue, un argomento che
nessuno dei due avrebbe mai potuto affrontare.
Fammi del male! Provaci.
Poi tra loro accadde quella cosa.
Nemmeno di questa avrebbero mai potuto parlare.
Aveva rivelato alla zia chi era quella ragazza. Lei lo aveva
fissato incredula. Poi era andata a telefonare e Krull era
rimasto solo con lei, nel bagno. Apr i rubinetti e la ragazza
cerc di lavarsi il viso, barcollando sul lavandino, stordita,
maldestra.
Non voleva toccarla. Le diede un asciugamano, lei lo prese,
a tentoni. E all'improvviso si ritrov a stringerle il collo.
Le stava dietro, addosso, la spingeva contro il lavandino.
Non riusciva a controllare le mani, serrate intorno all'esile
collo della ragazza. Ne avvert subito la paura, il panico
che l'afferr in quell'istante, ed ebbe un'erezione. Il sangue
afflu nel pene, duro come un martello. Il cervello era sul
punto di spegnersi, di annientarsi.
La provocava:  cos che ha fatto tuo padre?....
Eddy Diehl aveva strangolato Zoe in quel modo, nel suo
letto. Anche se a Krull sembrava di ricordare di aver visto
un asciugamano avvolto attorno al collo di sua madre. Ma
forse Eddy Diehl l'aveva strozzata prima di usare l'asciugamano.
Forse sul collo c'erano le impronte delle dita di un
uomo, i segni sulla pelle livida.
Krull aveva visto solo il viso della madre, non la gola.
Quando chiudeva gli occhi, vedeva sempre il volto della
madre morta. La faccia gonfia come un melone pesto e spaccato,
la pelle pallida, imbrattata di sangue, gli zigomi rotti
e le orbite crepate, gli occhi spalancati, come acini d'uva.
E negli occhi i capillari scoppiati, per la pressione causata
dallo strangolamento.
Krull aveva visto sua madre morta, ne aveva sentito
l'odore. La sua bellissima madre, che aveva perso tutta la
sua bellezza. Era quella la ricompensa di Zoe. Il suo castigo.
Quella disgraziata ha avuto ci che si meritava, Cristo santo,
diceva la gente. Krull aveva sentito pronunciare quelle
frasi, o gli era sembrato. Una tremenda rabbia soffocante
s'impossess di lui, qualcuno doveva pagare.
... cos? Ha fatto cos? Cos...
Premeva il corpo contro quello della ragazza, appoggiandosi
con tutto il peso sulla sua schiena. Le serrava la gola.
Lei gli sfior le dita ma non aveva la forza per liberarsi.
Non osava graffiarlo con gesti frenetici come avrebbe fatto
un'altra, temeva di scatenare ancora di pi la sua furia.
Perch forse - cos magari pensava la ragazza in preda al
terrore - Krull stava solo scherzando, non faceva sul serio,
e forse nemmeno Duncan Metz faceva sul serio, non intendeva
violentarla e lasciarla morire di overdose in un carro
merci; forse da un momento all'altro Krull avrebbe allentato
la morsa alla gola, e avrebbe riso di lei. Del suo terrore.
E si sarebbe rivelato tutto un gioco.
I ragazzi facevano cos. Ti spingevano fino al limite. Ti
mostravano cosa c'era oltre quel limite, e se ci cascavi ridevano
di te, ti disprezzavano. Lo raccontavano agli amici,
e anche loro avrebbero riso.
Ma non potevi saperlo. A volte lo scoprivi troppo tardi.
Cos le avevano detto Mira Roche e Bernadette. Le sue
amiche!
In realt, Krull non era solo con Krista. L vicino, in un'altra
stanza, c'era sua zia Viola al telefono. Se fosse stato solo
con lei, se l'avesse portata a casa sua in Quarry Road, forse le
cose sarebbero andate diversamente. Ma l c'era la zia Viola,
e Krull si era limitato a strusciarsi forte contro la ragazza, attraverso
i vestiti. Non si era sbottonato i pantaloni, non aveva
tirato fuori l'uccello, per metterglielo dentro. Non le aveva
abbassato i jeans, per infilarglielo nella fessura del suo
tenero culetto. Glielo avrebbe rotto, facendola sanguinare,
ma questo non era successo, perch sua zia era l vicino. In
pochi, frenetici secondi venne, con un'intensit straordinaria.
Fu sul punto di svenire. Pens Lei non lo sa. Nessuno lo sapr.
All'improvviso era tutto finito. Le dita allentarono la morsa,
si scost da lei. Semisvenuto e con le ginocchia che gli
si piegavano, si disse Non  successo niente. Non l'hai toccata.
L'apostrof con voce strozzata: Ehi. Nessuno ti ha fatto
del male. Forza, respira.
E rise. La pungol. Si comportava come se tra loro non
fosse accaduto niente. La ragazza giaceva semiriversa sul
lavandino sporco, boccheggiando. Krull sperava tanto di
non averle imbrattato i vestiti - comunque il lavandino era
pieno d'acqua, scorreva dai rubinetti, lei aveva cercato di
lavarsi la faccia. L'aveva sorretta, non doveva pesare pi di
una quarantina di chili. Krull sud freddo, appoggiandosi
in quel modo su di lei avrebbe potuto spezzarle la spina
dorsale, perdendo cos il controllo avrebbe potuto romperle
il collo, tanto il desiderio sessuale era potente, irrefrenabile.
Quando Viola torn era tutto finito. Cos credeva Krull,
che si era allontanato dalla ragazza sistemandosi i vestiti
sudati. Viola, agitata e nervosa come chi abbia preso una
decisione difficile, sbott: Lascia fare a me. Gliela lavo io
la faccia. Cristo santo! Ha i capelli pieni di vomito.
Fu lei a suggerire che Krista telefonasse alla madre, quando
si fu ripresa abbastanza da parlare in modo coerente, per
spiegarle che era a casa di un'amica a Sparta. Si era attardata
a scuola, per via di... cosa? Una riunione per l'annuario
scolastico, o magari una partita di basket. Krista avrebbe
spiegato alla madre che aveva provato a chiamarla ma
non era riuscita a prendere la linea. O che non era riuscita
a trovare un telefono. Forse le linee non funzionavano. Le
avrebbe detto che aveva cenato dall'amica, e che la madre
dell'amica l'avrebbe subito riaccompagnata a casa.
Viola si offr di accompagnarla, ma Krull insist per farlo
lui. Era stato Krull a creare quel casino, toccava a lui sistemarlo.
Prese una birra dal frigorifero per berla mentre accompagnava
in macchina la ragazza sul lungofiume, dove
sapeva che abitavano i Diehl. Non scambiarono quasi parola.
Ormai Krull aveva dimenticato di essere stato sul punto
di strangolare quella ragazza, di essersi avvinghiato a
lei senza rendersi conto del male che avrebbe potuto farle,
non ricordava pi di avere goduto in modo cos intenso, le
gambe molli, mugolando, col tempo avrebbe pensato che
forse tutto ci non era mai accaduto. Non era successo niente.
O era successo qualcos'altro, di diverso. Forse aveva desiderato
che succedesse, ma era tornata sua zia. Era apparsa
sulla porta del bagno, e lui si era fermato. Qualsiasi cosa
volesse fare quel brutto porco di Krull, sbattersi la ragazza
che aveva portato a casa per salvarla da una morte per
overdose, non era accaduto. Sua zia l'avrebbe visto, non era
successo niente. Non c'era stata nessuna violenza sessuale.
Nessuna "coruzzione di minorenne". Krull non l'avrebbe
fatto. Era troppo scaltro, troppo prudente.
Lasci la ragazza all'imbocco del vialetto. Torn nella buia
casa colonica di Quarry Road, dove Zoe lo aveva abbandonato,
maledetta. Non l'avrebbe perdonata. Non avrebbe perdonato
nessuno di loro, maledetti. Prese un'altra birra dal
frigorifero, aprendo una confezione da sei del padre, dovette
scolarsela per non vomitare, per cancellare i pensieri
disgustosi come blatte che strisciavano fuori dalle fessure
nella carta da parati, mentre si dirigeva barcollando in camera
sua, dove stramazz sul letto abbandonandosi a un
sonno profondo, senza sogni.


Capitolo 43.
17 NOVEMBRE 1987
Mentre guidava verso Booneville per andare a recuperare
una Dodge Colt distrutta, finita in un canale di scolo, con il
giovane guidatore ubriaco morto schiacciato nell'abitacolo,
lo scadente motore a quattro cilindri accartocciato sotto il
cofano come il grugno d'un maiale, e un puzzo di benzina
e olio da far venire l'emicrania, Krull fu distratto dalla radio
del carro attrezzi che a tutto volume annunciava Giornale
radio! Ultime notizie! Gli era parso di sentire il nome di
Diehl ma non ne era sicuro, fin quando al notiziario delle
ventitr trasmesso dalla tv locale, che segu in una taverna
di Garrison Road, vide delle immagini sfocate che mostravano
alcune vetture della polizia di Sparta nel parcheggio di
un motel, con il commento concitato della conduttrice, e alcune
fotografie di un uomo identificato come Edward Diehl,
sospettato per il caso di omicidio del 1983 rimasto irrisolto. E la
mattina seguente il "Journal" di Sparta titolava a tutta pagina
che Edward Diehl, 45 anni, a lungo sospettato per il caso
di omicidio di Zoe Kruller, era rimasto ucciso in un conflitto a
fuoco con la polizia di Sparta e gli agenti dello sceriffo della
contea, avvenuto al Days Inn sulla statale 31.
I primi resoconti lasciavano intendere che prima di morire
Diehl aveva "confessato" l'omicidio di Zoe Kruller commesso
nel febbraio del 1983. L'uomo "a lungo sospettato"
aveva preso in "ostaggio" la figlia quindicenne e si era asserragliato
in una stanza d'albergo, chiedendo all'ex moglie
di raggiungerlo per parlare con lui, ma la donna, la signora
Lucille Diehl, residente in Huron Pike Road, aveva chiamato
la polizia.
Krull rimase sbalordito nel pensare Allora  finita?  cos?
I notiziari seguenti rivelarono che Edward Diehl non aveva
esploso "nemmeno un colpo" contro gli agenti di polizia
fuori dalla stanza del motel, anche se presumibilmente
impugnava una pistola identificata come un revolver Smith
& Wesson calibro 38, che pareva avesse puntato contro le
forze dell'ordine con l'intento di fare fuoco.
In seguito si apprese che Edward Diehl non aveva ammesso
di avere ucciso Zoe Kruller.
Sulla prima pagina del "Journal" di Sparta c'era una fotografia
con Edward Diehl in primo piano, nella quale abbozzava
un sorriso, gli occhi socchiusi di un ragazzo che
pareva essersi risvegliato nel corpo di un uomo di mezza
et, l'espressione confusa, guardinga eppure fiduciosa:
Krull aveva visto parecchie volte quella foto di Diehl, gi
pubblicata dal "Journal" e da altri quotidiani locali e passata
alla tv, ormai conosceva Eddy Diehl come fosse un parente.
(L'uomo che aveva visto con sua madre, alla discarica!
Nel posto in cui, cos gli sembrava, aveva avuto inizio
quella triste storia.) E naturalmente, nell'articolo relativo,
compariva la stessa foto della madre di Krull che quel dannato
giornale aveva pubblicato migliaia di volte, accompagnata
dalla gongolante didascalia Zoe Kruller, vittima del
brutale omicidio del 1983.
Krull cerc una fotografia della figlia di Diehl, la quindicenne
Krista Diehl presa in ostaggio, ma non c'era.
Comunque conosceva il suo viso.
"Krista."
Per ore, nei giorni seguenti, Krull non riusc a pensare
ad altro. A nessun altro.
Desiderava ardentemente vedere quella ragazza.
Senza sapere cosa diavolo avrebbe detto a Krista Diehl
nel caso in cui l'avesse incontrata, ma forse qualche parola
gli sarebbe uscita.
Era troppo timido per chiamarla. Anche se era capace di
sbrigare il lavoro in officina al telefono con prontezza, come
diceva Delray, Krull detestava parlare al telefono di faccende
personali.
Aveva diciannove anni. Si vedeva spesso con una donna,
una giovane sui venticinque anni, divorziata e con due figli
piccoli. Vedeva anche altre donne, ma poche "ragazze".
Con loro a volte aveva rapporti sessuali. Di solito non passavano
la notte insieme, non si sentiva a suo agio nell'intimit,
o quando c'era da parlare. Gestiva con difficolt le sue
emozioni, lo facevano sentire rozzo e fuori misura, come le
gigantesche pale di un mulino a vento che giravano spinte
da sporadiche raffiche. Sta' alla larga da lei. Tieni lontano
le tue mani da porco. Avresti potuto sventrarla, violentarla, saresti
finito ad Attica per vent'anni. Sei avvertito.


Capitolo 44.
MARZO 1990
Il giorno dopo che sua zia Viola l'aveva chiamato per andare
a recuperare il padre ubriaco fradicio, che riport a
casa loro in Quarry Road sistemandolo sul materasso steso
a terra nella nuda stanza dove dormiva, a met pomeriggio
Krull disse al padre, ormai ridotto a un rottame, che
l'avrebbe portato a disintossicarsi all'ospedale dei reduci
di Watertown, dove Delray era gi stato ricoverato per un
breve periodo qualche anno prima; l'uomo scroll le spalle,
si stropicci gli occhi arrossati con le nocche smagrite e
in un tono mortificato che Krull non avrebbe saputo dire se
sincero o beffardo, replic: Va bene. Meglio cos.
Quasi che il vecchio non si fosse gi arreso, come una
porta di legno marcio che cede spalancandosi, Krull insist:
Altrimenti finisci all'altro mondo, capito, pa'? Hai il
fegato a pezzi.
S, lo so. Te l'ho detto. Meglio cos.
Delray si era trascinato in cucina accasciandosi su una
sedia, come un peso morto. Guardava il figlio con gli occhi
socchiusi che parevano due fessure, come nel tentativo
di metterlo a fuoco.
Era a torso nudo, in pantaloni da lavoro, senza cintura.
Il petto robusto era ricoperto da ispidi peli grigi, costellato
di nei e foruncoli e da tatuaggi sbiaditi come sogni avvolti dall'oblio, dalle vivaci tinte scolorite - un'aquila, un teschio,
delle scritte su bandiere svolazzanti. Nella luce impietosa
del pomeriggio i tatuaggi dal fascino ormai svanito
sembravano fumetti.
Krull si accese una sigaretta ed espir il fumo come una
risata incredula.
Vuoi andarci? Ci andrai? Davvero?
Dannazione, ti ho detto di s, no? Tu e Viola mi avete
convinto.
Rimaneva solo da decidere se all'ospedale dei reduci dovesse
andare da solo o se fosse meglio che l'accompagnasse
Krull, e forse anche sua sorella. Delray insisteva che poteva
benissimo andare da solo in macchina a Watertown,
ormai era perfettamente lucido e non aveva intenzione di
bere, era gi stato in quel posto, e con buoni risultati.
Quali risultati? chiese Krull.
Buoni risultati. Ci sono rimasto due settimane, poi mi
hanno dimesso.
Krull non era sicuro che fosse andata cos. Gli sembrava
di ricordare una scenata, Zoe che sbraitava contro Delray,
piangeva e rompeva oggetti in cucina. Ma forse era accaduto
in un'altra occasione, dopo qualche altro ricovero. Forse
in ospedale non c'era Delray, ma qualche parente. Krull
desiderava tanto credere che Delray accettasse di ricoverarsi
a Watertown.
Quando la chiam al telefono per comunicarle la buona
notizia, Viola scoppi in lacrime. Disse che dietro quella
decisione c'era l'intervento di Dio, Dio aveva ascoltato le
sue preghiere, lei lo aveva supplicato tanto; se Delray non
si decideva a disintossicarsi dall'alcolismo avrebbe rotto i
ponti con lui, non avrebbe pi rivolto la parola al fratello
maggiore che aveva sempre amato, e la sua anima sarebbe
stata dannata. Ma se voleva, Dio poteva impedirlo.
E adesso le pareva che fosse intervenuto.
E prego anche per te, Aaron. Che Dio entri un po' nel
tuo cuore.
Chiamarono l'ospedale, venne predisposto il ricovero. C'era un letto per Delray nel reparto disintossicazione.
Krull pens Deve avere una paura del diavolo. Zoe non ci avrebbe
mai creduto.
Alle quattro di quello stesso pomeriggio Delray part per
Watertown, una citt a nordovest, sul fiume San Lorenzo, a
tre-quattro ore di macchina. Krull l'aveva aiutato a fare una
lunga doccia calda per ripulirsi dal vergognoso sudiciume
accumulato da giorni, e con le forbicine di Zoe gli aveva
spuntato i ruvidi capelli arruffati che scendevano sul collo
e i baffi incolti striati di grigio; adesso suo padre non aveva
pi l'aspetto di un alcolizzato o di un folle, o peggio, di
un motociclista invecchiato, il personaggio pi patetico che
ci sia. Viola arriv tutta eccitata e piena di speranza, aiut
Delray a fare la valigia e una sacca da viaggio, dove, come
confid a Krull, mise una Bibbia; sia lei sia Krull si offrirono
di accompagnarlo in ospedale e di aiutarlo a sistemarsi,
ma Delray fu irremovibile, dannazione, non era un invalido,
smettere di bere era una sua scelta, come quella di
ricoverarsi.
E una volta disintossicato, aggiunse, sarebbe uscito.
Zoe diceva che per un alcolizzato non c' niente di pi
vergognoso che coinvolgere la famiglia nelle sue disgrazie.
Stavolta ve lo risparmio.
Quindi era a Zoe che Delray aveva pensato per tutto il
giorno, mentre faceva i preparativi per il ricovero. Aveva
rimuginato per ore, con l'aria cupa. Perfettamente lucido,
cos Delray aveva definito la sua condizione.
 come un rastrello che ti graffia l'anima. Fa cos male
che ti senti quasi bene.
A parte la famiglia non c' molto altro. Era un pensiero consolante,
o tremendo, Krull non sapeva bene.
Quella sera arriv la telefonata di un addetto del reparto
disintossicazione dell'ospedale di Watertown. Voleva informare
Aaron Kruller che suo padre Delray si era ricoverato
per seguire il programma di riabilitazione dall'alcolismo.
Il nome e i dati di Delray erano gi registrati nel computer
dell'ospedale e il suo status di veterano era confermato.
Krull chiese quanto tempo sarebbe durata la degenza e
gli fu risposto almeno dalle sei alle otto settimane.
Dalle sei alle otto settimane! Per tutto quel tempo Krull
avrebbe dovuto occuparsi degli affari del padre.
Aveva ventun anni. Si era sempre sentito adulto, anche
prima della morte di Zoe. Krull aveva solo un vago ricordo
dell'infanzia - di un bambino che si chiamava "Aaron"
- ai tempi remoti della morte di Zoe e di un angolo buio
della casa di Quarry Road.
Krull chiese quando potevano andare a far visita al padre
in ospedale, e gli fu detto che le visite erano sconsigliate
fino a quando nel degente non si notava un progresso "significativo".
Per un paziente nelle condizioni di Delray ci
voleva dire quattro o cinque settimane.
Krull assicur che sarebbero andati, lui e sua zia, non appena
il padre fosse stato in grado di vederli.
In officina Krull disse ai meccanici che Delray sarebbe
stato "fuori citt" per un po'. Ci significava che Joe Susa,
il meccanico con maggiore esperienza, avrebbe sovrinteso
al lavoro manuale mentre Krull avrebbe risposto alle telefonate,
si sarebbe incaricato della parte amministrativa, fatture,
bollette, ordini, contatti con i clienti, e avrebbe anche
dato una mano se necessario. Dalle espressioni allarmate e
cupe con cui i dipendenti accolsero la notizia, evitando di
guardarlo negli occhi, Krull cap che sapevano: Delray era
andato a disintossicarsi, o peggio.


Capitolo 45.
Krull? Apri.
Krull. Nessuno dei meccanici o di quelli che lo conoscevano
come il figlio di Delray Kruller lo chiamava cos. Quindi
intu che dovevano esserci dei guai.
Erano le dieci di sera passate, la voce veniva dal retro
dell'Officina Kruller, che chiudeva alle otto. Sin da quell'ora
Krull era chino sulla vecchia scrivania malconcia con il piano
ribaltabile, cercando di raccapezzarsi con la contabilit. Bollette,
fatture, ordini di forniture, illeggibili note appuntate a
mano, assegni staccati, qualcuno incassato e altri no. C'erano
cassetti colmi di vecchie ricevute, documenti fiscali delle
imposte federali e dello stato, estratti conto bancari. Krull
non riusciva a capire se l'attivit producesse mensilmente
dei ricavi - se fosse in "attivo" - e se la contabilit tenuta
in modo irregolare da Delray riflettesse la reale situazione
economica. Delray pagava gli assegni senza detrarne gli
importi dal conto corrente dell'officina; ammassava bollette
nei cassetti senza pagarle. C'erano vecchi assegni scarabocchiati
di clienti con date cos vecchie che ormai erano
privi di valore.
Avere un'attivit in proprio era una bella cosa. Il problema
era gestirla.
Non erano trascorsi nemmeno tre giorni dal ricovero di
Delray all'ospedale per reduci di Watertown. In quel periodo
Krull passava almeno quindici ore in officina. Avere un'attivit
in proprio significava esserne completamente assorbito.
Ecco perch un uomo doveva ubriacarsi, diceva Delray.
Ecco perch doveva sballarsi.
La maggior parte di quel dannato giorno Krull l'aveva
passata sdraiato sotto una jeep sollevata da un argano a
sgobbare come un somaro per riparare un motore, le jeep
non erano la sua specialit, dannazione, quanto gli mancava
Delray. Era tutto sporco di grasso, gli occhi cerchiati
di sudiciume sembravano quelli di un procione spaventato
e i capelli sotto il berretto da baseball erano incrostati di
sporcizia. I tatuaggi dalle sinuose forme purpuree che non
molto tempo prima si era fatto fare in un posto di Niagara
Falls insieme a degli amici si erano sbiaditi come l'incubo
di un ubriaco. Ma prima di tornare a casa a lavarsi Krull
doveva scovare nella scrivania di Delray dei documenti
importanti, che ormai aveva perso la speranza di trovare.
Avere un'attivit in proprio era motivo di giusto orgoglio.
Non si voleva mica fallire.
E adesso stavano picchiando con i pugni alla porta sul retro
dell'officina di Kruller - era Greuner l'Olandese? - e non
doveva essere la prima volta, a giudicare dal modo. Il garage
era chiuso, immerso nel buio; c'era solo una luce, nell'ufficio
di Delray; attraverso la finestra Krull scorse la figura
allampanata e scheletrica dell'Olandese, simile a un'apparizione.
Appena apr la porta l'Olandese l'apostrof, sbattendo
le palpebre dalle ciglia sbiadite: D-dov' il tuo vecchio,
Krull? Devo parlare con Del-roy. Dove cazzo  Del-roy?.
L'Olandese parlava velocemente per vincere una balbuzie
che pareva avere origine dal plesso solare e salire su nella
gola in spasmi peristaltici. Pronunciava il nome Del-roy in
modo sgarbato, beffardo. L'Olandese aveva fama di essere
un tipo imprevedibile e pericoloso. Come con Duncan Metz,
non potevi sapere come ti avrebbe accolto, se in modo amichevole
o meno. A quindici anni era stato cacciato da casa
dai genitori, Krull lo aveva frequentato all'epoca delle superiori
e anche dopo, per qualche tempo. Adesso lavorava
per Duncan Metz. L'Olandese aveva tre o quattro anni pi
di Krull, ed era pi alto di qualche centimetro, aveva spalle
ossute come un avvoltoio e palpebre cadenti simili a pezzi
di carta, i denti anneriti che spiccavano tra le luccicanti otturazioni
d'oro. Era stato in prigione a Potsdam per detenzione
di stupefacenti e porto d'armi illegale, e si era fatto
tutti e tre gli anni della condanna, quindi non era in libert
vigilata e la polizia di Sparta non poteva sottoporlo a sorveglianza
o fermarlo per comportamento "sospetto". Correva
voce che avesse partecipato all'esecuzione di un prigioniero
a Potsdam, dietro ordine di Duncan Metz. Indossava calzoni
neri di pelle e stivali da motociclista, ma in realt i pantaloni
erano di scadente finta pelle ed emanavano un odore
strano, e gli stivali non erano di cuoio ma di gomma vulcanizzata.
Gli occhi dalle ciglia scolorite scintillavano per l'eccitazione
indotta dalle metamfetamine e i capelli tinti color
ottone erano irti come aculei. Con concitata voce tremula
l'Olandese disse: Del-roy mi deve dei soldi, Krull. Dove
cazzo  finito Del-roy? La prossima volta gli spacco la testa,
non solo quel vecchio culo rotto che si ritrova.
Krull cap: suo padre era stato picchiato.
Il pestaggio aveva a che fare con Greuner l'Olandese, cio
con la droga. Poteva trattarsi dell'erba che girava a scuola
e di pasticche di ecstasy, ma anche di roba pi pesante
tipo metamfetamine, cocaina, eroina, che veniva spacciata
dietro l'Officina Kruller, non personalmente da Delray ma
da uno dei meccanici giovani, e Krull aveva pi di un sospetto.
Dannazione, questo era troppo.
Be', che fai? Non mi credi? Eh? Chiedi al tuo vecchio, Krull.
Chiedigli come gli hanno rotto il culo l'altra sera, te lo dir.
Krull disse che suo padre era fuori citt.
Ah s? E che cazzo significa "fuori citt"? Tipo che se
l' svignata?
Quanto ti deve?
"Quanto ci deve." Vedi, Krull, non  cos semplice! No,
non  cos semplice.
Aveva bisogno di soldi. Ecco cos'era. Cercava disperatamente denaro per restituire dei soldi presi in prestito, i
dannati interessi di un prestito che lo stava mandando al
creatore. Dopo la morte di Zoe, quando tutto era andato
a puttane, Delray aveva acceso una seconda ipoteca sulla
casa. Le entrate dell'attivit non bastavano, Delray si era
fatto la reputazione di un marito che picchiava la moglie, di
uxoricida. Si poteva pensare che la gente lo avrebbe lasciato
in pace dopo la morte di Eddy Diehl ucciso dalla polizia in
un conflitto a fuoco, ma non era andata cos, o almeno non
abbastanza. Era come se gli abitanti di Sparta si fossero ormai
fatti un'opinione precisa di Delray Kruller e di Eddy
Diehl, e non si premuravano di cambiarla.
E poi erano sorte nuove officine e stazioni di benzina sullo Strip. Una nuova rivendita in franchising di Harley-Davidson.
Delray apparteneva alla generazione di reduci dal
Vietnam che cominciava a sparire dalla scena. Come mangiati
vivi, diceva lui. A nemmeno cinquantanni.
L'Olandese era entrato nell'ufficio di Delray senza essere
invitato. Era un locale angusto dove regnava una grande
confusione, separato dall'officina da un tramezzo di cartongesso
su cui erano appesi calendari, poster e manifesti
pubblicitari. Nell'ultimo anno Krull aveva visto l'Olandese
solo di sfuggita. Della sua cerchia di amici tossici e falliti,
quasi tutti quelli che avevano avuto a che fare con l'Olandese
erano finiti male, come Mira Roche, morta a diciotto
anni per overdose di una letale combinazione di metamfetamine
e crack, la cui fotografia era comparsa su tutti i giornali
e alla tv per un paio di giorni.
IL CAPO DELLA POLIZIA:
LA DROGA DILAGA TRA GLI ADOLESCENTI DI SPARTA
LA POLIZIA DI SPARTA E LO SCERIFFO
DELLA CONTEA DICHIARANO GUERRA ALLA DROGA
QUARTA VITTIMA PER DROGA NELLA CONTEA
DI HERKIMER DALL'INIZIO DELL'ANNO
Da quando aveva cominciato a dare una mano a Delray,
Krull si era allontanato da quell'ambiente. Aveva un debole
per le sostanze stimolanti che lo tiravano su e gli davano
la carica Bene! Adesso s! Ma avevano anche un lato negativo:
dopo averle assunte dormiva per venti ore di seguito,
e si risvegliava tutto zuppo come un tronco d'albero fradicio
di acqua, stordito e rintronato e con le mani tremanti.
Un giorno, mentre si vestiva, not che i pantaloni gli andavano
larghi come se si fosse ristretto, doveva aver perso
cinque chili in pochi giorni, e si era preso una paura del
diavolo di ritrovarsi con i muscoli fuori uso come i tossici
che conosceva, e con i denti marci.
L'Olandese lo stava mettendo alle strette. Balbettava e
sputava saliva. Disse di dovere dei soldi a certe persone,
era come una scala, spieg a Krull, c' uno sotto di te che
ti deve della grana, e se quello stronzo non te la d tu non
puoi restituire i soldi a quello che sta sopra, e questo  il limite
di rottura. Un punto di non ritorno.
Insomma, la scala si rompe, capito, Krull?
Krull scroll le spalle. Lui che c'entrava?
Vedi, K-Krull, faresti bene a chiamare il tuo vecchio. Tu
sai dov', puoi avvertirlo. Chiama il tuo vecchio, K-Krull.
Non provare a fregarmi.
Krull pens con calma Potrei ucciderlo qui. Chi verrebbe a
saperlo?
Mi hai sentito, Krull? Chiamalo. Subito.
Sulla scrivania c'era un telefono, l'Olandese lo spinse verso
di lui, ma Krull non lo prese. Scosse la testa per indicare che
ignorava dove fosse suo padre, non sapeva dove chiamarlo,
poi si alz in piedi perch non sopportava che l'Olandese
gli stesse cos addosso, spadroneggiava l dentro malgrado
la sua presenza non fosse gradita. Su uno scaffale proprio
dietro la testa dell'Olandese, con la zazzera color ottone, Krull
vide una grossa chiave inglese, se riusciva ad afferrarla forse
riusciva a spaccargli la testa con un colpo solo e il problema
sarebbe stato risolto, se non per lui almeno per Delray.
Con l'adrenalina a mille non gliene fregava niente di accoppare l'Olandese, ma gli importava eccome di non farsi
beccare. Avrebbe buttato la sua giovane vita finendo a
Potsdam o ad Attica, dove magari sarebbe crepato. Cos
Delray avrebbe perso il suo unico figlio e sarebbe morto di
crepacuore. Non poteva rischiare.
L'Olandese si chiamava Dennis. A scuola Dennie Greuner
soffriva di attacchi di balbuzie, i suoi compagni si sbellicavano
dal ridere.
All'epoca era un ragazzo pelle e ossa, dall'aspetto malaticcio,
ma poi si era irrobustito e alle superiori era diventato
improvvisamente pi alto, sviluppando una forza pericolosa
come un gas tossico sul punto di esplodere alla
minima scintilla.
Krull gli spieg con calma che suo padre era malato.
Sempre con calma gli chiese quanto gli doveva.
L'Olandese disse la cifra. Krull si lasci scappare un fischio.
Sperava almeno che ne fosse valsa la pena, qualunque
cosa Delray avesse fatto con quei soldi.
Il giorno dopo Aaron Kruller ricevette una telefonata dal reparto
di riabilitazione tossicodipendenti e alcolisti dell'ospedale
dei reduci di Watertown, con cui lo si informava che
suo padre Delray quella notte si era allontanato. Non aveva
detto a nessuno dove andava, n se aveva intenzione di
lasciare l'ospedale.
Krull riagganci. Gli sembrava che l'avessero preso a calci
nello stomaco.
Allora vaffanculo. Basta.
Anche la volta prima Delray si era comportato pi o
meno cos. Era ricoverato nello stesso reparto, ci era rimasto
un po' di pi, ma se n'era andato prima di essere dimesso.
Maledizione, proprio cos: se l'era svignata. E alla
telefonata dell'ospedale aveva risposto Zoe, Krull l'aveva
sentita sbraitare.
Basta. Era finita. Che si ammazzasse pure a forza di bere.
A Krull non importava.
Si era accordato con l'Olandese per restituirgli il denaro a
rate di cinquecento dollari. Aveva versato la prima. Gliene
doveva altre sei. Non aveva parlato alla zia Viola n ad altri
familiari di quel debito. Non gli andava di dare quella
brutta notizia a Viola. E andr all'inferno, come lei. Tracann
birra fin quando la testa non gli ronz e sent le budella
gonfie come una creatura morta che galleggia sull'acqua.
Pensava davvero che Zoe era precipitata all'inferno e
li stava trascinando con s, come acqua sporca risucchiata
in una fogna. Quando hai una situazione familiare del genere,
diciamo ereditaria, lo credo che hai bisogno di farti e
rimanere sballato il pi a lungo possibile.


Capitolo 46.
11 MAGGIO 1990
Tre settimane dopo, di Delray non si aveva ancora nessuna
notizia.
Sembrava che il vecchio fosse scomparso nel nulla. Ma
Krull era convinto che fosse ancora vivo. Chiss perch ne
aveva la certezza.
Krull precipitava, le ali spezzate. Non planava in eleganti
spirali come un falco dalle ali spiegate che volteggia sulla
piccola preda pronto a tuffarsi in picchiata, per ghermirla e
dilaniarla, ma franava a precipizio come un ubriaco in balia
di violente correnti d'aria. La mattina presto aveva preso
delle amfetamine ma ormai era giorno fatto.
Krull? Stai bene? Guarda qui.
Voltare la testa era troppo faticoso. Ci riusc solo dopo un
po'. C'era ancora il sole. Una luce sanguinante nell'oscurit
in sottofondo, come un rosso d'uovo rotto, quindi non
c'era bisogno dei fari. Non voleva accenderli prima che facesse
buio, anche Delray faceva cos.
Un bersaglio mobile. Non riusciva a ricordare se fosse una
cosa positiva oppure no.
Era una tiepida giornata di maggio. Un giorno come tanti
altri, ma Krull si era svegliato con una premonizione. Anche
Zoe aveva delle premonizioni. Delle superstizioni. Come
grasso sotto le unghie, depositato cos in profondit che
non si riusciva a toglierlo.
Krull, merda. Apri gli occhi, o ci schianteremo.
Krull non era un tossico che andava a metamfetamine.
Proprio no. Non faceva uso regolare di sostanze stupefacenti.
Non era soggetto a premonizioni e superstizioni,
ma quando l'Olandese l'aveva chiamato aveva avuto una
sensazione.
Guidava sulla strada che da Sparta conduceva a Boonville.
Ai lati sfilavano i rilievi montuosi ricoperti di ghiacciai
come schiene inarcate di animali preistorici, collinette
moreniche e forre profonde. In quella citt che sorgeva su
erte colline svettanti sul fiume si poteva stare giorni interi
senza vedere il cielo. Bisognava allungare il collo, sforzarsi
di guardare su. Se si percorreva la campagna ai piedi di
quelle lunghe e monotone alture la visuale era pi ampia.
Si aveva l'illusione di contemplare il futuro.
Accosta, Krull! Cristo. Guido io.
Krull allontan quella presenza fastidiosa. Ridendo mormor
qualcosa tipo Vaffanculo, stronzo! Ma era di buon
umore.
Dal modo in cui l'Olandese aveva pronunciato il suo
nome al telefono, K-Krull, ti pareva di vederlo sputacchiare
per l'indignazione.
Che testa di cazzo.  fottuto. Che vada affanculo.
Krull era alla guida di una Dodge monovolume del 1988,
quella macchina gli piaceva. Si guidava bene per essere un
veicolo di quella cilindrata. Era intestata ad Aaron Kruller.
Quattromila dollari versati dall'Olandese. Sull'unghia.
Ma Krull era in uno stato paranoico, non ricordava se
aveva gi compiuto la sua missione e doveva incassare la
sua parte o se ancora non l'aveva svolta e si sarebbe preso
una bella strigliata. Come in un sogno, non sapeva bene
in cosa consistesse, o fosse consistita, quella missione. Era
qualcosa di importante, di urgente. L'Olandese aveva detto
Con questa faccenda non bisogna fare casini.
Era come slittare su una lastra di ghiaccio al buio. Fai testacoda, la macchina continua a slittare e ti ci vuole un casino
di tempo per capire in che direzione andavi, e perch.
Spiacente, signora. Si paga in contanti.
Aveva detto cos a casa del dottore, in Fairway Lane. La
moglie del medico, Lorene, lo aveva invitato a entrare anche
se era evidente che Krull aveva fretta e i suoi stivali da
lavoro, pesanti come zoccoli di cavallo, inzaccheravano di
fango l'impeccabile moquette giallina. Una volta passati
dall'entrata di servizio dell'abitazione del dottore in Fairway
Lane, attraverso le vetrate si intravedeva, come in un
albergo di lusso, una piscina interna, un baluginio d'acqua.
Non era la prima volta che Krull faceva consegne in quella
villa a livelli sfalsati in vetro e mattoni, con vista su quel
fottuto circolo di golf di Sparta, ma la moglie del dottore,
Lorene, non aveva mai accolto Krull sculettando e strofinandosi
contro di lui cos sfacciatamente, con una tale voglia
di essere amata o comunque accarezzata, toccata, scopata;
si era avvicinata e gli aveva sfiorato le labbra con le
sue, stava per dargli un bacio con la lingua, ma lui era rimasto
sconvolto, come se dalla bocca di quella donna fosse
sbucata la lingua biforcuta d'un serpente, o un serpente
gli fosse scivolato su per la gamba e gli si fosse infilato
nell'inguine. Ges! Signora, stia lontana. Vedendolo cos
giovane, alto, con quei tratti da indiano, le donne perdevano
spesso la testa per Krull, e quando erano ubriache o
fatte gli si strusciavano addosso, si sentiva spesso di uomini
accusati di stupri, molestie e minacce di morte, ormai
le donne potevano denunciare quello che volevano, tanto
venivano credute. E quella era una donna bianca, mentre
Krull aveva la carnagione olivastra e una barba talmente
scura che avrebbe dovuto radersi due volte al giorno, ma
al diavolo, aveva ben altro da fare. E cos spinse via Lorene,
la moglie del dottore, che rimase di sasso, offesa come
se l'avesse schiaffeggiata, come fosse normale che Krull se
ne andasse senza farsi pagare per la consegna, a parte un
bacio con la lingua e la promessa di una scopata! E la moglie
del dottor Jacobi andava almeno per i quaranta. Aveva ripetuto all'Olandese la sua secca risposta, come uno
spot pubblicitario, per farlo ridere: Spiacente, signora. Si
paga in contanti.
Suscitare l'ilarit dell'Olandese era come far ridere un
dannato bue con le corna non ancora limate. Una bestia tarda
e stupida, ma pericolosa da avvicinare. Una mossa sbagliata
e ti ritrovavi incornato.
Tutti sapevano che Krull era il luogotenente dell'Olandese.
Il suo braccio destro. L'unico di cui l'Olandese si fidasse.
Cos diceva.
E che lo faceva ridere.
Krull era spassoso, ma solo quando era su di giri. Se lo si
poteva definire spassoso. Era una persona bizzarra, come
quei programmi trasmessi a notte fonda alla tv. Accendi il
televisore, ed ecco Krull.
Andiamo, Krull. Accosta qui. Guido...
Krull avrebbe voluto ridere ma batteva i denti. Eppure
faceva caldo, si era arrotolato le maniche della maglietta
fin sotto le ascelle. La pelle, tesa sulle costole, era lucida di
sudore. Merda, era dimagrito, gli riusciva maledettamente
difficile starsene seduto a mangiare. Se pure aveva appetito.
Le metamfetamine che fumava gli ottundevano il gusto,
sentiva la lingua intorpidita come una creatura morta
che gli strisciava in bocca anche se aveva una gran voglia
di parlare, una specie di prurito, ma non sapeva che dire.
Quando quell'invasata lo aveva attirato a s per cercare di
infilargli la lingua da serpente nella sua bocca atteggiata a
stupore, abbracciandolo con la destrezza di una madre che
afferri e tenga stretto un bimbo ostinato e cingendolo con
mani materne mentre gli diceva che si sentiva tanto sola,
Cristo, era tanto sola e voleva amarlo, se solo glielo permetteva,
che era pazza di lui dalla prima volta che l'aveva visto,
Krull l'aveva respinta, scioccato. Quella bocca famelica
era cos avida di ingoiare la sua.
Come era accaduto con l'amica di Zoe, Jacky DeLucca,
anni prima. Krull sognava ancora quella donna, che non
aveva pi incontrato.
Non aveva mai appurato se fosse stato Delray a picchiare
la DeLucca. Non era il caso di chiederlo al vecchio.
N aveva appurato se, prima di morire, Eddy Diehl avesse
confessato di aver ucciso Zoe, e se fosse quella la ragione
per cui l'avevano ammazzato. Ma in seguito avevano cambiato
versione. Per ripicca, per rovinare Delray Kruller. Gi,
dovevano essere stati i nemici di Delray all'ufficio dello sceriffo.
Il fidanzato di una cugina di Zoe, era lui l'anello di
congiunzione. Tutta Sparta era una ragnatela di simili trame.
Al centro, come un ragno, c'era la Morte.
Dopo l'uccisione di Diehl la sua famiglia era andata via
da Sparta: l'ex moglie, i figli Ben e Krista.
La ragazza, Krull l'aveva quasi strangolata. Era stato sul punto
di scoparsela, ma non laveva fatto, avevano fatto tutto le sue mani.
Non l'aveva fatto. Lei l'avrebbe confermato.
In quelle settimane aveva ceduto, aveva detto di s all'Olandese.
Non si era ben capito cosa fosse accaduto al precedente
braccio destro dell'Olandese.
Se Krull fosse andato dalla moglie del dottore quel pomeriggio
e avesse ottenuto il denaro, avrebbe concluso l'operazione.
Se gli fosse rimasta la droga, no. Se Krull non avesse
avuto n i soldi n il sacchetto con le metamfetamine, si
sarebbe trovato in guai seri.
Qualcuno gli stava strattonando le mani, Krull si scost
di lato. Chiunque fosse stava cercando di farlo ragionare, e
Krull perse la pazienza, gli inve contro ridendo rabbiosamente
e si allung per aprire lo sportello, afferr quella
dannata maniglia e la tir nel verso sbagliato, infine riusc
ad aprirla, lo sportello si spalanc, quel testa di cazzo cadde
fuori gridando, Krull schiacci l'acceleratore a tavoletta.
Era andato a casa della moglie del dottore, adesso rammentava.
Era un ricordo abbastanza realistico. Lei era accasciata,
i capelli sul viso. Gli occhi fissi sui suoi come per
risucchiarlo, quasi stesse annegando e Krull fosse il suo salvatore,
ma non l'aveva soccorsa. Brutto bastardo. Bifolco testa
di cazzo, aveva esclamato la moglie del dottore dal viso
color pesca.
Desiderava che Delray tornasse. Krull gli avrebbe chiesto
con franchezza cosa fare con l'Olandese. Ma in realt, se
Delray non fosse scomparso, l'Olandese non sarebbe entrato
nella vita di Krull.
Duncan Metz era andato via da Sparta. Girava voce che
gli avessero consigliato di tagliare la corda, le cose si mettevano
male. Forse era andato a Buffalo, o a Erie, in Pennsylvania.
All'Olandese era rimasto l'arsenale di Metz, come
lo chiamava. Fucili in dotazione all'esercito, doppiette da
caccia e pistole semiautomatiche, una Remington a un colpo
solo con otturatore a cilindro, e altro ancora.
Magari pensi di uccidere il tuo nemico prima che lui si
renda conto di avere una buona ragione per ammazzare te,
ma c' il rischio che lui se ne sia gi reso conto. Aspetta che
i fari della tua macchina si avvicinino alla sua casa in mezzo
alla campagna che si va oscurando come una sostanza
rappresa mentre nel cielo ancora luminoso sorgono massicce
nubi marmoree come roccia scolpita.
Scomparso nel nulla. Nessuno sapeva dove fosse.
Era probabile che Delray contattasse qualche parente a
Sparta, ma non l'aveva fatto. Poi, a met aprile, Krull venne
a sapere che Delray era "passato" da Long Lake per incontrare
un cugino che viveva l con la famiglia, ma quando
Krull si mise in macchina e raggiunse Long Lake, sugli
Adirondack, Delray era gi andato via.
Krull chiese in che condizioni fosse suo padre.
Dagli sguardi dei parenti cap che trovavano penoso
rispondere.
Sempre in aprile gli giunse voce che Delray si era inaspettatamente
fatto vivo con un altro parente a Plattsburgh, vicino
al confine canadese, un cugino arruolatosi nell'esercito
e di stanza in Vietnam pi o meno nello stesso periodo di
Delray. La moglie chiam Krull e gli disse che Delray aveva
"fatto un salto" l da loro, era chiaramente "alcolizzato"
e "a volte parlava in modo sconnesso". Krull le domand
se il padre avesse accennato alla riabilitazione, se avesse
manifestato l'intenzione di tornare a Watertown o a Sparta, se avesse detto qualcosa di lui, e la donna rispose: Lui
e Luke non hanno perso molto tempo in chiacchiere, hanno
passato quasi tutto il tempo a bere. Luke ha quel maledetto
vizio di parlarti addosso - sai cosa intendo? - ha detto
qualcosa del Vietnam, di quella maledetta guerra che
hanno combattuto, e Delray si limitava a grugnire e a ridere
dicendo che era acqua passata, ormai chi se ne frega.
Ho cercato di fargli mangiare qualcosa, non aveva appetito,
gli ho chiesto come stavano i suoi a Sparta, come stava
suo figlio - cio tu - e Delray ha detto una cosa da far
gelare il sangue: "Anche questa  acqua passata". Mi sono
pentita di avergli fatto quella domanda, sai, per la faccenda
di tua madre e tutto il resto, ma non si  offeso. Pi tardi
di notte mi sono svegliata, lui e Luke erano ancora gi, ridevano
- o forse non erano risate, chiss. La mattina dopo
Delray era andato via.
Dove?
Come faccio a saperlo, Aaron? Del non ha nemmeno
detto chiaramente da dove veniva.
Il primo maggio da un cliente dell'officina che conosceva
Delray dai tempi di scuola Krull venne a sapere che Del viveva
con una donna a Saranac Lake, dove si era messo a fare
il meccanico. Cazzo, perch mai pap farebbe una cosa del
genere disse Krull quando qui ha un'officina sua? Solo
dopo qualche giorno riusc a montare in macchina e partire
per Saranac Lake, sciroppandosi tutta la statale 28 verso
nord che si inoltrava tra le montagne, infide strade piene
di tornanti; a Saranac batt tutte le officine, le carrozzerie,
le trattorie, i bar e le osterie della zona mostrando una fotografia
di Delray che lo raffigurava pi giovane e in salute,
quindi dovette spiegare che aspetto aveva adesso. Nelle
officine nessuno ricordava di avere visto Delray, era un
brutto segno, ma in una taverna sul lago una giovane barista
afferm che forse aveva visto quell'uomo, era stato in
quel locale diverse volte, da solo, senza donne, ricordava
la sua faccia, "sembrava pesta, come fosse ferita" ma le lasciava
laute mance, era un uomo generoso.
A Krull venne da sorridere. Generoso! Delray meno soldi
aveva, pi ne sperperava. Certe volte Delray aveva un'aria
distratta e assente come uno che stia andando al patibolo.
La donna disse di avergli chiesto come si chiamava, lui
aveva riso e mormorato qualcosa tipo:  acqua passata.
Krull trascorse un giorno e mezzo a Saranac. Per risparmiare
dorm in macchina. Aveva bisogno di radersi e di
cambiarsi, era disperato e puzzava di birra, mentre era in
cerca del suo vecchio si era fermato spesso a bere, maledizione,
era deciso a trovare Delray ma era tutto un susseguirsi
di taverne, bar, trattorie o ristoranti lungo la trafficata
autostrada, e si rivel una ricerca vana perch non era come
alla tv, dove dopo un po' di indagini il figlio riesce a trovare
una persona - tipo la barista - che lo aiuta a rintracciare
il padre, per riportarlo a casa e farlo ricoverare, salvandogli
la vita. Krull incontr solo sconosciuti, e non tutti avevano
tempo di starlo a sentire; gente per lo pi comprensiva,
che desiderava essergli utile e si mostrava compassionevole,
soprattutto le donne, che osservavano la vecchia foto
sgualcita esibita da Krull e dicevano Oh, questo  suo padre?
Lo sta cercando perch  malato? O anche Vi somigliate molto,
voi due. Si vede dagli occhi.
E lo guardavano come se il malato fosse lui, e non Delray.
O forse Krull aveva contratto la malattia da suo padre
e ne portava gi i segni sul giovane volto.
Con una situazione familiare del genere, l'unico rimedio
 farsi. E rimanere sballati il pi a lungo possibile, cazzo.
Al ritorno Krull trov una sorpresa, tutt'altro che piacevole.
... mi dispiace lasciare Del e te, Aaron, ma diavolo,
come faccio a sapere quando torna? E se torna? Sai, devo
pensare alla mia famiglia. C' quella carrozzeria in citt,
mi farebbe cominciare luned prossimo. Quando lo vedi,
di' a Del che...
Joe Susa! Krull rimase sbalordito. Questa proprio non se
l'aspettava. Tra i dipendenti di Delray Joe Susa era il meccanico
pi abile.
Erano dodici anni che lavorava con lui, forse si era stufato.
Krull scorse nei suoi occhi una profonda afflizione, si
sentiva in colpa, ma era anche maledettamente sollevato
alla prospettiva di lasciare l'officina di Kruller.
... sembrava pesta, come fosse ferita...
Era come dare la caccia a una bestia ferita. Un vecchio
cervo colpito all'addome che lascia una scia di sangue nei
boschi, sulla neve coperta di rami spezzati e di foglie. Krull
non aveva mai praticato la caccia ma sapeva che aveva un
suo codice, in particolare gli indiani Seneca credevano che
il cacciatore avesse l'obbligo morale di localizzare l'animale
da lui ferito e porre fine alle sue sofferenze.
Solo che prima bisognava trovarlo.


Capitolo 47.
Va bene! Vengo.
Krull aveva preso l'abitudine di parlare a voce alta. Non
c'era nessun altro con cui parlare, di cui potersi fidare.
Allo svincolo per Booneville, venti chilometri a ovest di
Sparta, non c'erano centri abitati, solo un silo in rovina alto
quanto una casa di tre piani, dietro i binari della ferrovia
Chautauqua & Buffalo, e intorno terreni incolti. La strada
per Booneville era in pessimo stato. Si svoltava a sinistra
per Seven Mile Road, uno stretto sentiero sterrato che procedeva
a ritroso per un chilometro e mezzo, fino a quella
che un tempo doveva essere una fattoria a conduzione familiare.
Di due delle sei abitazioni rimanevano solo le fondamenta
di pietra, una aveva il tetto bruciato e un'altra era
andata distrutta in un incendio, si vedeva lo scheletro del
solaio e delle stanze, la carta da parati bruciacchiata, i telai
delle finestre con i vetri infranti, sottili tende di pizzo annerite
che ondeggiavano al vento. Nervoso com'era, Krull
si mise a guardare una finestra di quella vecchia fattoria distrutta,
convinto che una donna lo stesse spiando da l, poi
aprisse la tenda di pizzo annerita e gli facesse un cenno.
S? Che c'?
La voce di Krull venne fuori roca, strana. Gli sembrava
che provenisse da un imbuto puntato verso di lui.
Non mi conosci! Non sono io.
Krull rise per allentare la tensione. Di certo non c'era nessuna
donna in quella casa. No, nessuno lo stava guardando.
Strano, non era la prima volta che Krull vedeva la faccia
di una donna, una figura indistinta dietro una finestra. Ma
sapeva che non c'era nessuno, non poteva essere Zoe, Cristo
santo, Zoe era morta. Non ne aveva forse visto il cadavere,
sentito l'odore? Non l'aveva cosparso di borotalco come si
cosparge la calce sulla carcassa di un animale per bruciarlo senza che si sprigioni quell'orribile puzzo?
Krull era stato dall'Olandese altre due volte. La prima,
quando quel posto era di Duncan Metz, o lo aveva affittato.
Girava voce che Metz fosse stato sepolto l, Krull l'aveva
sentita la settimana prima.
La mia casa di campagna, la chiamava l'Olandese. Particolare
non trascurabile, era fuori dalla giurisdizione della
polizia di Sparta, sorgeva appena oltre il confine della
contea, in quella di Kattawago. L'Olandese si vantava di
avere degli amici nell'ufficio dello sceriffo di quella contea,
e forse era vero.
Krull scese dalla macchina, una Ford Charger. Quattro
porte, otto cilindri, color bronzo scuro, il modello dell'anno
prima. Delray sarebbe rimasto sorpreso nel vedere il figlio
guidare quel tipo di macchina, si sarebbe chiesto dove
diavolo aveva trovato i soldi per un'auto del genere. Era la
prima cosa che gli avrebbe domandato.
Una permuta. Cazzo, un affarone.
Krull se ne stava l, a scalciare foglie. C'erano erbe alte -
dei giunchi? - scosse dal vento, che le spingeva contro la
sua testa, facendogli il solletico; gli sembrava di scorgere
una sagoma... gigantesca... un animale o una figura umana...
non chiaramente visibile, come un'ombra in movimento
che avanzava nell'erba, spianandola, e dopo il suo passaggio
l'erba si rialzava, ma non doveva lasciarsi prendere
dalla paura, l non c'era nessuno.
Un cadavere  una cosa morta. Un cadavere lo si seppelliva
o lo si bruciava, come spazzatura. Era da stronzi pensare
che lo spirito sopravvivesse dopo che il corpo era finito
all'inferno. Krull si ripeteva Tua madre  morta e non torner.
Krull esplor quel posto distrutto dall'incendio. Legno
bruciacchiato, assi, mattoni in frantumi sparsi ovunque, resti
di alberi morti simili a creature cadute da cui era fluita via
la vita. Tra le macerie era cresciuta un'umida erba profumata,
dei lill selvatici alti e con lo stelo lungo come i cespugli
dietro la fattoria color pesca. Cuori infranti e foglie morte,
storni leggeri sugli alberi abbattuti, cantava lei. Aveva colto un
ramoscello di lill per portarglielo, staccando il ramo come
un braccio reciso dalla spalla, ma Zoe non l'aveva rimproverato,
non ci aveva nemmeno fatto caso. Non era il tipo di
madre che notava certe cose, ma l'aveva ringraziato con un
bacio. Ci serve solo un posto dove posarci, mio uccellino del Paradiso,
qui nella mia mano. L'odore dei lill s'impadron dei
sensi di Krull, si sentiva brillo, su di giri, la testa gli ronzava,
era una sensazione piacevole ma avvertiva anche un
puzzo di putrefazione e legno bruciato. Delle sei case solo
una era ancora abitabile: quella che Jimmy Weggens aveva
ereditato dai nonni, un edificio in rovina che si ergeva
sghembo, come se fosse slittato sulle proprie fondamenta;
era l che vivevano l'Olandese e altri.
Vista da lontano, la casa sembrava una vecchia fattoria
desolata con il tetto spiovente e un portico inclinato, i parafulmini
simili a piccozze che svettavano sulla sommit
del tetto. Il camino di mattoni era in parte crollato, la copertura
del portico risplendeva di una lucentezza putrida.
Alle finestre c'erano lamine di plastica traslucide agitate
dal vento, come bende sporche. Il portico, ampio e svettante,
conservava una sua dignit, con i pilastri ornamentali
scolpiti come le immagini di un libro illustrato. Il giardino
anteriore era brullo, solcato da numerose impronte di
pneumatici, e quella sera - ormai si era fatto buio, Krull era
certo di essere partito da Sparta nel primo pomeriggio - vi
erano parcheggiate diverse auto, tra cui la pi vistosa era
la Barracuda con il tettuccio apribile del 1984 color porpora
scuro dell'Olandese, con la fiancata sinistra graffiata come
da una gigantesca forchetta e il paraurti anteriore attaccato
alla carrozzeria con del filo metallico.
Krull era risalito in macchina, aveva proseguito lungo il
viottolo e aveva parcheggiato nel giardino davanti all'abitazione
dell'Olandese. Non aveva armi, solo una leva per
smontare pneumatici che sporgeva da sotto il sedile del passeggero.
In pi occasioni l'Olandese gli aveva offerto una
delle sue pistole semiautomatiche, calibro 22 a sei colpi, abbastanza
piccole da poterle infilare nella tasca del giaccone,
ma Krull non voleva portare armi da fuoco, temeva che
girando armato gli sarebbe venuto il ghiribizzo di usarle,
avrebbe trovato il modo di servirsene. Quando Krull era
fatto di metamfetamine - "black ice" era la peggiore - aveva
i nervi cos a fior di pelle che al minimo rumore, a ogni
movimento improvviso, come il battito d'ali d'una farfalla,
d'un colibr o anche solo il soffione di un cardo spinto
dal vento, il cuore prendeva a martellargli per l'adrenalina,
ma anche in quello stato di sovreccitazione capiva che
portare un'arma era pericoloso.
Gli effetti dirompenti dello sballo da metamfetamine stavano
gradualmente svanendo, ormai le aveva assunte da
almeno diciotto ore. Adesso il cuore gli batteva per l'apprensione,
per la paura. Non aveva acceso i fari, c'era ancora
il sole. A ovest, sul lago Ontario, il cielo era quasi tutto
luminoso, d'un rosso fiammeggiante.
Un sole rosso al tramonto. Delray gli aveva promesso di
portarcelo, una volta o l'altra, un suo amico aveva una barca,
sarebbero andati a pesca. In cuor suo Krull ancora ci sperava.
Perch no? Se il vecchio ritorna, va "in pensione" e lascia
a me l'officina. Certo, potevano andarci un fine settimana.
L'Olandese di giorno non era cos fuori di testa come a
volte gli capitava di notte. A Krull venne in mente che in
quella stagione faceva buio pi tardi.
Poi ebbe un pensiero malinconico: gli anziani nonni di
Jimmy Weggens avevano vissuto tutta la vita a Booneville,
su quella strada sterrata, a coltivare grano, soia e ad allevare
mucche da latte, avevano avuto dei figli a cui lasciare la
fattoria e una ventina di ettari, ma una volta cresciuti i figli
si erano trasferiti a Sparta o in qualche altra citt, e non
avendo nessuna intenzione di fare i contadini pian piano
avevano venduto la propriet, o forse l'avevano ceduta
agli agricoltori confinanti, cos la vecchia casa era rimasta
vuota fin quando, verso la met degli anni Ottanta, era finita
a Jimmy Weggens, un tossico di trentacinque anni che
andava a metamfetamine, con i denti marci e un ghigno da
zucca di Halloween.
Jimmy era un vecchio socio di Duncan Metz e adesso
era in affari con Greuner l'Olandese per la produzione di
metamfetamine. Avevano allestito un "laboratorio" nello scantinato della vecchia casa, e sul retro una maleodorante
discarica di sostanze chimiche. Il puzzo si sentiva a
chilometri di distanza ma le forze dell'ordine della contea
non avevano mai indagato, n lo avrebbero fatto, si vantava
l'Olandese, che spacciava anche altre droghe e farmaci:
erba, cocaina, analgesici e antidepressivi che necessitavano
di prescrizione medica, pillole per dimagrire ed eroina. Krull
non aveva armi, a parte la leva per smontare gli pneumatici,
che ovviamente non poteva portare con s.
Krull si mise le mani a coppa attorno alla bocca. Era sempre
rischioso andare l, anche se ti aspettavano. Ehi. Sono
io, Krull. Aveva intravisto una faccia a una finestra del
primo piano.
Venne ad aprire la ragazza dell'Olandese, Sarabeth, si
stringeva tutta tremante le braccia ossute. Al sopracciglio
sinistro aveva un orecchino di metallo luccicante. Nervosa
e imbarazzata, gli disse:  piuttosto incazzato. Non so
perch. Un tempo Sarabeth era stata la ragazza di Krull.
Ne aveva altre in quel periodo, e non era durata molto, ma
tra i due era rimasto una specie di rimpianto, quasi di rimorso.
Sarabeth aveva diciotto o forse venti anni. Da come
parlava le avresti dato venticinque anni, o anche pi. Di s
raccontava storie fantasiose e affascinanti. Il padre era ricco,
e prima di scappare di casa viveva ad Averii Park, un
elegante sobborgo di Albany. Aveva fatto la modella, o forse
la squillo di alto bordo a Syracuse. Gli occhietti miopi
color t annacquato erano dilatati e in circostanze normali sarebbero parsi impauriti. Aveva la bocca asciutta per gli
stupefacenti assunti e si inumid le labbra, quindi appoggi
una mano tremante sul braccio di Krull, mettendolo in
guardia con un sussurro concitato:  piuttosto su di giri.
Da una stanza, che un tempo era stata una cucina, si sentiva
l'Olandese parlare al telefono. La voce era inconfondibile:
una raffica di balbettanti scoppi d'ira. All'altro capo doveva
esserci il suo pusher di Syracuse, immagin Krull. Si
era ricordato di avere fatto cinque consegne a Sparta quel
giorno, erano andate tutte lisce e quindi aveva del denaro
da dare all'Olandese, un rotolo di banconote sgualcite e
maleodoranti. Anche le banconote nuove di zecca che gli
porgevano con mano tremante i clienti di un certo livello,
come la moglie del dottore, si impregnavano del suo odore.
L'Olandese ci avrebbe messo del tempo a contare quei
soldi, non si fidava degli "intermediari", come li chiamava.
Riattacc il telefono e fiss Krull, apparentemente senza
riconoscerlo. Poi fece: Tu. Dannazione, dove cazzo sei
stato. A Krull non parve una domanda.
Gett il rotolo di banconote sul vecchio tavolo da cucina
dalla superficie laccata, tutto graffiato e ricoperto di macchie.
A Krull ricordava quello nella cucina dei nonni, i genitori
di Zoe, quando, secoli prima, la domenica andavano
a trovarli.
Krull ignorava se fossero ancora vivi, e se volessero vederlo,
magari la sua faccia avrebbe ricordato loro quella di
Delray.
Il pavimento di linoleum era tutto chiazzato, sembrava
pieno di bolle. Dalle numerose finestre incrostate di sporco
filtravano i raggi del sole al tramonto, come uno spettacolo
in Technicolor. Un puzzo di sostanze chimiche ammorbava
l'aria, insieme a un acre sentore di fertilizzante. Azoto?
Krull non si occupava della raffinazione della droga,
era pericoloso e comunque non aveva intenzione di partecipare
se non glielo chiedevano, cosa che non avevano fatto.
A parte lui, nessuno in quella casa pareva notare il fetore
dei prodotti chimici, ma poi ci si abitu. L'Olandese era
di cattivo umore, su di giri come aveva avvertito Sarabeth,
e inquieto. Qualcosa doveva essere andato storto. Indossava
il giubbotto nero in finta pelle sul glabro petto nudo,
concavo e bianchiccio come un mollusco, con i capezzoli
contratti simili a piccole bacche. Le spalle e le braccia scheletriche
sembravano completamente prive di muscoli. Tra
i capelli tinti color ottone si notavano le radici scure. Non
fosse stato per la barba lunga, gli occhi fiammeggianti e le
rughe sul volto, sarebbe parso un ridicolo bambino mascherato
per Halloween. I denti macchiati baluginavano
mentre si rivolgeva a Krull, cercando di comunicare qualcosa
di urgente in un flusso strozzato di parole. Gli occhi
parevano sfasati, lo sguardo vacuo, eppure si sforzava di
parlare in modo ragionevole con Krull, voleva convincerlo
di qualcosa, forse lo stava mettendo in guardia, lo minacciava,
ma le parole uscivano ingarbugliate, come in una
lingua straniera incomprensibile a Krull e a lui stesso. Krull
mormorava S, certo. Va bene, in tono pacato. Si era guardato
intorno e non aveva visto armi. A volte l'Olandese teneva
in bella mostra una pistola, o uno dei suoi fucili Enfield
in dotazione alle forze armate, e aveva sempre a portata di
mano la doppietta Rottweil calibro 12. Per quanto ne sapeva,
l'Olandese non si era mai servito di quelle armi se non
per sparare a dei bersagli, tipo pali di recinzione e a qualche
uccellaccio. Sul tavolo dalla superficie laccata erano sparsi
i quaderni dell'Olandese, intere pagine piene di elaborati
tratteggi incrociati come si vedono in certi fumetti, e di figure
disegnate, oltre a complicati motivi che rappresentavano
soli o atomi vorticanti, teschi ghignanti e volti truci
di clown. L'Olandese sognava di diventare un famoso fumettista,
alla R. Crumb.
Krull and in bagno, in un corridoio sul retro. Mentre si
allontanava l'Olandese continuava a parlare.
Di quello che accadde dopo, Krull non avrebbe serbato
un chiaro ricordo. Era appena uscito dal bagno sul retro
della casa quando vide i bagliori dei fari di una macchina
che svoltava nel vialetto, probabilmente l'Olandese non
aspettava nessuno perch si agit parecchio. Krull lo sent imprecare frignando come un bambino, lo vide dirigersi
zoppicando sul portico, poi si udirono tre spari in rapida
successione, fragorosi come fossero esplosi a un palmo
dalla testa di Krull. Ci fu un attimo di silenzio, come quello che segue il rombo di un tuono, poi si ud la voce di Sarabeth:
Oh no, no. Oh Dio, no. Da una finestra Krull intravide
un uomo con la barba - era Metz? gli assomigliava
come un fratello - che si accasciava sulle ginocchia davanti
a un lato della casa dov'era scappato incespicando, poi accorse
l'olandese, urlandogli contro: Vaffanculo! V-vaffanculo!
mentre l'altro cercava di strisciare via nell'erba alta
gemendo e mugolando, lasciandosi dietro una luminosa
scia di sangue. Se pure era Metz, l'Olandese non ne aveva
la minima paura perch Krull lo vide lanciarsi verso di lui e
sparargli a bruciapelo un colpo alla nuca; l'uomo stramazz
senza fiatare. L'Olandese prese furiosamente a tempestare
di calci il corpo che si contorceva. Risuon un altro sparo,
e un fiotto di sangue schizz dalla testa dell'uomo riverso.
Tutto questo avvenne in pochi attimi, Krull non cap cosa
stesse accadendo, vide confusamente la scena.
Anche nel lacrosse non sempre si riesce a vedere quello
che succede. Quando i giocatori sono bravi, il gioco  cos
veloce che si segue a fatica.
Krull si chiedeva  Metz quello? Da dove...  saltato fuori?
Pensava Se ne esco fuori vivo, non spaccer mai pi.
Krull si allontan dalla finestra. Dietro di lui Sarabeth
gemeva, piangeva. L'Olandese torn claudicante in casa
mormorando freneticamente tra s, brandendo la rivoltella
nella mano destra. Era una pistola a canna lunga, pesante,
forse una calibro 45, non sembrava di qualit, Krull era
sicuro di non averla mai vista. L'Olandese lo fissava con
uno sguardo folle, sotto l'effetto delle metamfetamine. Gesticol
con la pistola. T-tu, K-K-Krull, cosa stai guardando.
Krull avvert un pericoloso impulso di mettersi a ridere
ma riusc a trattenersi, era in preda a una sorta di panico
controllato, Se non mi ammazza adesso, non mi ammazza pi.
Accanto al lavello c'era un cassetto semiaperto, Krull cerc di sbirciarvi dentro, forse c'era un coltello, col manico
lungo, poteva usarlo per difendersi, ma l'Olandese gli si
avvicin ansimante come un cane: K-Krull? Non hai visto
niente, eh, K-Krull? al che lui si affrett a rispondere
che no, non aveva visto niente, e l'Olandese disse: Maledizione,
pensavo di potermi fidare di quel figlio di puttana,
hai visto cos'ho dovuto fare e Krull chiese: Non era
Duncan, vero? e l'Olandese replic: Chi? Non era chi? e
Krull disse: Lo sai, Olandese, che di me puoi fidarti. Nel
cassetto c'era un oggetto che sembrava un coltello da caccia,
ma Krull non poteva prenderlo, se anche fosse riuscito
ad afferrarlo in mezzo agli altri utensili non avrebbe avuto
il tempo di servirsene.
K-Krull? Mi hai sentito?
L'Olandese fu colto da un attacco di prurito. Con la canna
della pistola si gratt l'ascella sinistra e il petto lucido
di sudore, sotto il giubbotto di finta pelle. Aprofittando di
quell'attimo Krull si volt e si lanci alla cieca verso la porta
sul retro della casa. Si ritrov a correre nell'aria fresca in
preda al panico, incespicando nell'erba alta che emanava
un odore dolciastro e tra i rovi di rose selvatiche, graffiandosi
tutto. L'Olandese lo stava chiamando: K-Krull! K-KKrull!
a voce sempre pi alta, come un bambino offeso e
dispiaciuto. Spar un colpo, Krull sent fischiare il proiettile
che si perse nell'erba. Correva senza guardarsi indietro,
sperava che l'Olandese avesse sparato in aria, un colpo di
avvertimento, non poteva ammazzare anche lui. Non era
foise il suo luogotenente? Il suo braccio destro? Ma forse gli
aveva proprio sparato addosso, aveva deciso di sostituirlo
con un altro, e cos Krull continu a scappare, si infil tra
un fienile semidiroccato e i resti di un recinto in filo spinato.
Alle sue spalle l'Olandese continuava a urlare ed esplose
un altro colpo. Krull sent la flebile voce di Sarabeth che
si alzava di tono e una maschile, forse era Jimmy Weggens.
Krull correva a testa bassa, accucciandosi e scartando di
lato come un animale ferito che fugge disperatamente per
salvarsi la vita.
... inciampava nei campi paludosi. Non poteva arrischiarsi
a tornare verso la macchina. Adesso il sole era tramontato,
come se non fosse mai sorto. Mentre correva nell'umida
erba profumata alta quanto lui, sulla grassa e soffice terra
nera, udiva versi striduli di animali, il gracidio dei ranocchi.
Aveva i piedi bagnati. La testa gli scoppiava dal dolore, per
l'emicrania causata dalle metamfetamine, che dilatano le
arterie cerebrali. Si asciug il viso, gli sembrava di perdere
sangue dalla nuca. (Forse un proiettile esploso dall'Olandese
l'aveva sfiorato. Forse, convinto di averlo ferito, l'Olandese
pensava che si sarebbe trascinato via per morire come un
cervo colpito al ventre.) Chiss quanti chilometri fece quasi
di corsa, incespicando e ansimando attraverso i campi, un
tempo coltivati ma ora ridotti a una distesa di erbacce e a
sparuti boschetti, nel cielo a est alle pendici degli Adirondack
risuon un rombo di tuoni. Percorse a piedi una strada
asfaltata senza nome, a due corsie, sperava di rimediare
un passaggio, ma quando dei fari sbucavano nel buio si nascondeva
acquattandosi nella boscaglia. Immaginava che
l'Olandese e Jimmy Waggens lo stessero inseguendo. Poi
s'imbatt per caso nei binari della ferrovia che aveva intravisto
quando aveva imboccato lo svincolo per Booneville,
che in quel punto correvano a un'altezza di circa un metro
e mezzo, e cammin lungo la strada ferrata nella direzione
che supponeva portasse a Sparta, distante chiss quanti chilometri,
Cristo, non ne aveva idea. Per istinto sai che devi
dirigerti a valle, verso un fiume. Il fiume era il Black River,
e quella era la direzione di casa. Infine, esausto, a notte fonda,
Krull s'imbatt lungo la ferrovia in quello che sembrava
un capanno per la pesatura, entr e si stese con cautela
sul pavimento di terra ricoperto in parte da strisce di carta
catramata, sfinito, raggomitolandosi come un cane bastonato.
Faceva un freddo glaciale per essere maggio, sentiva
l'umidit nelle ossa. Zoe gli diceva Tieniti caldo, puoi farcela,
tesoro. Continua a respirare. Ti voglio bene! Aveva il cuore
dilaniato, Zoe gli mancava da morire. Cristo, gli mancava
anche Delray. Ormai della morte di Zoe se ne era fatto
una ragione, ma aveva ancora la speranza di rivedere Delray.
Non si era dato abbastanza da fare per rintracciare suo
padre e adesso forse era troppo tardi. L'episodio accaduto
dall'Olandese era gi un lontano ricordo. Doveva esserci
una logica. C' sempre una logica, se si conoscono le circostanze.
Segui la pista dei soldi, gli consigliava Delray. Spossato,
sprofond nel sonno. Si svegli e si riaddorment, poi
si svegli di nuovo, sentendo in lontananza quella voce furibonda,
rabbiosa e sputacchiante che cercava di spiegargli
qualcosa in una lingua incomprensibile. Poi Delray gli
si accovacci accanto, mostrandogli quale arnese doveva
usare. Adesso capiva, Krull si sent sollevato. La chiave inglese
si usa cos e cos. Questo  un cacciavite a croce. Vedi la crocetta
sulla punta? Adesso ti faccio vedere. Erano sotto la carrozzeria
di una vettura, sembrava lo scheletro di un insetto
gigantesco visto dalla parte inferiore. Albero a gomiti, trasmissione.
Gli iniettori. Le dita da bambino armeggiavano
con l'utensile, pap gli avvolse la mano nella sua e sollev
la chiave inglese. Guarda, Aaron, adesso ti faccio vedere come
si fa. Non avere fretta. Non ricordava dove diavolo si trovava,
era stato uno shock risvegliarsi in quel capanno sulla
carta catramata che ricopriva la gelida terra, la schiena indolenzita
e le membra doloranti per il freddo, quasi fosse
un vecchio. I vecchi giocatori di lacrosse affermavano che
praticare un gioco spericolato e rude come quello procura
dolori, distorsioni, microfratture che si fanno sentire dopo
anni. Dacci dentro finch sei giovane,  quello il momento,
al diavolo il futuro. A quarantacinque anni sei gi vecchio.
A cinquanta zoppichi. Hai l'artrite, l'ernia del disco. Aveva
notato qualcosa che si muoveva sul muro diroccato. Delle
ombre o una creatura viva che scivolava fuori. Ehi, ragazzo.
Sono io, ragazzo. Krull si tir su, si trascin verso l'entrata
del capanno e guard fuori. L'alba non era spuntata.
Folate di vento facevano turbinare ovunque rottami, delle
raffiche soffiavano tra gli alberi. Gli si rizzarono i capelli.
Ges, era tremendo vedere pap l fuori, cos stranamente
calmo, a pochi metri da lui. Delray era in piedi accanto
al grosso tronco di un albero deciduo, sembrava lo stesse
abbracciando. Aveva il viso striato da macchie scure, come
gualcito in un angolo. Era un volto sfigurato, mostruoso,
Krull lo fissava sbalordito. Ragazzo,  passato tanto tempo.
Lasciami tranquillo, okay? Sono stanco. Ma quando all'alba
si svegli scopr che la figura che aveva scambiato per suo
padre, ritta con innaturale rigidit contro un albero, in realt
era un fitto strato di funghi che ricopriva di striature il
tronco di un albero morto, biancastre escrescenze parassitarie
che parevano assicelle in miniatura applicate ad angoli
identici. Krull non aveva mai visto una cosa simile, un
tappeto di funghi alto almeno quattro metri, abbarbicato
all'albero, che addirittura ne nascondeva la base. L'escrescenza
fungosa aveva succhiato la vita dell'imponente albero,
sui vecchi rami secchi rimanevano solo file di foglie
morte. A guardarlo attentamente quel fungo pareva avere
una faccia, un volto umano, ma non si aveva nessuna voglia
di avvicinarsi per scrutare meglio quel volto sofferente.
Ehi, laggi. Ti serve un passaggio?
Sulla strada si era fermato un trattore, guidato da un agricoltore,
la luce dei fari penetrava attraverso la foschia. Krull
si era lavato il viso non rasato pieno di graffi e inumidito i
capelli ispidi con l'acqua di un fosso, si era sistemato i vestiti
sudici e strappati e si era incamminato verso la strada,
cercando di darsi un contegno, come il Delray di mezza et
che scendeva dalla Harley-Davidson dissimulando il dolore
alla schiena. Ges! Si pu fingere di essere ci che non si
, ma raramente di nascondere ci che si .
S, mi serve un passaggio. Grazie.
Consapevole dell'immeritata fortuna che gli era capitata,
dopo un percorso di undici chilometri attraverso il Black
River Krull si ritrov a Sparta, mentre la citt che sorgeva
sulle ripide colline moreniche, dapprima avvolta nella foschia
dell'alba, s'illuminava di un pallido chiarore; le luci
dei lampioni, dei cartelloni pubblicitari, delle lampade sui
portici delle abitazioni erano ancora accese; a quella vista
Krull fu colto da una sensazione struggente, malinconica; o
forse piena di speranza. L'agricoltore - Krull gli aveva stretto
la mano, si chiamava Floyd Donahower - per puro caso
stava portando il suo trattore che aveva qualche problema
all'Officina Kruller, conosceva Delray da lungo tempo; accompagn
Krull a casa in Quarry Road, dove lui pensava
che non sarebbe pi tornato. Quel pomeriggio sul tardi
squill il telefono nell'ufficio di Delray, Krull rispose, all'altro
capo del filo sent la voce ansimante di una ragazza, era
Sarabeth, gli comunic da parte dell'Olandese che lui non
nutriva "rancore" n "desiderava punirlo", e che il problema
era stato "risolto": avevano sepolto il cadavere sotto
un mucchio di fieno marcio e di letame, dietro il fienile.
Krull non sapeva cosa replicare. Aveva lavorato agli iniettori
del trattore, aveva quasi riparato il danno. Le mani
sporche di grasso erano scosse da un leggero tremito, ma
ci stava riuscendo.
Krull? Ci sei?
Krull mormor di s.
Ho avuto tanta paura questa notte! Non so nemmeno se
sia successo davvero - voglio dire, non ho visto niente, era
come se non fossi l. Ma adesso  finita, credo. L'Olandese
dice che le cose si sistemeranno. Vuole solo che tu sappia...
quello che ti ho detto.
Va bene replic Krull. Di' a Dennis che  tutto a posto.
Avrebbe fatto pulizia nella sua vita. Non aveva ancora
ventidue anni. Ho qualcosa da insegnarti, gli aveva promesso
Delray. Krull avrebbe cercato di scoprire cosa poteva essere.


PARTE SECONDA

Capitolo 1.
NOVEMBRE 2002
Oggi ho visto Aaron.
Mi aveva notato. Mi aspettava. Prima ancora che parlasse
ho pronunciato il suo nome: Aaron.
Sono passati anni, ma Aaron Kruller  sempre stato nei
miei sogni. Quelli pi intimi, che non condividerei con nessuno,
nemmeno con lui.
Krista.
Ha pronunciato il mio nome in tono piatto. Senza alcuna
musicalit nella voce, alcun barlume di desiderio. Mi
guardava con occhi socchiusi, diffidenti, quelli di un uomo
di trentaquattro anni che ha vissuto intensamente. Eppure
mi sono detta, con calma  venuto per riportarmi a Sparta.
E poi Nessun amore  come il primo.
Quegli occhi colmi di speranza! A volte cos abbacinanti da
costringermi a distogliere lo sguardo.
O forse la loro  solo furia. Un'acre furia incandescente
compressa nelle viscere ulcerate.
Claude Loomis, per esempio. Finge di non ricordarsi di
me anche se sono passati meno di due mesi dal nostro primo
incontro in questa stanza, seduti a questo stesso tavolo.
Si spinge in avanti a scatti, come in preda a improvvisi
e involontari spasmi muscolari, urtando il bordo del tavolo di metallo che ci separa. La sua voce  un mormorio appena
udibile Come dice, signora? Non ho sentito. Ha le spalle
ossute e deformi, viene da chiedersi se la divisa color cachi
da carcerato non nasconda degli arti amputati, come ali
recise all'altezza delle scapole. Signora non ho sentito, signora,
ripete affettando un tono educato, con una smorfia sul
volto d'un nero violaceo, butterato e solcato da rughe profonde,
e si porta una mano all'orecchio mozzato, ormai ridotto
a un'escrescenza carnosa.
S, un orecchio mozzato ridotto a un'escrescenza carnosa,
anche se "cicatrizzato".
Siamo separati da un divisorio di plexiglas alto una ventina
di centimetri, sistemato su un sudicio tavolo rettangolare.
Una barriera eretta tra visitatori-liberi e clienti-prigionieri,
puramente simbolica, metaforica. Perch entrambi
potremmo superarla prima che una guardia abbia il tempo
d'intervenire, spiccare un balzo e afferrare l'altro.
... signora? Pu ripetere, signora?
Claude Loomis  detenuto dal 1991 nel penitenziario maschile
di Newburgh, stato di New York, per omicidio colposo,
aggressione a mano armata, detenzione illegale di arma
da fuoco e resistenza a pubblico ufficiale, reati punibili con
la reclusione dai venticinque anni all'ergastolo.  in carcere
da undici anni e la sua faccia comincia a somigliare alla
maschera primitiva di un quadro di Picasso, quello che resta
di un viso liquefatto e rappreso pi volte. Sul labbro superiore
la pelle  solcata da un'orrenda cicatrice biancastra
a forma di falce, sembra una creatura viva, mentre gli scintillanti
occhi scuri e sporgenti paiono sottoposti a una tremenda
pressione dall'interno del cranio.
Signora, gliel'ho gi detto. Mi sto sforzando di ricordare...
Mi chiamano quasi sempre cos, signora. In un borbottio
appena percepibile, come il rantolo del catarro in gola. Mi
apostrofano cos perch da una visita all'altra non ricordano
il mio nome, oppure perch non ho un nome facile,
se non lo si vede scritto: a pronunciarlo Diehl suona come
Deal, e Deal* non  il nome pi indicato per chi di professione
difende in appello detenuti indigenti o promuove la
revisione dei loro processi.
("Claude Loomis"  un nome fittizio. Da un punto di vista
etico e professionale sono tenuta a rispettare la privacy
e la riservatezza dei miei clienti. Anche "Krista Diehl",
il nome che mi sono attribuita in questo racconto,  di fantasia,
l'ho scelto di poche lettere.)
Mentre gli parlo, spiegandogli perch sono l, cosa spero
di ottenere per lui, Claude Loomis mi fissa con quegli occhi
giallastri e sporgenti, che stringe diffidente. In passato
ha preso delle fregature - non da me, ma da qualcuno che
fa il mio lavoro. Un tempo era pi giovane e ottimista, poi
ha subito delle delusioni, le sue speranze sono state vanificate.
Sperare  troppo rischioso,  come offrire la gola a
uno sconosciuto.
A quanto pare non importa che mi abbia gi incontrato
altre volte. Ai suoi occhi sono sempre un'ansiosa donna
bianca seduta dalla parte dei visitatori, con la schiena alla
porta, e appena fuori dall'ingresso c' una guardia. Sono
una sconosciuta.
Signora, qual  il suo lavoro? mi aveva chiesto Claude Loomis
durante il nostro primo incontro, mesi fa, e io avevo
risposto Il mio lavoro  aiutare le persone.
Claude Loomis aveva riso, mettendo in mostra i grossi
denti macchiati. Davvero, signora? Non si fanno molti soldi, eh?
La guardia che staziona fuori dalla porta  un bianco
corpulento di Catskill, si chiama Emmet: cos mi ha detto
quando gliel'ho chiesto; a differenza dei miei colleghi, pi
aggressivi, stabilisco sempre un rapporto amichevole con
il personale dei penitenziari e degli istituti di detenzione
dove svolgo il mio lavoro. Emmet peser almeno centodieci
chili, ha ispidi capelli a spazzola, il viso un fascio di
muscoli. Quando mi avvicino mi pianta addosso gli occhi
grigio pietra, la bocca contorta in un sorriso forse amichevole,
forse un po' beffardo; i secondini non nutrono alcun
rispetto per la mia professione, al contrario, in genere non
ci vedono di buon'occhio, ci detestano. Perch cerchiamo
di capovolgere i verdetti, ottenere la scarcerazione dei detenuti,
restituire loro la libert, mentre loro, le guardie, devono
provvedere alla detenzione, mantenere la sicurezza. Ma io
sono una giovane donna bionda - dimostro meno anni di
quelli che ho - e cos mi sono fatta amico Emmet, o almeno
spero. Mi illudo che quel corpulento uomo in divisa non
mi sia ostile, che in caso di necessit mi difenderebbe, e che
non ce l'abbia con me perch sono una visitatrice con dei
privilegi, a cui viene assegnata una stanza per i "colloqui"
senza essere costretta a incontrare il proprio cliente nell'ampia
sala delle visite, aperta e rumorosa, dove stazionano in
bella vista una mezza dozzina di guardie.
S, mi illudo che Emmet mi sia amico. Basterebbe un grido,
il rumore di una sedia di plastica che si rovescia, ed
Emmet spalancherebbe la porta e si precipiterebbe dentro.
Mi salverebbe da Claude Loomis, se si desse il caso.
Come tutti i detenuti, Loomis lo sa, per questo mi scruta,
osserva con sguardo ironico la sua visitatrice, l'assistente di
uno studio legale. Si  accorto che l'orrendo sfregio sul labbro,
la livida pelle scura, l'orecchio maciullato hanno attirato
la mia attenzione. Malgrado ci gli dico in tono pacato:
... vuole dare un'occhiata a questi documenti, signor
Loomis? Dovrebbe confermarci alcuni dati... Mi spiace che
le fotocopie siano macchiate, mi sono arrivate cos! Nella
sua pratica manca ancora il certificato di nascita autenticato,
ho provato ripetutamente a contattare il tribunale della
contea di Haggen....
Contea di Haggen, nello stato dell'Alabama. Tuttavia 
possibile che non sia mai stato emesso alcun certificato a
nome di Claude Loomis.
Non  venuto al mondo in ospedale - cos ha dichiarato
- e nessuno si  preso la briga di denunciarne la nascita; secondo i miei calcoli dev'essere nato verso la met degli
anni Cinquanta.
Non esiste certificato di nascita, n numero di previdenza
sociale. Nel fascio di documenti dall'aria vissuta riguardanti
LOOMIS, CLAUDE T. le informazioni concernenti studi",
"lavori svolti", "servizio militare", "residenza", "stato
di famiglia" sembrano fornite da qualcun altro e non da
lui, incomplete, frammentarie e inattendibili come sono.
(Si chiama davvero Claude? Su uno dei documenti pi
vecchi, risalente al primo arresto operato dal Dipartimento
di polizia di Newburgh, compare il nome Cylde. Clyde?)
In questa stanza senza finestre, illuminata da una luce
fluorescente, poco arieggiata, grande all'incirca tre metri
per quattro, sto cercando di acquisire da Claude Loomis
informazioni per noi fondamentali, senza grandi risultati.
Il colloquio sembra svolgersi su un battello di salvataggio,
in un mare in tempesta! La luce  accecante eppure sfocata.
Per quanto sia ottimista dal punto di vista professionale,
sto diventando ansiosa. Claude Loomis  chino sui documenti
che gli ho passato, sbatte le palpebre e socchiude gli
occhi come cercando di metterli a fuoco. Merda, signora. Il
cliente, insoddisfatto, sa che deve parlare a voce bassa per
non farsi sentire dalla guardia fuori dalla porta.
Cliente  la parola corretta, non detenuto. L'organizzazione
per la quale lavoro opera con clienti, non con detenuti,
reclusi, carcerati, criminali. Noi sosteniamo che il signor
Claude Loomis, del quale stiamo seguendo il caso,  stato
illegittimamente rinchiuso in questo carcere di massima sicurezza
in seguito a una serie di illeciti commessi da funzionari
dello stato: un arresto illegittimo - atto evidente di
"discriminazione razziale" - operato dagli agenti delle forze
dell'ordine sulla base di soli "indizi" di uno o pi reati;
un "colloquio" durato dodici ore, in realt un interrogatorio
a tutti gli effetti; una "confessione" resa in stato di arresto,
in seguito ritrattata; il rinvio a giudizio stabilito dal
gran giur, nonostante l'insufficienza di prove e la ritrattazione
della confessione; la negligenza dell'avvocato difensore, troppo impegnato e poco preparato sul caso; una condanna
che potrebbe costargli il carcere a vita.
Per questa visita ho scelto l'abbigliamento che di solito
riservo a occasioni del genere: un tailleur pantalone di
lana blu scuro, una camicetta di seta bianca e impeccabili
stivaletti neri. Poich voglio che questa visita non si risolva
in un fallimento, ho intrecciato i lunghi e setosi capelli
biondo chiaro, appuntandoli a chignon sulla nuca con un
pettine di tartaruga. Ho indossato orecchini di perla da insegnante,
e un grosso orologio (da uomo) al polso sinistro.
In tono paziente, sforzandomi di mantenere la calma, dico:
... Prego, signor Loomis! Se non riesce a decifrare i caratteri
troppo piccoli glielo leggo io. Nel modulo si chiede....
Che diavolo sta facendo Loomis?  curvo sul tavolo come
se avesse la schiena spezzata. Nella scarsa documentazione
che lo riguarda a parte il diabete e l'ipertensione non vi
sono accenni a disturbi fisici, eppure adesso sembra scosso
da una serie di lievi sussulti che lo fanno piegare in avanti
come se - mi rifiuto di pensarlo, non lo penso - quei movimenti
fossero causati da un primordiale istinto sessuale,
di cui io sono l'oggetto.
Signor Loomis! Se permette, le leggo queste note...
Loomis si blocca. Si gratta la testa, affondando i pollici,
forte. Gli occhi scintillanti continuano a fissare le carte sparse
attorno a lui. Mentre leggo penso che in quei documenti
non si fa menzione dell'episodio pi tristemente significativo
della vita di quell'uomo, considerato un criminale, condannato
nonostante i forti indizi di innocenza: Claude Loomis
si  trovato per puro caso nel luogo sbagliato al momento
sbagliato, un sabato notte  stato fermato da una pattuglia
della polizia di Newburgh, arrestato, "identificato" e incriminato
di un omicidio a scopo di rapina avvenuto nella
giurisdizione di Newburgh, reato che, a giudicare dalle
prove raccolte di recente, probabilmente era stato commesso
da un altro individuo di colore, pi o meno della stessa
et, corporatura, aspetto e carnagione di Loomis, con il
quale aveva in comune anche le cicatrici. Dopo ore di interrogatorio c'era stata una "confessione", in seguito utilizzata
come prova al processo intentato contro Loomis, scritta
a mano non dall'imputato - che era analfabeta, tracciava a
malapena qualche lettera come un bambino - bens da un
investigatore della polizia di Newburgh, un foglio di carta
in fondo al quale, al posto della firma, Loomis era designato
come CLAUD LOMISS. Il processo era durato due giorni,
i giurati si erano ritirati per quaranta minuti e avevano
emesso il verdetto. Fino a quel momento Loomis aveva
scontato pi di dieci anni nel carcere di massima sicurezza
di Newburgh.
Loomis aveva dichiarato di avere firmato un foglio in bianco.
Nemmeno una parola di quella "confessione" era sua.
... ci siamo resi conto che il suo primo avvocato, nel
1991, ha omesso di controinterrogare i testimoni presentati
dall'accusa. Ha omesso di...
Ha omesso! Dopo tutti quegli anni.
Il colloquio con Claude Loomis ricalca in buona parte quelli
precedenti. Perch i casi di cui ci occupiamo - e quello di
Claude Loomis  esemplare - procedono con tortuosa lentezza,
come nero letame che scorre verso l'alto. Non capisco
se il mio cliente abbia problemi di vista - forse  miope, o
ha la cataratta - oppure semplicemente non sappia leggere
bene;  anche possibile che sia sotto l'effetto di droghe; oppure
sia ritardato, o malato. Non conosco Claude Loomis
pi di quanto lui conosca Krista Diehl. Se Loomis  analfabeta,
come tanti detenuti, probabilmente non vuole che io
lo sappia; gli analfabeti sono orgogliosi, lo saremmo anche
noi al posto loro. O magari se ne sta chino sul tavolo a sbirciare
i documenti per evitare il mio sguardo; forse, pi che
un'attrazione sessuale nei miei confronti prova una repulsione
fisica. Claude Loomis si sentirebbe molto pi a suo
agio con un assistente legale maschio, nero o ispanico! Lo
so, ma non posso farci niente.
Da ragazza a Sparta ho imparato che bisogna giocarsi le
carte che si hanno in mano. In questo caso la mia carta 
Krista Diehl, e quella devo giocare.
Sorridendo, in tono fiducioso, allegro e incoraggiante, gli
spiego: ... allo studio abbiamo buone speranze per la corte
d'appello. Vede, Claude, una recente sentenza ha capovolto
il verdetto relativo a un caso simile al suo, in cui "l'identificazione
del sospetto era stata confermata da un testimone
rivelatosi informatore della polizia"... il teste che la difesa
non ha controinterrogato n ricusato....
Sembro proprio un avvocato, anche se sono solo una collaboratrice.
Questa distinzione  stata spiegata al cliente,
ma con ogni probabilit l'ha dimenticata.
Scusi, Claude, se mi restituisce il fascicolo lo...
L'ho chiamato Claude. Non una ma due volte, Claude. Cerco
in ogni modo di conquistare la sua fiducia.
Mi rifiuto di pensare E inutile! Non si fida di te, sei bianca.
Perch questuomo dovrebbe fidarsi di te? Sei bianca.
Mi riprendo i fascicoli. Dalla valigetta ho tirato fuori cartelline
macchiate, copie di trascrizioni messe a verbale dalla
corte, piene di orecchie, atti giudiziari ingialliti e consunti,
documenti spillati emessi dall'ufficio del procuratore distrettuale
della contea di Newburgh, e li ho piazzati sul tavolo
in mezzo a noi. Centinaia di pagine, migliaia di parole.
Sono tante, nessuno potrebbe pensare di leggerle e ricordarle
a memoria, anche se vi fosse scritto il proprio destino.
Com' estenuante tutto ci, qui dentro si soffoca! Sembra
di inspirare ossigeno da una sottile cannuccia, manca l'aria.
Sono passati parecchi anni dalla prima volta che ho incontrato
un cliente da sola, senza nessuno a spiegarmi cosa
fare. Non era qui a Newburgh bens a Ossining. Dopo un
quarto d'ora cominciai a sentirmi disorientata e dopo un'ora
mi parve di sentire in lontananza un pesante macchinario
che vibrava emettendo un rumore sordo e martellante, fin
quando mi resi conto: era il sangue che mi pulsava nella
testa. Fui sul punto di perdere i sensi e vomitare. E a dirla
tutta sono svenuta e ho vomitato, ma per fortuna ero sola.
Come diceva Lucille Vuoi metterti alla prova, saresti anche disposta
a buttarci il sangue, ma a che serve? Non ha pi importanza.
Lui non lo sapr mai.
Mi disse solo che se avevo paura di farmi male era meglio
lasciar perdere. E invece sto giocando, e credo anche bene.
Per lo meno finora non ho commesso errori.
Sono ancora giovane. Il tempo  dalla mia parte.
... riempire questi moduli? "Parenti prossimi"...
In carcere Claude Loomis ha avuto un ictus? O magari
qualcuno l'ha picchiato, causandogli un'emorragia cerebrale?
Questo spiegherebbe quella che sembra un'emiparesi
facciale. Se pure l'avessero picchiato non avrebbe denunciato
l'aggressione. ... ora glielo leggo, Claude. Vediamo di
capirci qualcosa... Avverto un odore stantio, il tanfo della
disperazione, proviene da Claude Loomis, o dalla pila
di documenti. Vorrei tanto appoggiare la testa sulle braccia,
stringermela per alleviare il dolore pulsante e ripararmi
il viso da quel bagliore fluorescente, chiudere gli occhi
e sprofondare nel sonno.
E questo che sta facendo Claude Loomis? Gli occhi sporgenti
sono socchiusi, le palpebre sembrano le pieghe nel corpo
di un rettile. Quando gli chiedo se si sente bene mormora
qualcosa: forse Signora!, o magari solo S o A-ha.
In questo carcere di massima sicurezza Claude Loomis
 un vecchio. Ha almeno cinquantanni e la maggior parte
dei detenuti sono giovani tra i venti e i trent'anni, bianchi,
neri, ispanici. Qualcuno  pi grande, sulla quarantina.
E poi fisicamente  svantaggiato. Purtroppo se la corte
d'appello rigetter il ricorso corre il rischio di crepare in
questo posto orribile. E, cosa ancora pi triste, gli hanno
risucchiato l'anima come midollo dalle ossa. Ma anche se
gli venisse accordato un nuovo processo, se fosse assolto e
rilasciato dopo undici anni di prigione...
Il guaio che mi  capitato.
Il guaio che ha distrutto la mia vita.
Sbircio di nascosto l'orologio - quello di mio padre, con
il cinturino d'oro bianco - mi accorgo inorridita che sono
passati meno di trenta minuti da quando sono entrata nella
stanza degli interrogatori. Trenta minuti!
Mettere piede fra queste mura di pietra spesse pi di tre
metri e sormontate da filo spinato, in questi labirintici corridoi
senza cartelli che segnalino l'uscita, dalle massicce
porte metalliche che si aprono solo digitando un codice, 
come fare un salto nella preistoria. Una curvatura temporale.
Anche se, in qualit di "visitatori", si  "liberi" di entrare
e uscire. E quando, esausti, si esce barcollando, non ci si
capacita di quanto poco tempo sia passato. Qui dentro una
sola ora equivale a molte. Un giorno a settimane. Un mese
a un anno. I detenuti usano l'espressione scontare il tempo.
In posti simili il tempo  una pena, come un lavoro forzato.
Almeno a mio padre questo  stato risparmiato. Si  scelto
una morte rapida davanti a un plotone di esecuzione.
Lo sogno spesso, Edward Diehl. Forse sempre, ogni notte.
Come si sogna di avere un groviglio inestricabile nel
proprio cuore, o di udire un accordo musicale ripetuto fino
alla pazzia, o l'evento ignoto e indicibile della propria morte.
Questo, nel mio ricordo, era diventata la citt di Sparta,
una muta sensazione fisica che mi serrava il cuore per
l'emozione. Laggi.
Dove li avevo persi. Mio padre, la mia famiglia.
Aaron Kruller, il mio amore.
Finora non ne ho mai parlato a nessuno, ma  per questo
che ho le mie buone ragioni per recarmi in macchina al penitenziario
di Newburgh, un buon motivo per venire qui
da sola ed entrare nel carcere dopo aver superato i numerosi
controlli. Il penitenziario statale di Newburgh  un'antiquata
fortezza che si affaccia sul fiume Hudson, sferzata
dal vento, del colore del piombo fuso, in questo nuvoloso
pomeriggio di novembre a quattordici anni, undici mesi e
cinque giorni dalla morte di Edward Diehl.
Vorrei tanto confidarmi con Claude Loomis, parlargli di
mio padre. Vorrei tanto avere il coraggio di toccare il braccio
di quest'uomo, sfiorargli il polso - sarebbe facile allungare
la mano oltre il divisorio di plexiglas e toccarlo, lievemente.
Il cuore mi batte forte, sto per arrischiarmi a farlo.
Loomis mi scruta, vigile e diffidente. Come se fiutasse il
pericolo nell'aria.
Non mi tocchi, signora!
Naturalmente non allungherei mai la mano per toccare
Claude Loomis! Qui dentro sono proibiti gesti cos confidenziali,
ogni tipo di contatto fisico, di comunicazione, cos
come  proibito il contrabbando. Te lo ripetono ogni volta
che entri nel penitenziario.
(In ogni modo, la stanza dove si svolgono i colloqui non
 sorvegliata. A meno che le autorit carcerarie non violino
segretamente la legge sulla privacy e la riservatezza dei
colloqui, qui non ci sono telecamere, non c' nessuno che
osservi e ascolti.)
Armata di pazienza, cerco di far capire a Claude Loomis
che deve prestarmi attenzione e rispondere alle mie domande,
 molto importante per lui. Cercando di non far trapelare
la mia esasperazione, gli spiego che non pu aspettarsi la
revisione del processo, o il suo rilascio, se non collabora...
Loomis continua a fissarmi, l'espressione seria. Inutile illudermi
che quest'uomo si fidi di me, riponga in me la sua
fiducia, e ancor meno che gli vada a genio. Con una smorfia
borbotta una frase incomprensibile, qualcosa tipo Vede,
signora, se anche avevo dei parenti sono morti, sono rimasto solo,
signora, accigliandosi e storcendo la bocca come intento in
una discussione.  sempre stato questo il suo atteggiamento
nei miei confronti? Non ho colto la sua ostilit? Con un
gesto spasmodico fa cadere a terra una cartellina, la mia
penna vola via rumorosamente, si ode un fracasso improvviso,
d'un tratto nello stanzino angusto si percepisce la tensione.
Claude Loomis balza in piedi, infuriato, ma perch?
Accadde tutto troppo in fretta, in seguito non avrei ricordato
la successione degli eventi.
Anche se penso di avere cercato di parlare con calma a
quell'uomo esagitato, come se non fosse successo niente, pregandolo
di sedersi, di abbassare la voce, altrimenti la guardia
avrebbe posto fine al colloquio. Ma Claude Loomis non
si calma, non mi ascolta. Per lui sono solo una rompiscatole
bianca, un'assistente legale, con gli occhi spalancati dalla
paura. Loomis mi guarda come fossi una nemica, non mi riconosce, non si ricorda di me, ha un'espressione disgustata,
furiosa, nei lucidi occhi scuri la sclera bianca spicca sull'iride,
ha lo sguardo di un animale terrorizzato. Inconsapevolmente
- forse era un gesto rivolto a mio padre, nella stanza
d'albergo - allungo una mano verso quell'uomo, che mi
lancia una maledizione e la scansa come fosse un serpente.
Alzandosi ha rovesciato la sedia, adesso vi si impiglia con
le gambe, se ne libera con un calcio violento, la sedia sbatte
contro il muro. Si protende oltre il divisorio di plexiglas
e mi afferra per le spalle, mi strappa il risvolto del tailleur
di lana blu e mi spintona contro il muro. Nel frattempo la
corpulenta guardia bianca  accorsa nella stanza imprecando
contro Loomis - in situazioni come questa la tecnica dei
secondini  gridare, urlare bestemmie - lo afferra e lottando
lo inchioda a terra. Nello stanzino risuonano le grida,
le voci assordanti dei due uomini.  accaduto tutto in pochi
secondi, come un incidente automobilistico. Senza lasciarmi
il tempo di capire, per poterlo riferire. Mi aggrappo
a qualcosa, per non cadere. Cerco con tutte le mie forze
di non svenire, di non farmela addosso. Ho la testa che mi
scoppia, ho sbattuto contro il muro. I preziosi documenti
sono sparsi dappertutto. Le carte del fascicolo riguardante
il caso di LOOMIS, CLAUDE T. sono sparpagliate sul pavimento.
Certificati, cartelline, copie di verbali. La mia borsa
di pelle, la valigetta. Ormai Emmet ha immobilizzato il
detenuto pancia a terra, la faccia contro il pavimento. Con
gesto esperto punta il ginocchio sulla schiena dell'uomo
prono, e lo ammanetta. Loomis ha i polsi grossi, le manette
di metallo affondano nella carne violacea. Emmet gli storce
polsi e braccia dietro la schiena, per fargli male. Rientra
nella procedura standard, come bestemmiare e urlare oscenit.
Questo  motivo di grande eccitazione per i secondini,
il momento di trionfo che aspettano con pazienza dopo
ore di noia e di tedio. L'adrenalina scorre nel sangue, potente
come una droga. Meglio del sesso.
Malgrado tutto cerco ancora di intervenire - anche se ormai
la questione riguarda solo la guardia e il detenuto, 
una faccenda tra uomini - tento di spiegare che forse  stata
colpa mia, avr detto qualcosa di sbagliato, senza volerlo,
ho ricordato a Loomis i suoi familiari, il cliente aveva
avuto una reazione eccessiva, forse l'effetto dei farmaci che
assumeva era svanito, non era colpa sua, ma una seconda
guardia, cos somigliante a Emmet da sembrare un fratello
o un cugino, sopraggiunge di corsa e mi porta fuori dalla
stanza, provo a opporre resistenza ma mi conduce fuori a
forza, ques'uomo peser almeno una cinquantina di chili
pi di me, mi chiama Signora e mi dice a voce alta Signora,
il colloquio  finito, l'uscita  da questa parte, balbetto qualcosa
cercando di spiegargli che devo raccogliere le mie carte,
non posso lasciare l quei documenti, ma la guardia replica,
senza affatto nascondere il suo disprezzo Signora questo
lo stabilir il direttore.
Sto tornando a Peekskill in macchina, senza i documenti!
Tutta tremante, e intanto rifletto sulla lezione ricevuta!
Sono convinta che sia stata colpa mia. Ho commesso un
errore madornale. Forse in effetti ho toccato Claude Loomis.
A torto l'ho considerato solo un uomo ferito, non mi
sono resa conto che era furibondo.
Non toccarmi, bianca. Non avvicinarti.
Quando cominciai a lavorare come collaboratrice per l'organizzazione
senza scopo di lucro Osservatorio sulla regolarit
dei procedimenti giudiziari, ero animata dalla speranza
di "condividere" qualcosa, "creare un legame" con
i clienti. Con gli indigenti, le persone psicologicamente labili,
per la stragrande maggioranza neri, ispanici, nativi
americani. Ero ingenuamente desiderosa di raccontare loro,
donne e uomini, l'esperienza di mio padre con la legge a
Sparta, nello stato di New York. Dicevo Mio padre  stato assassinato
dalle forze dell'ordine. Mio padre non  morto per avere
commesso un crimine, ma perch sospettato di averlo commesso.
Dicevo Mio padre  morto perch era un indiziato.
Non dicevo che lo avevo visto morire, contorcersi agonizzante
dopo essere stato falciato da una raffica di pallottole, che se l'era andata a cercare, malgrado avesse cercato
di farsi schermo con le mani protese. Non dicevo Mio padre
mi ha preso in ostaggio.
Non c'era alcun bisogno di spiegare Mio padre mi ha preso
in ostaggio perch era disperato, perch mi amava. Non mi avrebbe
mai fatto del male.
N di argomentare Pap mi amava, perch mai avrebbe voluto
farmi del male?
A volte vedevo le sue mani in quelle di sconosciuti. Come
le avevo viste in quelle mutilate di Claude Loomis. Le mani
forti e abili di pap, con le dita larghe e schiacciate, le mani
di un lavoratore.
A volte le mie parole producevano qualche effetto. O almeno
cos supponevo.
Altre no. Il cliente mi fissava con indifferenza, o con un
sorriso di scherno. Forse non mi aveva nemmeno ascoltato.
La scenetta che recitavo non era convincente. Nella mia
vanit speravo di trasmettere il messaggio Ascolta, io ti capisco!
Quello che  successo a mio padre mi rende una di voi.
Non respingermi, sono qui per condividere i tuoi problemi e aiutarti,
ma era come se mi leggessero dentro, non si facevano
incantare.
E cos ho finito per non parlare quasi pi di mio padre.
Non pronuncio nemmeno pi il nome di "Edward Diehl"
con colleghi e amici, quando non posso fare a meno di dire
che mio padre "non c' pi,  morto anni fa, quand'ero ragazza"
e vivevo a Sparta, nello stato di New York, in quella
regione collinosa al margine occidentale degli Adirondack.
Adesso non risiedo stabilmente in nessuna citt, mi fermo
qua e l per qualche periodo. Da quando la mia famiglia lasci Sparta.
Aaron.
Pronunciai il suo nome prima ancora che aprisse bocca.
Lo riconobbi all'istante.
Mi stava aspettando nel corridoio davanti al mio ufficio,
che dividevo con numerosi altri collaboratori. Non ci vedevamo da parecchi anni, ma profer il mio nome in tono
piatto, brusco: Krista.
Senza sorridere n porgermi la mano, come  uso nella
mia professione; fui io a stringere la sua.
Aaron! Che piacere vederti...
Ero appena rientrata dopo l'incidente a Newburgh, mi
sentivo stordita, immersa in un'atmosfera irreale. Avvertivo
un lieve ronzio nelle orecchie, come mi capitava quand'ero
sovraccarica di lavoro, e in quell'attimo pensai  venuto per
riportarmi a Sparta.
E poi Nessun amore  come il primo!
(Forse era la voce beffarda di Lucille. Negli ultimi anni
vedevo poco mia madre, eppure la sua voce mi s'imprimeva
sempre pi nel cervello.)
Mi resi conto che la mia facilit di eloquio, il calore con
cui l'avevo salutato e il sorriso che indicava sicurezza e fiducia
in me stessa erano atteggiamenti che gli risultavano
estranei. Sembrava imbarazzato, a disagio. Disse di avermi
rintracciato l a Peekskill tramite alcuni miei parenti di
Sparta. Indossava una giacca di montone e stivali da lavoro.
I folti e ispidi capelli scuri cominciavano a diradarsi sulla
fronte. Il volto spigoloso si era arrotondato, appesantito, ma
la pelle era ancora butterata e solcata da cicatrici appena visibili,
e gli inquietanti occhi d'acciaio erano come li ricordavo.
Gli occhi che avevo visto nello specchio schizzato d'acqua
sul lavandino del bagno in casa di sua zia, quella sera.
Malgrado la padronanza che ostentavo, rivederlo fu uno
shock. Uno dei tanti traumi della mia vita da adulta.
Non gli chiesi perch non mi avesse avvertito di quella
visita, poteva sembrare scortese. Perch si era sobbarcato
quasi cinquecento chilometri di macchina sperando di incontrarmi
di persona, invece di telefonarmi? C'era un che
di ostinato e fatalistico in quell'atteggiamento, mio padre
avrebbe fatto lo stesso, montare in macchina e attraversare
mezzo stato con la speranza di incontrare mia madre o almeno
parlare con lei, Ben o me. Senza avere il coraggio di
chiamare prima, per il timore di un rifiuto.
O forse, conoscendolo, Aaron Kruller voleva incontrarmi
faccia a faccia. Forse una conversazione telefonica l'avrebbe
messo in una posizione di svantaggio. Quell'uomo, pur
cos aggressivo e virile, aveva una sorta di irragionevole timidezza
maschile.
Una volta tornata in ufficio dopo il fallimento della visita
al penitenziario di Newburgh avevo appreso con sollievo
che il mio superiore non c'era. Uno dei legali dell'osservatorio
mi aveva avvertito che un tale mi stava aspettando
al piano superiore. Replicai che se era un cliente non ero
in condizioni di riceverlo, ma rispose che non gli sembrava,
e aggiunse: O forse lo  stato in passato, ora non pi.
Aaron era venuto per riferirmi una notizia sconvolgente:
una donna di Sparta aveva delle rivelazioni da fare sulla
vicenda di Zoe, e voleva comunicarle a lui e a me, insieme.
Delle rivelazioni?... Di che si tratta?
Non l'ha detto. Vuole che andiamo a trovarla insieme.
Doveva trattarsi di Jacky DeLucca, pensai. La donna
che mi aveva ricevuto nel villino di arenaria in West Ferry
Street, congedandomi con un bacio sulla testa, in maniera
insolitamente affettuosa.
Con ogni probabilit Aaron ignorava che conoscessi la
coinquilina di Zoe. La donna che voleva vederci, mi spieg,
era stata amica intima, quasi "una sorella", di Zoe al tempo
della sua morte, adesso era malata terminale di cancro
e aveva qualcosa da rivelarci prima che fosse troppo tardi.
Ha detto proprio cos: "rivelare". A noi due, insieme.
Parlava con quella sua voce atona, in tono brusco, riuscendo
a dissimulare l'emozione che certo provava.
Eravamo nel mio ufficio, o meglio, nel cubicolo riservatomi
in quanto collaboratrice. Avevo avuto l'impressione
che Aaron preferisse non entrarvi. Forse riteneva che l'Osservatorio
sulla regolarit dei procedimenti giudiziari fosse
un'agenzia governativa, che collaborava con l'ufficio
del pubblico ministero della contea. Magari pensava che
fossi un avvocato, che avessi lasciato Sparta per entrare a
far parte del mondo dei tribunali, della giustizia, del sistema penale. Parlava lentamente, evitando di guardarmi negli
occhi, quasi a fatica, come chi eserciti una forza contro
un oggetto resistente. Un pensiero mi attravers la mente:
lavora ancora nell'Officina Kruller! Conduce la solita esistenza
a Sparta, che un tempo aveva una sorta di fascino
romantico, assolutamente virile, fisico. Parlare gli costava
quasi uno sforzo penoso, doloroso come quell'argomento.
Mi ricordai di quando mi aveva letteralmente strappato
dalle dure mani di Duncan Metz. E di quei momenti nel
bagno di sua zia, poi nella sua macchina, aveva spiccicato
a malapena qualche parola, eppure comunicandomi cos
tante cose. Pensavo: Prova vergogna, ancora oggi. Non ha dimenticato
quello che ha fatto.
E anche Non immagina quanto desideravo che accadesse.
Qualunque cosa mi avesse fatto, lo desideravo.
I suoi modi mi ricordavano mio fratello Ben, che vedevo
solo un paio di volte l'anno, a casa di nostra madre a Port
Oriskany, nella parte occidentale dello stato.
Lucille si era risposata con un uomo che aveva quindici
anni pi di lei, agente di commercio ormai in pensione per
un'azienda di cuscinetti a sfera di quella citt, uno che si
definiva cristiano. Lucille aveva cambiato vita, si era gettata
alle spalle la vecchia esistenza che conduceva a Sparta
con la disperazione di chi si libera di un indumento inzuppato
d'acqua per non annegare.
"Jacky DeLucca." Non la vedo da vent'anni.
Se pure rimase sorpreso nell'apprendere che conoscevo
Jacky DeLucca, Aaron non lo diede a vedere. Quando lo incalzai
per sapere cosa avesse da dirci Jacky DeLucca, Aaron
scroll le spalle, lo ignorava e non si era posto il problema.
Gli riusciva ancora difficile parlare della madre. Aveva pronunciato
la parola Zoe con un tremito nella voce atona, dalla
cadenza settentrionale dello stato di New York.
Mi venne l'impulso sconsiderato di imitare Zoe Kruller
con il suo grembiulino bianco di Honeystone's. Ehi! Lo dicevo
che eri tu.
Quella voce roca e profonda Cosa tu prendi?
E quell'avido sorriso malizioso, gli occhi bramosi.
Adesso Aaron mi guardava pi apertamente. Nei suoi
occhi percepivo lo stesso desiderio: con la sensualit aggressiva
dei maschi, incerto del potere che aveva su di me,
sulla donna che ero diventata. Mi chiesi se ricordava l'antico
legame che ci univa.
Nel bagno di sua zia Viola, dove lei ci aveva lasciati soli.
Aaron Kruller si era appoggiato con tutto il peso sul mio corpo,
contro la schiena, le mani serrate attorno alla mia gola.
D'un tratto arross. Lo ricordava. Disse: ... bisognerebbe
partire stasera. Be', ti porto io, Krista.
Stasera? Non posso venire...
Ero davvero sconcertata. La calma apparente ostentata
quando nel mio ufficio mi ero trovata di fronte ad Aaron
Kruller, dopo diciassette anni, cominciava a vacillare.
Ma Aaron insist: Se partiamo subito saremo a Sparta per
le undici, e domani mattina possiamo andare dalla DeLucca.
Al telefono mi ha detto: " meglio se venite di mattina".
Presi a balbettare. Mi sentivo stordita, disorientata. Con
mia vergogna e sorpresa, cominciavo ad avvertire un palpitante
desiderio erotico per quell'uomo. Invece ribattei:
Aaron, vuoi scherzare! Non posso venire a Sparta questa
sera. Non posso piantare baracca e burattini, qui al lavoro.
Ho bisogno di.... La mente mulinava, i pensieri vorticavano
come ruote nel fango. Ero indignata, offesa. Volevo
che Aaron Kruller sapesse che conducevo una vita impegnata,
che avevo responsabilit notevoli anche se lavoravo
in un ufficetto insieme ad altri colleghi, con una scrivania
spartana e cupi divisori decorati da riproduzioni raffiguranti
quadri di Georgia O'Keeffe e Edward Hopper. Devo
organizzarmi col lavoro, domani ho una giornata piena di
appuntamenti. Devo andare a Ossining. Dovr prenotare
una stanza d'albergo a Sparta...
Puoi fermarti da qualche parente, no? O da mia zia
Viola, lo sa che vieni.
Lo sa che vieni. Ecco un uomo abituato a decidere anche
per gli altri, a impartire ordini.
Gli spiegai che non volevo fermarmi dai parenti o da sua
zia. Mi disse che avrebbe prenotato una stanza durante il
tragitto, poco prima di arrivare a Sparta. Se  questo che
ti preoccupa.
Giocherellava con le chiavi della macchina. Era impaziente
di partire. Dal viso traspariva un barlume di superiorit maschile,
coercitiva, dalle sottili implicazioni erotiche. Non credo
che ne fosse consapevole, ma avvertii una fitta di antipatia.
Avevo una gran voglia di dirgli: Perch non mi hai avvertito
prima di sciropparti tutta quella strada fino a Peekskill?
Perch, in diciassette anni, non mi hai mai cercato?
Quando mio padre mor Aaron non mi aveva chiamato,
e l'avevo vissuta come un'offesa. Non aveva cercato di incontrarmi,
malgrado il legame profondo, indissolubile che
ci univa, ancora pi intimo di quello esistente tra me e Ben.
Perch Aaron aveva sentito il sangue che mi pulsava in
gola. Aveva percepito la vita che mi scorreva dentro, mentre
io avevo sentito il calore e l'urgenza del suo corpo di
maschio adolescente, attraverso le mani e l'inguine che
sfregava contro di me, in un rapimento sensuale. Non avevo
mai provato niente di simile in vita mia, n l'avrei provato
nemmeno da adulta, quel legame tra noi non si poteva
sciogliere.
Stavo per andare a casa, e invece tornai nell'edificio di
arenaria dove avevano sede gli uffici dell'Osservatorio sulla
regolarit dei procedimenti giudiziari, sulla Settima Strada,
a Peekskill, malgrado fossero le quattro del pomeriggio
passate e quasi tutti i colleghi e il mio superiore fossero andati
via. Ero rimasta molto scossa da quanto era accaduto
nel penitenziario, la nuca mi pulsava per il dolore e l'umiliazione
subita, la giacca di lana blu scuro era tutta strappata,
l'acconciatura a treccia si era sciolta. Non sopportavo
di tornare nell'appartamento vuoto che mi aspettava.
Posso partire tra un'oretta, devo prima passare da casa.
Verr a Sparta con la mia macchina.
No. Andiamo con la mia.
E... poi? Domani mi riaccompagni a Peekskill?
Certo. Non c' problema.
Sei ore di viaggio?  assurdo, Aaron.
Pronunciai quel nome, Aaron, con noncuranza: volevo
che suonasse piatto, banale. Un nome per me insignificante.
Lui mi aveva chiamato "Krista" in quel modo, mi ero
chiesta se l'avesse fatto di proposito.
Stavamo forse litigando? Avevo l'impressione che ad Aaron
Kruller non piacesse essere contrariato, nemmeno per
le piccole cose. Aveva deciso di portarmi a Sparta con lui e
mi stavo opponendo al suo proposito, con argomenti fondati,
tutte obiezioni che forse si aspettava; prendere la mia
macchina era una semplice forma di buon senso. Magari
non mi riteneva capace di guidare cos a lungo, era di vitale
importanza che andassi con lui, perch Jacky DeLucca
voleva parlare a entrambi, insieme.
O forse desiderava la mia compagnia per il tragitto in
macchina a Sparta quella sera, sull'autostrada che correva
verso nord lungo distese desolate, fino all'arrivo a tarda
notte in un motel di Sparta.
Nessun amore  come il primo.
Avvertivo una morsa al petto, il bisogno di resistere alla
volont di quell'uomo, di oppormi. Non ero pi una ragazzina
come ai tempi di Sparta, ero una giovane donna che lavorava
per l'Osservatorio sulla regolarit dei procedimenti
giudiziari; ero laureata, mi mantenevo e vivevo da sola.
Non ero sposata n fidanzata: non portavo anelli alla mano
sinistra. Frequentavo alcuni uomini, ma nessuno veramente
importante. Volevo che Aaron percepisse tutto questo.
Gli ribadii che sarei andata con la mia macchina, guidavo
bene. Aggiunsi che se voleva poteva seguirmi con la sua.
Obiett che sarebbe stato meglio andare con una sola
auto. Soprattutto se avesse nevicato, come annunciavano
le previsioni.
Le previsioni? Non le avevo sentite.
Forse non sei abituata a guidare di notte, Krista. Io s.
Come fai a saperlo?
Non  cos? Per sei ore?
Sei ore. Avvertii una fitta di panico. Esausta com'ero, sarebbe
stata una follia. Non era certo una buona idea, ma non
volevo rimangiarmi quello che avevo detto, avrei preso la
mia auto, sarei partita entro un'ora. Ribadii: Voglio andare
con la mia macchina, Aaron. Altrimenti non vengo.
Davanti a quel netto diniego, Aaron si arrese. Si mise a
ridere per mostrare che non se l'era presa, e replic: Okay,
Krista. Come vuoi.
SOLO SE HAI UNA GAMBA FANTASMA CHE TI FA UN MALE CANE
RIESCI A USARNE UNA FINTA.
Sul davanzale di fronte alla mia scrivania ho affisso questa
frase di una mia cliente, scritta a mano su un cartoncino.
Mi sarebbe piaciuto che Aaron Kruller la notasse e facesse
un commento, ma non era da lui.
La mia cliente era una donna tarchiata affetta da diabete,
condannata all'ergastolo per omicidio colposo, risalente al
1974; aveva ammazzato a coltellate il marito violento che le
infliggeva continui maltrattamenti. Quando il suo caso era
stato portato all'attenzione dell'Osservatorio sulla regolarit
dei procedimenti giudiziari, Jasmine stava scontando la
pena nel penitenziario di Lyndhurst da ventisette anni. Non
aveva ricevuto cure adeguate per il diabete, il piede destro
era andato in cancrena e avevano dovuto amputarglielo.
Alla fine aveva perso anche la gamba, eppure continuava
a sentire l'arto mancante, a volte provava fitte lancinanti.
Jasmine era convinta che il "dolore fantasma" le fosse
necessario per localizzare mentalmente il piede e la gamba
amputati. Senza quel dolore non sarebbe riuscita a camminare
con la protesi che le avevano applicato.
L'organizzazione per la quale lavoravo era riuscita a far
commutare la condanna per omicidio colposo in una per
omicidio preterintenzionale con attenuanti, e cos Jasmine era
stata scarcerata dopo avere scontato quasi ventinove anni.
Probabilmente il triplo di quanto avrebbe scontato con
una condanna pi lieve.
All'epoca Jasmine aveva sessantun anni. Si poteva ben
dire che l'avevano defraudata di buona parte della vita, ormai
irrimediabilmente perduta, ma lei non era amareggiata,
provava anzi gratitudine. Nessun cliente dell'Osservatorio
sulla regolarit dei procedimenti giudiziari si era mai mostrato
cos riconoscente.
Grazie, GRAZIE! Mi ha restituito la vita e la speranza, Krista.
Mentre diceva quelle parole mi prese le mani tra le sue. Le
mie mani di ragazza bianca, lisce e immacolate, tra le sue,
scure, da sessantunenne, che tremavano per l'emozione. E
poich non le bastava quel gesto, Jasmine mi abbracci forte.
Sai, Krista, prego per te. Prego per te, non per me, e le mie preghiere
saranno esaudite.
Mi piaceva pensare che fosse vero, avevo aiutato quella
donna a riprendersi la sua vita, e che, sebbene non potessi
in alcun modo modificare il mio passato o il mio futuro,
potessi aiutare gente come Jasmine. Potevo farlo!
Grazie all'Osservatorio sulla regolarit dei procedimenti
giudiziari ne avevo la possibilit.
Quel pomeriggio nel mio ufficio speravo che Aaron Kruller
notasse la frase appesa sul davanzale, che si soffermasse
a leggerla, incuriosito; che la pronunciasse a voce alta,
come avevano fatto altri visitatori, e mi chiedesse cosa significava;
cos glielo avrei spiegato, gli avrei detto di chi era.
Aaron avrebbe commentato  meraviglioso, Krista.
Oppure Che frase profonda, Krista. Tifa riflettere.
O magari Hai fatto uno splendido lavoro, restituire giustizia
a chi non ne ha avuta. Come tuo padre e il mio.
Naturalmente Aaron Kruller non disse niente di tutto
questo. Se anche aveva sbirciato il cartello appeso sul davanzale,
non si avvicin a leggerlo; tanto meno lo lesse a
voce alta, incuriosito. Disse invece che mi avrebbe aspettato
al piano di sotto, davanti all'ingresso, moriva dalla voglia
di fumare una sigaretta e in quell'edificio era vietato.
Sull'autostrada Aaron mi seguiva con la sua auto, una
Buick nuovo modello. Io avevo una Saab del 1999 acquistata
da un collega, un vero affare. Nello specchietto retrovisore
vedevo le luci dei suoi fari. In quelle condizioni di guida -
pioggia gelida, vento - non potevo superare i novanta chilometri
orari. Cio, non volevo andare a velocit pi sostenuta.
Aaron procedeva dietro di me, paziente, tenendomi
d'occhio. Dopo diciassette anni era di nuovo protettivo nei
miei confronti. O cos mi illudevo.
La mente era un tumulto di pensieri: Aaron Kruller era
rientrato nella mia vita.
In realt non ne era mai uscito, anche se quella considerazione
l'avrebbe sorpreso.
Come Jacky DeLucca. Di lei, persone come mia madre
dicevano sprezzanti Ma non si vergogna?
O forse si riferiva a Zoe Kruller. Alle due donne che abitavano
insieme in West Ferry Street. "Cameriere" nei locali
sullo Strip: un modo per dire "prostitute", che si meritavano
quello che poteva accadere loro per mano di uomini.
Lucille Bauer di vergogna ne aveva provata, eccome!
L'anima di mia madre ne era intrisa come di grasso.
Mentre guidavo sull'autostrada in direzione nord, mi ricordai
di Jacky DeLucca: il volto pallido, malinconico, carnoso,
pesantemente truccato, gli occhi grandi dallo sguardo implorante
che comunicavano un insaziabile desiderio d'amore,
cos potente che trasudava anche dal suo corpo grassoccio.
A Zoe volevo un bene dell'anima, mi aveva confidato in tono
assorto, accarezzandomi il braccio e facendomi rabbrividire,
era strano che un adulto si lasciasse andare a una confidenza
cos intima, una confessione che mia madre non avrebbe
fatto nemmeno in un momento di estrema debolezza.
Prometti che tornerai a trovarmi, Krissie?
Glielo promisi, ma non l'avevo fatto.
Nessuno mi chiamava pi Krissie. Nemmeno in famiglia,
dai tempi di Sparta.
Solo pap mi aveva amato in quel modo, pensavo. In
maniera incondizionata, assoluta. Il che non significa che
mio padre non sapesse essere crudele con me, ma mi voleva
bene, la crudelt era parte del suo amore. Lo sai che pap
ti vuole bene, vero, micetta? S, lo sapevo.
Cercavo di ricordare come Zoe Kruller fosse entrata nelle nostre vite. Un pomeriggio ero tornata inaspettatamente
da scuola, e avevo trovato Zoe, nella nostra cucina! L nella
cucina di mia madre mentre lei non c'era, come la principessa
di una fiaba entra nella capanna di un povero, con
conseguenze sempre sorprendenti. Probabilmente sin da
bambina sapevo che Zoe Kruller era stata anche in altre
stanze della casa di mia madre, per esempio in camera da
letto, insieme a mio padre.
Nel letto di mia madre, sotto la bellissima trapunta bianco
ostrica lavorata all'uncinetto, un "cimelio di famiglia"...
Zoe era stata anche l.
Non mi ero sbagliata: mi guardava con sguardo amorevole,
e mi aveva chiamato Krissie!
Una volta mi aveva dato un cono gelato pieno di insetti!
E pap si era arrabbiato con me, ce n'era voluto per perdonarla.
Ma poi l'avevo fatto, naturalmente.
Anche se pensavo che non era giusto, pap se l'era presa
con me per gli insetti. E poi se il cono me l'avesse dato
qualcun altro e non Zoe Kruller, pap sarebbe stato ben
lieto di riportarmi da Honeystone's e farmene dare un altro,
gratis.
Laggi, allora. Era meglio non pensare a quella ferita sepolta
nel mio cuore.
Oltrepassata Albany, all'uscita per Amsterdam lasciammo
l'autostrada per mangiare un boccone. Aaron aveva
programmato anche questo. Erano quasi le otto e mezzo
di sera, avevamo perso un sacco di tempo, pioveva ancora
a dirotto e a quell'ora l'autostrada era pericolosa con tutti
quegli enormi autotreni. Ci fermammo in un locale scarsamente
illuminato, dal nome inspiegabile, Caff del faro,
attiguo all'edificio squadrato di un motel, e sedemmo rigidi
e imbarazzati in un spar, l'uno di fronte all'altra. Una
coppia male assortita. Tra loro qualcosa non va. Evitano di guardarsi:
perch? Aaron appoggi i gomiti sul tavolo e si stropicci
gli occhi con i pugni, sbadigliando. Aveva guidato
quasi sei ore per venirmi a prendere a Peekskill, e adesso
stava tornando a Sparta, in pratica senza essersi riposato.
Una personalit ossessiva e ostinata. Potenzialmente
pericolosa.
Nell'organizzazione per cui lavoravo cercavamo di valutare
i clienti prima di accettarne la difesa. Volevamo capire
se fossero in grado di sopportare le tensioni che la riapertura
del loro caso avrebbe prodotto, nuove indagini, forse
un altro processo; alcuni erano in carcere da lungo tempo,
avevano perso le speranze. Altri in prigione erano diventati
mentalmente instabili. L'ideale era ottenere la commutazione
della sentenza, la concessione della grazia da parte
del governatore, un pubblico ministero che annullasse la
sentenza. Ma un nuovo processo era un'arma a doppio taglio.
Tornare a Sparta era un po' come affrontare un nuovo
processo. Mi chiedevo se avessi fatto bene a decidere cos
su due piedi.
Una cameriera venne a prendere le ordinazioni. Si vedeva
che era attratta da Aaron, risero come vecchi amici, lui la
guardava disinvolto, con una certa aria confidenziale, mentre
con me era taciturno. Pareva che gli fossi d'impaccio. In
lui c'era una sorta di ostinazione, una certa padronanza di
s, e mi sentivo esclusa. Ero offesa, arrabbiata. Mortificata.
Avvertivo un sottinteso erotico che non riuscivo a interpretare.
Come nel mio ufficio, dove Aaron non si era degnato
di guardarsi intorno, di notare i poster variopinti alle
pareti o il cartello sul davanzale.
Alla fine, mentre sorseggiava una birra, mi chiese come
me l'ero cavata, alludendo al viaggio in autostrada, non
alla mia vita.
Risposi che era andato tutto bene, ero abituata a guidare
da sola e spesso con cattive condizioni atmosferiche, mi
piaceva, e in quei momenti ascoltavo musica.
Gli spiegai che avevo messo i preludi e le fughe per clavicembalo
di Bach, e i concerti per clavicembalo. Gli dissi
che nessuno come Bach aveva il potere di placare la mente,
di "infondere speranza".
Aaron replic che lui aveva ascoltato gli Axe, Mr Big e i
Metallica. Aveva una radio satellitare, l'aveva fatta installare anche negli autocarri col rimorchio o col pianale che
guidava.
Parlava in tono piatto, con una sfumatura di derisione.
Poi si lasci andare a una sonora risatina stridula, che mi
diede sui nervi.
Mi chiese se sapevo cos'era una radio satellitare. Non ne
ero sicura. Non avevo mai sentito gli Axe, Mr Big o i Metallica,
ma immaginavo che tipo di musica fosse.
Aaron si era tolto la giacca di montone e l'aveva gettata
in un angolo del spar. I polsini della camicia erano sbottonati,
arrotolati. Notai gli avambracci muscolosi, e dei tatuaggi
violacei a forma di ragnatela. Osservai le mani dalle
grosse nocche, ricoperte di cicatrici, e le spesse unghie
da uomo, orlate di grasso. Mani da manovale, come quelle
di mio padre. Mi venne da pensare Sa che allora lo amavo.
Ma non poteva sapere cosa provassi per lui adesso. Mi
illudevo di non nutrire forti sentimenti nei suoi confronti.
Aaron mangi in fretta, in modo distratto. Mangiava
come chi sia abituato a consumare i pasti da solo, ponendo
scarsa attenzione al cibo. Beveva birra dalla bottiglia. Si
sarebbe anche fumato una sigaretta a met della cena, ma
nel Caff del faro era proibito.
Avevo un gran desiderio di sapere se Jacky DeLucca ci
avrebbe detto chi aveva ucciso Zoe Kruller. Era quello il segreto
che voleva "rivelare", dopo quasi vent'anni? Ma non
avevo il coraggio di chiederglielo.
Come potevo pronunciare quelle parole ucciso, Zoe? Era
impossibile.
Al Caff del faro, seduti in quel spar buio, con il sottofondo
di una musica martellante e il chiacchiericcio degli
altri avventori, mi torn alla mente la County Line Tavern,
dove mio padre mi aveva portato quella sera. Al pensiero
che allora mio padre era vivo, e adesso non pi, avvertii
un senso di vertigine, d'impotenza. Era vivo come Aaron
Kruller, che adesso mi sedeva di fronte.
Com'era sconcertante la presenza di Aaron l davanti a
me! Le sue mani mi ricordavano quelle di mio padre, avevo
una gran voglia di prenderle tra le mie. Quasi che davanti
ai miei piedi si fosse aperta una voragine, uno di quegli
spaventosi incidenti che capitano di tanto in tanto, com'era
accaduto a Sparta in una cava di gesso, quando ero bambina:
un operaio su un bulldozer era finito in un baratro spalancatosi
improvvisamente nella terra.
Seppellito sotto tonnellate di ghiaia. Il corpo non ancora rinvenuto.
Soffocato. Dichiarato morto. Il corpo non ancora rinvenuto.
Aaron allung una mano e mi tocc il braccio. Non me
l'aspettavo, quel tocco brusco mi fece trasalire. Ehi? Tutto
bene?
Mi affrettai a rispondere di s. Tutto bene.
Forse ero un po' intontita, annebbiata, per avere guidato
cos tanto. L'autostrada. Il manto stradale, i fari. Quei dannati
camion col rimorchio.
... stavo pensando alla cava di gesso. L in Quarry Road,
dalle parti dove abitavi tu. Mi chiedevo se sia ancora aperta.
Certo. Ci lavorano dei miei amici.
E l'officina di tuo padre?  ancora l? In Quarry Road?
Che ingenuit! Come se ci fosse bisogno di spiegare ad
Aaron Kruller dov'era l'officina del padre.
No. Non c' pi.
A quelle parole non seppi cosa replicare. Aaron sorseggiava
la birra, tra un boccone e l'altro. Le mascelle erano
punteggiate da una barba scura, aveva lo sguardo basso,
cupo, o cos mi parve. La cameriera torn al nostro spar
e ci chiese in tono allegro, con una voce di gola, eccitata:
Prendete altro?. Aaron sollev la bottiglia di birra per indicare
che ne voleva una seconda, ma senza prendersi la
briga di parlare, n degnarla di uno sguardo. Era un gesto
condiscendente e pieno di indifferenza, e avvertii un fremito
di soddisfazione, meschino, gretto, misero.
Hai ancora quella vecchia bicicletta? Quella che pareva
fatta con dei tubi?
Ges, no.
Scoppiammo a ridere. All'improvviso ci ritrovammo a ridere. Era una domanda assolutamente sciocca come quella
su Quarry Road, ma suscit la mia ilarit. Il cuore mi martellava
come se, voltandomi, avessi visto la terra aprirsi sotto
i piedi, e non potessi muovermi, paralizzata dallo stupore.
Credi sia rimasto un ragazzino sfigato? Che va ancora
su quella bicicletta malandata?
Adesso Aaron mi guardava in modo pi disinvolto, mi
chiedevo che impressione gli facessi. Se l'avessi sorpreso, a
Peekskill. Avevo trentadue anni, mi sentivo nel pieno della
vita, la mia adolescenza era finita a quindici anni. Mi piaceva
il mio nome, aveva un suono squillante, cristallino: Krista
Diehl. E il mio modo di interagire con gli altri, sentirmi
padrona di me: rimanevo calma come fossi protetta da
un'armatura, o da una camicia di forza, anche quando gli
altri - come Claude Loomis - perdevano il controllo. I miei
capelli erano cos chiari da sembrare incolori, d'una scintillante
tonalit argentea, li portavo intrecciati attorno alla testa.
Un uomo che sperava di portarmi a letto mi aveva definito
una bionda di Modigliani. Avevo replicato che le donne
di Modigliani avevano orbite vuote al posto degli occhi.
A differenza di Aaron, ero decisa a mostrarmi affabile. Gli
chiesi della sua famiglia: del padre, di sua zia Viola, dei Kruller.
Parlavo a voce bassa, come per paura che mi sentissero.
Con il suo tono piatto e brusco, che non esprimeva alcuna
emozione a parte il disprezzo, Aaron rispose che suo
padre era morto da qualche anno.
Gli dissi che mi dispiaceva.
Aaron scroll le spalle e si fece un lungo sorso di birra
dalla bottiglia.
Gli chiesi di sua zia Viola, e lui replic che stava bene.
Finalmente si  sposata. Cio, lo era gi stata, ma questa
volta sembra che vada meglio.
Gli dissi che mi faceva piacere. Tua zia fu molto carina
con me, quella sera.
Quella sera ero completamente stordita, in preda alla
nausea, rammentavo ben poco di quanto era successo. Ma
ricordavo che la zia di Aaron aveva chiamato mia madre
e le aveva fatto credere che ero a casa di un'amica, c'erano
stati dei problemi in famiglia e non avevo potuto avvertirla
prima. A quanto pareva Lucille se l'era bevuta.
La mia ansiosa e sospettosissima madre! Rabbonita
all'idea che un'altra famiglia di Sparta avesse dei problemi.
All'improvviso Aaron scoppi a ridere, come se mi avesse
letto nel pensiero. Stava staccando l'etichetta della bottiglia
di birra con un'unghia spessa e sporca. S, Viola sta
bene. Forse la vedrai.
Perch mai dovevo incontrare la zia di Aaron? Non riuscivo
a immaginarlo.
Come sta tuo fratello Ben?
Non pensavo che Aaron Kruller si ricordasse di lui, e ancora
meno del suo nome, o che desiderasse avere sue notizie.
Ben fa l'ingegnere chimico, lavora per i Laboratori Pierpont,
a Schenectady.  sposato e ha un figlio. Non gli dissi
che tra me e Ben c'era un rapporto strano, che evitavamo di
affrontare l'argomento, e che tutto era cominciato quando
lui si era convinto che nostro padre fosse un criminale, un
assassino, mentre io avevo continuato ad amarlo.
Non sapevo che conoscessi Ben. Non eravate nella stessa
classe, no?
Certo che ci conoscevamo. Aaron tacque, bevve un altro
sorso. Aveva allontanato un poco il piatto, ormai vuoto.
Sul viso gli comparve uno sguardo furbo, guardingo, quasi
beffardo. Ben mi conosceva.
Mi ricordai delle voci che giravano all'epoca, secondo cui
Aaron aveva malmenato mio fratello, e che Aaron aveva
mentito per proteggere suo padre Delray, mettendo cos nei
guai mio padre. Non c'erano prove a suo carico, ma quella
deposizione non era certo servita a dissipare i sospetti.
Adesso Delray era morto, come Eddy Diehl.
Esisteva una fratellanza nella morte, pensai.
Volevo chiedere ad Aaron notizie di Mira e Bernadette, le
mie compagne delle superiori. Quelle ragazze crudeli che si
spacciavano per mie amiche, e che con la loro volgare sfrontatezza
emanavano un certo fascino. Avevo sentito dire che
Mira Roche era morta di overdose, ma in tutti quegli anni
non avevo saputo niente di Bernadette, n di Duncan Metz.
Gli chiesi che ne era di lui. Con quel suo tono lievemente
beffardo, Aaron rispose che Metz era "scomparso".
"Scomparso" in che senso?
Probabilmente giustiziato per qualche affare di droga.
Il corpo non  mai stato ritrovato.
Giustiziato! La parola faceva pensare a una punizione
irrevocabile.
Grazie di avermi salvato la vita, caro Aaron.
Non avevo mai spedito nessuna di quelle lettere. Le avevo
strappate in mille pezzi per assicurarmi che mia madre
non le leggesse. Eppure adesso avvertivo un lieve moto di
paura al pensiero che in qualche modo Aaron ne conoscesse
il contenuto.
Mi chiese da quanto tempo vivevo a Peekskill, e glielo
dissi: da due anni. Pensavo mi domandasse se ero sposata,
ma naturalmente non lo fece. Gli spiegai che il mio lavoro
mi affascinava, pur se spossante, e a volte deludente, scoraggiante.
L'Osservatorio sulla regolarit dei procedimenti
giudiziari era un'organizzazione senza scopo di lucro fondata
nel 1972 che svolgeva indagini sugli illeciti perpetrati
da forze dell'ordine e magistrati inquirenti.
Quando vengono compiuti arresti illegittimi, e nei casi
di interrogatori, processi, condanne e detenzioni illegali. E
a volte di condanne a morte.
Gli raccontai che avevo frequentato l'universit dello stato
di New York a Binghamton, e mi ero laureata alla Cornell in
criminologia, adesso lavoravo come collaboratrice di un avvocato.
La maggior parte dei legali di quell'organizzazione
prestavano gratis la loro opera, mentre i collaboratori ricevevano
uno stipendio. Gli dissi che stavo cercando di mettere
da parte un po' di soldi, intanto facevo esperienza, speravo
di iscrivermi alla facolt di legge di l a un paio d'anni.
Aaron non fece commenti. Proprio come mio fratello Ben.
Immaginavo che Aaron non avesse preso il diploma. Ricordavo
che era stato espulso al terzo anno.
Volevo rivelargli qualcosa di me. Dettagli non troppo intimi,
che formavano una specie di corazza.
Gli raccontai che quando ero stata assunta dall'organizzazione
avevo cercato di contattare gli investigatori di Sparta -
Martineau e Brescia, non avrei mai dimenticato i loro nomi
- che avevano svolto le indagini sulla morte di sua madre.
Ma Martineau era andato in pensione, e Brescia non aveva
mai risposto alle mie chiamate. Avevo cercato di parlare con
il capo della polizia subentrato a Schnagel, in pensione anche
lui, ma non aveva mai trovato il tempo di ricevermi. Quando
telefonavo mi mettevano sempre in attesa. L'ultima volta
li avevo minacciati di citarli in giudizio, volevo visionare i
loro archivi, e una voce aveva replicato Attenda in linea, prego.
Scoppiai a ridere. Forse volevo suscitare l'ilarit di Aaron
Kruller. Invece distolse lo sguardo, il volto s'irrigid,
assunse un'espressione assente.
Alcuni uomini reagiscono cos, quando sentono violata
la loro intimit.
Guardava alle mie spalle, il flusso dei fari delle auto che
svoltavano nel parcheggio del ristorante.
Sul suo volto vedevo i riflessi del movimento ipnotico
delle luci fuori dalla vetrina sferzata dal nevischio, come un
gioco di luci irradiate da una cascata sulla roccia. Avvertii
un lieve moto di soddisfazione, era tornato da me.
Gli domandai se Sparta era cambiata molto da quando
ero andata via, nel 1988, e lui rispose che immaginava di s.
Quando vivi in un posto non te ne accorgi. Non mi sono
mai mosso da l.
Gli chiesi se aveva venduto l'officina del padre, rispose
di s, se poteva definirsi una "vendita": aveva liquidato
i beni di famiglia per saldare quei dannati prestiti e ipoteche
accesi da Delray. Ma adesso possedeva in societ una
carrozzeria in Garrison Road e gli affari andavano bene.
Sono diventato un "cittadino" per bene. Ho un'attivit,
con dei dipendenti. Ma ci lavoro anch'io.
E ti piace il tuo lavoro, Aaron, vero? Lo stesso di tuo
padre...
Certo. Aaron rise, come se avessi fatto una domanda
sciocca, che non andava presa sul serio.
Desideravo tanto chiedergli se era sposato. Sapevo che
non mi avrebbe mai parlato di faccende cos personali. Invece
gli chiesi della carrozzeria, dove si trovava di preciso
in Garrison Road, del socio, e in cosa consistesse il lavoro
di una "carrozzeria".
Quando la cameriera ci port il conto Aaron insist per
pagare. Apr il portafogli e mi mostr un'istantanea che ritraeva
un bimbo con il volto sorridente e le fossette sulle
guance. In tono enigmatico disse: Davy, a due anni. Adesso
 pi grande.
Tuo... figlio?
Esaminai la foto. Il cuore mi batteva forte, provai un'invidia
improvvisa.
 bellissimo, Aaron.
Non mi assomiglia molto, per fortuna. Lui  okay.
Il bimbo aveva gli occhi tristi del padre, e la forma delle
mascelle ricordava lontanamente quella di Aaron. Ma aveva
i capelli chiari e leggermente ondulati, e la pelle molto
pi chiara della sua. Aveva poco dell 'indiano. Mi chiesi chi
fosse la madre. Dov'era, e perch Aaron non mi avesse detto
niente di lei, n mostrato una sua fotografia.
Quel bimbo era stranamente solo, in un prato soleggiato.
Guardava l'obiettivo, posto in alto rispetto a lui, con la bocca
dischiusa in un dolce sorriso fiducioso. Obliqua su di lui
si stagliava l'ombra di un adulto, quella del padre.
Aaron riprese il portafogli, lo chiuse e lo ripose in tasca.
Forse era in imbarazzo per avermi mostrato quella
foto, aveva di nuovo lo sguardo evasivo. Immaginai che
stesse pensando alla madre del bambino. Fin la birra, se
n'era scolate diverse bottiglie. Dei miei conoscenti nessuno
avrebbe bevuto tanto prima di mettersi alla guida,
ma non ero cos intima di Aaron da invitarlo alla prudenza,
con il dovuto tatto, come avrei fatto con un amico.
D'un tratto disse: Hai mai pensato che la vita  un
gioco? Un terno al lotto. Guarda come nasce un bambino. Contro ogni probabilit. Ges!. Rise, la sua voleva
essere una battuta.
No replicai io credo che ci sia uno scopo, un significato.
"Un significato"... uno solo? Vuoi dire... per la vita?
Aaron aveva un tono divertito, sprezzante.
Il fatto che ci troviamo qui, adesso, che stiamo andando
insieme a Sparta, dopo tutti questi anni. Tutto ci ha un
significato.
La voce vibr inaspettatamente per l'emozione. Mi sentivo
inquieta, turbata. Aaron distolse lo sguardo, come
imbarazzato.
La cameriera ricomparve lanciando ad Aaron un sorriso
speranzoso. Lui le lasci una lauta mancia, prese la giacca
di montone e scivol fuori dal spar.
Come se anni fa fossimo stati amanti. Prima di diventare adulti.
Impossibile liberarsi di quella convinzione, era come una musica,
un ritmo sensuale che sentivi solo quando chiudevi gli occhi
e sprofondavi nel sonno, quella musica ti travolgeva in un'onda
di desiderio da mozzare il fiato.
Sparta era una citt edificata su colline moreniche. Mentre
d avvicinavamo con le nostre auto le luci della citt erano appena
visibili, velate da una trama brumosa di pioggia gelida.
Attraversammo il Black River immerso nelle tenebre sotto di
noi, e percorremmo la statale 31 a est e a nord della citt fino
allo Sheraton Hotel, una struttura di recente costruzione dove
avrei pernottato. Aaron mi aveva prenotato una stanza con il
cellulare. Erano quasi le undici di sera quando arrivammo,
arrancavo per la stanchezza. Lasciammo la macchina nel parcheggio,
Aaron insist per accompagnarmi fino alla mia stanza,
al quinto piano. Nel corridoio, mentre aprivo la porta, ebbe
un attimo di esitazione, come se si aspettasse che lo invitassi
a entrare. Che mi voltassi e gli lanciassi un appello: Aaron, mi
sento cos sola, ho paura, Aaron, non lasciarmi.
Quando gli augurai la buonanotte tendendogli la mano
con un sorriso, si volt dicendomi che sarebbe passato a
prendermi l'indomani mattina alle nove.


Capitolo 2.
... voglio darvi la mia benedizione, prima di morire. Voglio
benedire te, Krista, e te, Aaron. Adesso che Ges dimora
nel mio cuore posso farlo. Ma devo chiedervi perdono,
perch mi sono comportata ingiustamente con voi. L'ho
fatto anche con altri in vita mia, ma voi due, cos giovani,
ora rappresentate le persone a cui ho arrecato tanto male.
Vi prego, perdonatemi!
Jacky DeLucca parlava appassionatamente, con voce
rauca.
Jacky DeLucca: dopo quasi vent'anni era cos cambiata,
non l'avrei riconosciuta.
Il corpo un tempo florido e provocante pareva collassato
su se stesso, in modo irregolare, come terra in una voragine.
Sotto i vestiti s'intravedevano concavit, rigonfiamenti
e fenditure; indossava una specie di tuta da ginnastica di
flanella, di un assurdo rosa fenicottero. Il viso tondo, che
ricordavo sensuale e luminoso come neon grazie al trucco,
era raggrinzito, rimpicciolito, e aveva assunto un colorito
giallastro; le guance terree erano segnate da sottili rughe
verticali come solchi nella sabbia. Gli occhi un tempo scintillanti
erano ormai privi di ciglia e le palpebre avevano ceduto,
le sopracciglia che era solita delineare vistosamente a
matita parevano scomparse. Jacky non doveva avere nemmeno
sessantanni, ma ne dimostrava un'ottantina. Povera
donna! Portava una sbarazzina parrucca a caschetto che
brillava come se fosse fatta di fili argentei. Jacky se la tocc
con un sorriso ironico, sistemandola con cura. I miei "capelli!".
Non ci casca nessuno, vero? Ma la mia povera testa
calva non  un bello spettacolo. Nemmeno per me.
Con un gridolino sommesso si protese in avanti per afferrarmi
la mano, stringendomi smaniosa le dita. Avrebbe
afferrato anche quella di Aaron, ma lui si teneva discosto,
in piedi dietro di me; nel frattempo mi ero seduta su
una poltroncina con un cuscino infossato, vicino al logoro
divano su cui giaceva Jacky, le gambe rinsecchite coperte
da una trapunta sfilacciata. Me l'ha regalata il reverendo
Diggs.  proprio un santo! Gli ho detto: "Mi basta un vecchio
foulard da mettere in testa, ormai non ho pi vanit
femminile", e lui ha replicato con un sorriso: "Un po' di vanit
fa bene all'anima, Jacky. Maschile o femminile che sia".
Non compresi subito che Jacky si riferiva alla sua parrucca
argentea da quattro soldi.
Ero rimasta molto scossa davanti a quella povera donna
ed ero distratta dagli odori che aleggiavano in quella stanza,
da un trambusto di voci, grida e risate e da un rumore
che si udiva in qualche parte dello stabile, come di mobili
spostati. La stanza spoglia di Jacky DeLucca si trovava in
una specie di alloggio, una via di mezzo tra una casa d'accoglienza
e un rifugio per senzatetto con annessa una mensa
gratuita, attiguo alla Chiesa centrale dell'unit evangelica
di Sparta. Era un edificio religioso in mattoni rossi risalente
al diciannovesimo secolo, che sorgeva in Hamilton Avenue,
in un quartiere pieno di vecchie e imponenti chiese
e palazzi municipali; in passato aveva ospitato la Prima
chiesa episcopale di Sparta. Hamilton Avenue era una parallela
di Huron Boulevard, un tempo, molto prima della
mia nascita, era il quartiere residenziale pi prestigioso di
Sparta: vi sorgevano ville in arenaria, pietra calcarea, mattoni
e granito, enormi magioni con pilastri, portici e siepi
di ligustro alte pi di tre metri. Adesso erano state trasformate
in negozietti, uffici e appartamenti, e le siepi di ligustro
erano scomparse.
Prego, sedetevi! Aa-ron! Avvicina quella sedia...
Riluttante come un adolescente scontroso Aaron prese
una sedia di bamb e si sedette davanti a Jacky DeLucca,
ma di traverso. Evitava di guardarmi, eppure percepivo la
sofferenza sul suo volto.
... ho tante cose da rivelarvi. Finch mi rimane tempo...
Aaron aveva parcheggiato la macchina fuori, in un vasto
terreno abbandonato, dov'era stato demolito un complesso
di edifici nel tentativo di realizzare un progetto di
riqualificazione urbana, a quanto pareva improvvisamente
interrotto. Dopo tanti anni non riconoscevo quasi pi
il vecchio centro di Sparta, lasciato in uno stato di abbandono:
un dedalo di strade a senso unico, uno sfarzoso ma
pressoch deserto centro commerciale cui si accedeva solo
a piedi da South Main, quasi un chilometro di spazi verdi
che costeggiavano il fiume, delimitati da un lato da gigantesche
cisterne petrolifere e dall'altro dalla fabbrica di cuscinetti
a sfera di Sparta, annunciato da striscioni svolazzanti
con la scritta LUNGOFIUME BLACK RIVER: PROGETTO
MUNICIPALE PER I SERVIZI SOCIALI. L sul lungofiume, nella
fredda luce smorta di una mattina di novembre, numerosi
individui con l'aspetto da barboni, carichi di pesanti fardelli,
vagavano derelitti o giacevano inerti sulle panchine,
come le figure fasciate di George Segai. A parte il rumore
delle barche sul fiume regnava un silenzio quasi assoluto,
ma era un'atmosfera angosciante, che non invitava al raccoglimento.
In un moto quasi di disperazione mi venne da
pensare che la Sparta cos profondamente conosciuta da
mio padre, la citt nella quale era cresciuto, dove aveva lavorato
come falegname e capocantiere in un'impresa di costruzioni,
dove aveva vissuto una vita e a cui era cos attaccato,
non esisteva pi. E che lui era morto proprio perch
vi era cos attaccato.
... tuo padre, Eddy Diehl, che bell'uomo, Krista, ricordo
la prima volta che lo vidi, tanto tempo fa, al vecchio Tip
Top Club... Jacky DeLucca parlava con voce rauca, concitata,
in modo sconclusionato, stringendomi la mano tra le
gelide dita sottili, mentre mi scrutava con attenzione come
nella speranza di riconoscermi. Da qualche parte dell'edificio
giungeva un brusio di voci, un rumore di sedie che strusciavano
a terra, un brano pop-rock da una radio. E l'odore
della colazione: il grasso della pancetta affumicata, frittelle,
uova al tegame. Il profumo gradevole di dolci al forno.
Poi l'odore del corpo di Jacky DeLucca consunto dalla malattia,
che mi pungeva le narici. ... non ho mai conosciuto
la tua povera madre, cara Krista. Spero che stia bene, Krista.
Spero sia "sopravvissuta"... a quel periodo tanto triste,
difficile. Jacky emise un sospiro, l'espressione confusa. Le
tenevo la mano, sperando di trasmetterle un po' di calore.
La tuta da ginnastica color rosa fenicottero sembrava una
sorta di pigiama. Provai l'impulso di raddrizzare la parrucca
argentea sistemata lievemente di sbieco sulla sua testa.
Aaron Kruller sedeva irrequieto a pochi centimetri da
me; fissava con sguardo vacuo Jacky DeLucca, dando l'impressione
di non vederla, e questo mi rendeva nervosa. ...
il periodo passato a lavorare qui  stato il pi felice della
mia vita. Adoro cucinare! Frittelle e cialde sono la mia specialit.
Naturalmente non mi limito solo all'impasto di farina
e zucchero, ci metto anche frutti di bosco, mele, mandorle.
Prima di venire qui mi guadagnavo da vivere come
"donna delle pulizie", poi mi ammalai, oh, una brutta malattia,
l'epatite B. Avevo il fegato debole. Ero "cagionevole".
 stato in quel periodo che Ges mi  entrato nel cuore.
Senza di Lui, senza il reverendo Diggs a mostrarmi la strada
e le persone meravigliose qui alla Haven House, che mi
hanno accolto come in una famiglia, non ce l'avrei mai fatta
a superare quel periodo terribile. Il reverendo Diggs ha
intenzione di sistemarmi in un ospedale per malati terminali,
ma "quando sar il momento, non prima". Ho un cancro
al fegato! Hanno provato ogni tipo di chemioterapia,
 tremendo, cara, ti auguro di non passarci mai, un giorno
mi hanno detto che il cancro era andato in "mestatasi" nelle
ossa e avrebbero smesso la chemio. Il dottore mi disse:
"Non possiamo fare pi niente per lei, Jacky. Deve mettersi l'anima in pace". Il dottor Waldrop  un buon cristiano,
un brav'uomo. E il reverendo Diggs... Jacky s'interruppe
per asciugarsi gli occhi. Mi strinse la mano un'ultima volta
e la lasci andare. Aaron si alz barcollando dalla sedia
di bamb e con un certo sforzo apr l'unica finestra della
stanza, dove ristagnava un'aria viziata, sembrava una finestra
finta, dipinta sulla parete, ma con la pura forza della
disperazione riusc ad aprirne uno spiraglio, suscitando le
proteste di Jacky: ... attento agli spifferi, tesoro! Mi fanno
male, comincerei a tossire, tesoro. Ecco perch me ne devo
stare tutta imbacuccata al calduccio con la trapunta sulle
gambe, ho i piedi sempre gelati, la circolazione non funziona.
Il dottor Waldrop ha detto.... Nel frattempo Aaron
aveva richiuso la finestra, con uno strattone verso il basso.
Mi arrischiai a guardarlo in viso, aveva un'espressione
tesa e circospetta, neutra, poi lo sguardo scivol su di me,
mi lanci una muta occhiata rabbiosa, di cruda sofferenza.
Falla parlare. Subito. Ges!
Per il mio lavoro di assistente legale avevo maturato parecchia
esperienza con i clienti che faticavano a esprimersi
nel raccontare storie di disperazione, ingaggiando quasi
una lotta fisica per comunicare quello che era dolorosamente
ovvio, quindi indicibile; avevo imparato ad avere
pazienza, e a mostrare la giusta partecipazione; dai numerosi
fallimenti avevo appreso l'umilt. Cos chiesi gentilmente
a Jacky DeLucca se quella mattina ci avesse invitato
da lei perch aveva "qualcosa di importante" da rivelarci,
a me e al figlio di Zoe Kruller, Aaron. Si ricordava... di noi?
Fingendosi offesa, Jacky mi diede un buffetto sul braccio.
Ehi, certo che mi ricordo di voi! Tu sei la figlia di Eddy
Diehl, Kristine - Krista? - adesso sei grande, sei andata via
da Sparta e sei tornata a trovarmi. E tu alz il tono in una
sorta di velato e civettuolo rimprovero sei Aaron, il figlio
di Zoe. Ormai sei un uomo. Vi ho ringraziato per questi...
Era stata una mia idea portare dei fiori a quella donna ammalata:
un pesante vaso di ortensie di un rosa acceso. Dal
fioraio sembravano meno appariscenti, ma in quella squallida stanza arredata con un logoro divano letto, dei mobili
malridotti dono di associazioni di beneficenza e un tappeto
macchiato, quei fiori sgargianti sembravano quasi un
dono beffardo. ... fiori bellissimi, somigliano a... una specie
di carta crespata... rosa... Vi ho ringraziato, cara? A volte
dimentico quello che dico, sono queste medicine! Queste
dannate pillole! Zoe diceva di amare i fiori, ma non aveva
mai tempo per curarli. Fiori appena colti regalati da qualche
uomo, dozzine di rose che oggigiorno costano uno sproposito,
come le stelle di Natale sotto le feste, Zoe me li dava
dicendomi: "Jacky, pensaci tu, ti va?" come se avesse altro
per la testa. Aveva sempre fretta. Anch'io ero cos, da giovane.
Non voglio giudicare la mia amica. Ero come cieca, avevo
un velo sugli occhi, non potevo giudicare gli altri, non
posso farlo nemmeno adesso. Ges ha detto: "Ama il prossimo
tuo come te stesso". E anche: "Non giudicare, se non
vuoi essere giudicato".
In quegli anni, prima che Ges entrasse nel mio cuore,
non giudicavo gli altri, non ero una persona crudele o vendicativa.
Dopo l'orrenda fine di Zoe sono entrata nella "Valle
dell'ombra della morte", ho attraversato un periodo buio,
ero un'eroinomane, quella dipendenza mi costava duecento
dollari al giorno, se non di pi - s, facevo marchette e
me ne sbattevo della salute. Ero divorata dai sensi di colpa
per la terribile morte di Zoe! Jacky tacque, respirava a fatica.
Non osai guardare Aaron Kruller, era rimasto in piedi,
accanto alla finestra che aveva dovuto chiudere. Non voglio dire di avere consegnato Zoe al suo assassino, non dico
questo. Quell'uomo, era il proprietario del Chet's, si chiamava
Anton Csaba, in un modo o nell'altro avrebbe incontrato
Zoe, anche se non gliel'avessi presentata io, ne sono certa.
Comunque ero amica di Anton, lui conosceva un sacco
di donne. Quando Zoe venne a stare da me, cominciammo
a lavorare insieme al Chet's. Ogni tanto Anton faceva cantare
Zoe nel suo locale, sniffavamo un po' di coca insieme,
quando i ragazzi ce la procuravano. Lo facevano tutti. Quegli
sbirri erano dei dannati ipocriti, gli "investigatori" che mi
interrogarono si comportavano come se non avessero mai
sniffato coca o fumato erba, sai, quei bastardi fuori servizio
l sullo Strip che si fingono degli infiltrati... tutte stronzate.
Mi vergogno a dirlo, mi piaceva essere amica di Zoe
perch era maledettamente affascinante, cantava con una
band, era davvero sensuale. Ed era una buona amica, quando
c'era lei potevo farmi, badava a me, pu essere pericoloso,
se qualcosa va storto hai bisogno di una persona fidata.
Di un uomo non ci si pu fidare... Alcuni sostengono che
se ti mantieni in salute, se assumi vitamine, puoi farti di
eroina per tutta la vita, purch non aumenti la dose e non
ti scoppino le vene! Mi vergogno, ma confesso che ancora
oggi ne ho una voglia matta. Zoe diceva: "Il sesso  per
quelli che non possono procurarsi l'eroina". Jacky rise per
quella battuta arguta senza badare al modo in cui Aaron la
stava fissando. Da un altro punto dello stabile giunse un
rumore fragoroso, come di passi attutiti che scendevano
precipitosamente delle scale. Jacky si affrett ad aggiungere:
Naturalmente... Zoe non era tossicomane, una "drogata",
non lo  mai stata. E nemmeno io, in realt. Ci sono
uomini che procurano la droga alle donne per soggiogarne
l'anima, ma Zoe era troppo indipendente, voleva "fare
strada" nel mondo della musica e temeva di non farcela,
alla sua et. In quel periodo, mi imbarazza dirlo, a volte
provavo invidia per lei perch se voleva un uomo passava
sopra tutto e tutti pur di averlo. E riusciva a farla franca
molto pi di noi. Per esempio, se prendeva denaro in prestito
spesso gli uomini glielo "abbonavano", con me invece
non l'avrebbero mai fatto. Anton Csaba era uno di questi.
Zoe commise l'errore di sottovalutarlo. Conoscendolo si
era portati a farlo, era una persona cordiale, non alzava mai
la voce. Zoe sbagli con Anton perch era convinta che lui
l'amasse. Le aveva fatto delle promesse, ma Zoe aveva conosciuto
un altro uomo, "un agente musicale", cos si definiva,
una specie di impersario, si occupava di ingaggiare
complessi. Non so bene come lo conobbe. Credo che lui
l'avesse sentita cantare al Chet's una sera. Be', sapevo che
Anton poteva essere pericoloso, aveva gi fatto del male ad
altre donne che l'avevano tradito. Era cos che diceva, usava
la parola "tradire". Mi spiego meglio: Anton aveva l'aspetto
e i modi di un gentiluomo. Era nato a Budapest, o cos
sosteneva. Cio in Ungheria, nella vecchia Europa. Vestiva
elegantemente, portava un cappotto con pelliccia di foca,
un cappello floscio di feltro e guanti in pelle di "agnello
non nato" (avete mai sentito parlare di pelle di "agnello
non nato"?). Girava solo in Cadillac o Lincoln e non le teneva
pi di un anno, erano sempre macchine di lusso dotate
di ogni tipo di optional. Trattava le donne come fossero
oggetti di sua propriet. Quando si stancava di una e
non la voleva pi tra i piedi la liquidava con un "regalo
d'addio", ma se non era ancora stufo lei non poteva lasciarlo.
Io gli piacevo - mi chiamava "la mia pupa Jacky" - a
volte lo sostituivo al locale, sapeva di poter contare su di
me, e per mia fortuna gli "piacevo" ma niente di pi. Zoe
invece gli era entrata nell'anima. Lui diceva che era contagiosa
come una malattia, non riusciva a liberarsene. Anton
indossava completi costosi che non gli stavano bene, lo facevano
sembrare una salma rivestita da un impresario di
pompe funebri, e Zoe gli rideva dietro, lo chiamava "Quel
piccolo manichino", "Il mio Boris Karloff", e gi risate. Forse
qualcuno lo raccont ad Anton. Ho dimenticato di dire
che lui sapeva essere molto generoso. In questo a Sparta
nessuno era come Anton Csaba. Se lavoravi per lui ed eri
in gamba ti ricopriva di regali, sempre che gli andassi a genio.
Ovviamente se rompevi le scatole o piantavi grane, eri
fuori. Alcuni di quei bei vestiti che ti portai a casa, Aaron,
fu Anton a regalarli a Zoe; lei lo ringraziava, gli era riconoscente,
ma dopo qualche giorno, lo sai com'era Zoe, se ne
dimenticava... E al Chet's bazzicavano quegli sbirri. Il "capo
della polizia" dell'epoca era amico di Anton. Li si vedeva
fumare sigari insieme. Era risaputo che Anton versava tangenti
alla polizia di Sparta, perch non interferisse nei suoi
molteplici affari. Quando Zoe venne uccisa, alcuni fecero
il nome di "Anton Csaba" agli agenti, ma tutto fin l. Gli
investigatori sapevano che non poteva essere stato Eddy
Diehl ad ammazzarla perch le sue impronte si trovavano
ovunque nella stanza di Zoe ma non erano insanguinate.
Cos sentii dire. Era di dominio pubblico. L'assassino di Zoe
portava i guanti. Sapevano che Eddy non era stato l all'ora
in cui Zoe fu uccisa. Lo fermarono e lo interrogarono, gli
fecero passare le pene dell'inferno, e non perch lo ritenessero
l'assassino, ma solo perch avevano qualche conto in
sospeso con lui. Se rompi il cazzo a uno sbirro, appena pu
si vendica. Cercarono di incriminare Delray, ma a Sparta si
riteneva che quell'uomo fosse gi stato umiliato da Zoe,
che si era comportata in quel modo, e poi il figlio di Delray
- cio Aaron, che ebbi modo di conoscere - aveva rilasciato
una dichiarazione giurata in cui affermava che lui e suo padre
avevano passato la notte a casa. Quindi in caso di processo
la giuria avrebbe riconosciuto Delray "non colpevole",
e cos gli investigatori non arrestarono mai nessuno.
Ogni dannata domanda che quel Martineau mi faceva nascondeva
un tranello. Cercava di strapparmi il nome di
"Eddy Diehl". Ma non lo feci, e non feci nemmeno quello
di "Anton Csaba" - non sarei sopravvissuta una settimana,
l a Sparta. E dove altro potevo andare? In quale posto,
per sfuggire ad Anton? Quel figlio di puttana di Martineau
mi stava appresso, veniva a casa, fui costretta a lasciare l'appartamento
dove era morta la povera Zoe, mi trasferii in
Towaga Street e mi scov anche l, passava con la scusa che
aveva fatto un salto mentre tornava a casa, era fuori servizio,
diceva, quel maniaco figlio di puttana: "Ehi, salve, Jacqueline"
mi salutava con quella voce melliflua "ti hanno
chiamato cos per Jacqueline Kennedy? Ti chiami come lei?".
Per sopportare le cose che mi faceva dovevo essere fatta, o
ubriaca fradicia, e pensate che quel bastardo abbia mai mostrato
un po' di riconoscenza? "Sei fortunata a non essere
finita al fresco, Jacky, cicciona di una troia che non sei altro,
per intralcio alla giustizia, istigazione e complicit in
omicidio, detenzione di stupefacenti." Mi lasciava come
una bambola rotta sul letto, o sul pavimento. Non mi ha
mai dato nemmeno lo straccio di un centesimo. Un uomo
del genere, e anche il "capo della polizia" -Schnabel... Schnagel
- erano gente chiacchierata, non avviarono mai un'indagine
su Anton Csaba, figuriamoci arrestarlo. Oh, no. Jacky
tacque, rabbrividendo. La stanza sembrava surriscaldata,
eppure anch'io ebbi l'impressione di sentire uno spiffero
dalla finestra, e tremando presi una coperta per coprire le
spalle di Jacky. Aaron si teneva a distanza da noi, come un
bambino discolo sempre pi irrequieto, sul punto di esplodere.
Presa com'era dal suo racconto, Jacky sembrava aver
dimenticato che nella stanza c'era una terza persona coinvolta
nella vicenda; mi fissava con occhi umidi e commossi,
dovetti distogliere lo sguardo. Man mano che passavano
i minuti avvertivo sempre meno l'odore del suo corpo.
Pensavo: Quando tutto questo sar finito, le far un bagno.
... accadde tre anni dopo. Nessuno seppe esattamente
come and. Anton era a Buffalo per incontrarsi con certi "investitori",
e scomparve nel nulla. In quel periodo aveva ingrandito
il locale e stava acquistando con alcuni soci delle
propriet sullo Strip, si diceva che si fosse fatto dei nemici,
che lo avevano ucciso. Circolavano quelle voci. Sui giornali
locali non comparve mai un necrologio di Anton Csaba,
perch il corpo non fu mai ritrovato, ma uscirono diversi
articoli, ne ritagliai e conservai uno pubblicato sulla prima
pagina del "Journal": Importante agente immobiliare di Sparta
scomparso da dodici giorni. Era incredibile, il giornale diceva
che Anton aveva quarantanove anni, ma lui ne dimostrava
almeno dieci di pi. Era davvero nato a Budapest e
lasciava un figlio, che viveva a New York, nessuno immaginava
che Anton avesse una famiglia come una persona
normale. Insomma Anton scomparve, era il 1986. Correva
voce che fosse stato sepolto da qualche parte sotto una
colata di cemento, o gettato nel fiume Niagara. Il Chet's
venne venduto, divent un semplice night con spettacoli
di spogliarello, non era pi un locale di classe. Cos la povera
Zoe ricevette una sorta di giustizia - una "giustizia
ideale" - e cos la sua famiglia, anche se lo ignorava. Perch nessuno conosceva la sorte di Anton Csaba e nessuno
rivendic l'omicidio. A volte vedevo Delray sullo Strip, o
Eddy Diehl, quando tornava a Sparta, avrei voluto spiegare
a quei poveracci che erano stati cos tartassati com'erano
andate le cose, ma al diavolo, come facevo? Non avevo
prove, in casi del genere spariscono, vengono distrutte. Se
la polizia non ne raccoglie, non si pu dimostrare niente.
Persino a distanza di anni dalla scomparsa di Anton certi
suoi amici qui a Sparta chiedevano in giro se avevo parlato,
in questo dannato posto girano certi tipi! Come quel
malvagio ipocrita e grandissimo figlio di puttana di Martineau,
e il suo capo, Schnagel. Per questo non mi sfugg
mai una parola. Me ne vergogno, ma all'epoca non avevo la
forza di rivelare la verit. Mi consolava il pensiero che Zoe
mi avesse perdonato. Lo sapevo. Alla fine Zoe si era pentita
della vita che conduceva. Ormai aveva visto "entrambi
i mondi". Con il tempo mi sono convinta che sia stata Zoe
a intercedere presso Ges perch mi inondasse il cuore di
estasi, quando ormai avevo perso la voglia di vivere. Abitavo
in Towaga Street, da giorni non riuscivo ad alzarmi,
Zoe venne da me - "Jacky? Lo dicevo che eri tu!" - mi prese
in giro, ma in modo tenero, come faceva se le eri simpatico,
o ti voleva bene. Solo quando ero sola e ricettiva potevo
avvertire la sua presenza, come un bagliore nell'aria,
e sentire la sua voce che sembrava venire dal nulla, quella
voce dolce e sensuale con cui cantava le sue canzoni preferite.
Ma non potevo vederla! Se non a occhi chiusi, ogni
tanto. A volte la cocaina ti fa un effetto particolare, non uno
sballo pazzesco,  come se ci fosse uno "squarcio" nel cielo,
e nella tua testa, e allora riuscivo a "vedere" Zoe, sembrava
un angelo, circonfusa di luce. Le dicevo: "Oh, Zoe, perch
hai accettato tutti quei soldi da quell'uomo? E quei vestiti?
Non sapevi chi era, credevi che fosse uno qualunque
di Sparta, invece era il Diavolo, salito tra noi sulla terra, se
accetti i suoi doni ti leghi a lui, se ne ridi lui rider di te, e
ti trasciner gi all'inferno con s". Era colpa delle droghe
che assumeva - o che le davano -, quando sei fatto perdi la
capacit di giudizio. Sembrava che Zoe avesse perso "il senso
della misura". Pensava di poter scaricare Anton Csaba
come faceva con altri uomini di Sparta, come aveva fatto
con suo marito, o con un amante, senza conseguenze. Anton
scopr che Zoe doveva andare a Vegas con quell'"impersario",
mi chiese cosa sapessi di quell'uomo, quando lei
sarebbe partita, e io gli dissi: "Non rimarr a lungo via da
Sparta, le mancherebbe troppo suo figlio", ma Anton non
replic, mi diede un ceffone sulla bocca, forte, mi schiaffeggi
e io scoppiai a piangere, gli dissi: "Oh! Perch mi tratti
cos?" e lui rispose perch gli stavo mentendo, e cos capii
che non c'era speranza, il Diavolo pu leggerti nel cuore
se non c' Ges a proteggerti, cos gli rivelai: "S, Zoe partir
domani mattina, con...". Quel tale si chiamava Scroon,
credo. Qualcosa come "Walter Scroon". Cos lo chiamava
Zoe, e poi salt fuori quel tale, "George Hardy", non esisteva
uno che si chiamasse cos, la polizia non riusc a rintracciare
nessuno con quel nome. Cos vuotai il sacco, avevo
paura che Anton potesse farmi ancora pi male, gli dissi
che Zoe sarebbe partita con "Walter Scroon", un "produttore
discografico", sarebbe passato a prenderla la mattina,
forse intorno alle dieci, sarebbero andati in macchina
all'aeroporto di Albany. "Ma se vedi Zoe non dirle che te
l'ho detto" gli raccomandai. Lui si fece una risata. Poi Anton
mi present a "George Hardy" perch mi portasse fuori
- quel fine settimana, mi diede mille dollari - passammo
la notte in un albergo "storico" a Chautauqua Falls, un posto
davvero unico ed esclusivo, e quando tornai a Sparta e
in West Ferry Street mi sembrava di essere in un film, tutte
quelle macchine davanti a casa nostra, la strada chiusa
al traffico, la porta d'ingresso spalancata e dentro un mucchio
di sbirri, mi dissero che la mia "coinquilina" era morta
- "picchiata e strangolata nel letto" - e poi quelle espressioni
sul loro volto, sembravano convinti che Zoe avesse
avuto quello che si meritava, e che lo meritassi anch'io. In
casa non c'era nemmeno una donna, erano tutti uomini,
piedipiatti in uniforme, investigatori e medici del pronto
soccorso, tutti uomini, mi guardavano come se gli facessi
schifo. Svenni, credo, e da quel momento entrai nella "Valle
delle ombre della morte", dove avrei dimorato per anni,
fino a quando...
Jacky scoppi a piangere, scossa da singhiozzi che la lasciavano
senza fiato, come risa trattenute. La faccia raggrinzita
sembrava quella di un neonato decrepito. La parrucca
argentea le stava sghemba sulla testa, come sulle
ventitr. Gliela raddrizzai con cura, e le sistemai la coperta
sulle spalle.
Aaron era da qualche parte dietro di me. Aveva smesso
di fare avanti e indietro per la stanza, stava in piedi immobile.
Jacky lo fiss per un attimo, gli occhi sbarrati, come
se avesse dimenticato chi fosse. Poi, con voce supplichevole,
ci disse:
... vi prego, credetemi, Kristine - Krista? - e Aaron, vi
prego di credermi, Zoe era la mia migliore amica. Le volevo
un bene dell'anima. Non avrei mai voluto farle del
male. Non l'avrei mai tradita. Ma in quegli anni, prima di
incontrare Ges, ero cos debole. Il Diavolo poteva indurmi
a fare qualsiasi cosa, con uno sguardo, una lusinga, una
promessa. E poi il mio cuore era roso dalla gelosia. Dall'invidia,
dal rancore. E dall'orgoglio. Non ebbi il coraggio
di salvare la mia sorella in Cristo, questa  la terribile verit
che mi porto dietro. Se avessi mentito ad Anton Csaba,
se lo avessi convinto - ammesso che ne fossi stata capace
- avrei potuto salvare la vita a Zoe, ma avrei pagato
cara quella menzogna. Se non avessi detto che Zoe sarebbe
partita la mattina seguente, che doveva andare a Las Vegas
per qualche giorno, Zoe sarebbe fuggita da Sparta, e Anton
Csaba avrebbe dovuto inseguirla fino a Vegas per farle
del male, ma probabilmente avrebbe rinunciato. In quel
momento Anton era fuori di s, e se gli avessi mentito se
la sarebbe presa con me. Fu questo il dilemma che dovetti
affrontare, ed ero troppo debole per scegliere Zoe, volevo
solo salvarmi. Per questo peccato precipitai tra la feccia
dell'umanit, calpestata come un rifiuto e disprezzata dai giusti fin quando, nella mia ora pi buia, dopo essere uscita
di prigione malata e senza un soldo - un carcere femminile,
dietro il tribunale, mi avevano rinchiuso nel "reparto
psichiatrico", piansi a lungo, mi strappai i capelli, mi graffiai
la faccia, non ho mai saputo perch mi avessero arrestato,
forse per "detenzione di sostanze stupefacenti", forse
Martineau aveva piazzato di nascosto la droga a casa
mia - venni accolta nella Chiesa dell'unit evangelica, dal
reverendo Myron Diggs e da questi meravigliosi cristiani
che non giudicavano la sorella peccatrice Jacky, ma pregavano
insieme a me per la mia salvezza e alla fine, una sera,
durante le preghiere, quando il reverendo Diggs ci invit
a farci avanti per ricevere Ges nei nostri cuori, all'improvviso
sentii una grande forza, come una scossa che mi
spingeva fino all'altare, Ges mi inond il cuore con il Suo
fervido amore, e da allora non mi ha pi abbandonato. Perch
era cos, "Jacky DeLucca" si era sinceramente pentita
dei suoi peccati e si era liberata di quella terribile "disperazione" in cui, come dice il reverendo Diggs, cadi quando
non ti importa pi di vivere. La felicit pi grande la provai
quando Ges mi annunci Ti sono rimessi i tuoi peccati,
Jacky. Sono passati sei anni da allora. Sei anni! Mi  stata
concessa la forza di sopportare la malattia, che mette alla
prova la mia fede sommergendomi come un'onda, adesso
non mi sottopongo pi alla chemioterapia perch "non c'
pi niente da fare". Ges mi d la forza, mi sta aspettando.
E cos... sto aprendo il mio cuore a voi, mi perdonate?
E... mi date la vostra benedizione?
Certo, assicurai a Jacky. Aveva la nostra "benedizione".
Non riuscii a voltarmi per guardare Aaron alle mie spalle.
Strinsi tra le braccia Jacky DeLucca, singhiozzava. Cinsi
quel corpo deperito, caldo e tremante. Avvertivo una specie
di torpore, credo stessi sorridendo. Mi pareva di assistere
a quella scena dal di fuori, Jacky DeLucca con la parrucca
argentea, Krista Diehl con i biondi capelli intrecciati,
i volti di entrambe lucidi di lacrime, una Piet, o un'illustrazione
raffigurante una Piet, anche se non si capiva chi
fosse la madre, o in chi dimorasse la grazia di Dio. Sentivo
un rombo nelle orecchie, ero sul punto di svenire. Avevo
le labbra asciutte come sabbia. Pensai Non devo baciarla,
vero? Questo posso evitarlo.
Eravamo rimaste solo noi due nella stanza, Jacky DeLucca
e Krista Diehl. L'altro, l'uomo, Aaron Kruller, a un certo
punto era uscito. Ci aveva lasciate sole, in preda al disgusto
o alla rabbia, o forse perch provava una tremenda
compassione per noi, non avrei saputo dirlo. Mentre ci abbracciavamo
ci fu un momento di confusione, il vaso con
le sgargianti ortensie si rovesci; lo raddrizzai. Erano caduti
dei petali. Sul tavolino accanto al logoro divano dov'era
stesa Jacky c'erano parecchi flaconi di pillole, e un bicchiere
d'acqua coperto da una patina di sporco. Mi accorsi che le
pareti in cartongesso della camera di Jacky erano decorate
con scene religiose di notevoli dimensioni raffiguranti episodi
biblici. Una delle pi singolari era un'immagine su velluto
nero, alta un metro, di Ges, che protendeva rigidamente
le mani trafitte e sanguinanti, con i palmi aperti, il
volto cereo, i grandi occhi scuri e la bocca vermiglia come
quella di una ragazza, e sulla fronte una corona di spine insanguinate
tratteggiate grossolanamente con colori accesi.
Nell'angolo in basso a sinistra comparivano a grossi caratteri
le iniziali J.D.
Jacky si accorse che stavo osservando il quadro. Con un
fremito virginale mi disse di averlo dipinto lei dopo aver
avuto una visione di Ges, e mi chiese se mi piaceva.
 bellissimo, Jacky risposi. Il modo in cui ti guarda,
sembra che sia qui con noi.
Un po' di aria fresca! Ges.
Aaron mi stava aspettando fuori dalla stanza. Mi afferr
per un braccio e mi condusse impaziente verso la porta
sul retro dello stabile, imprecando tra s Vaffanculo vaffanculo
vaffanculo.
Scendemmo precipitosamente una scala dai gradini di
cemento sgretolati. C'era un'aria fredda e umida. Le lacrime mi scendevano sulle guance accaldate. Non mi ero resa
conto che nella stanza di Jacky DeLucca l'odore dolciastro
del suo corpo consunto dal male fosse cos penetrante, respiravo
piano, istintivamente, inspirando poco ossigeno. Mi
sentivo stordita, confusa. L'impatto con l'aria pura e fredda
era violento come uno schiaffo in pieno viso.
Aaron era turbato, furibondo. E spaventato, pareva un
uomo in fuga da un edificio che sta per crollare.
Aaron, devi tornare da lei implorai. Devi salutarla.
Non puoi scappare cos, sta morendo.
Che vada affanculo. Che vadano tutti affanculo. Che
crepino.
Tolsi la mano di Aaron dal mio braccio. Mi stringeva come
se fossimo in rapporti intimi, la sorella che faceva innervosire
il fratello maggiore - involontariamente, con furia parossistica.
Aveva lo sguardo di un uomo sul punto di sferrare
un pugno al primo che gli capiti a tiro.
Aaron, non possiamo andarcene cos. Non vengo con te.
Cazzo, s che vieni! Forza!
Ci stavamo strattonando. Avrei tanto voluto dare un pugno
a quell'uomo cocciuto, dall'espressione ostinata, di testarda
ottusit, poi inaspettatamente scoppi a ridere, una
risata squillante e sguaiata, crudele e priva di allegria. Comunque
lo seguii, continuando a pregarlo, ma ignor le mie
suppliche, respingendole con un gesto della mano, per lui
il mio interesse verso quella donna moribonda era un'assurdit,
non valeva nemmeno la pena di stare a discuterne.
Passammo davanti a un cassonetto traboccante d'immondizia.
Emanava un tremendo fetore di rifiuti. Mi venne da
pensare Quella povera donna  gi morta. E questo  l'inferno,
siamo dovuti venire fin qui per lei.
Era una zona poco abitata del centro di Sparta, eppure
nei pressi della Chiesa centrale dell'unit evangelica si
notava un'attivit inconsueta. I rumori che sentivamo dalla
stanza di Jacky provenivano dal camion di una ditta di
traslochi, alcuni volontari stavano scaricando vecchi mobili
donati all'istituto religioso. Nei paraggi c'era una lunga fila di persone che non avevano niente a che fare con il
camion, sparse qua e l, per lo pi uomini - le facce gonfie
solcate da capillari, occhi lacrimosi e corpi che sembravano
male assemblati, saranno stati almeno una quarantina
- si distingueva a malapena qualche donna, tutti con
una strana aria paziente, rassegnata, come fossero penitenti,
o forse non pi in tempo per pentirsi perch gi dannati,
si trovavano all'inferno come Jacky DeLucca, ma non si
lamentavano, avevano un'espressione stoica e soddisfatta,
dal momento che la dannazione li accomunava tutti e
l c'era da mangiare: trascinandosi, varcavano un ingresso
oltre il quale sorgeva quella che sembrava una mensa per
poveri. Alle nostre narici giungevano caldi aromi deliziosi,
che contrastavano con il tanfo dei cassonetti. Nessuno fece
caso ad Aaron Kruller e a me.
Pensai Un giorno torner qui. Mi offrir come volontaria.
Quando sar abbastanza forte.
Attraversammo una vasta area spazzata dal vento, in
parte ricoperta da calcinacci di edifici demoliti, diretti alla
macchina di Aaron. Se mi avessero portato l bendata e mi
avessero chiesto dove mi trovavo, non avrei saputo rispondere.
Sembravano le rovine di una citt americana devastata
dalla guerra, un insediamento postindustriale nella parte
settentrionale dello stato di New York - ma cos'era accaduto
esattamente l? C'era una strana bellezza abbacinante
e scabra in quel terreno costellato di detriti come fossero
antiche rovine, ma quelle macerie non avevano nome, e
a nessuno sarebbe venuto in mente di celebrarle. Erano rovine
senza memoria, prive di identit.
Che sollievo quando giungemmo alla macchina di Aaron!
Un'auto americana dal disegno elegante, nuovo modello,
con quattro ruote motrici per affrontare i nostri aspri
inverni nordici, dotata di radio satellitare. All'improvviso le
nostre mani s'intrecciarono. Stringevo l'uomo che fino a un
momento prima avrei preso a pugni, mi aggrappavo a lui
disperatamente. La giacca di montone di Aaron era aperta,
sentivo l'odore del suo corpo. Mi aveva infilato la mano sotto il cappotto, lo sbotton, mi attir a s. Una folata di
vento umido soffi nella nostra direzione, recando l'odore
del fiume, impertinente, dispettoso. Aaron mi spinse in
modo brusco contro la fiancata dell'auto, mi prese la testa
tra le mani e mi baci, la bocca aperta. Ci mordicchiavamo
le labbra, una frenesia erotica si era impossessata di noi. Era
come se fossimo scampati a un pericolo mortale, o fossimo
sbronzi. Se qualcuno ci avesse visto dal retro dell'edificio
della chiesa ci avrebbe scambiati per due ubriachi barcollanti,
che amoreggiavano, spudorati, nella tarda mattinata
di un giorno feriale.
Nel tragitto verso l'hotel Sheraton sulla statale 31 a nord
di Sparta, Aaron si ferm in un negozio di liquori per comprare
una bottiglia di scotch e due confezioni di birra da
sei. Guidava con una mano sola, con l'altra mi stringeva e
mi accarezzava la coscia mentre mi strofinavo contro di lui.
Eravamo intontiti, storditi dal desiderio. Avevo vissuto cos
a lungo in un torpore asessuato, rinchiusa nel mio corpo
come in un bozzolo, che rimasi stupita nello scoprire quanto
potente fosse il desiderio che provavo per quell'uomo, il
modo in cui reagiva il mio corpo, e con quale immediatezza.
O forse era un altro genere di torpore, lo stordimento
che coglie due sconosciuti che si desiderano, una pura attrazione
fisica. D'un tratto mi sentii felice, il dado era tratto.
 finita, sono tutti morti. Ci siamo solo noi.
Era l'ultima volta che attraversavo sull'imponente vecchio
ponte sospeso l'ampio e impetuoso Black River, ribollente
di schiuma, che scorreva sinuoso per tutta Sparta.
Non sarei mai pi passata di l. Mai pi in vita mia - ne
ero convinta, in una sorta di estatico fatalismo, mentre dalla
sommit del ponte osservavo la tortuosa curva serpeggiante
del fiume e, in lontananza, le cime brumose degli
Adirondack meridionali. Quand'ero bambina ne avevo imparato
i nomi a memoria: Star Lake Mountain, Little Moose
Mountain, Bullhead Mountain, White Ridge Mountain,
Mount Hammer, appena visibili all'orizzonte.
Non avrei mai pi visto quei moli lungo il fiume, le vecchie banchine, i magazzini e gli opifici; gli autotreni a diciotto
ruote che venivano caricati e scaricati nelle strade
acciottolate. I fusti di carburante, le pozze di olio. Le raffinerie,
le alte ciminiere orlate dalle fiamme come piccole
labbra provocanti. Ma dov'era, sul lungofiume, il Maglificio
per signora? Non riuscivo a individuarlo.
Era un giorno umido e ventoso di novembre, il sole usciva
a tratti, in alto il cielo d'un vivido azzurro era costellato
di nubi enormi, simili a macerie, portate dal vento, strappate
e disseminate ovunque.
Come pensavo disse Aaron. Sapevo che non era stato
Delray.
Accanto a quell'uomo eccitato non riuscivo a parlare.
Non riuscii a dirgli Lo sapevo che non era stato mio padre. E
nemmeno Ti voglio dentro. Pi che puoi.
Entrammo insieme allo Sheraton. Con una mano Aaron
teneva il sacchetto con lo scotch e le birre, con l'altra mi
abbracciava, quasi nel timore che potessi scappare. Aveva
il viso acceso ed eccitato, la rabbia era svanita, comunicai
all'addetto alla reception dietro il banco - ormai ci fissava
in maniera esplicita - che mi sarei fermata un'altra notte.
Arrivati nella mia stanza al quinto piano Aaron chiuse
la porta a doppia mandata e io tirai distrattamente le tende
alla finestra, poi ci ritrovammo avvinghiati, a spogliarci,
ridevamo, il fiato corto come se avessimo fatto di corsa
cinque piani di scale, ci gettammo sul letto, sentivo il corpo
pesante di Aaron su di me, mugolava e mi baciava come
nel parcheggio, con la bocca aperta, i denti che sbattevano
sui miei. Eravamo seminudi, mi giaceva tra le gambe, mi
aggrappavo a lui, i nostri visi erano stravolti come quelli
di nuotatori improvvisamente colti dal panico, sul punto
di annegare. Un pensiero mi attravers la mente Ma sono
proprio io?  questo... che voglio? Stavamo ancora ridendo,
tra un bacio e l'altro. Risa aspre, di stupore. Gli serravo le
braccia attorno al collo, non era il momento della tenerezza.
Stringevo i gomiti, se avessi voluto avrei potuto spezzargli
il collo.
Era come precipitare insieme da una grande altezza, con
i corpi che si sfracellano a terra. Mi mancava il fiato. Il cervello
era come spento, obnubilato. Non parlavamo, emettevamo
solo dei versi. Chi di noi due, non avrei saputo dirlo.
Per Krista era giunto il momento di confessare Ti ho sempre
amato. Ho sempre sognato questo.
Ma c'era qualcosa di impersonale, di anonimo, nel modo
in cui Aaron faceva l'amore. Si aveva l'impressione di essere
inghiottite da un insaziabile appetito erotico, dalla sfrenata
voracit di un predatore.
Poi Aaron apr la bottiglia di scotch. Bevemmo - ero stordita,
trangugiai il liquore in un bicchiere di plastica, mi bruciava
in gola - e facemmo di nuovo l'amore, poi bevemmo
ancora, Aaron alternava la birra allo scotch, quindi facemmo
l'amore per la terza volta. I nostri baci sapevano di alcol,
i corpi di sudore. Ci baciavamo cos avidamente che i
cuscini erano bagnati di saliva. Dormimmo abbracciati, aggrovigliati
tra le lenzuola intrise dei nostri umori. Quando
mi svegliai non riuscivo a capire dove mi trovavo, con
chi giacevo, stretta come nella morsa di un pitone. Avevo
una gamba nuda allacciata alla coscia di un uomo, all'altezza
delle reni. Una volta svegli, andammo a turno in bagno:
prima Krista, poi Aaron. La nudit ci faceva apparire
insolitamente goffi. Inciampai, sbattendo le palpebre nella
luce quasi accecante del bagno. Scoppiammo a ridere, senza
motivo. Forse per l'imbarazzo, o per la felicit. O forse
eravamo sbronzi. Ce ne stavamo nudi, tutti sudati, incuranti
del tempo. Non sentivamo pi il rumore dell'aspirapolvere
nel corridoio e nelle stanze attigue. Trascorse la mattinata,
il primo pomeriggio, e dopo qualche ora iniziammo a
udire le voci dei nuovi clienti che arrivavano. Sar stato sul
far della sera. Dietro le tende frettolosamente tirate, quel
giorno di novembre era divampato come una fiamma luminosa
per poi smorzarsi e l'oscurit cal all'improvviso.
Era il momento pi malinconico della giornata, almeno a
Peekskill lo sarebbe stato. Ma mi trovavo a Sparta. Cercai
a tentoni il bicchiere di plastica, che riempivamo di continuo. Aaron aveva aperto la seconda confezione di birre.
Ordin il pranzo in camera, cheeseburger, panini al tacchino
con pancetta e formaggio, patatine fritte con ketchup,
insalata di cavolo; i resti ormai maleodoranti di quel banchetto
rimasero su un carrello addossato alla parete, dietro
il televisore spento, e sull'ispida moquette dove li avrebbe
trovati la cameriera qualche ora dopo. Da uno spiraglio tra
le tende scorsi quella che mi parve una luna crescente, ma
forse era solo un lampione nel parcheggio. Baciavo avidamente
la bocca di quell'uomo, che sapeva di birra. Mi sembrava
quella di pap. L'uomo se ne stava stravaccato tra le
lenzuola aggrovigliate, nudo. Mi afferr un seno, lo toccava
e lo palpeggiava come si sfiora o si accarezza un animale,
per comunicargli affetto quando non gli si pu dedicare
attenzione. Cominciai a piagnucolare, in preda a un'improvvisa
emozione, e gli dissi: Oh, Aaron, Dio... volevo
fare una cosa per lei, me ne sono dimenticata..., al che lui
domand: Per chi? e io risposi: Per Jacky DeLucca. Me
ne sono dimenticata e lui fece: Che cosa, tesoro? e io replicai,
con il volto rigato di lacrime: Volevo farle il bagno,
Aaron! Volevo lavarla, cambiarle le lenzuola. Povera donna,
volevo farmi dare l'indirizzo per mandarle dei soldi
e lui ridendo esclam: Ges Cristo, ancora lei! Al diavolo la vecchia Jacky.
Aaron, non dirai sul serio.
No? E perch?
Ci ha messo l'anima in pace, Aaron. Non era tenuta a
farlo,  stato un atto di bont.
Aveva smesso di palpeggiarmi il seno. Si liber pigramente
con un calcio delle lenzuola che gli impedivano di
muovere la gamba.
Al diavolo l'anima.
Ce l'hai anche tu.
Gli presi il viso tra le mani. Gli ripetei che aveva un'anima,
l'avevo sentita.
Era l'amore a ispirarmi pensieri cos profondi.
Specie se unito all'alcol. Pensieri assurdamente profondi.
Aaron rise, e respinse le mie mani.
Insistei che io sola avevo visto la sua anima.
Ero ubriaca, disse Aaron. Ma gli piacevo, aggiunse.
Rise per l'imbarazzo, ma era anche compiaciuto. Il piacere
gli illuminava il volto. Mi fece stendere accanto a lui, poi
affond il viso nel mio collo perch non lo guardassi in faccia,
come farebbe un bambino che vuole nascondersi. Mi
cingeva i fianchi nudi, la schiena, le sue mani percorrevano
inquiete il mio corpo, sapevo che erano forti abbastanza
da spezzarmi le ossa. In maniera appena udibile disse:
Non andartene. Resta qui.
Qui... dove? Pensavo si riferisse all'albergo.
Rimani con me. A casa mia. C' posto.
Non posso. Non ti conosco nemmeno.
S che mi conosci.
Dopo un po' mi riscossi e cercai di chiarirmi le idee. Mi
ero addormentata con il suo pesante braccio addosso. Il mio
era piegato sotto il corpo, intorpidito. Non ero abituata a
bere superalcolici, al massimo un po' di vino bianco, occasionalmente,
non mi ero mai ubriacata, ma era una sensazione
piacevole. Dovetti sollevare il suo braccio caldo e
pesante, ricoperto di peli, per liberarmi. Mi sentivo troppo
accaldata, a disagio, avvertivo un bruciore alla nuca, rivoli
di sudore mi scorrevano sui fianchi nudi. Mia madre mi
avrebbe sgridato: Krista, hai un cattivo odore! Per una ragazza
non c'era niente di pi vergognoso che emanare un
cattivo odore. Quello di Aaron era acre, pungente, inconfondibile.
L'odore virile del sesso, ecco cos'era. Lui non se
ne curava affatto, se ne stava disteso scompostamente sul
letto in un voluttuoso abbandono, immerso nel sonno, la
bocca semiaperta, il respiro pesante e il fiato umido. Pensai
Il maschio deve russare, per spaventare i predatori. Sorrisi,
forse era un'intuizione che nessuno aveva mai avuto,
un'ingegnosa e originale ipotesi evolutiva. Nei punti in
cui Aaron mi aveva baciato, strofinandosi con la barba, la
pelle sembrava scottata dal sole. La carne morbida, di solito
inaccessibile, dei miei piccoli seni turgidi, del ventre,
dell'interno cosce, era arrossata e irritata come se vi avessero
sfregato un foglio di carta vetrata. Provavo bruciore
anche dove era entrato dentro di me. La parte era infiammata,
ovviamente. Pensai Nessuno mi ha mai penetrato cos.
Ma non importa, andr via.
L'uomo giaceva supino, profondamente addormentato,
un braccio abbandonato sopra la testa sembrava manifestare
una sorta di apprensione trattenuta. Aveva la fronte
increspata e delle rughe agli angoli degli occhi, nonostante
il sonno pesante appariva teso, inquieto. Emise un gemito
sommesso, digrign i denti. Il volto indurito da ragazzo
era solcato da vecchie cicatrici. Le braccia muscolose erano
ricoperte da una folta peluria scura e da tatuaggi violacei
dal significato oscuro. Sul petto, sul ventre e sul pube
aveva ciuffi di peli scuri simili ad alghe. Come se avessimo
ingaggiato una lotta sott'acqua. Avevamo combattuto
avvinghiati l'uno all'altra, i corpi contratti per lo sforzo, le
membra nude, strettamente allacciate. Come pesci guizzanti.
Come anguille. Non solo eravamo nudi, tra noi non
sembrava esserci alcuna barriera, nemmeno la pelle. Ma
ormai ero completamente sveglia e consapevole della presenza
di quell'uomo addormentato, che giaceva dimentico
di me. Sentivo pulsare la vita soprattutto dentro il mio
corpo, dove era penetrato con il pene palpitante ma anche
con le dita, me le aveva infilate dentro, ero stata sul punto
di svenire, una sensazione quasi insostenibile. Non c'era
parte del mio corpo in cui non fosse entrato, che non avesse
penetrato, di cui non si fosse impossessato. Pensai alle
lesioni neurologiche, quando un'area della corteccia cerebrale
subisce un danno che determina la perdita del senso
correlato (la vista, l'olfatto), come fosse disattivato. Eppure
adesso ero vigile, mi ero staccata da lui, gli stavo sopra.
Gli sfiorai il petto con la mano, glielo accarezzai, avvertii il
calore della sua pelle ruvida, il torace indurito da un fascio
di muscoli. Aveva la carnagione del colore di una pergamena
scura e i capezzoli piccoli e duri come bacche secche.
Con il palmo della mano mi arrischiai a sentire il cuore che
batteva in fondo al petto, un cuore vigoroso, grande quanto
un pugno, pi forte del mio. Mi vennero in mente i ragazzi
indiani che a scuola praticavano sport violenti come
il lacrosse, tra cui Aaron Kruller; si diceva che le ragazze
non potessero toccare la mazza da gioco, l'avrebbero contaminata.
Pensai Ecco cosa posso fare a sua insaputa: toccarlo.
In un moto di adorazione estatica per quell'uomo addormentato
mi chinai su di lui, persi quasi l'equilibrio per strofinare
la guancia sul suo petto, quei peli simili alla pelliccia
di un animale mi procuravano stupore, udii il cuore, lo
avvertii, era sorprendente, fui colta da una sorta di oblio,
inesprimibile. Ero folle d'amore per quell'uomo, una sensazione
intollerabile. Accarezzai la carne pi molle attorno
ai fianchi, sul bacino. Sorrisi pensando ai segreti del corpo
di quell'uomo addormentato, a quei rotolini di grasso,
lui che un tempo era un ragazzo magro, insolente e allampanato.
Aaron Kruller, con quella faccia da indiano. Il ragazzo
dal quale mia madre mi metteva in guardia dicendomi
Con la vita che fanno crescono troppo in fretta. Stanne alla larga.
Con calma mi ritrassi per contemplarlo. Dormiva dimentico
di me. Non l'avrei visto mai pi cos addormentato.
Lo coprii fino alla vita con il lenzuolo stropicciato. Continuava
a dormire, ignaro. Non avevo mai visto niente di
pi meraviglioso. Non era quello che si dice un bell'uomo,
non aveva lineamenti fini, ma tratti spigolosi, grossolani,
un volto che poteva assumere un'espressione crudele, ostinata,
di ottusit maschile. Eppure mi sembrava bellissimo.
Mi perdevo ad ammirarlo. La bellezza di quell'uomo, la
sua mascolinit, mi sopraffaceva, rendendomi fragile, disorientata.
Sarei rimasta con lui a Sparta, se lo desiderava.
Gli credevo quando diceva che mi voleva accanto a s. Ero
convinta che quel suo insaziabile appetito sessuale fosse
vero amore. Immaginai la nostra vita insieme a Sparta. Gli
avrei dato un altro figlio. (Davvero? Avrei potuto? Certo!
Il liquido caldo che si sprigionava da lui pullulava di vita,
bramosa di riprodursi.) Vidi le nostre esistenze cos diverse
riunite in una sola, l a Sparta. Io e Aaron Kruller potevamo vivere insieme solo in quella citt. L erano nati il nostro
amore, i nostri genitori. E anche noi. Mio padre vi era
morto. Anche Delray era morto da qualche parte, l a Sparta.
Pensai Forse non  finita. Forse niente finisce. Mi resi conto
che quell'uomo era simile a mio padre, un maschio predatore.
Il suo corpo era animato da una potente bramosia sessuale.
L'amavo, e non potevo sopportare una cosa del genere.
Ogni volta che facevamo l'amore il suo dominio su di
me aumentava. L'avrei amato sempre di pi, e lui sempre
di meno. Non pu esistere parit quando l'amore si basa
sul sesso. La sera l'avrei aspettato. Avrei atteso di vedere i
fari che si riflettevano sul soffitto. Come mia madre. Aaron
Kruller doveva impossessarsi di Krista Diehl, avevo visto
la determinazione sul suo volto, nel spar al ristorante,
nello specchio schizzato d'acqua sul lavandino nel bagno
di sua zia, altrimenti avrebbe provato repulsione per me,
per i miei capelli biondi, per il mio corpo minuto di ragazza
bianca. Avrebbe voluto strangolarmi, per liberarsi di me,
per uccidere il desiderio che provava. Aveva preso come
un affronto il fatto che me ne fossi andata via da Sparta e
lo avessi lasciato, diventando una donna adulta che usava
correntemente espressioni come collaboratrice legale, criminologia,
mandato di comparizione, negligenza da parte degli
organi inquirenti. Aaron Kruller mi avrebbe sposato per rivendicare
il suo possesso su di me poich, al pari di lui, ero
figlia di Sparta, la citt predestinata che sorgeva sul Black
River. Probabilmente non mi avrebbe mai lasciato. Il suo
primo matrimonio era fallito e non avrebbe commesso lo
stesso errore una seconda volta, il suo orgoglio non glielo
avrebbe permesso. Non avrebbe abbandonato la famiglia,
come mio padre non aveva abbandonato la sua, anche se
alla fine vi era stato costretto. Mi avrebbe tradito, come poteva
Aaron Kruller non tradire Krista Diehl? Lui era il maschio
predatore, promiscuo per natura, irrequieto e crudele,
non poteva farci niente. Il fatto che fossi una donna per
lui rappresentava una sfida, un trionfo, mi aveva fatto gridare
mentre mi penetrava su un letto d'albergo, ma non mi
considerava la sua compagna, non Aaron Kruller. Lo sapevo,
sin dai tempi delle superiori. L'avevo capito quando mi
aveva serrato la gola con quelle mani dalle grandi nocche.
Immaginai il lento naufragio della mia esistenza, se mi fossi
arresa a lui. A Peekskill avrebbero detto di me, in tono
di compatimento e con stupore Dov Krista Diehl? Perch 
andata via?  vero che si  sposata? Con uno di Sparta che conosceva
sin da bambina? E adesso vive laggi?
Avrei trascorso il resto della mia vita a Sparta, sul Black
River, nella contea di Herkimer, nello stato di New York.
Andai in bagno e mi lavai in fretta sotto quella luce accecante.
Mi detersi ogni parte del corpo, appoggiandomi
al lavandino con una gamba. Stavo smaltendo la sbornia,
in qualche zona del cervello cominciavo ad avvertire l'indolenzimento
che segue l'ebbrezza, l'avrei combattuto con
un'aspirina, sciacquandomi il viso, gli occhi. Non ero sobria
ma nemmeno ubriaca fradicia come prima. Non mi sentivo
pi la bocca asciutta. Mi lavai pi in fretta che potei,
cercando di non far rumore, come fanno i barboni, a pezzi.
Le parti che emanano un cattivo odore, le pi delicate - le
ascelle, l'inguine. Per asciugarle non usai gli asciugamani
di spugna immacolati appesi in bagno, ma dei fazzoletti di
carta. Persino in quel momento pensai Rimarrebbe disgustato
nel vedermi cos trasandata. Provavo ancora quel pudore tipicamente
femminile, una sorta di orrore, al pensiero che un
uomo, qualsiasi uomo, persino quello con cui avevo passato
ore a fare l'amore nell'abbandono dell'ubriachezza, vedesse
gli asciugamani dell'albergo che avevo usato, sporchi
e spiegazzati. Mi sciacquai di nuovo la bocca. Sapeva
di whisky, della saliva e della lingua del predatore. Sputai
l'acqua nel lavandino. Mi sentivo ancora stordita, la confusione
tipica che ti assale dopo l'orgasmo, attonita e senza
parole perch quell'uomo, penetrando le parti basse del
mio corpo, era come se avesse penetrato l'area del cervello preposta al linguaggio. Se chiudevo e riaprivo gli occhi
vedevo inclinarsi e oscillare le mattonelle che rivestivano
le pareti del bagno, dovetti concentrarmi su un punto lontano, il bordo dello specchio dalla cornice filigranata sopra
il lavandino. (Il lavabo di formica sembrava fatto di bolle di
plastica rosa, come un brulicante protoplasma.) Fui costretta
a infilare un fazzoletto di carta nella vagina, dove avvertivo
un dolore pulsante, per assorbire il seme dell'uomo. Altrimenti
sarebbe colato, macchiando il mio completo da assistente
legale, che avevo recuperato a tentoni e mi ero portata
in bagno. Mi sembrava di avere preso tutto, anche le
mutandine che quell'uomo mi aveva sfilato, armeggiando
impaziente, e con mani tremanti riuscii a vestirmi. Mi infilai
il top di seta bianca con le maniche lunghe e i bottoncini
di perla senza controllare se l'avevo messo al contrario;
le trecce si erano in parte sciolte, quell'uomo mi aveva infilato
le dita anche fra i capelli, tirandomeli e strattonandomeli,
la chioma d'un biondo slavato che con stupore aveva
arricciato e scompigliato tra le grosse dita era ormai arruffata
come la parrucca argentea della povera Jacky DeLucca.
Allo specchio il volto graffiato e gonfio non era un bello
spettacolo, avevo la bocca tumefatta per i baci e i morsi.
Trovai le scarpe, erano fuori, sull'ispida moquette. Me le
ero sfilate con un calcio ed erano rimaste dietro la porta. Il
cappotto nero di lana con la cintura in vita giaceva abbandonato
su una sedia. A terra c'era la pesante giacca di montone
dell'uomo. Avevo una borsetta italiana di pelle pregiata
regalatami per il compleanno da un'amica che avevo
perso di vista, come tanti altri amici, e parenti. E in un angolo
c'era la mia valigia, avevo quasi dimenticato il trolley
a quadri scozzesi, molto pratico per chi viaggia spesso
in aereo e prende navette. L'uomo dormiva ancora in posizione
scomposta e trasandata, russando ed emettendo
un fiato umido. Quando gli passai accanto nella fioca luce
che filtrava dalla porta socchiusa del bagno, quasi non osai
guardarlo, lo amavo disperatamente e temevo che gli sarei
scivolata accanto in quel letto, simile a un antro, l'avrei
abbracciato, avrei nascosto la faccia nel suo collo e non sarei
andata pi via. Quasi se ne fosse accorto, Aaron allung
una mano verso di me, nel sonno; era troppo addormentato
per aprire gli occhi, eppure sembrava vedermi. Mormor:
Torna qui, dai. Qui. Mi chiesi se in quel momento ricordava
il mio nome. Se mi fossi chinata a baciarlo sulla bocca
forse avrebbe detto: "Krista, torna qui...".
Krista, torna qui. Ti amo.
Uscii dalla stanza! Mi allontanai a passo rapido e sicuro.
Dovevo essere del tutto sobria. Mi era scoppiata una violenta
emicrania, ormai ero completamente sveglia, e quella era
la mia punizione. Ma sapevo affrontare il dolore. La sofferenza
era un'eredit che conoscevo, e accettavo. In pratica
tutta la mia vita - privata e professionale - era una strategia
per affrontare il dolore, vi ero allenata. Guardai l'orologio,
erano le otto e dieci di sera. Il giorno era trascorso
barcollando come un ubriaco. Avevo pagato la stanza con
la carta di credito e quindi non dovevo avvertire nessun
impiegato che andavo via. Sgattaiolai da una porta laterale
con la scritta USCITA. Dopo qualche minuto di affannose
ricerche individuai la mia macchina, un'auto straniera di
seconda mano, caricai la valigia, montai e partii. Mi rallegrai
della mia accortezza, di avere preso la mia macchina e
non avere accettato il passaggio di quell'uomo. Mi diressi
verso sud sulla statale 31. Stavo attenta a non superare i limiti
di velocit, temevo di essere fermata per guida in stato
di ebbrezza. Non potevo rischiare di essere sottoposta alla
prova del palloncino. Avrei preso l'autostrada dello stato
di New York dallo svincolo da cui, la sera prima, ero uscita,
seguita da Aaron Kruller con la sua macchina. Mi sarei
diretta a sud, quindi a est. Avrei superato le scritte che indicavano
le uscite di Utica, Albany, New York.
E alla fine avrei visto quelle che annunciavano Peekskill.
Mentre lasciavo Sparta l'aria era densa e c'erano banchi
di nebbia, eppure nello specchietto della mia macchina vedevo
le luci della citt con le sue colline moreniche che risplendevano
scintillanti come una remota galassia in un
cielo notturno, finch la foschia e la lontananza ne impedirono
la vista e infine scomparvero.
...
.
...
FINE.